>L’aumento delle tasse (e della pressione).

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In un’afosa mattinata di fine giugno il postino bussandò alla mia porta, profetizzò:
Aumenteranno le tasse universitarie! I professori lo sanno, i rappresentanti degli studenti anche.
Poi il postino sparì, dimenticando di lasciarmi la bolletta del telefono.
Pare che i rappresentanti degli studenti siano d’accordo, con l’aumento, dato che in sede di consiglio non hanno fiatato, forse non respirano proprio questi. Se gli chiedessero di mettere l’ossigeno tra i crediti a scelta probabilmente direbbero di si. Questi vasi di coccio tra vasi di ferro. Ebbene si, vasi o rappresentanti non pare ci sia molta differenza poiché il fine ultimo sembra essere il medesimo, la vuotezza da riempire; ma mentre un certo tipo di vasi può accogliere terra, semi e relativa pianta e consequenziali fiori, i nostri “vasi universitari” sono vuoti e tali restano.
Anzi, non si sforzano neanche di andare a cercare la terra. Non riescono neanche ad avere scopo di abbellimento come i loro cugini sui balconi. Quasi incoraggiano, l’abbruttimento della nostra università, al di là dei loro smorti colori (bianco-rosso-nero, che importa a questo punto) e dunque cosa sono questi rappresentanti? Marketing. Potrebbero essere qui come alla Fiera Cavalli.
E pensare che noi ci siamo messi a battibeccare su cosa è e cosa non è libertà e censura.
La censura è esattamente questa, mio caro amico Burocrate. Impedire conferenze, impedire una qualsiasi attività non-strettamente didattica se non è patrocinata da Tizio, con i soldi di Caio e con ospite Sempronio, impedire ai propri studenti di sapere anticipatamente che la prossima rata delle tasse verrà aumentata. È impedire di muoversi.
E poi si grida allo scandalo, ci si appella alla “norma” se le richieste non sono “formali”, se si costruisce un’aula in mezzo all’università, se si chiedono spazi da svariati anni,se si stilano appelli, se si chiede gentilmente, educatamente, formalmente un’assemblea e puntualmente o si rimbalza da un ufficio all’altro o da un ricevimento all’altro. E infine? Il Nulla. Neanche l’abbozzo di una risposta. Anzi adesso ti aumentiamo le tasse, caro studente, così senza sapere come ne perché.
Allora perchè non gridare alla presa per il culo?! Ops. L’ho detto. Non vi piace? Lo ripeto: presa-per-il-culo. No, non scriverò “presa per i fondelli”, userò proprio quella parolina lì “culo”.
Ma è volgare! Basso!Turpe!
E allora? Trovate un altro modo per esprimere il concetto.
Prendi l’eloquenza e torcile il collo disse qualcuno.

Le chele dell’aragosta

Queste notizie possono contenere tracce di frutta a guscio

– Dopo la vittoria di Pisapia a Milano, anche l’annuncio shock di Vasco Rossi: “Mi dimetto da rockstar”. Lo sentite? Il vento di cambiamento spira sempre più forte.
– Dopo l’acquisto della casa in Piazza Bra, Leonardo Di Caprio incontra Tosi al Teatro Romano, il quale si complimenta con l’attore americano per la vittoria dell’Oscar con Titanic.
– Università di Verona: dal prossimo anno aumenteranno le rette. Dura la linea delle mamme dei rappresentanti degli studenti: “I nostri figli hanno detto che sono molto arrabbiati”.
– Ancora cronaca locale: Tosi sulla chiusura del Centro Mazziano: “Fatto un altro passo avanti. Ancora poco e riusciremo a risparmiare sul posto di assessore alla cultura”.
Sean Penn Hauer

>Queste notizie possono contenere tracce di frutta a guscio

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– Dopo la vittoria di Pisapia a Milano, anche l’annuncio shock di Vasco Rossi: “Mi dimetto da rockstar”. Lo sentite? Il vento di cambiamento spira sempre più forte.
– Dopo l’acquisto della casa in Piazza Bra, Leonardo Di Caprio incontra Tosi al Teatro Romano, il quale si complimenta con l’attore americano per la vittoria dell’Oscar con Titanic.
– Università di Verona: dal prossimo anno aumenteranno le rette. Dura la linea delle mamme dei rappresentanti degli studenti: “I nostri figli hanno detto che sono molto arrabbiati”.
– Ancora cronaca locale: Tosi sulla chiusura del Centro Mazziano: “Fatto un altro passo avanti. Ancora poco e riusciremo a risparmiare sul posto di assessore alla cultura”.
Sean Penn Hauer

Les derives cap als barris

Le proteste spagnole che si sono articolate nell’ultimo mese e mezzo hanno come loro principale contesto la crisi economica internazionale e come referenti immediati le immagini di piazza Tahir in Egitto, le rivolte in Tunisia, la rivoluzione silenziosa in Islanda. Le proteste hanno trasformato il clima sociale e politico del paese: la classe politica ha vissuto momenti di percettibile discredito di fronte a piazze piene ogni giorno e ogni notte.
In un primo momento si riuniscono in assemblee generali, dove si cominciano a manifestare i disagi individuali e collettivi, testimonianze, lamenti. Le piazze si convertono in spazi per esprimere il senso di essere lì, condividere l’astio e la indignazione. L’assemblea generale è lo scenario di una catarsi sociale, che genera un sentimento di appartenenza alla comunità di colpiti dalla crisi col desiderio di cambiare le cose. Giorno dopo giorno si passa dallo spontaneismo alla costruzione di proposte e alla organizzazione di commissioni e gruppi di lavoro. Inizia così a formarsi un’organizzazione interna delle “acampadas” mediante commissioni che si dividono compiti e spazi; organizzano attività culturali, concerti, dibattiti, laboratori, etc.. Il ruolo più rilevante delle commissioni e dei vari gruppi di lavoro è quello di costituirsi come spazio di discussione ed elaborazione di domande e proposte, che poi ogni acampada mette ai voti mediante lo strumento dell’assemblea generale.
In mezzo alle proteste scaturite dopo la nascita del cosiddetto movimento 15-M, i risultati elettorali delle elezioni amministrative ed, in alcune comunità autonome, degli stessi parlamenti “regionali” (tenutesi dopo una settimana dall’inizio delle mobilitazioni), ci rivelano alcuni dati d’interesse. L’astensionismo, ad esempio, si colloca come prima forza con una percentuale pari al 33%, mentre aumentano anche i voti in bianco e quelli nulli, oltre ad un aumento dei voti ai partiti della sinistra minoritaria. Si apre così un piccola breccia nel sistema politico ed elettorale spagnolo, imbrigliato in un bipartitismo dove le due forze maggioritarie, il partito socialista di Zapatero e l’opposizione di destra del Partito Popolare, godono di una rappresentatività quasi asfissiante, anche e soprattutto per quel che riguarda la presenza sui media informativi.
Uno dei caratteri più significativi del movimento 15-M è lo stato d’animo sociale. Il fatto che una moltitudine irrompa mettendo in questione il sistema (o anche solo alcuni aspetti) e che soprattutto abbia la volontà di discutere e lanciare proposte, ha a che vedere con una dimensione emotiva che consiste nella possibilità di incontrarsi e ascoltarsi, convivere e organizzarsi con gente sconosciuta. Se poi si pensa alla situazione di crisi totale nella quale viene a innestarsi questa esperienza collettiva, si riesce a capire quanto l’emotività possa salire a fior di pelle: una piazza che giorno dopo giorno fatica sempre più a contenere la folla, che si fa luogo di fertile scambio, di crescita reciproca, di apertura. Ecco.. apertura con le necessarie tempistiche: il fatto che il movimento si sia definito apolitico – “ni de derechas ni de izquierdas” – plurale e aperto a tutti, s’è tradotto, in alcune assemblee, in una politica del consenso incapace di farsi carico di temi conflittuali, neutralizzando in alcuni casi l’ingresso di discorsi più critici in quanto generanti discordia e divisioni. La forte presenza cittadina – nel senso più spettacolare del termine – ha portato ad evitare di prendere posizione su argomenti come la monarchia o la repubblica, la tortura, il carcere, la memoria storica, la questione nazionale, la diversità linguistica o l’uso della violenza. A partire da qui le difficoltà di collettivi, gruppi e individualità, che già da sempre lavorano su discorsi e pratiche politiche, a rapportarsi con la piazza.
A Valencia questa difficoltà s’è fatta sentire sin da subito: dalla pura assenza di analisi di sistema (nella maggior parte dei casi si trattava di prime esperienze) alla costituzione di guardiani della democrazia, gente che in maniera volontaria – ossia inerziale rispetto alle derive securitarie della Dominazione – indossava giubbetini alta-visibilità e.. controllava. Qualcosa che dimostrò subito e ancora una volta il significato di una divisa: un esempio fu la mera impossibilità di distribuire volantini contro il voto, con minacce di segnalazione alla polizia – quelli veri, che hanno i database. Negli ambienti di ritrovo sociali, popolari, libertari, anarchici, ecc. – da sempre lontani dalla piazza – erano grosso modo due le linee tra le quali si producevano discussioni: chi voleva provare a mettersi in gioco e cercare di cominciare a far circolare anche solo discorsi, parole, piccole lacerazioni; chi invece disilluso e sconfortato non riusciva a vedere il minimo significato di uno sforzo in direzione della piazza. Il conflitto prese la via di fuga del quartiere – incredibile quanto in certi ambienti il conflitto risulti essere davvero qualcosa di produttivo e di crescita collettiva piuttosto che di sentenza, castrazione e giudizio. Di fronte anche ad alcuni stalli, si cominciò già dopo 10 giorni dal 15 maggio a sentire il bisogno di frammentare la piazza, crearne una per ogni quartiere e affondare lì, tra le piazzette e le strade, i discorsi democratici, le critiche al sistema e le pratiche politiche collettive e individuali. Grazie al livello morale della piazza, nel giro di pochi giorni quasi ogni quartiere aveva una assemblea settimanale, con una media del numero di partecipanti che si aggirava intorno al centinaio di persone. Il conflitto iniziale tra piazza e militanza già cambiò i suoi elementi di positività: mentre la piazza si ripulisce da qualsiasi soggettività che non si hippie – mentre scrivo, gli spazi in cui si creavano assemblee e commissioni sono occupati da tende e costruzioni in canna di bambù che a livello politico non hanno molto da dire, se non la cifra spettacolare che incarnano senza opporre la minima resistenza: sedotti dallo Spettacolo nella stessa misura in cui un cane è sedotto dal guinzaglio nel momento in cui questo diventa condizione per uscire di casa. Nel frattempo i quartieri creano nuove reti di vicinato e senza bisogno di interventi particolari, le singole assemblee cominciano a cambiare i diversi nuclei di discussione. Se nella piazza centrale ad essere motivo di discussione erano la legge elettorale, quella sul copyright e sulla cultura, il bipartitismo, la corruzione, i politici e altro ancora, tra le piazzette dei quartieri a farsi spazio sono temi come l’edilizia, i progetti beceri del comune, l’integrazione delle diverse comunità di migranti, le mancanze e i disagi del circondario ma anche le attività culturali, i corsi di lingua, ecc. Tutta un’altra maniera di essere indignati.

Mare Meua

>Les derives cap als barris

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Le proteste spagnole che si sono articolate nell’ultimo mese e mezzo hanno come loro principale contesto la crisi economica internazionale e come referenti immediati le immagini di piazza Tahir in Egitto, le rivolte in Tunisia, la rivoluzione silenziosa in Islanda. Le proteste hanno trasformato il clima sociale e politico del paese: la classe politica ha vissuto momenti di percettibile discredito di fronte a piazze piene ogni giorno e ogni notte.
In un primo momento si riuniscono in assemblee generali, dove si cominciano a manifestare i disagi individuali e collettivi, testimonianze, lamenti. Le piazze si convertono in spazi per esprimere il senso di essere lì, condividere l’astio e la indignazione. L’assemblea generale è lo scenario di una catarsi sociale, che genera un sentimento di appartenenza alla comunità di colpiti dalla crisi col desiderio di cambiare le cose. Giorno dopo giorno si passa dallo spontaneismo alla costruzione di proposte e alla organizzazione di commissioni e gruppi di lavoro. Inizia così a formarsi un’organizzazione interna delle “acampadas” mediante commissioni che si dividono compiti e spazi; organizzano attività culturali, concerti, dibattiti, laboratori, etc.. Il ruolo più rilevante delle commissioni e dei vari gruppi di lavoro è quello di costituirsi come spazio di discussione ed elaborazione di domande e proposte, che poi ogni acampada mette ai voti mediante lo strumento dell’assemblea generale.
In mezzo alle proteste scaturite dopo la nascita del cosiddetto movimento 15-M, i risultati elettorali delle elezioni amministrative ed, in alcune comunità autonome, degli stessi parlamenti “regionali” (tenutesi dopo una settimana dall’inizio delle mobilitazioni), ci rivelano alcuni dati d’interesse. L’astensionismo, ad esempio, si colloca come prima forza con una percentuale pari al 33%, mentre aumentano anche i voti in bianco e quelli nulli, oltre ad un aumento dei voti ai partiti della sinistra minoritaria. Si apre così un piccola breccia nel sistema politico ed elettorale spagnolo, imbrigliato in un bipartitismo dove le due forze maggioritarie, il partito socialista di Zapatero e l’opposizione di destra del Partito Popolare, godono di una rappresentatività quasi asfissiante, anche e soprattutto per quel che riguarda la presenza sui media informativi.
Uno dei caratteri più significativi del movimento 15-M è lo stato d’animo sociale. Il fatto che una moltitudine irrompa mettendo in questione il sistema (o anche solo alcuni aspetti) e che soprattutto abbia la volontà di discutere e lanciare proposte, ha a che vedere con una dimensione emotiva che consiste nella possibilità di incontrarsi e ascoltarsi, convivere e organizzarsi con gente sconosciuta. Se poi si pensa alla situazione di crisi totale nella quale viene a innestarsi questa esperienza collettiva, si riesce a capire quanto l’emotività possa salire a fior di pelle: una piazza che giorno dopo giorno fatica sempre più a contenere la folla, che si fa luogo di fertile scambio, di crescita reciproca, di apertura. Ecco.. apertura con le necessarie tempistiche: il fatto che il movimento si sia definito apolitico – “ni de derechas ni de izquierdas” – plurale e aperto a tutti, s’è tradotto, in alcune assemblee, in una politica del consenso incapace di farsi carico di temi conflittuali, neutralizzando in alcuni casi l’ingresso di discorsi più critici in quanto generanti discordia e divisioni. La forte presenza cittadina – nel senso più spettacolare del termine – ha portato ad evitare di prendere posizione su argomenti come la monarchia o la repubblica, la tortura, il carcere, la memoria storica, la questione nazionale, la diversità linguistica o l’uso della violenza. A partire da qui le difficoltà di collettivi, gruppi e individualità, che già da sempre lavorano su discorsi e pratiche politiche, a rapportarsi con la piazza.
A Valencia questa difficoltà s’è fatta sentire sin da subito: dalla pura assenza di analisi di sistema (nella maggior parte dei casi si trattava di prime esperienze) alla costituzione di guardiani della democrazia, gente che in maniera volontaria – ossia inerziale rispetto alle derive securitarie della Dominazione – indossava giubbetini alta-visibilità e.. controllava. Qualcosa che dimostrò subito e ancora una volta il significato di una divisa: un esempio fu la mera impossibilità di distribuire volantini contro il voto, con minacce di segnalazione alla polizia – quelli veri, che hanno i database. Negli ambienti di ritrovo sociali, popolari, libertari, anarchici, ecc. – da sempre lontani dalla piazza – erano grosso modo due le linee tra le quali si producevano discussioni: chi voleva provare a mettersi in gioco e cercare di cominciare a far circolare anche solo discorsi, parole, piccole lacerazioni; chi invece disilluso e sconfortato non riusciva a vedere il minimo significato di uno sforzo in direzione della piazza. Il conflitto prese la via di fuga del quartiere – incredibile quanto in certi ambienti il conflitto risulti essere davvero qualcosa di produttivo e di crescita collettiva piuttosto che di sentenza, castrazione e giudizio. Di fronte anche ad alcuni stalli, si cominciò già dopo 10 giorni dal 15 maggio a sentire il bisogno di frammentare la piazza, crearne una per ogni quartiere e affondare lì, tra le piazzette e le strade, i discorsi democratici, le critiche al sistema e le pratiche politiche collettive e individuali. Grazie al livello morale della piazza, nel giro di pochi giorni quasi ogni quartiere aveva una assemblea settimanale, con una media del numero di partecipanti che si aggirava intorno al centinaio di persone. Il conflitto iniziale tra piazza e militanza già cambiò i suoi elementi di positività: mentre la piazza si ripulisce da qualsiasi soggettività che non si hippie – mentre scrivo, gli spazi in cui si creavano assemblee e commissioni sono occupati da tende e costruzioni in canna di bambù che a livello politico non hanno molto da dire, se non la cifra spettacolare che incarnano senza opporre la minima resistenza: sedotti dallo Spettacolo nella stessa misura in cui un cane è sedotto dal guinzaglio nel momento in cui questo diventa condizione per uscire di casa. Nel frattempo i quartieri creano nuove reti di vicinato e senza bisogno di interventi particolari, le singole assemblee cominciano a cambiare i diversi nuclei di discussione. Se nella piazza centrale ad essere motivo di discussione erano la legge elettorale, quella sul copyright e sulla cultura, il bipartitismo, la corruzione, i politici e altro ancora, tra le piazzette dei quartieri a farsi spazio sono temi come l’edilizia, i progetti beceri del comune, l’integrazione delle diverse comunità di migranti, le mancanze e i disagi del circondario ma anche le attività culturali, i corsi di lingua, ecc. Tutta un’altra maniera di essere indignati.

Mare Meua

Passeggio a Patraix

Sono le tre e mezza. Forse neanche oggi, silenziosa domenica limpida, è la giornata giusta per cominciare a leggere Pirenne, ma per sicurezza lo ripongo nello zaino, insieme alla felpa, il termos e le pipas. Mentre mi sistemo la sciarpa ancora penso a quale direzione prendere, sentendo una forte attrazione verso sud-ovest e tutta quella zona equidistante da ogni spazio vissuto negli ultimi mesi.
Nonostante l’ultima ora spesa a guardare il vuoto seduto sul divano, a riposare la testa e a coccolarmi coi raggi di un sole invernale, le orecchie sono ancora imbottite di gommapiuma. Ma camminando mi passerà; l’unica cosa che ho veramente voglia di fare è perdermi tra vie mai percorse, silenziosamente. Evito dunque fin dall’inizio le strade conosciute e comincio penetrando il quartiere di fronte a casa, attraverso quelle che inizialmente sono scorciatoie e che passo dopo passo si fanno itinerario. Le scorciatoie sono strane: sono irrimediabilmente relazionate con il percorso principale, una sorta di condanna. È sempre una seconda strada, qualcosa di complementare, che abbrevia i tempi, accorcia distanze, sostituisce quotidianità ma al prezzo di una certa scomodità. Un’eccezione insomma. Sbuco così sulle sponde della Ciudad de las artes y de la ciencia: costruzione che sbandiera una tristezza moderna, con un design alla Flight of the Navigator (1986) ma che a quanto pare attira curiosi ed esalta architetti. E basta questo per diventare simbolo di una città. Probabilmente qualcuno pensò le stesse cose ai tempi del Colosseo o della Tour Eiffel. Essendo poi installata, la città delle arti e della scienza, nei giardini del Turia, vanta una certa vicinanza a prati popolati di gente che corre, gioca, salta, balla, cammina, parla. Attraversare il letto del vecchio fiume per poi girarsi indietro e vedere questo panorama (con la ciudad de las artes alle spalle, sia chiaro) è qualcosa che provoca una strana serenità. Se poi hai ancora il cervello intontito dalla musica alta del giorno prima, finisce che ti ritrovi fermo con lo sguardo perso nel nulla (esatto, come mezz’oretta prima sul divano) a stimare la leggiadria di alcuni.
Forzandomi un poco, torno sui miei passi e prendo una delle vie più a sud. Già la presenza umana è scesa a livelli rasenti la desolazione. Una lunga e recente colata d’asfalto mi accompagna per una passerella tra le ultime zone abitate, i primi campi sparuti, ormai incolti in attesa delle edificazioni. Alcune sono già state innalzate: a qualche centinaio di metri, delle gru segnano i lavori in corso, mentre più vicino si moltiplicano i cartelli “se vende” su balconi e finestre. D’un tratto ricompare la vita: in fondo a destra ci sono due campi da basket contigui, circondati da panchine completamente affollate di gente d’ogni fascia d’età. Mi dicono che non c’è alcuna festa o ricorrenza.. immagino dunque che sia una sorta di piazza, solo che a disegnarla non è stato un progetto urbanistico ma una spontaneità umana. Guardandomi un po’ attorno mi accorgo che è un quartiere abbastanza nuovo, con una viabilità quasi esagerata, campi da basket, calcio, tennis, aiuole e piccoli tappeti d’erba che ne definiscono i contorni. Mancano le piazze, certo. Ma ai giocatori di basket non sembra infastidire quello strano groviglio di incontri che il loro campo ospita. E alla la gente che chiacchiera e ride non sembrano infastidire quei pesanti rimbalzi e quegli ingombranti corpi scattanti che la loro piazza ospita.
Lo zio

>Passeggio a Patraix

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Sono le tre e mezza. Forse neanche oggi, silenziosa domenica limpida, è la giornata giusta per cominciare a leggere Pirenne, ma per sicurezza lo ripongo nello zaino, insieme alla felpa, il termos e le pipas. Mentre mi sistemo la sciarpa ancora penso a quale direzione prendere, sentendo una forte attrazione verso sud-ovest e tutta quella zona equidistante da ogni spazio vissuto negli ultimi mesi.
Nonostante l’ultima ora spesa a guardare il vuoto seduto sul divano, a riposare la testa e a coccolarmi coi raggi di un sole invernale, le orecchie sono ancora imbottite di gommapiuma. Ma camminando mi passerà; l’unica cosa che ho veramente voglia di fare è perdermi tra vie mai percorse, silenziosamente. Evito dunque fin dall’inizio le strade conosciute e comincio penetrando il quartiere di fronte a casa, attraverso quelle che inizialmente sono scorciatoie e che passo dopo passo si fanno itinerario. Le scorciatoie sono strane: sono irrimediabilmente relazionate con il percorso principale, una sorta di condanna. È sempre una seconda strada, qualcosa di complementare, che abbrevia i tempi, accorcia distanze, sostituisce quotidianità ma al prezzo di una certa scomodità. Un’eccezione insomma. Sbuco così sulle sponde della Ciudad de las artes y de la ciencia: costruzione che sbandiera una tristezza moderna, con un design alla Flight of the Navigator (1986) ma che a quanto pare attira curiosi ed esalta architetti. E basta questo per diventare simbolo di una città. Probabilmente qualcuno pensò le stesse cose ai tempi del Colosseo o della Tour Eiffel. Essendo poi installata, la città delle arti e della scienza, nei giardini del Turia, vanta una certa vicinanza a prati popolati di gente che corre, gioca, salta, balla, cammina, parla. Attraversare il letto del vecchio fiume per poi girarsi indietro e vedere questo panorama (con la ciudad de las artes alle spalle, sia chiaro) è qualcosa che provoca una strana serenità. Se poi hai ancora il cervello intontito dalla musica alta del giorno prima, finisce che ti ritrovi fermo con lo sguardo perso nel nulla (esatto, come mezz’oretta prima sul divano) a stimare la leggiadria di alcuni.
Forzandomi un poco, torno sui miei passi e prendo una delle vie più a sud. Già la presenza umana è scesa a livelli rasenti la desolazione. Una lunga e recente colata d’asfalto mi accompagna per una passerella tra le ultime zone abitate, i primi campi sparuti, ormai incolti in attesa delle edificazioni. Alcune sono già state innalzate: a qualche centinaio di metri, delle gru segnano i lavori in corso, mentre più vicino si moltiplicano i cartelli “se vende” su balconi e finestre. D’un tratto ricompare la vita: in fondo a destra ci sono due campi da basket contigui, circondati da panchine completamente affollate di gente d’ogni fascia d’età. Mi dicono che non c’è alcuna festa o ricorrenza.. immagino dunque che sia una sorta di piazza, solo che a disegnarla non è stato un progetto urbanistico ma una spontaneità umana. Guardandomi un po’ attorno mi accorgo che è un quartiere abbastanza nuovo, con una viabilità quasi esagerata, campi da basket, calcio, tennis, aiuole e piccoli tappeti d’erba che ne definiscono i contorni. Mancano le piazze, certo. Ma ai giocatori di basket non sembra infastidire quello strano groviglio di incontri che il loro campo ospita. E alla la gente che chiacchiera e ride non sembrano infastidire quei pesanti rimbalzi e quegli ingombranti corpi scattanti che la loro piazza ospita.
Lo zio

Dopo 4 anni di agonia, 8 di serie B

“Nel 2019 la serie A sarà nostra!”
E’ questa la promessa del sindaco di Verona Flavio Tosi che ha fatto esplodere la festa di centinaia di tifosi gialloblu in Piazza Bra, al termine della partita tra Salernitana e Verona.
“Dopo 4 anni di agonia in serie C”, prosegue Tosi, “l’impegno di lasciare la serie B in 8 anni è un punto fisso del programma della mia amministrazione, la cui scadenza non potrà essere prorogata”. Parole che hanno fatto letteralmente scoppiare di gioia il popolo dell’Hellas, incredulo davanti ad un progetto che vedrà la loro squadra del cuore raggiungere la serie maggiore in meno di un decennio.
“Una gioia incontenibile che non si vedeva dai tempi dell’annuncio delle panchine anti-barbone”, commenta Vittorio Emanuele in groppa al suo cavallo. E noi non possiamo che sottoscrivere le sue parole.

Sean Penn Hauer

>Dopo 4 anni di agonia, 8 di serie B

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“Nel 2019 la serie A sarà nostra!”
E’ questa la promessa del sindaco di Verona Flavio Tosi che ha fatto esplodere la festa di centinaia di tifosi gialloblu in Piazza Bra, al termine della partita tra Salernitana e Verona.
“Dopo 4 anni di agonia in serie C”, prosegue Tosi, “l’impegno di lasciare la serie B in 8 anni è un punto fisso del programma della mia amministrazione, la cui scadenza non potrà essere prorogata”. Parole che hanno fatto letteralmente scoppiare di gioia il popolo dell’Hellas, incredulo davanti ad un progetto che vedrà la loro squadra del cuore raggiungere la serie maggiore in meno di un decennio.
“Una gioia incontenibile che non si vedeva dai tempi dell’annuncio delle panchine anti-barbone”, commenta Vittorio Emanuele in groppa al suo cavallo. E noi non possiamo che sottoscrivere le sue parole.

Sean Penn Hauer