La società del controllo (estratto)

Non si dà una evoluzione tecnologica senza che essa sia più profondamente una mutazione del capitalismo. È una trasformazione già ben conosciuta che si può così riassumere: il capitalismo del XIX secolo
è a concetrazione, per la produzione e di proprietà. Ha dunque eretto la fabbrica come luogo di reclusione, essendo il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, ma anche, eventualmente, di altri ambienti
concepiti per analogia (la casa familiare dell’operaio, la scuola). Quanto al mercato, esso veniva conquistato tanto per specializzazione quanto per colonizzazione, quanto per abbassamento dei costi di produzione. Ma, nella situazione attuale, il capitalismo non è più per la produzione, che viene spesso relegata alle periferie del terzo mondo, anche sotto le forme complesse del settore tessile, metallurgico e petrolchimico. È un capitalismo di superproduzione. Non acquista più materie prime rivendendo prodotti finiti: acquista invece prodotti finiti o assembla pezzi staccati. Ciò che vuol vendere sono dei servizi, ciò che vuole acquistare sono azioni. Non è più un capitalismo per la produzione, ma per il prodotto, cioè per la vendita e per il mercato. Esso è anche essenzialmente diffuso e la fabbrica ha ceduto il posto all’impresa. La famiglia, la scuola, l’esercito, la fabbrica non sono più ambienti analogici distinti che convergono verso un proprietario, Stato o potere privato, ma le figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa impresa che non ha nient’altro che gestori. Anche l’arte ha lasciato gli ambienti chiusi per entrare nei circuiti aperti delle banche. Le conquiste di mercato si fanno per presa di controllo e non più per formazione di disciplina, per fissazione dei corsi piuttosto che per abbassamento dei costi, per trasformazione del prodotto più che per specializzazione della produzione. La corruzione guadagna qui una nuova potenza. Il servizio vendite è diventato il centro e l'”anima” dell’impresa. Apprendiamo che le imprese hanno un’anima ed è la più terrificante notizia del mondo. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri maestri. Il controllo è a breve termine e a rotazione rapida, ma anche continuo ed illimitato, come la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua. l’uomo non è più l’uomo recluso, ma l’uomo indebitato. È vero che il capitalismo ha mantenuto come sua costante l’estrema miseria di tre quarti dell’umanità, troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione: il controllo ora non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti.
Deleuze

>La società del controllo (estratto)

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Non si dà una evoluzione tecnologica senza che essa sia più profondamente una mutazione del capitalismo. È una trasformazione già ben conosciuta che si può così riassumere: il capitalismo del XIX secolo
è a concetrazione, per la produzione e di proprietà. Ha dunque eretto la fabbrica come luogo di reclusione, essendo il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, ma anche, eventualmente, di altri ambienti
concepiti per analogia (la casa familiare dell’operaio, la scuola). Quanto al mercato, esso veniva conquistato tanto per specializzazione quanto per colonizzazione, quanto per abbassamento dei costi di produzione. Ma, nella situazione attuale, il capitalismo non è più per la produzione, che viene spesso relegata alle periferie del terzo mondo, anche sotto le forme complesse del settore tessile, metallurgico e petrolchimico. È un capitalismo di superproduzione. Non acquista più materie prime rivendendo prodotti finiti: acquista invece prodotti finiti o assembla pezzi staccati. Ciò che vuol vendere sono dei servizi, ciò che vuole acquistare sono azioni. Non è più un capitalismo per la produzione, ma per il prodotto, cioè per la vendita e per il mercato. Esso è anche essenzialmente diffuso e la fabbrica ha ceduto il posto all’impresa. La famiglia, la scuola, l’esercito, la fabbrica non sono più ambienti analogici distinti che convergono verso un proprietario, Stato o potere privato, ma le figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa impresa che non ha nient’altro che gestori. Anche l’arte ha lasciato gli ambienti chiusi per entrare nei circuiti aperti delle banche. Le conquiste di mercato si fanno per presa di controllo e non più per formazione di disciplina, per fissazione dei corsi piuttosto che per abbassamento dei costi, per trasformazione del prodotto più che per specializzazione della produzione. La corruzione guadagna qui una nuova potenza. Il servizio vendite è diventato il centro e l'”anima” dell’impresa. Apprendiamo che le imprese hanno un’anima ed è la più terrificante notizia del mondo. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri maestri. Il controllo è a breve termine e a rotazione rapida, ma anche continuo ed illimitato, come la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua. l’uomo non è più l’uomo recluso, ma l’uomo indebitato. È vero che il capitalismo ha mantenuto come sua costante l’estrema miseria di tre quarti dell’umanità, troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione: il controllo ora non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti.
Deleuze

Il luogo della rivolta

Il fuoco della rivolta non illumina nulla, è una luce che diffonde solo opacità. Non illumina i rivoltosi, non illumina i loro corpi, non illumina le loro rivendicazioni. Gli atti, l’atto della rivolta è il loro discorso, l’evento da loro scatenato; la loro sola parola leggibile è nelle fiamme.
La rivolta, nel mondo globalizzato, è locale. Incide in un luogo il simbolo della rivolta e lo eleva a luogo rivoltato e rivoltante. Sono luoghi che si allargano negli interstizi della città, comprimendola. La città illuminante, che esige la trasparenza dai corpi che la abitano, è abituata ad accedere immediatamente ai corpi dei cittadini. Un solo sguardo di una telecamera ed essi grideranno nome, sesso, ruolo, lavoro. Tutto. I cittadini si propongono ad essa nudi e fieri; fieri della loro nudità, della trasparenza dei loro corpi, del loro non aver nulla da nascondere. Hanno accettato senza problemi l’identificabilità perenne ed attendono con impazienza l’ultima innovazione del controllo biometrico, poiché le tessere magnetiche e le firme sono ormai banalità giornaliere.
Ma la rivolta segna uno spazio, non lo conquista, lo strappa alla luce della città, lo sottrae, lo rende in fuga; un luogo disertore su una mappa per il resto completamente leggibile. Essa allora aguzza lo sguardo, dopotutto la rivolta sta bruciando tutto, ed il fuoco sta illuminando, e gli sbirri stanno accorrendo, ed i giornalisti stanno fotografando, e gli specialisti stanno parlando ed identificando, ed i cittadini stanno ascoltando e guardando. Eppure la sola cosa che la città vede sono le ombre degli incappucciati che presidiano il loro luogo sottratto, disertore dalla cartografia ufficiale. Ogni rivolta rende opachi corpi, identità, luoghi, emozioni ed azioni alla trasparenza richiesta dalla città. Ogni rivolta sottrae punti d’appoggio alla città, non cerca di migliorarla, non la critica, non propone riforme, ma ne mina le basi sottaendole nodi di amministrazione. Ogni rivolta sveglia dall’addomesticamento, o spinge nell’addomesticamento più intenso, a seconda che ci si lasci investire da essa o che ci si affidi alle mediazioni dello Spettacolo. Dopotutto le immagini affascinano e potremmo parlare e parlare per settimane della violenza e delle auto bruciate! O tornare selvaggi, tornare degli animali, fuggire dalla casa dell’addomesticamento e rompere ogni disciplina sul nostro corpo incidendoci con il segno della rivolta.

The.verza

>Il luogo della rivolta

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Il fuoco della rivolta non illumina nulla, è una luce che diffonde solo opacità. Non illumina i rivoltosi, non illumina i loro corpi, non illumina le loro rivendicazioni. Gli atti, l’atto della rivolta è il loro discorso, l’evento da loro scatenato; la loro sola parola leggibile è nelle fiamme.
La rivolta, nel mondo globalizzato, è locale. Incide in un luogo il simbolo della rivolta e lo eleva a luogo rivoltato e rivoltante. Sono luoghi che si allargano negli interstizi della città, comprimendola. La città illuminante, che esige la trasparenza dai corpi che la abitano, è abituata ad accedere immediatamente ai corpi dei cittadini. Un solo sguardo di una telecamera ed essi grideranno nome, sesso, ruolo, lavoro. Tutto. I cittadini si propongono ad essa nudi e fieri; fieri della loro nudità, della trasparenza dei loro corpi, del loro non aver nulla da nascondere. Hanno accettato senza problemi l’identificabilità perenne ed attendono con impazienza l’ultima innovazione del controllo biometrico, poiché le tessere magnetiche e le firme sono ormai banalità giornaliere.
Ma la rivolta segna uno spazio, non lo conquista, lo strappa alla luce della città, lo sottrae, lo rende in fuga; un luogo disertore su una mappa per il resto completamente leggibile. Essa allora aguzza lo sguardo, dopotutto la rivolta sta bruciando tutto, ed il fuoco sta illuminando, e gli sbirri stanno accorrendo, ed i giornalisti stanno fotografando, e gli specialisti stanno parlando ed identificando, ed i cittadini stanno ascoltando e guardando. Eppure la sola cosa che la città vede sono le ombre degli incappucciati che presidiano il loro luogo sottratto, disertore dalla cartografia ufficiale. Ogni rivolta rende opachi corpi, identità, luoghi, emozioni ed azioni alla trasparenza richiesta dalla città. Ogni rivolta sottrae punti d’appoggio alla città, non cerca di migliorarla, non la critica, non propone riforme, ma ne mina le basi sottaendole nodi di amministrazione. Ogni rivolta sveglia dall’addomesticamento, o spinge nell’addomesticamento più intenso, a seconda che ci si lasci investire da essa o che ci si affidi alle mediazioni dello Spettacolo. Dopotutto le immagini affascinano e potremmo parlare e parlare per settimane della violenza e delle auto bruciate! O tornare selvaggi, tornare degli animali, fuggire dalla casa dell’addomesticamento e rompere ogni disciplina sul nostro corpo incidendoci con il segno della rivolta.

The.verza

La rivolta

Cosa mi fa paura di tutto ciò? Della rivolta, dico. La stessa cosa che fa paura allo Stato. Io e lo Stato condividiamo la paura per una cosa che non capiamo, o che forse capiamo troppo bene. Non è la paura per la violenza scatenatasi, questa è una cazzata. La esorcizzeremo parlandone nei prossimi giorni, nel nostro solito dire banalità su qualche macchina bruciata. Queste banalità proferite guardando e riguardando continuamente delle belle foto e dei video amatoriali riusciranno facilmente a farci dimenticare cosa c’era da non dimenticare. Ah, la magia del discorso sulla violenza. Ha una capacità offuscante davvero apprezzabile. Se volassero più molotov potremmo dimenticarci di tutto parlando solo della loro traiettoria, della loro fiammata e delle urla che essa scatena. Meglio di una droga.
Non è quindi la violenza che mi fa paura, se riesco ad uscire dalla trappola del discorso sulla violenza. Ma cos’è allora? Forse il fatto che loro, i rivoltosi, non riesco proprio ad inquadrarli. Sono sempre incappucciati, si nascondono nella notte, non si presentano. Ma chi sono, mica posso solo dire che sono dei rivoltosi; ho in memoria già mille categorie ed identità da affibbiargli. Non reclamano nulla, è come se volessero tutto, come se si lasciassero aperta la possibilità di volere tutto, parlano solo attraverso l’atto, solo attraverso la rivolta. E poi non hanno un’ideologia, voglio dire, non sventolano nessuna bandiera, non profetizzano nessuna rivoluzione lontana e nessun sol dell’avvenire. Questo mi spiazza, ed io come li incasello nell’insieme dei “Contro-qualcosa/qualcuno”? Queste singolarità,qualunque che fanno comunità senza rivendicare nulla, né un’identità, né un progetto, davvero mi straziano. Essi co-appartengono ad una comunità di rivoltanti e riesco a notare solo la loro non-appartenenza a niente, a nessuna delle identità che ho ben imparato, io come il governante, a gestire, a riconoscere. Si rivoltano in un preciso punto, lì dove sono; infiammano uno spazio elevandolo come luogo rivoltato e rivoltante. Se si muovono non investono i punti simbolo del Potere, non cercano di assaltare il Palazzo d’Inverno, di conquistare una collina, di sfondare il cordone di sbirri fino alla piazza; agiscono fermi nella loro posizione, nei loro quartieri e li illuminano. Non capisco più nulla, ho bisogno di un nesso causa-efetto. Che diavolo fanno? Chi sono? Cosa vogliono?
La tele, solo la tele può salvarmi, lei sa tutto…Ah! Ecco spiegato tutto! Il giornalista ha riferito il comunicato che i quadri dell’esercito ed i politici hanno diramato. Erano infatti degli anarchici greci. Dei giovani immigrati delle banlieu parigine. Dei minatori cinesi. Non era possibile accogliere le loro rivendicazioni perché non ne avevano, o forse erano disperse nel fiume di collera che riversavano. Se si fossero presentati rigorosamente con il cartellino recante nome, sesso, ruolo, affiliazione politica ecc. ed avessero civilmente sfilato nei cortei organizzati dai sindacati, avremmo potuto calmarli con un po’ di panem et circenses. Un po’ di cibo biologico e la partita di calcio. Non ti senti più rilassato ora? Io si.
The.verza

>La rivolta

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Cosa mi fa paura di tutto ciò? Della rivolta, dico. La stessa cosa che fa paura allo Stato. Io e lo Stato condividiamo la paura per una cosa che non capiamo, o che forse capiamo troppo bene. Non è la paura per la violenza scatenatasi, questa è una cazzata. La esorcizzeremo parlandone nei prossimi giorni, nel nostro solito dire banalità su qualche macchina bruciata. Queste banalità proferite guardando e riguardando continuamente delle belle foto e dei video amatoriali riusciranno facilmente a farci dimenticare cosa c’era da non dimenticare. Ah, la magia del discorso sulla violenza. Ha una capacità offuscante davvero apprezzabile. Se volassero più molotov potremmo dimenticarci di tutto parlando solo della loro traiettoria, della loro fiammata e delle urla che essa scatena. Meglio di una droga.
Non è quindi la violenza che mi fa paura, se riesco ad uscire dalla trappola del discorso sulla violenza. Ma cos’è allora? Forse il fatto che loro, i rivoltosi, non riesco proprio ad inquadrarli. Sono sempre incappucciati, si nascondono nella notte, non si presentano. Ma chi sono, mica posso solo dire che sono dei rivoltosi; ho in memoria già mille categorie ed identità da affibbiargli. Non reclamano nulla, è come se volessero tutto, come se si lasciassero aperta la possibilità di volere tutto, parlano solo attraverso l’atto, solo attraverso la rivolta. E poi non hanno un’ideologia, voglio dire, non sventolano nessuna bandiera, non profetizzano nessuna rivoluzione lontana e nessun sol dell’avvenire. Questo mi spiazza, ed io come li incasello nell’insieme dei “Contro-qualcosa/qualcuno”? Queste singolarità,qualunque che fanno comunità senza rivendicare nulla, né un’identità, né un progetto, davvero mi straziano. Essi co-appartengono ad una comunità di rivoltanti e riesco a notare solo la loro non-appartenenza a niente, a nessuna delle identità che ho ben imparato, io come il governante, a gestire, a riconoscere. Si rivoltano in un preciso punto, lì dove sono; infiammano uno spazio elevandolo come luogo rivoltato e rivoltante. Se si muovono non investono i punti simbolo del Potere, non cercano di assaltare il Palazzo d’Inverno, di conquistare una collina, di sfondare il cordone di sbirri fino alla piazza; agiscono fermi nella loro posizione, nei loro quartieri e li illuminano. Non capisco più nulla, ho bisogno di un nesso causa-efetto. Che diavolo fanno? Chi sono? Cosa vogliono?
La tele, solo la tele può salvarmi, lei sa tutto…Ah! Ecco spiegato tutto! Il giornalista ha riferito il comunicato che i quadri dell’esercito ed i politici hanno diramato. Erano infatti degli anarchici greci. Dei giovani immigrati delle banlieu parigine. Dei minatori cinesi. Non era possibile accogliere le loro rivendicazioni perché non ne avevano, o forse erano disperse nel fiume di collera che riversavano. Se si fossero presentati rigorosamente con il cartellino recante nome, sesso, ruolo, affiliazione politica ecc. ed avessero civilmente sfilato nei cortei organizzati dai sindacati, avremmo potuto calmarli con un po’ di panem et circenses. Un po’ di cibo biologico e la partita di calcio. Non ti senti più rilassato ora? Io si.
The.verza

Piazza Dante, primo Giugno, ennesima insurrezione sventata.

Doverose congratulazioni alle Forze dell’ordine che la sera di mercoledì primo Giugno hanno sventato l’ennesima insurrezione che decine di giovani garibaldini, al grido di “Josè, mi amor!”, stavano tentando di mettere in atto armati di due chitarre e un bonghetto.
Una vera prova di coraggio di Polizia, Carabinieri e Finanza che, presenti sul luogo con cinque veicoli posteggiati, dapprima hanno impedito a due camicie rosse di issare uno striscione volgare ed eticamente ripudiabile sul pericoloso tema dell’acqua pubblica; subito dopo, circa un’ora e mezza dopo, hanno bloccato un ragazzo, riconosciuto come il nipote di Pisapia, che si stava accingendo ad orinare in un vaso di fiori rossi; infine, a nulla è valso il tentativo di un serial-bongo-man di sedersi scomposto su una sedia di un banchetto presente in piazza, dopo che otto poliziotti, spegnendo la musica dello stereo, lo hanno fatto rimanere senza sedia e lo hanno costretto, per punizione, a baciare una ragazza sulla bocca.
Alla fine della serata, le Forze dell’ordine, dopo essersi multate a vicenda per divieto di sosta, hanno abbandonato Piazza Dante, garantendo, una volta di più, la sicurezza che i cittadini veronesi, dai loro divani, ruttando, chiedono a gran voce.

Riccardo

>Piazza Dante, primo Giugno, ennesima insurrezione sventata.

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Doverose congratulazioni alle Forze dell’ordine che la sera di mercoledì primo Giugno hanno sventato l’ennesima insurrezione che decine di giovani garibaldini, al grido di “Josè, mi amor!”, stavano tentando di mettere in atto armati di due chitarre e un bonghetto.
Una vera prova di coraggio di Polizia, Carabinieri e Finanza che, presenti sul luogo con cinque veicoli posteggiati, dapprima hanno impedito a due camicie rosse di issare uno striscione volgare ed eticamente ripudiabile sul pericoloso tema dell’acqua pubblica; subito dopo, circa un’ora e mezza dopo, hanno bloccato un ragazzo, riconosciuto come il nipote di Pisapia, che si stava accingendo ad orinare in un vaso di fiori rossi; infine, a nulla è valso il tentativo di un serial-bongo-man di sedersi scomposto su una sedia di un banchetto presente in piazza, dopo che otto poliziotti, spegnendo la musica dello stereo, lo hanno fatto rimanere senza sedia e lo hanno costretto, per punizione, a baciare una ragazza sulla bocca.
Alla fine della serata, le Forze dell’ordine, dopo essersi multate a vicenda per divieto di sosta, hanno abbandonato Piazza Dante, garantendo, una volta di più, la sicurezza che i cittadini veronesi, dai loro divani, ruttando, chiedono a gran voce.

Riccardo

I baffi

Oggi mi sono svegliato coi baffi. Ridevo coi polmoni ancora stanchi dal sonno. Uscendo e passeggiando per il quartiere pensavo ai passanti. Ogni tanto sorridevo da solo. Pensavo di vedere facce divertite o quanto meno sorrisi. Invece niente. Credevano tutti che portassi i baffi sul serio.
Nel pomeriggio ho cominciato la riabilitazione della caviglia A e del polpaccio B. Sono andato ad inciampare con il legno a pochi isolati da casa. Con i baffi. Di sicuro, pensavo, la gente con cui mi trovo a inciampare non è così credulona. Mi si avvicineranno e sorridendo mi faranno qualche battuta in slang, battendo il cinque col pugnetto e via. Così mi appropinquo. Due li ho già visti, uno no. Mi danno il cinque col pugnetto. Sorriso e.. salutino. Niente risate, niente smorfie, niente che mi faccia capire che hanno capito. Ho trovato la cosa talmente strana che ho pure sospettato di non averli più. Ma nel portare le mani alla bocca per scaldarle, sentivo che i baffi c’erano ancora. E allora perché tutti si ostinano a fare finta di nulla? Ho cercato di riflettere fra un inciampo e l’altro, mostrandomi distratto e confuso. Poi una pausetta seduto sul marmo freddo deve avermi raffreddato il cerebro. Tutto s’è fatto più chiaro.
L’illuminazione: non sono l’unico a portare qualcosa per finta. La contro-prova mi è passata davanti nello stesso istante: una ragazza vestita da manichino portava dei capelli mossi, un po’ biondi e un po’ scuri. Senza dubbio era una finta: di solito porta di per certo capelli un po’ più lunghi e castani. Così mi sono girato verso Pedro. Di sicuro lui normalmente ha la barba. Quello in parte che è appena inciampato di solito di sicuro porta i baffi. Per non parlare del barbuto dall’altra parte della strada: chi vuole fregare? La sua quotidianità è il pizzetto.

Lo zio