ELOGIO DELLA CAPRA

da Traghetto Mangiamerda

“Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.”
Wislawa Szymborska

Vertigine. Non esattamente paura, piuttosto primordiale attrazione che su di noi esercita il vuoto, atavico istinto che ci spinge oltre l’egida di apollineo Apollo, quello degli strali come pensieri – o forse, più prosaicamente, accidiosa pulsione all’autodistruzione che chiude gli occhi e apre il cuore, e ci fa dimentichi di noi stessi. E, certo, paura di questa stessa pulsione.
Qualcosa di analogo provo ogni volta davanti al foglio bianco, incorrotto, anche solo per un momento, prima di scrivere. Poi torno a scorgermi: la metafora ha fatto il suo dovere, l’analogia dovrebbe cadere.

 


Ma stavolta per un po’ voglio restare, accoccolarmi nella metafora: esiste una non sottile linea di confine, momento di poesis estrema, fugace condizione che precede la razionalizzazione del nulla, Kant ancora non è intervenuto col suo rassicurante sguardo, il baratro non ha un nome e l’ebrezza non conosce la paura di sé, la vertigine.
Mi fermo qui, sul ciglio del precipizio: con le capre. E come capra sto, sapendo di me e dello spazio verticale sotto con quella conoscenza che ancora non approda al soglio di umana ratio, che chiameremo fascinazione, concessa per così dire soltanto al corpo, ai sensi.
Ma non è facile essere capra di questi tempi.
Questo momento passa, è un istante. Poi mi abbandono all’abisso, lancio nel vuoto la mia riflessione – che solo da questo picco, il più alto, può essere lanciata.
Mi lascio andare con goffo volo, e temo sempre di sbagliarmi. Del resto, nel tuffarmi nell’unicum che l’altro da sé comporta, rischio in ogni momento di perdere il filo che mi lega a me stesso, e mi tocca affidarmi all’istinto. Ma so di non sbagliarmi.
Avverto una paura. C’è una paura nell’aria, un diffuso timore che non si manifesta se non lo si nomina, che non saprei come nominare
esattamente; che mi provo a descrivere, cominciando da ciò che dall’acqua affiora.


Politica. Fastidio, disagio, inadeguatezza, forse noia. O, appunto, paura. E’ un tremore sensibile quello che si respira al solo pronunciare questa parola, si è costretti a stare attenti, a non usarla se non in caso di estrema necessità. I motivi sono diversi, e in buona misura legittimi: all’idea di politica riesce più immediato associare il modello democratico in uso – come si è visto, fallace e ottimizzabile – con speciale riferimento ai giochi di potere che sono quanto di più lontano dall’interesse e dall’effettiva conoscenza del cittadino, quando non perfino la politica particolare di questo governo – e in questo caso una presa di distanza derivata dal disgusto sarebbe quantomeno comprensibile.
Ma più a fondo questo pavido e accidioso arretrare credo denoti una fuga di responsabilità (che rivela – nonostante tutto – sussunto il concetto di politica come abitazione della polis, contratto di relazione con il sociale), che è a sua volta indizio di qualcosa di ben più grave e radicato, direi patologico: il rifiuto – nonché la difficoltà oggettiva – di riflettere (soffermarsi a riflettere) sulla propria condizione. Questo accade quando per l’individuo l’introspezione si muta in utilitaristica endoscopia, quando il sistema lavora contro con inesorabile disegno, quando non c’è tempo.
Ci immergiamo. Nuotiamo trattenendo il fiato nel sempre meno poliforme e colorato fondale dell’istruzione: scorgiamo, come pesci dalla vista scissa, giovani studenti che attraversano umbratili le università italiane, sgusciano via. Entrano il mattino, escono la sera, seguono qualche lezione e nel breve giro di tre, cinque anni la risacca li lascia a riva – e non so dire se evoluti anfibi zamputi, o riversi su un lato, boccheggianti.
Essere studente significa vivere una convalescenza o un accidente di privilegio che prima o poi finirà, una fase sentita – non a torto – come transitoria. Non a torto. Ma la conseguenza più deteriore è appunto la perdita di un’occasione di intelligenza di sé e dell’epoca, attraversati per così dire a testa bassa, come muli da soma.
Io preferisco la capra. Fiera, ostinata, con un destino di saggezza scritto nella barbetta ispida, la capra si staglia con petto impavido davanti al vuoto, davanti al vuoto per tutta la sua vita caprina, e non ha paura di abitare quello stato dell’animo che ho chiamato fascinazione: è questo stato dell’animo che ci è privato, che rifuggiamo con viltà, questo intervallo fra la percezione del vuoto e il suo concetto. Così il vuoto smette di esistere, ma solo perché ne viene meno il sentimento, è un’illusoria ninna-nanna che ci lascia sul viso un disimpegnato sorriso di soddisfazione, beati dormienti.
Avvertire lo scarto fra sé e il reale dovrebbe essere l’unico viatico possibile per un’azione che ci restituisca un peso sociale, che ci renda presenti a noi stessi con coscienza, con voglia. Ma a noi stessi siamo lasciati, vittime prime di un’idea (e di una prassi) di cultura che si vuole necessariamente settoriale e utilitaristica, idea che porta a limitare la nostra libertà all’orizzonte che solo ci deve competere, una cultura dalle spalle strette ed esili, che non dà gli strumenti per farsi abitatori della polis fin da studenti, e che educa al minuto operare per l’immediato e solipsistico ritorno.
Come riuscire a riflettere sulla propria condizione, dove trovare la forze? Perché farlo?
Non è facile affrancarsi dall’abitudine di un pensiero dal fiato corto, alzarsi ad alta quota, di questi tempi: non è facile essere capra.
Ma possiamo tentare – questo giornale è un tentativo, non sarà il solo – con la forza e la debolezza che attingiamo dall’essere in qualche modo maieuti di noi stessi, consapevoli di abitare una società che si modella anche sul calco della nostra presenza.
Rifiutare di essere solo padroni del nostro destino, cominciare ad essere padroni del nostro presente, fin da ora: questo vogliamo, come capre.

Andrea Masotti

>ELOGIO DELLA CAPRA

>da Traghetto Mangiamerda

“Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.”
Wislawa Szymborska

Vertigine. Non esattamente paura, piuttosto primordiale attrazione che su di noi esercita il vuoto, atavico istinto che ci spinge oltre l’egida di apollineo Apollo, quello degli strali come pensieri – o forse, più prosaicamente, accidiosa pulsione all’autodistruzione che chiude gli occhi e apre il cuore, e ci fa dimentichi di noi stessi. E, certo, paura di questa stessa pulsione.
Qualcosa di analogo provo ogni volta davanti al foglio bianco, incorrotto, anche solo per un momento, prima di scrivere. Poi torno a scorgermi: la metafora ha fatto il suo dovere, l’analogia dovrebbe cadere.

 


Ma stavolta per un po’ voglio restare, accoccolarmi nella metafora: esiste una non sottile linea di confine, momento di poesis estrema, fugace condizione che precede la razionalizzazione del nulla, Kant ancora non è intervenuto col suo rassicurante sguardo, il baratro non ha un nome e l’ebrezza non conosce la paura di sé, la vertigine.
Mi fermo qui, sul ciglio del precipizio: con le capre. E come capra sto, sapendo di me e dello spazio verticale sotto con quella conoscenza che ancora non approda al soglio di umana ratio, che chiameremo fascinazione, concessa per così dire soltanto al corpo, ai sensi.
Ma non è facile essere capra di questi tempi.
Questo momento passa, è un istante. Poi mi abbandono all’abisso, lancio nel vuoto la mia riflessione – che solo da questo picco, il più alto, può essere lanciata.
Mi lascio andare con goffo volo, e temo sempre di sbagliarmi. Del resto, nel tuffarmi nell’unicum che l’altro da sé comporta, rischio in ogni momento di perdere il filo che mi lega a me stesso, e mi tocca affidarmi all’istinto. Ma so di non sbagliarmi.
Avverto una paura. C’è una paura nell’aria, un diffuso timore che non si manifesta se non lo si nomina, che non saprei come nominare
esattamente; che mi provo a descrivere, cominciando da ciò che dall’acqua affiora.


Politica. Fastidio, disagio, inadeguatezza, forse noia. O, appunto, paura. E’ un tremore sensibile quello che si respira al solo pronunciare questa parola, si è costretti a stare attenti, a non usarla se non in caso di estrema necessità. I motivi sono diversi, e in buona misura legittimi: all’idea di politica riesce più immediato associare il modello democratico in uso – come si è visto, fallace e ottimizzabile – con speciale riferimento ai giochi di potere che sono quanto di più lontano dall’interesse e dall’effettiva conoscenza del cittadino, quando non perfino la politica particolare di questo governo – e in questo caso una presa di distanza derivata dal disgusto sarebbe quantomeno comprensibile.
Ma più a fondo questo pavido e accidioso arretrare credo denoti una fuga di responsabilità (che rivela – nonostante tutto – sussunto il concetto di politica come abitazione della polis, contratto di relazione con il sociale), che è a sua volta indizio di qualcosa di ben più grave e radicato, direi patologico: il rifiuto – nonché la difficoltà oggettiva – di riflettere (soffermarsi a riflettere) sulla propria condizione. Questo accade quando per l’individuo l’introspezione si muta in utilitaristica endoscopia, quando il sistema lavora contro con inesorabile disegno, quando non c’è tempo.
Ci immergiamo. Nuotiamo trattenendo il fiato nel sempre meno poliforme e colorato fondale dell’istruzione: scorgiamo, come pesci dalla vista scissa, giovani studenti che attraversano umbratili le università italiane, sgusciano via. Entrano il mattino, escono la sera, seguono qualche lezione e nel breve giro di tre, cinque anni la risacca li lascia a riva – e non so dire se evoluti anfibi zamputi, o riversi su un lato, boccheggianti.
Essere studente significa vivere una convalescenza o un accidente di privilegio che prima o poi finirà, una fase sentita – non a torto – come transitoria. Non a torto. Ma la conseguenza più deteriore è appunto la perdita di un’occasione di intelligenza di sé e dell’epoca, attraversati per così dire a testa bassa, come muli da soma.
Io preferisco la capra. Fiera, ostinata, con un destino di saggezza scritto nella barbetta ispida, la capra si staglia con petto impavido davanti al vuoto, davanti al vuoto per tutta la sua vita caprina, e non ha paura di abitare quello stato dell’animo che ho chiamato fascinazione: è questo stato dell’animo che ci è privato, che rifuggiamo con viltà, questo intervallo fra la percezione del vuoto e il suo concetto. Così il vuoto smette di esistere, ma solo perché ne viene meno il sentimento, è un’illusoria ninna-nanna che ci lascia sul viso un disimpegnato sorriso di soddisfazione, beati dormienti.
Avvertire lo scarto fra sé e il reale dovrebbe essere l’unico viatico possibile per un’azione che ci restituisca un peso sociale, che ci renda presenti a noi stessi con coscienza, con voglia. Ma a noi stessi siamo lasciati, vittime prime di un’idea (e di una prassi) di cultura che si vuole necessariamente settoriale e utilitaristica, idea che porta a limitare la nostra libertà all’orizzonte che solo ci deve competere, una cultura dalle spalle strette ed esili, che non dà gli strumenti per farsi abitatori della polis fin da studenti, e che educa al minuto operare per l’immediato e solipsistico ritorno.
Come riuscire a riflettere sulla propria condizione, dove trovare la forze? Perché farlo?
Non è facile affrancarsi dall’abitudine di un pensiero dal fiato corto, alzarsi ad alta quota, di questi tempi: non è facile essere capra.
Ma possiamo tentare – questo giornale è un tentativo, non sarà il solo – con la forza e la debolezza che attingiamo dall’essere in qualche modo maieuti di noi stessi, consapevoli di abitare una società che si modella anche sul calco della nostra presenza.
Rifiutare di essere solo padroni del nostro destino, cominciare ad essere padroni del nostro presente, fin da ora: questo vogliamo, come capre.

Andrea Masotti

Il ferro in bocca gli occhi gialli

Aprendo il recinto della capra
impossibilità di seguirla
La condizione: nessun possesso del futuro significa, in qualche modo, che questo strato temporale ulteriore – rispetto all’ora – è già divorato da qualcosa; presente in quanto fantasma, simulacro, scatola vuota. Tuttavia i confini rimangono. Ha pareti, soglie, recinzioni. La sagoma del futuro assomiglia all’ammasso di spigoli che costruisce il meccanismo, gli ingranaggi, la cosa meccanica. Qualcosa di assolutamente prodotto, fatto, definito, preciso. 

E’ tutto lì ed insieme è sempre più in avanti, in tensione verso la versione successiva, le ali in carbonio, le automobili in vetro, il masticatore di alimenti.

Si pone una diffioltà nel possesso di tale processo messianico, si aprono voragini nel possesso del presente, unicamente profetico e funzionale rispetto al progresso di dopodomani. Il sole dell’avvenire necessita di un sacrificio oggi. 
“Alzeremo la testa, finalmente, da ultimo, dopodomani.” Il minatore è stato convinto nelle litanie speranzose che precedono l’ingresso alla cava.
Accade così che il momento presente soffre di fame mentre il suo futuro è ingrassato e mangiato dalle macchine. C’è altro a cui pensare dunque, ora. Ogni attività corporea è dedicata alla ricerca di soluzioni per il vuoto nello stomaco. Riempire, riempirlo, colmare ogni buco creato nel corpo con additivi, protesi, integratori, soddisfatori. Finalmente anche il presente, lo stato di me, della mia carne è gonfiato. Tutto va bene. Ogni cosa è messa in sicurezza, nella giusta posizione dell’organismo e dunque reisco a reggermi sui piedi.

L’università italiana che viene attraversata da orde di studenti è mancante. (Nello scritto di Andrea della capra – a cui faccio riferimento – questo punto è illuminato). L’apertura del recinto può essere l’attimo denso di fermata nelle scale, nei corridoi, negli angoli, nelle aule, nei chiostri, ovunque. In una parola, forse, un certo modo di intendere cultura.

Tali arresti significano la messa in discussione di alcuni riempitivi del corpo presente. Giova, lo stomaco un poco si sgonfia, il movimento diviene più consapevole, si odono muscoli che erano sopiti da tempo. 
Il problema è tutto il resto del corpo, tutte le forme del presente che non hanno a che fare con i luoghi dell’istruzione, ogni singolo movimento dell’ochio, della mano, del piede, tra le case e le scuole. Non si tratta, credo, di semplici porzioni di esistenza (il tempo che quotidianamente spendo al di fuori delle istituzioni in cui sono – particolarmente – inserito: casa, scuola, lavoro) ma di tutto ciò che ha peso e determina politicamente il momento attuale. 
(A Palermo un uomo si incendia e muore a causa delle vessazioni subite dai vigili urbani che lo controllano nel suo commercio ambulante.) 
La pericolosa (stomaco che man mano si svuota) messa in discussione di ogni certezza attuale necessita di compagni che s’appartengono. Ora, corro alle spalle della capra, senza mai raggiungerla.                                                                                      Rughe

>Il ferro in bocca gli occhi gialli

>

Aprendo il recinto della capra
impossibilità di seguirla
La condizione: nessun possesso del futuro significa, in qualche modo, che questo strato temporale ulteriore – rispetto all’ora – è già divorato da qualcosa; presente in quanto fantasma, simulacro, scatola vuota. Tuttavia i confini rimangono. Ha pareti, soglie, recinzioni. La sagoma del futuro assomiglia all’ammasso di spigoli che costruisce il meccanismo, gli ingranaggi, la cosa meccanica. Qualcosa di assolutamente prodotto, fatto, definito, preciso. 

E’ tutto lì ed insieme è sempre più in avanti, in tensione verso la versione successiva, le ali in carbonio, le automobili in vetro, il masticatore di alimenti.

Si pone una diffioltà nel possesso di tale processo messianico, si aprono voragini nel possesso del presente, unicamente profetico e funzionale rispetto al progresso di dopodomani. Il sole dell’avvenire necessita di un sacrificio oggi. 
“Alzeremo la testa, finalmente, da ultimo, dopodomani.” Il minatore è stato convinto nelle litanie speranzose che precedono l’ingresso alla cava.
Accade così che il momento presente soffre di fame mentre il suo futuro è ingrassato e mangiato dalle macchine. C’è altro a cui pensare dunque, ora. Ogni attività corporea è dedicata alla ricerca di soluzioni per il vuoto nello stomaco. Riempire, riempirlo, colmare ogni buco creato nel corpo con additivi, protesi, integratori, soddisfatori. Finalmente anche il presente, lo stato di me, della mia carne è gonfiato. Tutto va bene. Ogni cosa è messa in sicurezza, nella giusta posizione dell’organismo e dunque reisco a reggermi sui piedi.

L’università italiana che viene attraversata da orde di studenti è mancante. (Nello scritto di Andrea della capra – a cui faccio riferimento – questo punto è illuminato). L’apertura del recinto può essere l’attimo denso di fermata nelle scale, nei corridoi, negli angoli, nelle aule, nei chiostri, ovunque. In una parola, forse, un certo modo di intendere cultura.

Tali arresti significano la messa in discussione di alcuni riempitivi del corpo presente. Giova, lo stomaco un poco si sgonfia, il movimento diviene più consapevole, si odono muscoli che erano sopiti da tempo. 
Il problema è tutto il resto del corpo, tutte le forme del presente che non hanno a che fare con i luoghi dell’istruzione, ogni singolo movimento dell’ochio, della mano, del piede, tra le case e le scuole. Non si tratta, credo, di semplici porzioni di esistenza (il tempo che quotidianamente spendo al di fuori delle istituzioni in cui sono – particolarmente – inserito: casa, scuola, lavoro) ma di tutto ciò che ha peso e determina politicamente il momento attuale. 
(A Palermo un uomo si incendia e muore a causa delle vessazioni subite dai vigili urbani che lo controllano nel suo commercio ambulante.) 
La pericolosa (stomaco che man mano si svuota) messa in discussione di ogni certezza attuale necessita di compagni che s’appartengono. Ora, corro alle spalle della capra, senza mai raggiungerla.                                                                                      Rughe

Torino e Bari: fughe fallite

Dentro al Cie di corso Brunelleschi, ieri sera, mentre le guardie erano impegnate a scortare fuori un ragazzo che si era tagliato i polsi, un gruppo di prigionieri ha tentato la fuga. 

Solo uno, però, è riuscito a scavalcare la prima recinzione ed è stato subito acchiappato e riempito di botte. Per protesta, questa mattina, altri due reclusi si sono tagliati.
Pure a Bari-Palese, stando a quanto afferma un quotidiano on-line, c’è stato un tentativo d’evasione andato male. Due reclusi, alla fine, sarebbero stati arrestati per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.
Aggiornamento ore 22.00. Sugli accadimenti di Bari non siamo riusciti a trovarvi un racconto di prima mano di quel che è successo. Ma abbiamo scoperto, però, quale è la versione della Polizia. Il tentativo di fuga sarebbe avvenuto mentre un gruppone di reclusi era in transito dalle aree abitative al campo di calcio della struttura: i due si sarebbero distaccati dal gruppo scagliandosi contro i marines del Battaglione San Marco che li stavano scortando nel tentativo di superare i soldati e poi scavalcare le recinzioni. Senza risultati, come sapete. Nei prossimi giorni, probabilmente sabato, si terrà al Tribunale di Bari l’udienza di convalida degli arresti.

>Torino e Bari: fughe fallite

>

Dentro al Cie di corso Brunelleschi, ieri sera, mentre le guardie erano impegnate a scortare fuori un ragazzo che si era tagliato i polsi, un gruppo di prigionieri ha tentato la fuga. 

Solo uno, però, è riuscito a scavalcare la prima recinzione ed è stato subito acchiappato e riempito di botte. Per protesta, questa mattina, altri due reclusi si sono tagliati.
Pure a Bari-Palese, stando a quanto afferma un quotidiano on-line, c’è stato un tentativo d’evasione andato male. Due reclusi, alla fine, sarebbero stati arrestati per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.
Aggiornamento ore 22.00. Sugli accadimenti di Bari non siamo riusciti a trovarvi un racconto di prima mano di quel che è successo. Ma abbiamo scoperto, però, quale è la versione della Polizia. Il tentativo di fuga sarebbe avvenuto mentre un gruppone di reclusi era in transito dalle aree abitative al campo di calcio della struttura: i due si sarebbero distaccati dal gruppo scagliandosi contro i marines del Battaglione San Marco che li stavano scortando nel tentativo di superare i soldati e poi scavalcare le recinzioni. Senza risultati, come sapete. Nei prossimi giorni, probabilmente sabato, si terrà al Tribunale di Bari l’udienza di convalida degli arresti.

Polvere Grigia e Sale

Libico mentre cade sabbia da ogni lato, ogni angolo di spiaggia e sale e vento e cadere. Con una spinta ciò che rimane retto poi cala, cede, crolla, squarcia i grani. Ondeggiano le tele, i vestiti, le coperture, già non più d’impegno, ancora, un fiato, odora, di cibo, ieri mangiavamo insieme rabbiosi. Il ricordo già divorato dall’accadimento, Libia, quello che ci separa. Un salto, il passaggio. Perchè corre il bambino? Quando si ferma è morto. Morto, morto d’inciampo, e fuoco, crepe nel muro, dietro alla calce l’erba, alle spalle dei fili la melma, il sangue le ossa. Spezzato ogni tessuto percorrendo il marciapiede la notte, di corsa, perchè corro mentre esplodo. Le gambe, cosa rimane, le mani stringono il collo, desidero finire, prima.
Libico, pensiero esausto, sulla sabbia, il mare, pianto d’aprile, scompaiono le strade, di polvere, lampioni già accesi, e la conchiglia perde il senso della stagione. 
Cado cedo picchiata in fondo al cemento. Testa infrange, poltiglia, marciume tra le labbra, il mio sangue, la mia pelle, il salto troppo in lungo, laddove arrivano solo le macchine, l’armamentario ed io già, pronto alla nuova tassonomia politica. Disperare no didascalico no didascalie no scritti no comprensione no analisi no niente cado, e dispero del tuo ventre aperto, io non esisto, già più da ieri, sabbia coperta vicino al mare. La nave lontana trascina chi ancora si regge, altrove. Identificami guardiano. Scava con le mani, mangerò anche le labbra della donna che t’attende la sera.

>Polvere Grigia e Sale

>

Libico mentre cade sabbia da ogni lato, ogni angolo di spiaggia e sale e vento e cadere. Con una spinta ciò che rimane retto poi cala, cede, crolla, squarcia i grani. Ondeggiano le tele, i vestiti, le coperture, già non più d’impegno, ancora, un fiato, odora, di cibo, ieri mangiavamo insieme rabbiosi. Il ricordo già divorato dall’accadimento, Libia, quello che ci separa. Un salto, il passaggio. Perchè corre il bambino? Quando si ferma è morto. Morto, morto d’inciampo, e fuoco, crepe nel muro, dietro alla calce l’erba, alle spalle dei fili la melma, il sangue le ossa. Spezzato ogni tessuto percorrendo il marciapiede la notte, di corsa, perchè corro mentre esplodo. Le gambe, cosa rimane, le mani stringono il collo, desidero finire, prima.
Libico, pensiero esausto, sulla sabbia, il mare, pianto d’aprile, scompaiono le strade, di polvere, lampioni già accesi, e la conchiglia perde il senso della stagione. 
Cado cedo picchiata in fondo al cemento. Testa infrange, poltiglia, marciume tra le labbra, il mio sangue, la mia pelle, il salto troppo in lungo, laddove arrivano solo le macchine, l’armamentario ed io già, pronto alla nuova tassonomia politica. Disperare no didascalico no didascalie no scritti no comprensione no analisi no niente cado, e dispero del tuo ventre aperto, io non esisto, già più da ieri, sabbia coperta vicino al mare. La nave lontana trascina chi ancora si regge, altrove. Identificami guardiano. Scava con le mani, mangerò anche le labbra della donna che t’attende la sera.

Il Primo Volo

da http://fortresseurope.blogspot.com

Aeroporto di Lampedusa. Ore sedici. Arrivano a gruppetti di dieci, in fila indiana, non hanno valigie e sono scortati dalla polizia. Camminano fieri e a testa alta, ma sul volto trapela l’emozione. Per molti infatti è la prima volta che salgono su un aereo. Sono i ragazzi tunisini sbarcati sull’isola. Sono a Lampedusa da due settimane. E finalmente hanno ottenuto il trasferimento nei centri di accoglienza di Bari e Crotone.


Dalla parete a vetri si vede l’aereo della Eurofly che effettuerà il volo. In mezzo a loro ci sono dei ragazzini che non dimostrano più di quindici o sedici anni. Hanno diritto a essere accolti in un centro per minori. Ma al diritto preferiscono l’avventura. Anche perché è più sicura. Per la legge sono minori non accompagnati. Ma sulle barche con cui sono arrivati non erano da soli. C’è chi è venuto col fratello, chi con lo zio, e chi con gli amici del quartiere. Gente di cui si fidano ciecamente, e con cui continueranno il viaggio, verso la Francia. Hanno facce emozionate. E fissano il metal detector come se fosse l’ennesima sfida. Neanche fosse un rito di iniziazione. Una volta passati di là dai controlli e saliti sull’aereo, si diventa uomini. Si diventa stranieri, la vita sarà dura, tutti lo sanno, ma è per lottare che sono partiti.

E fa sorridere che faccia quasi più timore l’aereo del viaggio in mare. Neanche Reda sa bene che effetto gli farà volare. Eppure di esperienze ne ha fatte nella vita. Tre anni in Libia, tra Khums e Misratah a lavorare come pescatore. Poi il ritorno in Tunisia a Zarzis con un lavoro a tempo pieno come portiere nell’agenzia italiana del Blu Club Diana, con i turisti. E infine la decisione di partire. Improvvisa e avventurosa. Dalla prima volta che ne hanno parlato in un bar del quartiere al giorno in cui hanno preso il largo, sono passate 72 ore. E hanno fatto tutto da soli. Niente samsara, niente intermediari. E lui lo sa bene perché la barca l’ha guidata. Era l’unico pescatore e l’unico quindi in grado di farlo. Me lo ha raccontato insieme agli altri passeggeri dell’imbarcazione. Tutti amici e vicini di casa. Hanno fatto
una colletta per le spese, hanno comprato una barca con un motore 45 cavalli e ci sono saliti in 29. Per il viaggio, scherza oggi Reda, le scorte indispensabili sono tre: il carburante per il motore, l’acqua per
bere e un po’ di hashish per rilassarsi. E lui ne avrà avuto parecchio bisogno, visto che sono rimasti in mare 40 ore, senza bussola e con il gps scarico di batterie dopo i primi due giorni. Dice che per non far
preoccupare gli altri, abbia fatto finta di niente, e abbia raccontato la verità solo dopo aver raggiunto con grande fortuna il porto di Lampedusa.

E viene da dirgli grazie. Grazie di essere partiti lo stesso, grazie di aver violato le leggi. Perchè nel mondo contemporaneo, fatto di centinaia di milioni di persone che ogni giorno viaggiano da un angolo
all’altro del pianeta per lavoro, studio, famiglia, piacere o amore, è così antistorica l’idea di impedire alla gente di potersi spostare. In un mondo dove ognuno di noi ha relazioni affettive, lavorative o
identitarie con qualcuno o qualcosa dall’altra parte del mondo, è antistorico che qualcuno possa spostarsi e altri no. E allora benvenuti ragazzi e buona fortuna. Perché il viaggio continua.

Reda, il portiere pescatore di Zarzis, è diretto in Francia. Si è appena fatto spedire 200 euro dal fratello che sta a Parigi alla posta di Lampedusa con un prestanome italiano. Serviranno per il biglietto del treno fino a Ventimiglia. Yassin invece si ferma a Milano e lì lo viene a prendere la sua fidanzata francese, Marie. Si sono conosciuti a Zarzis, quando lei era in vacanza. Mi mostra un sms, in francese, dice: “Amore meglio che mi aspetti a Milano, mi manchi, baci”. E poi c’è Mohamed che la ragazza l’ha lasciata in Olanda. Sì perché lui in Europa c’è già stato, si è fatto due anni a Parigi prima di essere espulso. E poi c’è Amr, che è un altro dell’equipaggio di Zarzis di Reda. Lui però è l’unico che rimarrà in Sicilia. A Palermo vive il fratello. E lo ospiterà lui appena arrivato. Intanto si arrangia con i risparmi che si è portato dietro. Duecento dinari, più o meno cento euro, in banconote di piccolo taglio, stropicciate dai troppi giorni tenute in tasca.

Altri Reda, altri Mohamed, altri Yassin e altri Amr arriveranno nei prossimi giorni, quando il mare tornerà bello. Perché oggi mette mare molto mosso, con vento di 40 nodi e onde di tre o quattro metri. Le ultime due barche le hanno soccorse ieri al largo dell’isola. Una con 197 persone, tra cui tre donne incinte, e l’altra con 36 uomini, salvati da un peschereccio di Mazara del Vallo poche ore prima che il mare si facesse davvero pericoloso.