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Che l’irrappresentabile esista e faccia comunità senza presupposti né condizioni di appartenenza (come una molteplicità inconsistente, nei termini di Cantor), questa è precisamente la minaccia con cui lo Stato non è disposto a venire a patti. La singolarità qualunque, che vuole appropriarsi dell’appartenenza stessa, del suo stesso essere-nel-linguaggio e declina, per questo, ogni identità e ogni condizione di appartenenza, è il nuovo protagonista, non soggettivo né socialmente consistente, della politica che viene. Dovunque queste singolarità manifesteranno pacificamente il loro essere comune, vi sarà una Tienanmen e, prima o poi, compariranno i carri armati.

Giorgio Agamben  

Che cos’è una Jeune-Fille?

Se con ‘dispositivo’ intendiamo qualsiasi cosa che agisca nel catturare e governare l’esistenza stessa delle singolarità viventi, si potrebbe allora contrassegnare la Jeune-Fillecome il dispositivo più radicale che sia mai stato dispiegato, nella microfisica del potere, allo scopo di rendere i corpi politicamente inoffensivi. Per quanto essa abbia elevato il desiderio, la seduzione, la giovinezza e la sensualità al rango di macchine da guerra, l’esistenza della Jeune-Fille, estremamente docile e malleabile rispetto ad ogni spinta e ad ogni pressione, ricorda più la duttilità della materia molle che la resistenza informe insita nella carne: se la seconda coincide con l’aver luogo di incessanti metamorfosi, la prima non è altro che la sua copia diabolica, il luogo accogliente e privilegiato di infinite identificazioni, di contraddittori processi di iper-soggettivazione (e, dunque, di iper-assoggettamento).
L’estensione del dispositivo della Jeune-Fillea tutte le categorie sociali prolifera di pari passo con il recupero radicale di ogni scarto – di ogni parte maledetta, secondo le parole di Bataille – da parte del capitale e della macchina economica. Sostenuta dal diffondersi capillare di un etero-fallo-centrismo in grado di permeare e riterritorializzare anche il più infimo dei rapporti sociali – secondo un movimento che porta a considerare ogni esistente, e dunque anche se stessi, come puro accessorio disponibile al proprio (?) desiderio -, ogni Jeune-Fille il proprio essere in situazione non tanto come una costante situazione di crisi, bensì come un campo di battaglia in cui il politico deve costantemente essere immunizzato attraverso il susseguirsi delle individuazioni. Ogni individuazione si riversa così senza sosta nell’infinità virtualità di relazioni che permette ad ogni cosa la puntuale attribuzione di un rapporto e di un valore. Borghesi e drogati, adolescenti, donne, criminali, politici e rivoluzionari. E ancora: modelle, omosessuali, padri di famiglia, studenti, artisti. La Jeune-Filleè la veste gloriosa e perfettamente apparente attraverso la quale si perpetra nel mondo ridotto a spettacolola cosmesi della catastrofe antropocentrica. Veste privilegiata ed ambita, massimamente desiderata: quello che nella Jeune-Fillesopravanza rispetto al concetto ingenuo di dominazioneè infatti la preminenza della cura del sé, dell’endosorveglianza, rispetto alla semplice costrizione. La posta in gioco è nientemeno che quella del controllo totale – e totalitario – di ogni singolo frammento di vita, la sua inclusione nelle relazioni di potere, la sua sottomissione nel processo di antropomorfosi del capitale (dopotutto, cos’è la Jeune-Fillese non il compimento al massimo grado del concetto di capitale umano?). Ecco allora la strategia della Jeune-Fille: similmente a quanto accade per ciò che chiamiamo «’umano», essa tenta di contrarre la propria natura in pura tautologia, a tal punto essa trova nella propria rappresentazione, nel proprio spettacolo, tanto la sua più intima giustificazione quanto la sua più diretta teleologia. Ed è proprio in questo sotterfugio che si smaschera la portata costitutivamente umana del suo valore: «La Jeune-Fille è il presente, e forse già il passato, dell’uomo». Essa segna la nostra cattura in quel dispositivo di assoggettamento rispetto al quale siamo già da sempre in ritardo.

Marco

>Che cos’è una Jeune-Fille?

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Se con ‘dispositivo’ intendiamo qualsiasi cosa che agisca nel catturare e governare l’esistenza stessa delle singolarità viventi, si potrebbe allora contrassegnare la Jeune-Fillecome il dispositivo più radicale che sia mai stato dispiegato, nella microfisica del potere, allo scopo di rendere i corpi politicamente inoffensivi. Per quanto essa abbia elevato il desiderio, la seduzione, la giovinezza e la sensualità al rango di macchine da guerra, l’esistenza della Jeune-Fille, estremamente docile e malleabile rispetto ad ogni spinta e ad ogni pressione, ricorda più la duttilità della materia molle che la resistenza informe insita nella carne: se la seconda coincide con l’aver luogo di incessanti metamorfosi, la prima non è altro che la sua copia diabolica, il luogo accogliente e privilegiato di infinite identificazioni, di contraddittori processi di iper-soggettivazione (e, dunque, di iper-assoggettamento).
L’estensione del dispositivo della Jeune-Fillea tutte le categorie sociali prolifera di pari passo con il recupero radicale di ogni scarto – di ogni parte maledetta, secondo le parole di Bataille – da parte del capitale e della macchina economica. Sostenuta dal diffondersi capillare di un etero-fallo-centrismo in grado di permeare e riterritorializzare anche il più infimo dei rapporti sociali – secondo un movimento che porta a considerare ogni esistente, e dunque anche se stessi, come puro accessorio disponibile al proprio (?) desiderio -, ogni Jeune-Fille il proprio essere in situazione non tanto come una costante situazione di crisi, bensì come un campo di battaglia in cui il politico deve costantemente essere immunizzato attraverso il susseguirsi delle individuazioni. Ogni individuazione si riversa così senza sosta nell’infinità virtualità di relazioni che permette ad ogni cosa la puntuale attribuzione di un rapporto e di un valore. Borghesi e drogati, adolescenti, donne, criminali, politici e rivoluzionari. E ancora: modelle, omosessuali, padri di famiglia, studenti, artisti. La Jeune-Filleè la veste gloriosa e perfettamente apparente attraverso la quale si perpetra nel mondo ridotto a spettacolola cosmesi della catastrofe antropocentrica. Veste privilegiata ed ambita, massimamente desiderata: quello che nella Jeune-Fillesopravanza rispetto al concetto ingenuo di dominazioneè infatti la preminenza della cura del sé, dell’endosorveglianza, rispetto alla semplice costrizione. La posta in gioco è nientemeno che quella del controllo totale – e totalitario – di ogni singolo frammento di vita, la sua inclusione nelle relazioni di potere, la sua sottomissione nel processo di antropomorfosi del capitale (dopotutto, cos’è la Jeune-Fillese non il compimento al massimo grado del concetto di capitale umano?). Ecco allora la strategia della Jeune-Fille: similmente a quanto accade per ciò che chiamiamo «’umano», essa tenta di contrarre la propria natura in pura tautologia, a tal punto essa trova nella propria rappresentazione, nel proprio spettacolo, tanto la sua più intima giustificazione quanto la sua più diretta teleologia. Ed è proprio in questo sotterfugio che si smaschera la portata costitutivamente umana del suo valore: «La Jeune-Fille è il presente, e forse già il passato, dell’uomo». Essa segna la nostra cattura in quel dispositivo di assoggettamento rispetto al quale siamo già da sempre in ritardo.

Marco

Domani è un altro giorno, si ricomincia

Ieri è stato un giorno triste. Per l’università, per la ricerca, per tutta l’istruzione italiana. Siamo in tanti, anche qua a Verona, a recepire con sconforto e rabbia quest’ultimo indegno colpo inferto a tutti noi che abbiamo a cuore la cultura: una riforma grossolana e profondamente ingiusta, che diminuisce la trasparenza, che taglia fondi, che si preoccupa solo di dire quanti soldi saranno stanziati senza dire quanti in realtà ne sono stati tolti, che nonostante quanto dice la Ministra Gelmini, la quale sostiene che non sarebbero state toccate le borse di studio, le ha tagliate del 90% ledendo il diritto allo studio di noi studenti. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli problemi di questa riforma, e stare qui a ripeterli tutti uno per uno si finirebbe soltanto di essere prolissi e ripetitivi.
Siamo in tanti a Verona, a dispetto di quanto ritiene – o finge di ritenere – il rettore del nostro ateneo, intervistato su queste pagine qualche giorno fa. Verona è attiva e si muove a tutti i livelli: studenti, professori e ricercatori sono uniti in iniziative le cui modalità non concedono spazio a critiche. Mentre Mazzucco, facendo eco al ministro Gelmini, in riferimento alle altre università parla di “manifestanti di professione”, colpevolmente evita di ricordare che anche nel nostro ateneo i ricercatori hanno aderito allo sciopero della didattica, che anche qua sono state organizzate manifestazioni che hanno coinvolto tutte le facoltà, incursioni teatrali, assemblee, presidi. In questi giorni inoltre, sulla scia degli altri atenei d’Italia, sono state messe in atto tre occupazioni simboliche: dell’Arena, della torre dei Lamberti e del tetto della facoltà di Scienze.
Mobilitazioni che hanno visto insieme docenti e studenti, e che evidentemente è più comodo ignorare che riconoscere. A tal proposito, tra le varie iniziative portate avanti ci teniamo a ricordare una raccolta firme, arrivata in pochi giorni oltre le 1500 adesioni, avviata al fine di chiedere al rettore di indire con urgenza un’assemblea di ateneo: la richiesta, civile e sacrosanta, è partita dai ricercatori di Verona ed è stata sostenuta da tutte le componenti dell’università, per ottenere un momento in cui il nostro rettore venga chiamato a confrontarsi con i suoi docenti e i suoi studenti in merito alle sue posizioni, e a spiegare a quale titolo ritenga che in questa riforma vi siano – secondo quanto lui stesso dichiara nell’articolo succitato – “alcuni elementi di miglioramento rispetto alla situazione veramente caotica di oggi”. Un’assemblea che sia un’occasione di dialogo, in cui venga spiegato cosa accadrà ora al nostro ateneo con l’approvazione di questa riforma. Si auspica che Mazzucco, finora dimostratosi impermeabile ed elusivo di fronte a questa richiesta, sia a questo punto sensibile all’esigenza di trasparenza di più di 2000 tra studenti, ricercatori, personale tecnico e docenti.
Rimaniamo convinti, anche e tanto più a riforma approvata, che un dialogo aperto e chiaro sia un punto di partenza necessario per la costruzione di un’università informata e cosciente, critica e consapevole.
Verona, 1 dicembre – studenti e studentesse

>Domani è un altro giorno, si ricomincia

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Ieri è stato un giorno triste. Per l’università, per la ricerca, per tutta l’istruzione italiana. Siamo in tanti, anche qua a Verona, a recepire con sconforto e rabbia quest’ultimo indegno colpo inferto a tutti noi che abbiamo a cuore la cultura: una riforma grossolana e profondamente ingiusta, che diminuisce la trasparenza, che taglia fondi, che si preoccupa solo di dire quanti soldi saranno stanziati senza dire quanti in realtà ne sono stati tolti, che nonostante quanto dice la Ministra Gelmini, la quale sostiene che non sarebbero state toccate le borse di studio, le ha tagliate del 90% ledendo il diritto allo studio di noi studenti. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli problemi di questa riforma, e stare qui a ripeterli tutti uno per uno si finirebbe soltanto di essere prolissi e ripetitivi.
Siamo in tanti a Verona, a dispetto di quanto ritiene – o finge di ritenere – il rettore del nostro ateneo, intervistato su queste pagine qualche giorno fa. Verona è attiva e si muove a tutti i livelli: studenti, professori e ricercatori sono uniti in iniziative le cui modalità non concedono spazio a critiche. Mentre Mazzucco, facendo eco al ministro Gelmini, in riferimento alle altre università parla di “manifestanti di professione”, colpevolmente evita di ricordare che anche nel nostro ateneo i ricercatori hanno aderito allo sciopero della didattica, che anche qua sono state organizzate manifestazioni che hanno coinvolto tutte le facoltà, incursioni teatrali, assemblee, presidi. In questi giorni inoltre, sulla scia degli altri atenei d’Italia, sono state messe in atto tre occupazioni simboliche: dell’Arena, della torre dei Lamberti e del tetto della facoltà di Scienze.
Mobilitazioni che hanno visto insieme docenti e studenti, e che evidentemente è più comodo ignorare che riconoscere. A tal proposito, tra le varie iniziative portate avanti ci teniamo a ricordare una raccolta firme, arrivata in pochi giorni oltre le 1500 adesioni, avviata al fine di chiedere al rettore di indire con urgenza un’assemblea di ateneo: la richiesta, civile e sacrosanta, è partita dai ricercatori di Verona ed è stata sostenuta da tutte le componenti dell’università, per ottenere un momento in cui il nostro rettore venga chiamato a confrontarsi con i suoi docenti e i suoi studenti in merito alle sue posizioni, e a spiegare a quale titolo ritenga che in questa riforma vi siano – secondo quanto lui stesso dichiara nell’articolo succitato – “alcuni elementi di miglioramento rispetto alla situazione veramente caotica di oggi”. Un’assemblea che sia un’occasione di dialogo, in cui venga spiegato cosa accadrà ora al nostro ateneo con l’approvazione di questa riforma. Si auspica che Mazzucco, finora dimostratosi impermeabile ed elusivo di fronte a questa richiesta, sia a questo punto sensibile all’esigenza di trasparenza di più di 2000 tra studenti, ricercatori, personale tecnico e docenti.
Rimaniamo convinti, anche e tanto più a riforma approvata, che un dialogo aperto e chiaro sia un punto di partenza necessario per la costruzione di un’università informata e cosciente, critica e consapevole.
Verona, 1 dicembre – studenti e studentesse

Fermarla si può, ora!

Da martedì prossimo alla Camera dei Deputati inizierà l’iter finale di approvazione del DDL “Gelmini” destinato a distruggere l’università e la ricerca pubblica di questo Paese. 
Esattamente 367 giorni fa a Torino occupammo il rettorato dell’Università per denunciare i rischi che questa proposta di legge si portava dietro. Essa racchiude in sé tutte le contraddizioni politiche e sociali che la nostra generazione si trova a dover combattere: un futuro fatto di precarietà; la cancellazione della democrazia dai processi decisionali; la finanziarizzazione della conoscenza; la ricerca insensata di profitto da ogni attività sociale e culturale. 
L’attacco, come ripetiamo senza sosta da almeno due anni, è sistematico: colpisce la struttura dell’università e al contempo ne azzera i fondi per ottenere un’obbligata privatizzazione. E sistematica è stata la risposta del mondo del sapere: siamo stati in grado di mettere in discussione le logiche del potere e la sua arroganza.
Siamo riusciti a minare un consenso trasversale che il DDL aveva riscontrato fin dalla sua presentazione; abbiamo smascherato una cantilenante retorica sul “merito”, dimostratasi un cavallo di troia per privatizzazioni, riduzione di diritti, torsioni autoritarie. Accanto allo strumentale discorso meritocratico proseguono i tagli al diritto allo studio, distruggendo così le prospettive di migliaia di studenti e studentesse che vedono loro negata la possibilità stessa di studiare. La presunta volontà di premiare i “migliori”, senza garantire le medesime opportunità a prescindere dalle condizione socio-economiche di partenza, appare ai nostri occhi una presa in giro ed evoca un’idea che credevamo
anacronistica: il classismo. 
Una prospettiva che intendiamo rifiutare perché richiama politiche di esclusione, innalza muri che ritenevamo abbattuti,
divide il paese tra chi può e chi non può. Oggi questo concetto lo troviamo scritto tra le righe di un DDL, rivendicato a male parole dai comunicati stampa del Ministero o dai “videomessaggi” su youtube.  
 Consapevoli della forza delle nostre ragioni abbiamo occupato il 17 novembre palazzo Campana, oggi sede di matematica e un tempo storico luogo delle mobilitazioni del sessantotto (fu una delle primissime ad essere occupata nel ’67, dando il “la” alla contestazione studentesca). E sempre per le medesime ragioni l’assemblea degli occupanti, riuniti in un’aula magna strapiena, ha deciso di praticare il blocco della didattica, modalità che a Torino non era più stata adottata da decenni.
Il livello di maturità espresso dagli studenti, dai ricercatori e  dai lavoratori apre profonde riflessioni sulle potenzialità di questo movimento: oggi più che mai in grado di invertire una rotta intrapresa da una politica pensata per avvantaggiare l’interesse dei pochi sull’interesse dei tanti. Superata l’onda, la mobilitazione del mondo della conoscenza è capace di esprimere posizioni articolate e radicali, necessarie risposte ai tanti problemi che attanagliano la nostra generazione, a partire dall’università. 
L’attuale opposizione frontale a questa legge, richiede pratiche che obbligano il mondo dell’università ad uno scatto di consapevolezza maggiore per rispondere, qui ed ora, a chi intende approvare la riforma. Oggi più che mai siamo (e dobbiamo essere) in grado di coniugare un’enorme potenzialità costruttiva, frutto anche delle sinergie con tutte le parti dell’università in mobilitazione, con una forte opposizione all’ennesimo (nel senso di ultimo, sia per il governo che per gli atenei) disegno legislativo calatoci dall’alto. 
 Martedì il DDL Gelmini sarà alla Camera per l’inizio della sua discussione e nel giro di pochi giorni potrebbe diventare Legge di Stato. In questi pochi giorni spetterà a noi impedire l’approvazione di una riforma che attenta al futuro di questo paese e della nostra generazione.
Pochi giorni in cui noi studenti, su tutti, abbiamo l’obbligo morale di riunire ed organizzare le forze per contrapporci radicalmente all’approvazione finale della legge Gelmini.
Da martedì 23 novembre dobbiamo occupare le università, bloccare la didattica, riempire le strade. 
Tutto il paese dovrà scegliere da che parte stare: con l’università pubblica o contro di essa!
Palazzo Campana Occupato
Torino, 20/11/2010

>Fermarla si può, ora!

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Da martedì prossimo alla Camera dei Deputati inizierà l’iter finale di approvazione del DDL “Gelmini” destinato a distruggere l’università e la ricerca pubblica di questo Paese. 
Esattamente 367 giorni fa a Torino occupammo il rettorato dell’Università per denunciare i rischi che questa proposta di legge si portava dietro. Essa racchiude in sé tutte le contraddizioni politiche e sociali che la nostra generazione si trova a dover combattere: un futuro fatto di precarietà; la cancellazione della democrazia dai processi decisionali; la finanziarizzazione della conoscenza; la ricerca insensata di profitto da ogni attività sociale e culturale. 
L’attacco, come ripetiamo senza sosta da almeno due anni, è sistematico: colpisce la struttura dell’università e al contempo ne azzera i fondi per ottenere un’obbligata privatizzazione. E sistematica è stata la risposta del mondo del sapere: siamo stati in grado di mettere in discussione le logiche del potere e la sua arroganza.
Siamo riusciti a minare un consenso trasversale che il DDL aveva riscontrato fin dalla sua presentazione; abbiamo smascherato una cantilenante retorica sul “merito”, dimostratasi un cavallo di troia per privatizzazioni, riduzione di diritti, torsioni autoritarie. Accanto allo strumentale discorso meritocratico proseguono i tagli al diritto allo studio, distruggendo così le prospettive di migliaia di studenti e studentesse che vedono loro negata la possibilità stessa di studiare. La presunta volontà di premiare i “migliori”, senza garantire le medesime opportunità a prescindere dalle condizione socio-economiche di partenza, appare ai nostri occhi una presa in giro ed evoca un’idea che credevamo
anacronistica: il classismo. 
Una prospettiva che intendiamo rifiutare perché richiama politiche di esclusione, innalza muri che ritenevamo abbattuti,
divide il paese tra chi può e chi non può. Oggi questo concetto lo troviamo scritto tra le righe di un DDL, rivendicato a male parole dai comunicati stampa del Ministero o dai “videomessaggi” su youtube.  
 Consapevoli della forza delle nostre ragioni abbiamo occupato il 17 novembre palazzo Campana, oggi sede di matematica e un tempo storico luogo delle mobilitazioni del sessantotto (fu una delle primissime ad essere occupata nel ’67, dando il “la” alla contestazione studentesca). E sempre per le medesime ragioni l’assemblea degli occupanti, riuniti in un’aula magna strapiena, ha deciso di praticare il blocco della didattica, modalità che a Torino non era più stata adottata da decenni.
Il livello di maturità espresso dagli studenti, dai ricercatori e  dai lavoratori apre profonde riflessioni sulle potenzialità di questo movimento: oggi più che mai in grado di invertire una rotta intrapresa da una politica pensata per avvantaggiare l’interesse dei pochi sull’interesse dei tanti. Superata l’onda, la mobilitazione del mondo della conoscenza è capace di esprimere posizioni articolate e radicali, necessarie risposte ai tanti problemi che attanagliano la nostra generazione, a partire dall’università. 
L’attuale opposizione frontale a questa legge, richiede pratiche che obbligano il mondo dell’università ad uno scatto di consapevolezza maggiore per rispondere, qui ed ora, a chi intende approvare la riforma. Oggi più che mai siamo (e dobbiamo essere) in grado di coniugare un’enorme potenzialità costruttiva, frutto anche delle sinergie con tutte le parti dell’università in mobilitazione, con una forte opposizione all’ennesimo (nel senso di ultimo, sia per il governo che per gli atenei) disegno legislativo calatoci dall’alto. 
 Martedì il DDL Gelmini sarà alla Camera per l’inizio della sua discussione e nel giro di pochi giorni potrebbe diventare Legge di Stato. In questi pochi giorni spetterà a noi impedire l’approvazione di una riforma che attenta al futuro di questo paese e della nostra generazione.
Pochi giorni in cui noi studenti, su tutti, abbiamo l’obbligo morale di riunire ed organizzare le forze per contrapporci radicalmente all’approvazione finale della legge Gelmini.
Da martedì 23 novembre dobbiamo occupare le università, bloccare la didattica, riempire le strade. 
Tutto il paese dovrà scegliere da che parte stare: con l’università pubblica o contro di essa!
Palazzo Campana Occupato
Torino, 20/11/2010