Deturnamenti deliranti di un mercoledì mattina‏

La televisione, è tutta lì la questione, tutta lì la questione. Guarda, ascolta, inginocchiati, prega, la pubblicità. Non produciamo più niente e nello stesso tempo produciamo troppo. Non serviamo più a niente e nello stesso tempo siamo troppo utili. Che cazzo ci stiamo a fare allora? Siamo dei consumatori. Ok, ok, compri un sacco di roba da bravo cittadino, però se non la compri che succede? Se non la compri che cosa sei? Un malato mentale, è un fatto. Se non compri la carta igienica, la macchina nuova, un frullatore computerizzato, un attrezzo elettrico per orgasmi multipli, un impianto stereo con le cuffie che ti spappolano il cervello, computer con attivazione vocale. Ok, oggi c’è il fai da te, il bio e tutte quelle cose che ti fanno stare a posto con la coscienza, ma cosa sono se non altre possibilità già belle che confezionate dalla società del consumo? Da tutto il meccanismo di certo non se ne può uscire finché le soluzioni ce le impacchetta il sistema stesso.

La televisione ci rende consumatori, certo. Ma il linguaggio procede di corpo in corpo e ciò che ora è affetto siamo noi tutti, le nostre vite. E di conseguenza il nostro modo di portarle. Siamo i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Quello che deve spaventare sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, le poche calorie. Sono solo oggetti nulla di più. Le cose che possiedi però, alla fine ti possiedono.
Ciò che ci aliena, ciò che somatizza la cifra collettiva e creatrice che da sempre ci abita è lo spettacolo, quel rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Una forma di assoggettamento psicologico totale, in cui ogni singolo individuo è isolato dagli altri. Magari nella propria auto o nel proprio salottino. O anche in spazi condivisi: la piazza è ormai solo luogo di passaggio; l’università è ormai solo un persorso individuale; se il commercio è sempre stato un momento di necessaria condivisione delle nostre vite, il supermercato è l’annulamento di ogni relazione. Annullamento degli incontri. E di certo il processo non è ancora finito nel momento in cui vengo installati i point24h, dove l’ultimo baluardo umano (cassiere/a) è sostituito dalla macchina erogatrice.
Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è inoltre il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l’economia. La mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quell’unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta.
Oramai però siamo arrivati ad un punto tale che è difficile anche solo pensare di cambiare radicalmente le cose. La società dello spettacolo è venuta a crearsi e si è consolidata in questo modo perchè noi glielo abbiamo permesso seguendola, subendola passivamente, con le soluzioni che ci forniva lei stessa, senza cercare di utilizzare al meglio i suoi canali – sempre che esista un utilizzo migliore.
Matte e ale

>Deturnamenti deliranti di un mercoledì mattina‏

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La televisione, è tutta lì la questione, tutta lì la questione. Guarda, ascolta, inginocchiati, prega, la pubblicità. Non produciamo più niente e nello stesso tempo produciamo troppo. Non serviamo più a niente e nello stesso tempo siamo troppo utili. Che cazzo ci stiamo a fare allora? Siamo dei consumatori. Ok, ok, compri un sacco di roba da bravo cittadino, però se non la compri che succede? Se non la compri che cosa sei? Un malato mentale, è un fatto. Se non compri la carta igienica, la macchina nuova, un frullatore computerizzato, un attrezzo elettrico per orgasmi multipli, un impianto stereo con le cuffie che ti spappolano il cervello, computer con attivazione vocale. Ok, oggi c’è il fai da te, il bio e tutte quelle cose che ti fanno stare a posto con la coscienza, ma cosa sono se non altre possibilità già belle che confezionate dalla società del consumo? Da tutto il meccanismo di certo non se ne può uscire finché le soluzioni ce le impacchetta il sistema stesso.

La televisione ci rende consumatori, certo. Ma il linguaggio procede di corpo in corpo e ciò che ora è affetto siamo noi tutti, le nostre vite. E di conseguenza il nostro modo di portarle. Siamo i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Quello che deve spaventare sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, le poche calorie. Sono solo oggetti nulla di più. Le cose che possiedi però, alla fine ti possiedono.
Ciò che ci aliena, ciò che somatizza la cifra collettiva e creatrice che da sempre ci abita è lo spettacolo, quel rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Una forma di assoggettamento psicologico totale, in cui ogni singolo individuo è isolato dagli altri. Magari nella propria auto o nel proprio salottino. O anche in spazi condivisi: la piazza è ormai solo luogo di passaggio; l’università è ormai solo un persorso individuale; se il commercio è sempre stato un momento di necessaria condivisione delle nostre vite, il supermercato è l’annulamento di ogni relazione. Annullamento degli incontri. E di certo il processo non è ancora finito nel momento in cui vengo installati i point24h, dove l’ultimo baluardo umano (cassiere/a) è sostituito dalla macchina erogatrice.
Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è inoltre il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l’economia. La mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quell’unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta.
Oramai però siamo arrivati ad un punto tale che è difficile anche solo pensare di cambiare radicalmente le cose. La società dello spettacolo è venuta a crearsi e si è consolidata in questo modo perchè noi glielo abbiamo permesso seguendola, subendola passivamente, con le soluzioni che ci forniva lei stessa, senza cercare di utilizzare al meglio i suoi canali – sempre che esista un utilizzo migliore.
Matte e ale

Estrapolazioni: democrazia biopolitica e comunità terribile

Democrazia biopolitica e comunità terribile – l’una in quantoassiomatica della distribuzione dei rapporti di forza, l’altra in quantosostrato effettivo dei rapporti immediati – costituiscono le duepolarità del presente dominio. A tal punto che i rapporti di potere chesorreggono le democrazie biopolitiche, per dirlo in parole povere, nonpotrebbero realizzarsi senza le comunità terribili, che formano ilsostrato etico di tale realizzazione. Più esattamente, la comunitàterribile è la forma passionale di questa assiomatica che, sola, leconsente di dispiegarsi su territori concreti.In ultima istanza, è solo per mezzo della comunità terribile chel’Impero riesce a semiotizzare le formazioni sociali più eterogeneenella forma della democrazia biopolitica: in assenza di comunitàterribili, l’assiomatica sociale della democrazia politica non avrebbenessun corpo su cui realizzarsi.
Tutti i fenomeni che mescolanol’arcaico (neo-schiavismo, prostituzione mondializzata, neo-feudalesimod’impresa, traffici umani di ogni specie) e l’ipersofisticazioneimperiale non si spiegano senza questa mediazione.Ciò non significa che ai gesti di distruzione ai danni della comunitàterribile si attribuisca un qualunque valore sovversivo. In quantoregime di realizzazione di questa assiomatica, la comunità terribile nonha alcuna vitalità propria. In essa non c’è nulla che le consenta dicambiare forma in qualcos’altro, di collocare gli esseri in unarelazione radicalmente trasformata rispetto allo stato di cose presente;non c’è niente da salvare. Ed è un fatto che il presente sia talmentesaturo di comunità terribili, che il vuoto determinato da ogni rotturaparziale e volontarista con esse sia colmato a una velocitàsconvolgente.Se è dunque assurdo chiedersi che fare delle comunità terribili, quelleche sono da sempre già formate e da sempre già in dissoluzione, quelleche riducono al silenzio ogni insubordinazione interna (la parrhesiacome tutto il resto), è invece di vitale importanza cogliere a qualicondizioni concrete si possa distruggere la solidarietà tra democraziebiopolitiche e comunità terribili. Per questo occorrerà guardare con uncerto occhio, l’«occhio del ladro», quello che dall’interno deldispositivo materializza la possibilità di sfuggirgli. Condividendoquesto sguardo, i corpi più vivi faranno accadere ciò a cui la comunitàterribile involontariamente allude: la propria disgregazione.Le comunità terribili non sono mai veramente vittime della loromenzogna, sono semplicemente affezionate alla propria cecità, cosa checonsente loro di continuare a esistere.
da Tiqqun – La comunità terribile – DeriveApprodi 2003

>Estrapolazioni: democrazia biopolitica e comunità terribile

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Democrazia biopolitica e comunità terribile – l’una in quantoassiomatica della distribuzione dei rapporti di forza, l’altra in quantosostrato effettivo dei rapporti immediati – costituiscono le duepolarità del presente dominio. A tal punto che i rapporti di potere chesorreggono le democrazie biopolitiche, per dirlo in parole povere, nonpotrebbero realizzarsi senza le comunità terribili, che formano ilsostrato etico di tale realizzazione. Più esattamente, la comunitàterribile è la forma passionale di questa assiomatica che, sola, leconsente di dispiegarsi su territori concreti.In ultima istanza, è solo per mezzo della comunità terribile chel’Impero riesce a semiotizzare le formazioni sociali più eterogeneenella forma della democrazia biopolitica: in assenza di comunitàterribili, l’assiomatica sociale della democrazia politica non avrebbenessun corpo su cui realizzarsi.
Tutti i fenomeni che mescolanol’arcaico (neo-schiavismo, prostituzione mondializzata, neo-feudalesimod’impresa, traffici umani di ogni specie) e l’ipersofisticazioneimperiale non si spiegano senza questa mediazione.Ciò non significa che ai gesti di distruzione ai danni della comunitàterribile si attribuisca un qualunque valore sovversivo. In quantoregime di realizzazione di questa assiomatica, la comunità terribile nonha alcuna vitalità propria. In essa non c’è nulla che le consenta dicambiare forma in qualcos’altro, di collocare gli esseri in unarelazione radicalmente trasformata rispetto allo stato di cose presente;non c’è niente da salvare. Ed è un fatto che il presente sia talmentesaturo di comunità terribili, che il vuoto determinato da ogni rotturaparziale e volontarista con esse sia colmato a una velocitàsconvolgente.Se è dunque assurdo chiedersi che fare delle comunità terribili, quelleche sono da sempre già formate e da sempre già in dissoluzione, quelleche riducono al silenzio ogni insubordinazione interna (la parrhesiacome tutto il resto), è invece di vitale importanza cogliere a qualicondizioni concrete si possa distruggere la solidarietà tra democraziebiopolitiche e comunità terribili. Per questo occorrerà guardare con uncerto occhio, l’«occhio del ladro», quello che dall’interno deldispositivo materializza la possibilità di sfuggirgli. Condividendoquesto sguardo, i corpi più vivi faranno accadere ciò a cui la comunitàterribile involontariamente allude: la propria disgregazione.Le comunità terribili non sono mai veramente vittime della loromenzogna, sono semplicemente affezionate alla propria cecità, cosa checonsente loro di continuare a esistere.
da Tiqqun – La comunità terribile – DeriveApprodi 2003

Un ritardo del 1771

In quelle settimane i polmoni della valle erano colmi di profumi, soprattutto dell’amarognolo del gelso, mangiucchiato dai bachi da seta. Ogni volta che scendevo da Ponte Zanano fino in città, più che delle miglia a piedi mi meravigliavo delle distanze olfattive. Già verso Mompiano si percepiva un’aria più calda e vissuta. Odori di carri e stracci circondavano il grande ospedale fino ad immergersi in via S.Faustino con nitidi profumi di carni dolcemente intrecciati con quelli del pane fresco. Entrare poi in piazza Grande tra la Loggia e i casotti di mercanti mi immergeva in un’atmosfera che in nessun altro posto ho più ritrovato. A volte – quando non ero in ritardo – mi fermavo ai banchi di bozzoli dove, lievemente speziato dalla vita cittadina,ritrovavo l’odore del gelso consumato. Quella mattina mi ero forse lasciato troppo alle mie derive
ed ero ancora sotto la Loggia quando i Matti delle ore battevano le otto. Il suono mi spalancò gli occhi, caricandomi le gambe di terrore. Fino a quel giorno avevo avuto la fortuna di limitarmi a vedere cosa succedeva ai ritardatari, senza mai provarlo di persona. Mentre correvo pensavo a cosa fosse stato meglio: tornare a casa e presentarmi con una scusa ben studiata il giorno dopo o arrivare in ritardo e accettare tutto ciò che questo comportava. Intanto le spallate alla gente provocavano zampilli di bestemmie; fortunatamente strada Nuova era vuota e in piazza del Duomo Nuovo c’erano solo i soliti sbirri. Alla fine decisi di presentarmi in ritardo. Giunto ormai di fronte alla porta bussai piano, cercando di non sconvolgere la concentrazione.«Avanti!». Entrai con la testa china. Il fiatone e la faccia gonfia dalla corsa mi impedivano di esprimere attraverso il viso la desolazione. «La stavamo aspettando. Forza, si sieda». Di tutte le giustifiche che avevo pensato non mi uscì neanche una sillaba. Riuscii ad intravedere persino un mezzo sorriso. Incredibile. Non capivo. Il professore proseguì subito da dove l’avevo interrotto e per tutta la lezione non fece ne occhiate ne frecciatine.A fine lezione il Marchetti mi chiese di rimanere qualche minuto.Improvvisamente mi tornarono dei brividi sulle gambe. «Senti,Gioacchino: il ritardo di oggi non può di certo passare inosservato.Domani entrerai nella Loggia, nella sala al primo piano dove tengono custodito il modello in legno del Turbini. Una volta lì prenderai qualche appunto e per venerdì voglio avere il progetto su carta. Siamo d’accordo?». Annuii abbattuto giusto per dare al castigo ciò che necessita, ma una volta fuori mi esplose un sorriso enorme e il ritorno a casa fu privo di odori.Il sole era ancora dietro la Maddalena quando mi accinsi ad entrare nella Loggia. Mi trattenni un’oretta prima di rimettere tutto in borsa ed avviarmi al meritato caffè dell’osteria ai Matti. «..ma som ‘re a dài nömer? Che sta l’è la me baraca: me da che ma sa möe gnà mort!». Beppe era incendiato; cercai di capire e intanto ordinai il mio caffè.«Figüret se me go de serà sö per lurle che i se liàt sö en cö con le talamore en del servel! “Decoro”? Ma decoro de chi?». «Beppe ma cosa è successo?» cinguetto timidamente. «Per decoro ed eleganza maggiore della piazza Grande – legge da un foglio – ornamento principalissimo di questa città, vien deciso di interrompere gli sconcerti e le indecenze. De chi po, me capese mìa.. Per questo vien fatto ordine di chiudere tutte le osterie riguardanti la piazza, atte soltanto al ricovero di gente rustica, vile e forse ancor più delle volte inonesta. Te dim se chesta l’è mìa na manega de ‘nseminich! ..che ulìet chi te? El cafè?» «Si, senza zucchero, grazie» «Ffff, e te come ala col Marchetti?» «Bene! Oggi devo copiare il progetto del Turbini!» «Chii? – tuona un omino seduto infondo – Cosa devi copiare scusa?» «Il modello in legno del Turbini,custodito nella sala della Loggia – annuisce – ecco, devo copiarlo per venerdì. Una specie di compito a casa». «Ah ah! Il Marchetti sta passando davvero ogni limite!». «Non capisco». «Con questa storia della Loggia stanno andando avanti da anni lui e il Turbini! Ormai è il tormentone del lombardo-veneto! Entrambi hanno presentato i progetti per il tetto del palazzo, ma l’amministrazione non si decide e a quanto pare preferisce far chiudere osterie per decoro! Il modello in legno l’hanno chiesto quelli dell’amministrazione per capire meglio quale accettare,ma sembra che il Turbini, con qualche giro strano, se lo sia fatto pagare con soldi pubblici, el fürbo. Così dicono che abbia fatto un modello di gran lunga migliore del progetto su carta, stracciando così quello del Marchetti. Probabilmente questi ti avrà fatto passare un’azione di spionaggio come un bel compitino a casa..». Rimasi in silenzio. I bicchieri che venivano risistemati erano l’unico suono all’interno dell’osteria. Pagai e tornai verso casa con qualche odore in più sotto il naso e un’idea diversa di ritardo.
ale

>Un ritardo del 1771

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In quelle settimane i polmoni della valle erano colmi di profumi, soprattutto dell’amarognolo del gelso, mangiucchiato dai bachi da seta. Ogni volta che scendevo da Ponte Zanano fino in città, più che delle miglia a piedi mi meravigliavo delle distanze olfattive. Già verso Mompiano si percepiva un’aria più calda e vissuta. Odori di carri e stracci circondavano il grande ospedale fino ad immergersi in via S.Faustino con nitidi profumi di carni dolcemente intrecciati con quelli del pane fresco. Entrare poi in piazza Grande tra la Loggia e i casotti di mercanti mi immergeva in un’atmosfera che in nessun altro posto ho più ritrovato. A volte – quando non ero in ritardo – mi fermavo ai banchi di bozzoli dove, lievemente speziato dalla vita cittadina,ritrovavo l’odore del gelso consumato. Quella mattina mi ero forse lasciato troppo alle mie derive
ed ero ancora sotto la Loggia quando i Matti delle ore battevano le otto. Il suono mi spalancò gli occhi, caricandomi le gambe di terrore. Fino a quel giorno avevo avuto la fortuna di limitarmi a vedere cosa succedeva ai ritardatari, senza mai provarlo di persona. Mentre correvo pensavo a cosa fosse stato meglio: tornare a casa e presentarmi con una scusa ben studiata il giorno dopo o arrivare in ritardo e accettare tutto ciò che questo comportava. Intanto le spallate alla gente provocavano zampilli di bestemmie; fortunatamente strada Nuova era vuota e in piazza del Duomo Nuovo c’erano solo i soliti sbirri. Alla fine decisi di presentarmi in ritardo. Giunto ormai di fronte alla porta bussai piano, cercando di non sconvolgere la concentrazione.«Avanti!». Entrai con la testa china. Il fiatone e la faccia gonfia dalla corsa mi impedivano di esprimere attraverso il viso la desolazione. «La stavamo aspettando. Forza, si sieda». Di tutte le giustifiche che avevo pensato non mi uscì neanche una sillaba. Riuscii ad intravedere persino un mezzo sorriso. Incredibile. Non capivo. Il professore proseguì subito da dove l’avevo interrotto e per tutta la lezione non fece ne occhiate ne frecciatine.A fine lezione il Marchetti mi chiese di rimanere qualche minuto.Improvvisamente mi tornarono dei brividi sulle gambe. «Senti,Gioacchino: il ritardo di oggi non può di certo passare inosservato.Domani entrerai nella Loggia, nella sala al primo piano dove tengono custodito il modello in legno del Turbini. Una volta lì prenderai qualche appunto e per venerdì voglio avere il progetto su carta. Siamo d’accordo?». Annuii abbattuto giusto per dare al castigo ciò che necessita, ma una volta fuori mi esplose un sorriso enorme e il ritorno a casa fu privo di odori.Il sole era ancora dietro la Maddalena quando mi accinsi ad entrare nella Loggia. Mi trattenni un’oretta prima di rimettere tutto in borsa ed avviarmi al meritato caffè dell’osteria ai Matti. «..ma som ‘re a dài nömer? Che sta l’è la me baraca: me da che ma sa möe gnà mort!». Beppe era incendiato; cercai di capire e intanto ordinai il mio caffè.«Figüret se me go de serà sö per lurle che i se liàt sö en cö con le talamore en del servel! “Decoro”? Ma decoro de chi?». «Beppe ma cosa è successo?» cinguetto timidamente. «Per decoro ed eleganza maggiore della piazza Grande – legge da un foglio – ornamento principalissimo di questa città, vien deciso di interrompere gli sconcerti e le indecenze. De chi po, me capese mìa.. Per questo vien fatto ordine di chiudere tutte le osterie riguardanti la piazza, atte soltanto al ricovero di gente rustica, vile e forse ancor più delle volte inonesta. Te dim se chesta l’è mìa na manega de ‘nseminich! ..che ulìet chi te? El cafè?» «Si, senza zucchero, grazie» «Ffff, e te come ala col Marchetti?» «Bene! Oggi devo copiare il progetto del Turbini!» «Chii? – tuona un omino seduto infondo – Cosa devi copiare scusa?» «Il modello in legno del Turbini,custodito nella sala della Loggia – annuisce – ecco, devo copiarlo per venerdì. Una specie di compito a casa». «Ah ah! Il Marchetti sta passando davvero ogni limite!». «Non capisco». «Con questa storia della Loggia stanno andando avanti da anni lui e il Turbini! Ormai è il tormentone del lombardo-veneto! Entrambi hanno presentato i progetti per il tetto del palazzo, ma l’amministrazione non si decide e a quanto pare preferisce far chiudere osterie per decoro! Il modello in legno l’hanno chiesto quelli dell’amministrazione per capire meglio quale accettare,ma sembra che il Turbini, con qualche giro strano, se lo sia fatto pagare con soldi pubblici, el fürbo. Così dicono che abbia fatto un modello di gran lunga migliore del progetto su carta, stracciando così quello del Marchetti. Probabilmente questi ti avrà fatto passare un’azione di spionaggio come un bel compitino a casa..». Rimasi in silenzio. I bicchieri che venivano risistemati erano l’unico suono all’interno dell’osteria. Pagai e tornai verso casa con qualche odore in più sotto il naso e un’idea diversa di ritardo.
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…Avevo bisogno di riorganizzare le idee, sedermi un attimo e fumare una sigaretta sarebbe forse servito, per lo meno mi sarei tranquillizzato. Non appena il fumo iniziò a danzare nel vento, immediatamente lo stormo di gufi che si era pocanzi volatilizzato ricomparve tutto intorno a me, come attirato dall’aroma del tabacco o dalla danza ipnotica del fumo che incanta come la danza di un incantatore di serpenti.

Quella moltitudine di volatili era ricomparsa ricoprendo interamente la candida neve che mi circondava. Come prima, quegli uccelli notturni eran di nuovo fermi immobili ad osservarmi, a scutare ogni mio piccolo movimento. La sigaretta intanto si consumava veloce e sapevo che terminata me ne sarei dovuto accendere un’altra a causa dell’angoscia che mi avevan trasmesso i gufi. Un’altra sigaretta, l’ennesimo chiodo di bara che mi avrebbe avvicinato sempre più precocemente verso un doloroso termine del tragitto di questa vita. Alla fine comunque tutti dobbiamo morire, nulla è per sempre ed il nostro destino è già tracciato. Una persona può fumare tranquillamente più di un pacchetto al giorno ed arrivare egregiamente fino ad ottant’anni. Un’altra invece può cercare di fare una vita la più sana possibile e morire della causa più stupida e banale che uno possa immaginare.
Anche Lily voglio dire, era o è una brava persona, tranquilla pacata, mai un eccesso, a parte quel suo fastidioso amore assoluto per la neve. Poi un bel giorno incontra me,le sprango le gambe e la lascio al suo destino agonizzante su quella candida neve da lei tanto amata. Cazzo, se fosse realmente morta dovrebbe solo che ringraziarmi, voglio dire alla fine grazie a me è morta circondata da cò che mava, chi può sognare morte migliore?
Intanto senza rendermene conto mi ero già acceso la seconda sigaretta di fila, mentre i gufi eran ancora intorno a me ed io ero sempre al centro della loro attenzione. Possibile suscitare così tanto interesse in dei volatili? La situazione si stava facendo pesante ed io ero arrivato al culmine della sopportazione, per non essere il tipo il più paziente di questo mondo avevo sopportato anche fin troppo le attenzioni di quei gufi. Con molta calma, in modo da non suscitare qualche strana reazione dei volatili, frugai nelle mie tasche alla ricerca di chissà che cosa. Magari trovare a sorpresa un repellente per gufi, ammesso che qualche folle si sia preso la briga di brevettarne uno. E invece no. Curiosamente ecco comparire tra le mie mani quel tubetto di daparox che ero convinto di aver scagliato giù dal sentiero. Strani giochi della mia mente oramai arrivata chiaramente al capolinea. Che fare? Tentare la fortuna e prendere un’altra pastiglia? In fin dei conti se prima i gufi erano comparsi dopo aver assunto il farmaco, magari un’altra pastiglietta gli avrebbe fatti svanire…come qualche gioco matematico dove 2 negativi diventano positivi. E così,seguendo il mio viaggio mentale, via con un’altra pastiglia, tanto oramai la soglia l’avevo già superata da un pezzo e il fondo l’avevo già raggiunto da tempo. E via, una pastiglia e un po’ di neve da far sciogliere in bocca per facilitare la deglutizione del farmaco. Nell’attesa del suo effetto? Un’altra sigaretta ovviamente, quel pacchetto sembrava la borsa di Mary poppins, più fumavo e più sigarette ricomparivano, coi tempi che corrono non c’è che da essere felici di tale fortuna…
Regina bianca dietro lo scialle

IL TEMPO DI ORA

Progressivo slittamento nel cuore di Torino: movimento che da orizzontale diviene verticale, in un istante. I ritardi del treno non dilatano il tempo, come spesso si ritiene, ma preannnunciano tutt’al più la sospensione temporale del tempo di ora, un lungo Jetztzeit dalla durata incerta di diversi giorni (se il concetto di durata ha ancora un senso).
Movimento verticale, vertigine di caduta, senza appiglio per la caviglie che agitano a vuoto, pesate dalla gravità. Di colpo si impone il paradosso del momento, secondo il quale, nonostante la sospensione del tempo, la leggerezza immediata in cui tutto accade, permane come non mai una certa gravità delle cose. Meglio: nelle cose, nei corpi. Hic et nunc i corpi ac-cadono, precipitano nel tempo di ora e gravano gli uni contro gli altri, gli uni con gli altri. Sfregamento che odora di zolfo, mentre il fiammifero non ricorda il tempo in cui aveva ancora la testa. Il tempo di ora non arriva a compimento, piuttosto ne raggiunge una parte di frazione di secondo. Esso non arriva a compimento perché si spande e si ritrova in tutto, fuorché in un riepilogo, né tanto meno in una narrazione che possa riprenderlo. Esso non arriva a compimento perché è già compiuto nel suo darsi – tutto lì tutti noi tutto contratto in quella frazione di secondo, buco nero della cronologia che attira i nostri corpi con incalcolabile densità. E l’unità di misura diviene non solo insufficiente al calcolo; ma il calcolo stesso si rivela mancante, un inganno di prospettiva. O di lettura. La lettura analitica (segmentale) del tempo è mostrata incapace di contenere qualsiasi appiglio al tempo. Questo rifugge, scivola melmoso ad ogni pre(te)sa di orologio. Si narra che durante le notti della Comune parigina, gli insorti sparassero agli orologi, nel tentativo di arrestare lo scorrere tempo. Tuttavia non occorre arrestare volontariamente il tempo, dal momento che ogni componente volitiva è catturata senza scampo nel nuovo movimento, indifferente a quello lineare della storia e della biografia. Blackout: movimento cosmico e molecolare si richiamano, due stelle si allontanano, due singolarità si toccano (si allontanavano davvero poi…?). Stelle e corpi annodati in un’unica costellazione in stallo e tremolante al tempo (stesso). (E’ tutta qui la sapienza degli antichi astrologi, ma senza alcun determinismo. E’ tutta qui la precisione appropriata al titolo di un libro, ma diffusa a livello molecolare: “Et l’un(e) ne bouge pas sans l’autre”.) E’ questo un tentativo di scrivere della rottura del quadrante abitudinario che consente la verbalizzazione, il racconto sul passaggio temporale. Da qui il nostro disagio nello stendere questa archeologia di qualcosa che si dà senza alcuna arché, deponendo ogni potere, sventando ogni rispetto nei confronti della storia e di ogni presunta origine: tempo anarchico per necessità. Da qui anche un certo esoterismo di questa scrittura. Chi ha orecchie per intendere non potrà comunque sottrarsi ad un certo non-sapere, nei confronti del quale ogni ac-cadere funge da piccolissima porta d’ingresso. Quell’accadimento che frantuma lo strato di pelle rafferma che copre la carne viva della vertigine nei secondi. E’ l'”ora” ne “il tempo di ora”. Qualcosa che si pone nel confine tra presenza ed assenza, pur occupandole tutte e due al medesimo accadere. Sincronizzazione della rivolta. Nella narrazione. Nel suo fallimento.
Marco e Rughe

>IL TEMPO DI ORA

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Progressivo slittamento nel cuore di Torino: movimento che da orizzontale diviene verticale, in un istante. I ritardi del treno non dilatano il tempo, come spesso si ritiene, ma preannnunciano tutt’al più la sospensione temporale del tempo di ora, un lungo Jetztzeit dalla durata incerta di diversi giorni (se il concetto di durata ha ancora un senso).
Movimento verticale, vertigine di caduta, senza appiglio per la caviglie che agitano a vuoto, pesate dalla gravità. Di colpo si impone il paradosso del momento, secondo il quale, nonostante la sospensione del tempo, la leggerezza immediata in cui tutto accade, permane come non mai una certa gravità delle cose. Meglio: nelle cose, nei corpi. Hic et nunc i corpi ac-cadono, precipitano nel tempo di ora e gravano gli uni contro gli altri, gli uni con gli altri. Sfregamento che odora di zolfo, mentre il fiammifero non ricorda il tempo in cui aveva ancora la testa. Il tempo di ora non arriva a compimento, piuttosto ne raggiunge una parte di frazione di secondo. Esso non arriva a compimento perché si spande e si ritrova in tutto, fuorché in un riepilogo, né tanto meno in una narrazione che possa riprenderlo. Esso non arriva a compimento perché è già compiuto nel suo darsi – tutto lì tutti noi tutto contratto in quella frazione di secondo, buco nero della cronologia che attira i nostri corpi con incalcolabile densità. E l’unità di misura diviene non solo insufficiente al calcolo; ma il calcolo stesso si rivela mancante, un inganno di prospettiva. O di lettura. La lettura analitica (segmentale) del tempo è mostrata incapace di contenere qualsiasi appiglio al tempo. Questo rifugge, scivola melmoso ad ogni pre(te)sa di orologio. Si narra che durante le notti della Comune parigina, gli insorti sparassero agli orologi, nel tentativo di arrestare lo scorrere tempo. Tuttavia non occorre arrestare volontariamente il tempo, dal momento che ogni componente volitiva è catturata senza scampo nel nuovo movimento, indifferente a quello lineare della storia e della biografia. Blackout: movimento cosmico e molecolare si richiamano, due stelle si allontanano, due singolarità si toccano (si allontanavano davvero poi…?). Stelle e corpi annodati in un’unica costellazione in stallo e tremolante al tempo (stesso). (E’ tutta qui la sapienza degli antichi astrologi, ma senza alcun determinismo. E’ tutta qui la precisione appropriata al titolo di un libro, ma diffusa a livello molecolare: “Et l’un(e) ne bouge pas sans l’autre”.) E’ questo un tentativo di scrivere della rottura del quadrante abitudinario che consente la verbalizzazione, il racconto sul passaggio temporale. Da qui il nostro disagio nello stendere questa archeologia di qualcosa che si dà senza alcuna arché, deponendo ogni potere, sventando ogni rispetto nei confronti della storia e di ogni presunta origine: tempo anarchico per necessità. Da qui anche un certo esoterismo di questa scrittura. Chi ha orecchie per intendere non potrà comunque sottrarsi ad un certo non-sapere, nei confronti del quale ogni ac-cadere funge da piccolissima porta d’ingresso. Quell’accadimento che frantuma lo strato di pelle rafferma che copre la carne viva della vertigine nei secondi. E’ l'”ora” ne “il tempo di ora”. Qualcosa che si pone nel confine tra presenza ed assenza, pur occupandole tutte e due al medesimo accadere. Sincronizzazione della rivolta. Nella narrazione. Nel suo fallimento.
Marco e Rughe