>

Gretsf…Pensieri. Costruzioni. Discorso. Mentale. Tessuto nervoso. Canali linguistici. Pensieri. E ancora discorsi. Solo.
Si creava una impalcatura nervosa al di sopra di uno strano sentiero di montagna, innevato. Rete di pesci troppo paranoici per tornare a fluire al di fuori. E qui gufi. Quegli animali in volo poco più in alto, sopra gli isosceli neri, dal buoi della notte, fitti di aghi.

La vomitevole presenza della personalità bestiale nella valle. Masler, diviso nella propria carne di corvo e cinghiale, stava fisso nel buio. Il respiro odorava l’aria, come un riflusso di stagnazione carnevalesca. Poca luce, un rumore fitto di bronchi ostruiti dal pelo, che da dentro, sudicia il petto dell’animale.
Stava in presenza come una lacerazione, un insulto di pelle che non si inserisce in alcun luogo. Ed in effetti cominciava il suo movimento, come di una danza senza alcun ritorno di passo, ogni tremore inedito. Convulsioni fino al volo sbilenco, nel nero che copre il sentiero di montagna.
La corteccia macabra volante copriva una parte di cielo, occupando a tratti il filtro luminoso delle stelle. Questo era di per sè un disagio. Lo sentivo, mentre osservavo, tremante, tra gli alberi.
***
Le mie gambe si arrestarono contro la mia volontà. Eppure davanti a me non intravedevo nessuno ostacolo e l’arresto del mio moto era stato improvviso e senza nessuna causa apparente.
Se la mia marcia era cessata, non fece altrettanto la nevicata che oramai mi ricopriva fino al busto, nascondendomi le gambe. Qui fitti fiocchi di neve erano come una sorta di sabbie mobili. Più cercavo di divincolarmi e più i miei insuccessi contribuivano ad alimentare una sensazione di claustrofobia. Vampate di malessere alle quali non riuscivo a mettere un freno a causa della mia condizione di immobilità. Ero nella merda fino al collo, nonostante ciò che mi ricopriva non era guano nero, ma bianca e candida neve. I cliché sono brutti però a volte sono quanto di più preciso per rappresentare una situazione. All’improvviso tutto nero, l’oscurità si abbatté su di me, più nera di un batacchio nero di un mezzo nero in una notte senza luna nella prateria.
Ad un tratto di nuovo luce. Ero accasciato in terra, nudo, sul pavimento di una casa che avevo già visto. Avevo un freddo fottuto e non mi sentivo le gambe, vedendo una sedia a rotelle in parte a me capì il perché. Sulla porta d’ingresso c’era Lily in tutto il suo splendore ed in forma come non mai. Aveva le lacrime agli occhi e si stava apprestando a varcare la soglia e ad uscire per sempre dalla mia vita. Io paralizzato e nudo sul pavimento mi sentivo impotente, nulla che potessi fare o dire per fermare Lily e così la sua figura scomparve dietro la porta. Le lacrime che poco prima accarezzavano il viso di Lily iniziarono a sgorgare copiose dai miei occhi.
Senza un motivo apparente mi trascinai verso il guardaroba, mi misi la muta da sub, la maschera e le bombole. A fatica mi diressi verso l’acquario senza però raggiungerlo, tesi la mano verso quella prigione per pesci e mi domandai quando avremmo vissuto tutti sott’acqua dove il mio handicap non sarebbe stato un peso per Lily, come se fosse stata la mia situazione di paralisi a farla fuggire. Solo sott’acqua avrei potuto abbandonare la mia sedia con le ruote ed il mio infame soprannome, rotella. Solo negli abissi del mare sarei potuto essere finalmente felice con Lily.
Sedia a rotelle? Io e Lily insieme? Qualcosa non quadrava. Ma se fino ad un attimo prima ero in un sentiero di montagna sommerso dalla neve. Come facevo ora a ritrovarmi paraplegico e ad avere in testa tutta un’intera vita vissuta con Lily e a desiderare di avere altro tempo da spendere insieme a lei? Nel mentre che mi ponevo queste domande piangevo a dirotto ed in maniera incontrollata. Le lacrime mi offuscavano la vista ed oramai le figure da nitide erano diventate solo un unico ammasso deforme di luci. Chiusi gli occhi per un’istante in modo tale da passarci la mano ed asciugarmi le lacrime. Riaperti ero di nuovo tutto nitido. Ero però di nuovo sul sentiero innevato dove la mia marcia era stata arrestata. Non ero più bloccato, in qualche modo dovevo essere riuscito ad uscire da quella che pensavo sarebbe stata la mia bianca fossa mortale.
Avevo bisogno di riorganizzare le idee, sedermi un attimo e fumare una sigaretta sarebbe forse servito, per lo meno mi sarei tranquillizzato. Non appena il fumo iniziò a danzare nel vento, immediatamente lo stormo di gufi che si era pocanzi volatilizzato ricomparve tutto intorno a me, come attirato dall’aroma del tabacco o dalla danza ipnotica del fumo che incanta come la danza di un incantatore di serpenti.
Regina bianca dietro lo scialle

I bicchieri

Ieri sera, a mezzanotte, mi sono accorto che era oggi, e mi son messo a lavare i piatti. Ho rotto un altro bicchiere. Il quarto bicchiere blu su cinque che avevamo. Avevo fatto cadere anche una tazza irlandese appena venuto a vivere qua, ed era un regalo. Forse dovrei cambiare abitudini, ma a cucinare vicino a un lavello sporco mi sembra di far piangere le cipolle e i piatti stavano lì già da tre giorni.
Da piccolo, prima di andare a letto, aprivo il cassetto della cucina per controllare che nello spazio delle forchette ci fossero almeno due forchette, e in quello dei cucchiai almeno due cucchiai, e lo stesso per i coltelli.
Se qualche posata era rimasta da sola, ne prendevo una dallo scolapiatti e gliela mettevo vicino, perché mi dispiaceva che si addormentasse da sola. Poi sono cresciuto, e ho imparato che le posate non sognano mica. E ho iniziato a far cadere i bicchieri…
La settimana scorsa sono stato un paio di giorni dai miei. La domenica mattina mia madre mi ha svegliato per farmi conoscere Roberto, un amico che era passato a bere un caffè. Come i miei genitori, Roberto è un testimone di Geova, sulla sessantina d’anni, ed era venuto insieme a un altro ragazzo di cui non ricordo il nome. Quando
sono sceso in salotto stavano chiacchierando del più e del meno, di Dio e della Bibbia. Ero stanco e non avevo granché voglia di parlare, e stavo a disagio a causa del testimone più giovane. Aveva un bel volto, con un che di nordico, molto curato e
pulito. Però la sua sembrava una faccia senza ricordi, o della quale, perlomeno, non sarei riuscito a raccontare qualcosa. Una faccia che faceva bene quello che doveva fare, ovvero predicare che non bisogna peccare, perché il peccato, si sa, è un brutto ricordo.
Un calice di vino mezzo pieno che ti dicono di non bere che sa di aceto. È che a un certo punto capita, all’improvviso, di accorgersi che il proprio bicchiere è crepato e mezzo vuoto, e allora lo cambi con uno migliore, pieno di un succo fresco che puoi bere quando vuoi. La Bibbia, ad esempio, è una “teologia del bicchiere”, una coppa che ci puoi sorseggiare l’acqua della vita. E l’acqua della vita, fosse pure soltanto per educazione, non è qualcosa che si può bere a collo. Ci serve un bicchiere. E se sei fortunato, magari l’acqua si trasforma in vino.
Non ce l’ho coi bicchieri: anch’io ne ho qualcuno. Il problema, tuttalpiù, è che li
rompo. Quel che non capisco è la faccenda delle metà. Un vecchio all’osteria diceva che un boccale mezzo vuoto è da riempire e uno mezzo pieno da finire. E per la
miseria, un bicchiere è solo un bicchiere, e a volte è bello bere con le mani o tracannare da una bottiglia. Poi, forse, mi sbaglio. Un bicchiere non è solo un
bicchiere, o meglio, è quello che è in relazione a quello che ci si dovrà bere. Voglio dire, l’ampiezza della pancia di un calice, il bevante, varia a seconda
delle caratteristiche gustative del vino, e lo devi riempire fino al punto in cui è più largo, cosicché il vino abbia la più ampia superficie possibile a contatto con
l’aria; il calice va impugnato con il piede che sta tra il medio e l’indice, con quest’ultimo che tiene fermo lo stelo grazie all’aiuto del pollice: le dita non
devono mai toccare il bevante, onde evitare che gli odori cutanei interferiscano con quelli enologici, senza contare che la temperatura della bevanda ne verrebbe alterata. Questo, però, per i calici da vini, o anche da spumanti, come il flûte. Se si vuole del cognac o del brandy, ci serve il balloon, un calice dallo stelo corto che, invece, va tenuto col palmo della mano a contatto della pancia per riscaldare
leggermente il liquore, in modo tale da sprigionarne l’aroma. Ancora, per i cocktail c’è il tumbler, di forma cilindrica leggermente svasata, che può essere basso medio o alto, a seconda che si utilizzi o meno il ghiaccio o che si prepari qualcosa
a base di frutta. A me non piace molto lo stem cocktail glass, non tanto per il profilo conico rovesciato, quanto perché ho una certa antipatia per il Martini.
Preferisco senza dubbio lo shot, un bicchiere pensato così piccolo durante il proibizionismo, un’epoca in cui bisognava bere alla svelta. Per continuare si potrebbe parlare della birra e delle forme e misure e decorazioni dei boccali, e sarebbe un bel racconto.
Eppure, un bicchiere è solo un bicchiere. Noi a casa, prima che arrivassi io, ne avevamo quattro in più. Ora ce ne sono rimasti sei o sette, due boccali rubati al bar e qualche tazzina. Quando la sera arriva qualche amico, si beve dove capita. Infondo il vino non è male anche in una tazza per il tè, e per non comprometterne
l’aroma puoi sempre impugnarla con il pollice e l’indice per il manico. Sarà che non è trasparente, ma con una tazza non ti chiedi se è mezza piena o mezza vuota, perché è una tazza ed è abbastanza semplice. I bicchieri sono più complicati, cadono per terra così facilmente e non te ne accorgi. Ho rifatto quel sogno stanotte, credevo di
essermene dimenticato. Ma è difficile, perché Dio è un bicchiere sfuggito di mano che
mi han tirato in testa e mi è rimasto il bernoccolo qua. Per fortuna Dio è un bicchiere mezzo vuoto e la botta non i vede troppo.
Adesso è quasi ora di cena, fra poche ore è mezzanotte e anche oggi non ti ho visto. Penso andrò a cucinare qualcosa, sperando per l’ultimo bicchiere blu che qualcun
altro laverà i piatti.
Paolo

>I bicchieri

>

Ieri sera, a mezzanotte, mi sono accorto che era oggi, e mi son messo a lavare i piatti. Ho rotto un altro bicchiere. Il quarto bicchiere blu su cinque che avevamo. Avevo fatto cadere anche una tazza irlandese appena venuto a vivere qua, ed era un regalo. Forse dovrei cambiare abitudini, ma a cucinare vicino a un lavello sporco mi sembra di far piangere le cipolle e i piatti stavano lì già da tre giorni.
Da piccolo, prima di andare a letto, aprivo il cassetto della cucina per controllare che nello spazio delle forchette ci fossero almeno due forchette, e in quello dei cucchiai almeno due cucchiai, e lo stesso per i coltelli.
Se qualche posata era rimasta da sola, ne prendevo una dallo scolapiatti e gliela mettevo vicino, perché mi dispiaceva che si addormentasse da sola. Poi sono cresciuto, e ho imparato che le posate non sognano mica. E ho iniziato a far cadere i bicchieri…
La settimana scorsa sono stato un paio di giorni dai miei. La domenica mattina mia madre mi ha svegliato per farmi conoscere Roberto, un amico che era passato a bere un caffè. Come i miei genitori, Roberto è un testimone di Geova, sulla sessantina d’anni, ed era venuto insieme a un altro ragazzo di cui non ricordo il nome. Quando
sono sceso in salotto stavano chiacchierando del più e del meno, di Dio e della Bibbia. Ero stanco e non avevo granché voglia di parlare, e stavo a disagio a causa del testimone più giovane. Aveva un bel volto, con un che di nordico, molto curato e
pulito. Però la sua sembrava una faccia senza ricordi, o della quale, perlomeno, non sarei riuscito a raccontare qualcosa. Una faccia che faceva bene quello che doveva fare, ovvero predicare che non bisogna peccare, perché il peccato, si sa, è un brutto ricordo.
Un calice di vino mezzo pieno che ti dicono di non bere che sa di aceto. È che a un certo punto capita, all’improvviso, di accorgersi che il proprio bicchiere è crepato e mezzo vuoto, e allora lo cambi con uno migliore, pieno di un succo fresco che puoi bere quando vuoi. La Bibbia, ad esempio, è una “teologia del bicchiere”, una coppa che ci puoi sorseggiare l’acqua della vita. E l’acqua della vita, fosse pure soltanto per educazione, non è qualcosa che si può bere a collo. Ci serve un bicchiere. E se sei fortunato, magari l’acqua si trasforma in vino.
Non ce l’ho coi bicchieri: anch’io ne ho qualcuno. Il problema, tuttalpiù, è che li
rompo. Quel che non capisco è la faccenda delle metà. Un vecchio all’osteria diceva che un boccale mezzo vuoto è da riempire e uno mezzo pieno da finire. E per la
miseria, un bicchiere è solo un bicchiere, e a volte è bello bere con le mani o tracannare da una bottiglia. Poi, forse, mi sbaglio. Un bicchiere non è solo un
bicchiere, o meglio, è quello che è in relazione a quello che ci si dovrà bere. Voglio dire, l’ampiezza della pancia di un calice, il bevante, varia a seconda
delle caratteristiche gustative del vino, e lo devi riempire fino al punto in cui è più largo, cosicché il vino abbia la più ampia superficie possibile a contatto con
l’aria; il calice va impugnato con il piede che sta tra il medio e l’indice, con quest’ultimo che tiene fermo lo stelo grazie all’aiuto del pollice: le dita non
devono mai toccare il bevante, onde evitare che gli odori cutanei interferiscano con quelli enologici, senza contare che la temperatura della bevanda ne verrebbe alterata. Questo, però, per i calici da vini, o anche da spumanti, come il flûte. Se si vuole del cognac o del brandy, ci serve il balloon, un calice dallo stelo corto che, invece, va tenuto col palmo della mano a contatto della pancia per riscaldare
leggermente il liquore, in modo tale da sprigionarne l’aroma. Ancora, per i cocktail c’è il tumbler, di forma cilindrica leggermente svasata, che può essere basso medio o alto, a seconda che si utilizzi o meno il ghiaccio o che si prepari qualcosa
a base di frutta. A me non piace molto lo stem cocktail glass, non tanto per il profilo conico rovesciato, quanto perché ho una certa antipatia per il Martini.
Preferisco senza dubbio lo shot, un bicchiere pensato così piccolo durante il proibizionismo, un’epoca in cui bisognava bere alla svelta. Per continuare si potrebbe parlare della birra e delle forme e misure e decorazioni dei boccali, e sarebbe un bel racconto.
Eppure, un bicchiere è solo un bicchiere. Noi a casa, prima che arrivassi io, ne avevamo quattro in più. Ora ce ne sono rimasti sei o sette, due boccali rubati al bar e qualche tazzina. Quando la sera arriva qualche amico, si beve dove capita. Infondo il vino non è male anche in una tazza per il tè, e per non comprometterne
l’aroma puoi sempre impugnarla con il pollice e l’indice per il manico. Sarà che non è trasparente, ma con una tazza non ti chiedi se è mezza piena o mezza vuota, perché è una tazza ed è abbastanza semplice. I bicchieri sono più complicati, cadono per terra così facilmente e non te ne accorgi. Ho rifatto quel sogno stanotte, credevo di
essermene dimenticato. Ma è difficile, perché Dio è un bicchiere sfuggito di mano che
mi han tirato in testa e mi è rimasto il bernoccolo qua. Per fortuna Dio è un bicchiere mezzo vuoto e la botta non i vede troppo.
Adesso è quasi ora di cena, fra poche ore è mezzanotte e anche oggi non ti ho visto. Penso andrò a cucinare qualcosa, sperando per l’ultimo bicchiere blu che qualcun
altro laverà i piatti.
Paolo

I vecchi

Camminando per le vie della città o dei paesi, non è difficile trovare i vecchi, ed in modo particolare le vecchie, affacciati alle finestre o seduti su una sedia davanti alla porta di casa. Essi stanno lì, fermi a guardare lo scorrere del tempo. Scorrere del tempo scandito dalle persone che passano e dai cambi di luci. I vecchi stanno lì zitti e fermi ed osservano i cambiamenti dell’ambiente intorno a loro. I vecchi stanno zitti, soli nella loro solitudine, se uno avesse la voglia di interagire con loro potrebbe scoprire storie che non si trovano sui libri di storia, perché sono racconti basati su esperienze di vita realmente vissute sulla loro pelle.
Però nella società attuale non c’è più la voglia di stare ad ascoltare storie delle persone più grandi di noi, storie che con il passare del tempo andranno sicuramente perdute perché nulla è per sempre. Molti vecchi stanno fermi ad aspettare che qualcuno si fermi a parlare con loro, qualcuno che conceda loro la possibilità di raccontarsi e di raccontare. Oggi giorno c’è sempre più bisogno di storie che ci arricchiscano e non possiamo basare tutto il nostro sapere sui libri. I libri se pur importanti per molti aspetti sono deficitari, non ci danno mai una visione completa cosa che possiamo assaporare solo andando a visitare i luoghi e parlando con la gente. I vecchi son visti come una piaga sociale, bisognerebbe invece cambiare idea su di loro ed iniziarli a considerare come una risorsa, una fonte di sapere basata sul trascorrere del tempo.
Matte

>I vecchi

>

Camminando per le vie della città o dei paesi, non è difficile trovare i vecchi, ed in modo particolare le vecchie, affacciati alle finestre o seduti su una sedia davanti alla porta di casa. Essi stanno lì, fermi a guardare lo scorrere del tempo. Scorrere del tempo scandito dalle persone che passano e dai cambi di luci. I vecchi stanno lì zitti e fermi ed osservano i cambiamenti dell’ambiente intorno a loro. I vecchi stanno zitti, soli nella loro solitudine, se uno avesse la voglia di interagire con loro potrebbe scoprire storie che non si trovano sui libri di storia, perché sono racconti basati su esperienze di vita realmente vissute sulla loro pelle.
Però nella società attuale non c’è più la voglia di stare ad ascoltare storie delle persone più grandi di noi, storie che con il passare del tempo andranno sicuramente perdute perché nulla è per sempre. Molti vecchi stanno fermi ad aspettare che qualcuno si fermi a parlare con loro, qualcuno che conceda loro la possibilità di raccontarsi e di raccontare. Oggi giorno c’è sempre più bisogno di storie che ci arricchiscano e non possiamo basare tutto il nostro sapere sui libri. I libri se pur importanti per molti aspetti sono deficitari, non ci danno mai una visione completa cosa che possiamo assaporare solo andando a visitare i luoghi e parlando con la gente. I vecchi son visti come una piaga sociale, bisognerebbe invece cambiare idea su di loro ed iniziarli a considerare come una risorsa, una fonte di sapere basata sul trascorrere del tempo.
Matte

ISTANTANEA. disordinati ritagli di paesaggi

Timida filtrava tra le foglie la luce,
che, al di là, potente, tutto baciava.
Rumorosa cadeva l’acqua tra roccia e albero,
coprendo il ritmo dei loro passi.
Due ombre in un lento cammino d’attesa
tra il pesante respiro di emozioni contrastanti.

Improvvisamente l’aria si fece densa, come fosse pioggia,
una calda tempesta estiva, sfogo
dei capricci di cieli d’agosto.
Parevano perdersi nell’aria le lacrime
che bagnavano i loro volti, quando
tutto, per un istante, divenne uno.

Inizio e fine abbracciati,
un’unica ombra ai loro piedi, mentre
sopra, la luce, disegnava nell’aria umida
un sorriso arcobaleno.
Ridevano anche le loro labbra, unite
in una felice malinconia.

Inizio e fine scomparvero, cadendo
dove cielo ed acque si confondono,
dove tutto, per un istante, diventa uno.

ociredef aiccom

>ISTANTANEA. disordinati ritagli di paesaggi

>Timida filtrava tra le foglie la luce,
che, al di là, potente, tutto baciava.
Rumorosa cadeva l’acqua tra roccia e albero,
coprendo il ritmo dei loro passi.
Due ombre in un lento cammino d’attesa
tra il pesante respiro di emozioni contrastanti.

Improvvisamente l’aria si fece densa, come fosse pioggia,
una calda tempesta estiva, sfogo
dei capricci di cieli d’agosto.
Parevano perdersi nell’aria le lacrime
che bagnavano i loro volti, quando
tutto, per un istante, divenne uno.

Inizio e fine abbracciati,
un’unica ombra ai loro piedi, mentre
sopra, la luce, disegnava nell’aria umida
un sorriso arcobaleno.
Ridevano anche le loro labbra, unite
in una felice malinconia.

Inizio e fine scomparvero, cadendo
dove cielo ed acque si confondono,
dove tutto, per un istante, diventa uno.

ociredef aiccom

>

Frugai nuovamente e lo trovai in quella tasca che prima era sicuramente vuota. Scagliai quel tubetto nel burrone che costeggiava il sentiero, ma non riuscii a seguirne la traiettoria, la neve cadeva oramai troppo copiosa e la mia vista era limitata a pochi metri.
Non potevo continuare a perdere tempo facendomi troppe domande, aver troppo tempo per pensare non è mai un bene e senz’altro non mi avrebbe portato a nulla. Sarebbe servito solo a crearmi enigmi ai quali non sarei stato in grado di dare una soluzione. E poi per prima cosa dovevo risolvere il problema che mi aveva portato a ritrovarmi lì: la ricerca di Lily.
Mi affrettai allora a rimettermi in marcia, anche se avevo perso la cognizione del tempo, sapevo che si stava facendo tardi, stava iniziando a diventare buio e quella nevicata improvvisa, più simile ad una bufera, non avrebbe agevolato il mio cammino. Giunto a questo punto però non potevo più tornare indietro, ero troppo vicino alla meta. Non c’è nulla di più ostico all’uomo come percorrere la strada che conduce a se stessi e forse, la ricerca di Lily era proprio questo, la ricerca di me stesso.
Le orme che lasciavo alle spalle venivano immediatamente ricoperte e cancellate da quei fiocchi che cadevano sempre più velocemente, come se, una volta arrivato a destinazione, non sarei più tornato indietro, come se quel sentiero che stavo percorrendo fosse una sorta di confine diretto verso un altro io, una sorta di cammino verso una nuova vita. Stavo svarionando nuovamente e stavo cercando delle risposte nella natura che mi avvolgeva. Non sono mai stato un abbraccialberi figlio dei fiori, anzi quel genere di persone le ho sempre viste con occhio schivo, ma in quel momento, isolato nella mia solitudine sembrava che la natura mi stesse dando realmente dei segni tangibili che non potevo e volevo ignorare. O forse ero più semplicemente ancora sotto l’effetto del daparox. Maledetti psicofarmaci, annientano la personalità degli individui, cambiandoli radicalmente. Basta, basta, dovevo assolutamente svegliarmi fuori, il sentiero si faceva sempre più stretto ed un passo falso mi avrebbe precipitato giù dal dirupo vanificando tutti i miei sforzi.
Con molta cautela affrettai il passo, il luogo dove avevo visto Lily l’ultima volta non era lontano. Ricominciò quella strana sensazione che avevo provato prima che il mio cammino fosse bruscamente interrotto. Quell’impulso prima non mi portò fortuna, anzi. Cominciò a farsi largo la paura di un altro rallentamento. Non potevo arrestare nuovamente la mia marcia a causa di incubi o presunti tali. E poi accadde.

Regina bianca dietro lo scialle

Mozione approvata dal Consiglio di Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Padova

Dal 19 al 22 maggio sono stati giorni di mobilitazione dei ricercatori e delle ricercatrici. Di seguito pubblichiamo una mozione del 12 maggio proveniente da Padova che chiarisce alcuni punti del malcontento. Nel nostro ateneo le ricercatrici e i ricercatori hanno già fatto due assemblee per [conoscersi e] darsi un coordinamento. Sembrerebbe infatti che nel caso al ddl non fosse messo un freno, l’intero corpo ricercatori [a parte rari casi di smarrimento metafisico] rifiuterà per l’anno prossimo gli incarichi didattici. Per dirla diversamente: un bastone fra le ruote di una bici in discesa verso un oceano di merda. Magari fa un gran male nella caduta, ma almeno salva baracca e burattini dall’irreparabile.
***

Il momento in cui versa l’Europa, in questo inizio di maggio 2010, mostra in tutta la sua chiarezza che le condizioni economiche e di benessere dei paesi non possono fondarsi su basi finanziarie aleatorie, esposte a speculazioni di livello mondiale, o basate su scambi tra mercati virtuali; c’è infatti la necessità di avere alle spalle strutture produttive, solide conoscenze e tecnologie proprie, in grado di guidare lo sviluppo nei cicli di crisi: perché tutto questo esista, è indispensabile che un paese si fondi su forti basi di ricerca, innovazione e formazione. La miopia di politiche che non sanno discernere tra costi riducibili e parti del bilancio dello stato su cui è necessario investire (ricerca scientifica in tutti i campi del sapere, innovazione, formazione di ogni ordine e grado) rischia di portare anche l’Italia alla condizione di paese che non ha una struttura produttiva, sociale e culturale adeguata a reggere i momenti di crisi.
In questa situazione economica, tagliare fondi alle università e alla ricerca (come fa il disegno di legge attualmente in discussione al parlamento, in linea con altri provvedimenti degli ultimi anni) risulta una politica autolesionistica, contro gli interessi dell’intero paese.
Per questo il Consiglio di facoltà esprime piena opposizione al disegno di legge di riordino dell’università, tanto più che nella parte relativa alla governance delle università prospetta scelte chiaramente rifiutate dall’ateneo patavino, che ha di recente approvato, dopo ampia discussione, il nuovo statuto di ateneo. Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia chiede al Senato accademico di condividere tale contrarietà e al Magnifico Rettore di farsene portavoce nell’ambito della CRUI.
In particolare, nel momento in cui programma la propria attività per il prossimo anno accademico, il Consiglio di facoltà rileva che attualmente le scarse risorse costringono di fatto le facoltà a utilizzare ampiamente il contributo dei ricercatori nell’attività didattica, senza che questo sia né previsto dal loro ruolo né riconosciuto economicamente. In questo quadro, il Consiglio condanna la soppressione del ruolo stabile dei ricercatori in università e la precarizzazione della ricerca nella fase iniziale della carriera, che rischiano di scoraggiare gli studiosi più capaci a intraprendere le vie della ricerca e di danneggiare irrimediabilmente le figure non strutturate che hanno lavorato nella facoltà in questi anni. Il Consiglio di facoltà fa propria, a questo proposito, la mozione approvata dall’assemblea di assegnisti, borsisti e altre figure non strutturate della facoltà.
Il Consiglio di facoltà prende atto che i ricercatori hanno manifestato l’intenzione di aderire ad iniziative di protesta in corso in altri atenei e nel nostro, finalizzate a contrastare la totale precarizzazione della ricerca e del ruolo dei ricercatori nell’università pubblica italiana, riservandosi di non accettare per il prossimo a.a. 2010/11 incarichi didattici non obbligatori per legge. Prende atto, inoltre, che molti professori associati e ordinari hanno dichiarato di non essere disponibili ad accettare incarichi didattici eventualmente vacanti a
causa dell’indisponibilità dei ricercatori. Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia dichiara di condividere le ragioni della protesta e denuncia che, senza l’assunzione da parte di ricercatori, professori associati e professori ordinari di compiti aggiuntivi rispetto a quelli obbligatori per legge, sarà impossibile garantire il normale svolgimento del prossimo anno accademico per tutti i corsi di laurea triennali e magistrali della facoltà.
Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia e tutti i suoi componenti si impegnano a dare la più ampia diffusione al presente documento nei luoghi e con i mezzi più adatti a sensibilizzare il mondo della ricerca e l’opinione pubblica.