INTERRUTTORI

A volte capita (ahimè sempre più di rado) di andare a vivere in una casa ereditata dai nonni, di quelle anni ’40 o ’50,quegli enormi mastini che si ergono nei dedali delle vie comunali, dai colori un po’ opachi, e che come anziani saggi vegliano austeri sull’espansione del paese.
Spesso, ancora prima di traslocare, si fa cambiare la tappezzeria, si comprano nuovi mobili, si dà una spazzata per terra, si aprono le finestre di modo che le stanze ricomincino a vivere, questa volta secondo i canoni del terzo millennio: una nuova Tv ultrapiatta sostituisce la radio nell’angolo della sala da pranzo e un nuovo impianto Hi-Fi spodesta il vetusto grammofono su cui nostra mamma da bambina ascoltava i Beatles. I giornali collezionati per decenni ingialliscono in soffitta con i vecchi diari di scuola, una vecchia macchina da scrivere o da cucire è lasciata a prendere polvere in un buio sottoscala. Tutto ciò che non è più utile viene accantonato, a volte gettato, per non intralciare la nostra vita, per non darci la possibilità di fermare lo sguardo su di essi perdendo così tempo prezioso: insomma per ridurre al minimo il rischio che rugginosi ricordi inceppino la mente.
Di tanto in tanto però qualcosa rimane dal passato ad influire sulla nostra vita presente.
In alcune case rimangono ad esempio alcuni interruttori i cui fili non fanno più contatto e si perdono chissà dove tra i muri, senza accendere più alcun lampadario. Succede magari che alziamo inavvertitamente la levetta senza ricevere risposta: allora possiamo immaginare una lampadina sul soffitto o nella parete, dalla luce più o meno intensa, che proietti colori e ombre che dipingevano la stanza e che con il tempo sono svanite.
Altre volte invece rimangono sui muri esterni le impronte di una finestra o di una porta murata, e allora ogni volta che lo sguardo cade su quei solchi, non possiamo fare a meno di fermarci e di pensare a come sarebbe stata la vista da quella finestra, o l’attraversamento di quella porta, ne immaginiamo gli infissi, lo spessore dei vetri, il colore delle tende. Tutte cose che con il tempo ci sono state precluse.
Non abbiamo più il tempo di un grammofono o di una macchina da scrivere che ci consumino i ricordi. Ma ci rimane qualche attimo per dei segni distratti del passato come un interruttore staccato o una finestra murata che sequestrino i nostri pensieri al presente senza chiedere un riscatto troppo oneroso.
Pat

>INTERRUTTORI

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A volte capita (ahimè sempre più di rado) di andare a vivere in una casa ereditata dai nonni, di quelle anni ’40 o ’50,quegli enormi mastini che si ergono nei dedali delle vie comunali, dai colori un po’ opachi, e che come anziani saggi vegliano austeri sull’espansione del paese.
Spesso, ancora prima di traslocare, si fa cambiare la tappezzeria, si comprano nuovi mobili, si dà una spazzata per terra, si aprono le finestre di modo che le stanze ricomincino a vivere, questa volta secondo i canoni del terzo millennio: una nuova Tv ultrapiatta sostituisce la radio nell’angolo della sala da pranzo e un nuovo impianto Hi-Fi spodesta il vetusto grammofono su cui nostra mamma da bambina ascoltava i Beatles. I giornali collezionati per decenni ingialliscono in soffitta con i vecchi diari di scuola, una vecchia macchina da scrivere o da cucire è lasciata a prendere polvere in un buio sottoscala. Tutto ciò che non è più utile viene accantonato, a volte gettato, per non intralciare la nostra vita, per non darci la possibilità di fermare lo sguardo su di essi perdendo così tempo prezioso: insomma per ridurre al minimo il rischio che rugginosi ricordi inceppino la mente.
Di tanto in tanto però qualcosa rimane dal passato ad influire sulla nostra vita presente.
In alcune case rimangono ad esempio alcuni interruttori i cui fili non fanno più contatto e si perdono chissà dove tra i muri, senza accendere più alcun lampadario. Succede magari che alziamo inavvertitamente la levetta senza ricevere risposta: allora possiamo immaginare una lampadina sul soffitto o nella parete, dalla luce più o meno intensa, che proietti colori e ombre che dipingevano la stanza e che con il tempo sono svanite.
Altre volte invece rimangono sui muri esterni le impronte di una finestra o di una porta murata, e allora ogni volta che lo sguardo cade su quei solchi, non possiamo fare a meno di fermarci e di pensare a come sarebbe stata la vista da quella finestra, o l’attraversamento di quella porta, ne immaginiamo gli infissi, lo spessore dei vetri, il colore delle tende. Tutte cose che con il tempo ci sono state precluse.
Non abbiamo più il tempo di un grammofono o di una macchina da scrivere che ci consumino i ricordi. Ma ci rimane qualche attimo per dei segni distratti del passato come un interruttore staccato o una finestra murata che sequestrino i nostri pensieri al presente senza chiedere un riscatto troppo oneroso.
Pat

ISTANTANEA.disordinati ritagli di paesaggi

Penetra lenta, la luce.
Attraverso le finestre illumina il lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.
Nei suoi specchi appaiono lenti i volti ed i corpi delle modelle.

Probabilmente già erano lì!
Probabilmente hanno passato la notte lì!
In coda.
Alla ricerca del posto migliore.
Alla ricerca di un angolo specchiato che rifletta al meglio la loro bellezza.

Ed ora che la luce permette a loro di osservarsi vanitose, non vedono che se stesse.
Narcisi che coprono la luna con il loro volto.
Con la loro arroganza.

Una notte intera a strattonarsi
spingersi
farsi largo a gomitate
per un posto in prima fila in quel lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.

Alcune, le più forti forse, o le più sicure di sè, riescono addirittura a tenere le altre distanti.
Vogliono evitare di vedere, con la coda dell’occhio, bellezze ritenute inferiori.
Le più quasi non possono respirare, tanto sono accalcate per potersi intravedere, almeno un poco, con la coda dell’occhio.

Tutte però vogliono appartenere a questa società dello spettacolo.
Tutte vogliono apparire in quel lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.

E che riflette la loro vanità indifferente.

ociredef aiccom

>ISTANTANEA.disordinati ritagli di paesaggi

>Penetra lenta, la luce.
Attraverso le finestre illumina il lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.
Nei suoi specchi appaiono lenti i volti ed i corpi delle modelle.

Probabilmente già erano lì!
Probabilmente hanno passato la notte lì!
In coda.
Alla ricerca del posto migliore.
Alla ricerca di un angolo specchiato che rifletta al meglio la loro bellezza.

Ed ora che la luce permette a loro di osservarsi vanitose, non vedono che se stesse.
Narcisi che coprono la luna con il loro volto.
Con la loro arroganza.

Una notte intera a strattonarsi
spingersi
farsi largo a gomitate
per un posto in prima fila in quel lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.

Alcune, le più forti forse, o le più sicure di sè, riescono addirittura a tenere le altre distanti.
Vogliono evitare di vedere, con la coda dell’occhio, bellezze ritenute inferiori.
Le più quasi non possono respirare, tanto sono accalcate per potersi intravedere, almeno un poco, con la coda dell’occhio.

Tutte però vogliono appartenere a questa società dello spettacolo.
Tutte vogliono apparire in quel lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.

E che riflette la loro vanità indifferente.

ociredef aiccom

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“Kim Zero ha lavorato tutta la vita come lanciatore di coltelli al circo dei tre piccoli criceti, aveva dimestichezza con coltelli, sciabole, spranghe, spade, tant’è che ormai non poteva nemmeno più uscire dal campo a comprare le sigarette o qualche vinaccio scadente senza portarsi dietro qualche fedele amica laminosa. Kim tornò a cercare su quella neve rosea mosso da una sincera curiosità, più si avvicinava e meno disinvolto camminava, in quella forma non riusciva a riconoscere Lily ma al suo posto c’era una piccola lapide con l’incisione “qui giace Lily M…qui l’espressione di Kim si fece incuriosita, lui non aveva mai saputo il cognome di Lily..O ora la curiosità lasciava il posto ad un presentimento..S si insinuava un dubbio..C cadevano le prime certezze..A adesso il presentimento pietrifica..R rideva decisamente meno..D destabilizzazione..A adesso ha capito..Lily M-O-S-C-A-R-D-A. Pietra. Freddo. Immobilità. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? L’epitaffio lo fece sobbalzare all’indietro, cadendo si ferì alla mano destra con il piccolo coltello che portava in tasca, si rialzò goffamente e iniziò a correre a perdifiato, non si voltò più indietro. Arrivato al campo si fasciò la mano con una garza, e si scolò una bottiglia di rosso cercando furiosamente nei cassetti, non trovò quello che cercava..ormai stordito dall’alcool e dai fumi densi dalla sua stanza uscì senza meta. Pensava a Lily, lui l’aveva uccisa, questo era vero ma non era possibile, Lily era morta anche da bambina, si era trasformata in inverno..camminava sempre più spaesato pensando a queste due Lily, vagabondando nel bosco si accorse che il corpo ormai senza vita di Lily pendeva da un albero circondato da fiorellini. Mai aveva pensato che lei non poteva morire, non aveva un corpo se non quello assegnatole, i suoi confini troppo voluttuosi erano inafferabili per chiunque tentasse di scalfirla o accarezzarla con le mani. Fu così che Kim Zero iniziò a prendere in considerazione la storia…”

Regina Bianca dietro lo scialle

Cicliche finzioni di liberazioni

Torino. Lentamente spariscono i cartelli elettorali. E’ un movimento residuo, stanco e sporco quello dei volti, dei molteplici nomi che si allontano dai muri della città. Il passaggio del tram sulle rotaie perde parte della comunicazione che per un paio di mesi ha occupato i luoghi che separano passeggeri da esterni. Questi ultimi, spettatori elettorali; i primi: pubblico dei riflessi che toccano i vetri dei negozi e dei mezzi prima di proiettare il volto-candidato nelle pupille. Affissioni ed ogni genere di scritta. Il privato partitico (quella vita del candidato che comunque deve interessare: i nomi dei figli, il tempo libero, passioni e grandi rinunce) è esposto nelle strade. Il pubblico quindi è eroso da una ciclica esposizione pubblica del privato. Il punto focale, la macchina da presa si fissa sulle immagini didascaliche di quelle elezioni regionali che terminano ora. Per un attimo, nell’istante in cui i volti dei candidati cedono (vengono staccati dagli edifici), rimane un piccolo frammento di vuoto. E’ lo spazio in cui si incontra l’addetto alle affissioni con del tabacco in bocca lungo il fiume e preso nella lentezza della sua attività comunicativa collosa. In questo momento si installa una certa indecisione, una mancanza che è presto ricondotta, ridotta alla copertura del nuovo ammasso di messaggi. Eventi, promozioni, prodotti e stimoli ai lettori passanti. E’ il terreno finto della liberazione ciclica. Non si tratta di una vero e proprio annullamento, ma piuttosto di un allentamento, comunque piuttosto pericoloso nella mobilitazione globale delle scritte comunicanti. L’agitazione è ricondotta a normalità espositiva; l’incalzo di una perpetua pace terrificante. A Torino i cartelli elettorali sono scrostati, rimane tuttavia tutto ciò che occupa di carta l’azione politica.
Rughe

>Cicliche finzioni di liberazioni

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Torino. Lentamente spariscono i cartelli elettorali. E’ un movimento residuo, stanco e sporco quello dei volti, dei molteplici nomi che si allontano dai muri della città. Il passaggio del tram sulle rotaie perde parte della comunicazione che per un paio di mesi ha occupato i luoghi che separano passeggeri da esterni. Questi ultimi, spettatori elettorali; i primi: pubblico dei riflessi che toccano i vetri dei negozi e dei mezzi prima di proiettare il volto-candidato nelle pupille. Affissioni ed ogni genere di scritta. Il privato partitico (quella vita del candidato che comunque deve interessare: i nomi dei figli, il tempo libero, passioni e grandi rinunce) è esposto nelle strade. Il pubblico quindi è eroso da una ciclica esposizione pubblica del privato. Il punto focale, la macchina da presa si fissa sulle immagini didascaliche di quelle elezioni regionali che terminano ora. Per un attimo, nell’istante in cui i volti dei candidati cedono (vengono staccati dagli edifici), rimane un piccolo frammento di vuoto. E’ lo spazio in cui si incontra l’addetto alle affissioni con del tabacco in bocca lungo il fiume e preso nella lentezza della sua attività comunicativa collosa. In questo momento si installa una certa indecisione, una mancanza che è presto ricondotta, ridotta alla copertura del nuovo ammasso di messaggi. Eventi, promozioni, prodotti e stimoli ai lettori passanti. E’ il terreno finto della liberazione ciclica. Non si tratta di una vero e proprio annullamento, ma piuttosto di un allentamento, comunque piuttosto pericoloso nella mobilitazione globale delle scritte comunicanti. L’agitazione è ricondotta a normalità espositiva; l’incalzo di una perpetua pace terrificante. A Torino i cartelli elettorali sono scrostati, rimane tuttavia tutto ciò che occupa di carta l’azione politica.
Rughe

I sentimenti del pensiero

“Questo matrimonio non s’ ha da fare”… La celebre frase del Romanzo Italiano per antonomasia suggerisce all’istante come fossero soggiogati, qualche secolo fa, i “poverelli” del borgo al signorotto locale che su loro imponeva la sua egoistica volontà. Inviar bravi a mozzar teste e minacciare curati ora sembra fortunatamente roba d’altri tempi ( per lo meno hic et nunc). Qualcosa da allora è cambiato: una Costituzione sancisce i nostri diritti, è dalla nostra parte. E’ solo un foglio di carta, potrebbe dire qualcuno… ma che carta! Mica un foglio qualunque, mica carta igienica!.. Lì si parla di rispetto e cento altre cose. Ma fondamentalmente di rispetto. Ed è quel che basta. Certo poi l’applicazione dovrebbe esser un po’ perfezionata e proprio chi la dovrebbe difendere, non dovrebbe con tutti i mezzi cercare di calpestarla; ma per il momento, almeno di qualche centimetro, si è andati avanti.
Monarchie e imperi ( Sanremo permettendo) perdono terreno.

E in quelle aule tanto discusse, talvolta capita che, oltre ai privilegi politici, si promulghino leggi che qualcosa di buono portano al basso volgo, di cui, un po’ ovunque, poco ci si cura.

Il paesaggio fuori non esclude allo sguardo violenze, che su ogni territorio in cui l’uomo metta piede, da se stesso vengono compiute, ma, più o meno ipocritamente, allo stesso tempo si cerca un rimedio al danno compiuto.
Guerre, inquinamento, dittature… nella miniera del mondo, più si scava e si indaga, più gemme taglienti vengono alla luce. E se le Miss di Salsomaggiore auspicano la cosiddetta “pace nel mondo”, chi delle pietre affilate ha coscienza, sa che sperare che tutti i problemi mondiali vengano risolti in una decina di congressi è illusorio. Quel che invece si può sperare è che i partecipanti a tali riunioni, al fine di conservare almeno la propria incolumità, realizzino d’esser sull’orlo d’un baratro e non azzardino mosse poco convenienti.

Certo che andando avanti di questo passo, forse quando esploderà il sole, potremmo aver raggiunto una certa condizione di libertà e pace. E per chi al 2012 non ci crede, l’avvenire non si prospetta granché sereno. Il castello incantato, dove regna l’armonia, appare infinitamente lontano per un’umanità procede a passi di formica.

Ovvio. E’ gente che vive. Con tutti i suoi problemi, vuoi che si faccia carico pure di quelli del mondo? O di quelli dell’Italia? E’ già tanto che si impegni nel far firmare una petizione per una problematica a livello comunale.. E dico veramente che è già tanto! Non esiste la bacchetta magica. E l’uomo ha due sole mani.

Due mani che, con un cervello che poco si usa o poco si sa usare, si sono dimenticate delle loro reali potenzialità.
La situazione attuale è quella di un’umanità che non sa pensare o ha dimenticato come farlo. Si è talmente immersi nella realtà che ci si dimentica di progettarla, perché di far questo, dovremmo essere in grado. Si vive il giorno come fosse un’onda da cavalcare, al di là della quale, non sappiamo vedere, appare tanto alta da impedirci di sperare. Ci si gode attimo per attimo ogni sguardo seducente, ogni idea perversa, ogni distrazione che ci permetta di dimenticare cosa c’è oltre l’onda.

E’ drammatico, se ci si pensa seriamente: un uomo che è ancora bestia e che compie il male, che passa la vita a seguire i suoi impulsi, a desiderare ciò che gli altri dicono che è desiderabile. E’ drammatico l’egoismo, non tanto per l’eccesso d’amor proprio, ma quanto per mancanza d’amore verso gli altri, e se non vogliamo chiamarlo “amore”, almeno definiamolo “rispetto”. L’uomo è lupo dell’uomo. Il desiderio si appaga annullando colui che rappresenta l’ostacolo a questa soddisfazione insoddisfacente. Senza esitazione, senza pensiero l’uomo domina i suoi simili e la loro morte lo rende orgoglioso del suo potere.

Quanto dolore c’è nel lasciarsi impressionare negativamente dal mondo. Bastano dei link volgari su Facebook, dibattiti su uteri in affitto, Raffaella Fico mezza nuda e Chiambretti Night. Nel vederli, provo un dolore così grande da sussurrare e urlare dentro “Maledetti”. Non è un dolore immaturo: ogni episodio di violenza richiama tutti gli altri episodi di violenza (più o meno gravi); è per questo che la superficialità e la volgarità ( a tratti) dello show di Chiambretti è così grave.
Il mio intento non è pedagogico, non voglio mostrarvi la “retta via”, criticare ogni manifestazione immorale, richiamarvi a rispettare il buon costume… Ogni episodio ha il suo peso e un programma televisivo non è certo da demonizzare! La tv di per sé non ha colpe, è solo la galleria di un male, di cui non ci rendiamo conto, di un egoismo intrinseco all’animo umano. Ovviamente superficialità, egoismo, potere, sono sempre esistiti, un tempo più di ora, la corruzione mica è iniziata nel Ventesimo secolo. L’uomo è sempre stato un po’ bestia.
Averne consapevolezza è già un bel passo avanti!
Coprirsi gli occhi con le mani e dire che è naturale e che chi ne fa un problema di stato è un pessimista, un moralista, un misantropo o un pesante, dimostra solo superficialità e incapacità di pensare.

Tornando a quel dolore, ecco che le anime che questo lo riescono a sentire diventano misantrope, si rassegnano alla supremazia della forza altrui e la lasciano contagiare i loro corpi, meditando vendetta, gridando ” Maledetti”!
Ma è più nobile il dolore della rabbia . Da esso deve partire con forza attiva la cura alla passiva impressione che costantemente si riceve.
Bisognerebbe cercare di rischiarare gli altri con quel che si ha dentro, e curare le proprie e altrui ferite con una forza positiva che esprime qualcosa di nuovo e diverso rispetto a quel che ci ha ferito, qualcosa che non ha bisogno d’esser definito forte o debole. E’ la cosa che ci rende uomini e non bestie. E la sua efficacia dipende esclusivamente da noi, e da quanto di nostro ci mettiamo.

Sto parlando della riflessione, della coscienza, della consapevolezza di quel che accade intorno. Intendiamoci: non è il guardare tre telegiornali al giorno che fa di noi esseri pensanti. E’ piuttosto la reazione che abbiamo a una singola notizia, magari anche a un episodio avvenuto per strada. E’ la profondità con la quale riusciamo a percepire che ci migliora: più andiamo a fondo nelle cose, più avremo una visione d’insieme, più riusciremo a capirle. E conoscere le cose intimamente è un po’ come conoscere se stessi. Questo è quanto di più utile si possa fare e forse anche quanto di più difficile per chi non ne è abituato. Poco importa se, per conoscersi si parli con Dio, si legga un libro o si guardi un tramonto. Quel che conta è scoprire in noi stessi quel che ci rende migliori e avere la forza di affermarlo anche all’esterno, senza paura d’esser giudicati, senza paura di sentire più forte quello che prima percepivamo superficialmente.

Non ci sono inferni o paradisi. Ma solo noi con il nostro pensiero e le nostre mani, per poter cambiare.

*Bananauz

>I sentimenti del pensiero

>

“Questo matrimonio non s’ ha da fare”… La celebre frase del Romanzo Italiano per antonomasia suggerisce all’istante come fossero soggiogati, qualche secolo fa, i “poverelli” del borgo al signorotto locale che su loro imponeva la sua egoistica volontà. Inviar bravi a mozzar teste e minacciare curati ora sembra fortunatamente roba d’altri tempi ( per lo meno hic et nunc). Qualcosa da allora è cambiato: una Costituzione sancisce i nostri diritti, è dalla nostra parte. E’ solo un foglio di carta, potrebbe dire qualcuno… ma che carta! Mica un foglio qualunque, mica carta igienica!.. Lì si parla di rispetto e cento altre cose. Ma fondamentalmente di rispetto. Ed è quel che basta. Certo poi l’applicazione dovrebbe esser un po’ perfezionata e proprio chi la dovrebbe difendere, non dovrebbe con tutti i mezzi cercare di calpestarla; ma per il momento, almeno di qualche centimetro, si è andati avanti.
Monarchie e imperi ( Sanremo permettendo) perdono terreno.

E in quelle aule tanto discusse, talvolta capita che, oltre ai privilegi politici, si promulghino leggi che qualcosa di buono portano al basso volgo, di cui, un po’ ovunque, poco ci si cura.

Il paesaggio fuori non esclude allo sguardo violenze, che su ogni territorio in cui l’uomo metta piede, da se stesso vengono compiute, ma, più o meno ipocritamente, allo stesso tempo si cerca un rimedio al danno compiuto.
Guerre, inquinamento, dittature… nella miniera del mondo, più si scava e si indaga, più gemme taglienti vengono alla luce. E se le Miss di Salsomaggiore auspicano la cosiddetta “pace nel mondo”, chi delle pietre affilate ha coscienza, sa che sperare che tutti i problemi mondiali vengano risolti in una decina di congressi è illusorio. Quel che invece si può sperare è che i partecipanti a tali riunioni, al fine di conservare almeno la propria incolumità, realizzino d’esser sull’orlo d’un baratro e non azzardino mosse poco convenienti.

Certo che andando avanti di questo passo, forse quando esploderà il sole, potremmo aver raggiunto una certa condizione di libertà e pace. E per chi al 2012 non ci crede, l’avvenire non si prospetta granché sereno. Il castello incantato, dove regna l’armonia, appare infinitamente lontano per un’umanità procede a passi di formica.

Ovvio. E’ gente che vive. Con tutti i suoi problemi, vuoi che si faccia carico pure di quelli del mondo? O di quelli dell’Italia? E’ già tanto che si impegni nel far firmare una petizione per una problematica a livello comunale.. E dico veramente che è già tanto! Non esiste la bacchetta magica. E l’uomo ha due sole mani.

Due mani che, con un cervello che poco si usa o poco si sa usare, si sono dimenticate delle loro reali potenzialità.
La situazione attuale è quella di un’umanità che non sa pensare o ha dimenticato come farlo. Si è talmente immersi nella realtà che ci si dimentica di progettarla, perché di far questo, dovremmo essere in grado. Si vive il giorno come fosse un’onda da cavalcare, al di là della quale, non sappiamo vedere, appare tanto alta da impedirci di sperare. Ci si gode attimo per attimo ogni sguardo seducente, ogni idea perversa, ogni distrazione che ci permetta di dimenticare cosa c’è oltre l’onda.

E’ drammatico, se ci si pensa seriamente: un uomo che è ancora bestia e che compie il male, che passa la vita a seguire i suoi impulsi, a desiderare ciò che gli altri dicono che è desiderabile. E’ drammatico l’egoismo, non tanto per l’eccesso d’amor proprio, ma quanto per mancanza d’amore verso gli altri, e se non vogliamo chiamarlo “amore”, almeno definiamolo “rispetto”. L’uomo è lupo dell’uomo. Il desiderio si appaga annullando colui che rappresenta l’ostacolo a questa soddisfazione insoddisfacente. Senza esitazione, senza pensiero l’uomo domina i suoi simili e la loro morte lo rende orgoglioso del suo potere.

Quanto dolore c’è nel lasciarsi impressionare negativamente dal mondo. Bastano dei link volgari su Facebook, dibattiti su uteri in affitto, Raffaella Fico mezza nuda e Chiambretti Night. Nel vederli, provo un dolore così grande da sussurrare e urlare dentro “Maledetti”. Non è un dolore immaturo: ogni episodio di violenza richiama tutti gli altri episodi di violenza (più o meno gravi); è per questo che la superficialità e la volgarità ( a tratti) dello show di Chiambretti è così grave.
Il mio intento non è pedagogico, non voglio mostrarvi la “retta via”, criticare ogni manifestazione immorale, richiamarvi a rispettare il buon costume… Ogni episodio ha il suo peso e un programma televisivo non è certo da demonizzare! La tv di per sé non ha colpe, è solo la galleria di un male, di cui non ci rendiamo conto, di un egoismo intrinseco all’animo umano. Ovviamente superficialità, egoismo, potere, sono sempre esistiti, un tempo più di ora, la corruzione mica è iniziata nel Ventesimo secolo. L’uomo è sempre stato un po’ bestia.
Averne consapevolezza è già un bel passo avanti!
Coprirsi gli occhi con le mani e dire che è naturale e che chi ne fa un problema di stato è un pessimista, un moralista, un misantropo o un pesante, dimostra solo superficialità e incapacità di pensare.

Tornando a quel dolore, ecco che le anime che questo lo riescono a sentire diventano misantrope, si rassegnano alla supremazia della forza altrui e la lasciano contagiare i loro corpi, meditando vendetta, gridando ” Maledetti”!
Ma è più nobile il dolore della rabbia . Da esso deve partire con forza attiva la cura alla passiva impressione che costantemente si riceve.
Bisognerebbe cercare di rischiarare gli altri con quel che si ha dentro, e curare le proprie e altrui ferite con una forza positiva che esprime qualcosa di nuovo e diverso rispetto a quel che ci ha ferito, qualcosa che non ha bisogno d’esser definito forte o debole. E’ la cosa che ci rende uomini e non bestie. E la sua efficacia dipende esclusivamente da noi, e da quanto di nostro ci mettiamo.

Sto parlando della riflessione, della coscienza, della consapevolezza di quel che accade intorno. Intendiamoci: non è il guardare tre telegiornali al giorno che fa di noi esseri pensanti. E’ piuttosto la reazione che abbiamo a una singola notizia, magari anche a un episodio avvenuto per strada. E’ la profondità con la quale riusciamo a percepire che ci migliora: più andiamo a fondo nelle cose, più avremo una visione d’insieme, più riusciremo a capirle. E conoscere le cose intimamente è un po’ come conoscere se stessi. Questo è quanto di più utile si possa fare e forse anche quanto di più difficile per chi non ne è abituato. Poco importa se, per conoscersi si parli con Dio, si legga un libro o si guardi un tramonto. Quel che conta è scoprire in noi stessi quel che ci rende migliori e avere la forza di affermarlo anche all’esterno, senza paura d’esser giudicati, senza paura di sentire più forte quello che prima percepivamo superficialmente.

Non ci sono inferni o paradisi. Ma solo noi con il nostro pensiero e le nostre mani, per poter cambiare.

*Bananauz