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“Questa mattina ho spezzato le ginocchia a Lily con una spranga. Il problema è che neanche me ne sono accorto. Voglio dire, è da una vita che uso la spranga. Come è una vita che provo a star simpatico a Lily, ma non so mai come pormi. Sia chiaro, non è che ci stessi provando, è! Cioè, a me di Lily non è che mi importa molto, però mi fanno piacere quelle due parole ogni tanto.. tipo tra amichetti. Mi fanno cagare le sue pare per l’inverno, la neve cattiva, i fiorellini carini e tutte quelle minchiate, ma in fin dei conti non è che mi danno fastidio. Forse è un po’ per questo che per fare il simpatico spesso forzo su queste cose.. è che non la vedo troppo divertita. A ‘sto giro avevo scelto la spotaneità, che mi sembrava la cosa più onesta; di certo non avrei mai immaginato un risultato simile.
Che poi non capisco.. allora: oggi pomeriggio ho incontrato quel mona di suo fratello. Gli ho chiesto come stava Lily, giusto per sapere, e lui mi fa che era tutto a posto. Tutto a posto? In quel momento m’è tornata in mente l’immagine di lei, caduta come un sacco di patate sulla neve, io che le sprangavo le ginocchia e la neve che sciogliendosi prendeva il colorino rosa. Cioè, mi ricordo benissimo che mentre andavo via disinvolto, lei urlava e gemeva immobile.. e questo mi viene a dire tutto a posto? Lily ginocchia di ferro? Boh, a sto punto non so neanche se chiederle di persona come sta. Prima di tutto perché dovrei andare a casa sua, che di certo non è un’impresa a chilometro zero, e poi dovrei superare la fase di imbarazzo in cui le chiedo se l’ho offesa in qualche modo. Per cosa poi? Bah.. vai a capirle ste donne.”

Regina Bianca dietro lo scialle

Il tasto off

I lettori mp3 sono una grande invenzione. Ti permettono di portare sempre appresso la tua musica preferita. Una volta indossate le cuffi e premuto il tasto play i rumori dell’ambiente ed i dialoghi delle persone che ti circondano vengono esclusi, rimani solo tu e la tua scelta musicale. Se imposti il tuo lettore su random, a volte, puoi essere stupito dal caso. A volte infatti può capitare che parta casualmente una canzone che rappresenta perfettamente il contesto in cui ti trovi. Finisci così per associare quella determinata canzone alle sensazioni e all’ambiente che hai vissuto e, riascoltando in un secondo momento quella traccia la tua mente ti catapulterà immediatamente nel passato.
I lettori mp3, come già detto, ti isolano da tutto il resto e questo a volte ti chiude delle porte. Per esempio viaggiando in treno si ha la possibilità di incontrare le persone le più diverse che, se solo non fossi isolato grazie alle tue cuffiette e avessi il coraggio di intavolare un discorso con la persona seduta accanto a te, potresti uscirne arricchito dalla conversazione. Guardando un film son rimasto colpito da questa frase: “la migliore conversazione che farai sarà con un estraneo”. Questa frase mi ha colpito perchè in alcune occasioni ho avuto il coraggio di spegnere la mia musica e ho cominciato a conversare con il compagno di viaggio di turno e, la maggior parte delle volte son state delle conversazioni piacevoli. Fortuna nell’aver incontrato dei buoni interlocutori? Io credo che ognuno la fortuna se la crei da se, bisogna solo avere il coraggio di tanto in tanto di premere il tasto off e trovare un argomento di conversazione.
Matte

>Il tasto off

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I lettori mp3 sono una grande invenzione. Ti permettono di portare sempre appresso la tua musica preferita. Una volta indossate le cuffi e premuto il tasto play i rumori dell’ambiente ed i dialoghi delle persone che ti circondano vengono esclusi, rimani solo tu e la tua scelta musicale. Se imposti il tuo lettore su random, a volte, puoi essere stupito dal caso. A volte infatti può capitare che parta casualmente una canzone che rappresenta perfettamente il contesto in cui ti trovi. Finisci così per associare quella determinata canzone alle sensazioni e all’ambiente che hai vissuto e, riascoltando in un secondo momento quella traccia la tua mente ti catapulterà immediatamente nel passato.
I lettori mp3, come già detto, ti isolano da tutto il resto e questo a volte ti chiude delle porte. Per esempio viaggiando in treno si ha la possibilità di incontrare le persone le più diverse che, se solo non fossi isolato grazie alle tue cuffiette e avessi il coraggio di intavolare un discorso con la persona seduta accanto a te, potresti uscirne arricchito dalla conversazione. Guardando un film son rimasto colpito da questa frase: “la migliore conversazione che farai sarà con un estraneo”. Questa frase mi ha colpito perchè in alcune occasioni ho avuto il coraggio di spegnere la mia musica e ho cominciato a conversare con il compagno di viaggio di turno e, la maggior parte delle volte son state delle conversazioni piacevoli. Fortuna nell’aver incontrato dei buoni interlocutori? Io credo che ognuno la fortuna se la crei da se, bisogna solo avere il coraggio di tanto in tanto di premere il tasto off e trovare un argomento di conversazione.
Matte

Avere stile costa poco!

STILE [stì-le] n.m. [pl. -i]: 1. la particolare forma in cui si concretizza l’espressione propria di un autore, di un’epoca, di un genere: stile elevato, stile dimesso; lo stile di Dante Alighieri, di Glenn Branca; stile barocco, stile carnascialesco, stile bloomesco / 2. modo abituale di essere, di comportarsi, di esprimersi: è nel suo stile; avere uno stile di merda / 3. eleganza, signorilità, distinzione: vestire con stile; non hai stile! //

* * *

Avere stile costa poco, costa davvero poco. Non passa giorno senza che i nostri parenti, i nostri educatori, i nostri amici più intimi ci confortino con questa folgorante verità. Nemmeno la pubblicità si esime più (forse non l’ha mai fatto) dal compito di indicarci la strada che veloce conduce verso questa redenzione egualitaria. Avere stile costa così poco, dopotutto, che ciascuno di noi è singolarmente chiamato a farsi carico di questa piccola spesa, di questo misero sacrificio. Affinché noi tutti possiamo così distinguerci grazie all’acquisizione di un certo stile. Va da sé che il concetto di stile in questo caso si ricollega, almeno in apparenza, alla terza delle sue definizioni: ciascuno di noi è dunque singolarmente chiamato alla distinzione e all’eleganza, ciascuno è chiamato ad acquisire (ad acquistare) il proprio stile, per rivestire ed abbellire in tal modo la propria vita, sotto pena di ricadere in quell’umanimalità abbietta e informe che per Debord costituisce il fuori del conformismo delle pratiche sociali.
In realtà non si tratta tanto di abbellire la vita, rendendola elegante (alcuni decenni fa, altri avrebbero detto senza eufemismi: “degna di essere vissuta”), quanto di conformarla effettivamente alla particolare forma dell’epoca, ansiosa di incatenare tutto ciò che può costituire nei suoi confronti un affronto, e un resto informe e inassimilabile. Ecco allora che avere stile non è più la promessa di dignità o di distinzione, ma l’ingiunzione rivolta a ciascuno dalla propria epoca, affinché essa si manifesti fin nella carne, o meglio: affinché essa rivesta la carne di ciascuno con i suoi tratti caratteristici e distinti. (Penso ad una recente pubblicità dell’Outlet Village: una donna qualunque, tratti banali, pelle di un grigio monocolore, riceve il proprio splendore e la propria appariscenza grazie ad una serie di accessori colorati che occultano con opulenza la sua impersonalità. E’ forse in questa appariscenza imposta e al tempo stesso desiderata che si connettono la prima, la seconda e la terza definizione, l’eleganza individuale e il respiro suadente dell’epoca.)
Tuttavia l’idea secondo la quale qualcosa come uno stile possa essere acquisita (acquistata) così facilmente non è sempre stata di dominio comune. Ad esempio, secondo Roland Barthes, lo stile nasce dalla natura fisica e dal passato di un uomo o di una donna, i quali si trovano avvolti dal proprio stile più per la sollecitazione dei primi che per una loro intima intenzione. Stile, dunque, inteso nel senso della seconda definizione, come un modo abituale di essere che ricorda tanto una costruzione diroccata ed esposta alle intemperie del tempo, alle ferite degli incontri e degli attraversamenti. Tutto il contrario dunque di questo stile a buon mercato che nasce per coprire e riplasmare la natura fisica, e che colma gli anacronismi e le incongruenze del passato con l’eterno presente bloomesco dell’epoca che lo secerne. Un modo dunque per permettere forzatamente a ciascuno di essere – ossimoro post-moderno – distinto come gli altri, naturalmente a buon mercato, appunto. Avere stile costa poco. Basta un piccolo sacrificio ed eccoci aperta la porta di un nuovo splendore, di quell’unico splendore – acquisito, artificiale, educato – che sappia allontanare gli spettri dell’abbietto e dell’indegno. Di più: avere stile costa talmente poco che quello che ci è richiesto in cambio – in sacrificio – è esattamente ciò da cui vogliamo separarci (nella nostra ingenuità confondiamo così grossolanamente la separazione con la distruzione).
Dopotutto, di quale sacrificio si tratterebbe? Cosa ci verrebbe chiesto di sacrificare per avere in cambio questo stile? Non si tratta certo – per quanto la pubblicità sembri alludere a ciò – di quel poco denaro che, in ogni caso, ci è soltanto dato in prestito. Né tanto meno della nostra forza lavoro, che nostra in un certo senso non lo è mai stata (almeno dal momento in cui è stata definita tale), e così nemmeno questo corpo che sempre più si dà a noi in una modalità comune a ciò che è estraneo ed espropriato (dai poteri, dalle relazioni e dalle tecniche, dall’immaginario, in un certo qual modo – e più radicalmente – anche dalla sua stessa esposizione).
Ecco la questione: a fronte di un corpo sempre più espropriato, la pubblicità allude ad una promessa tanto di appropriazione quanto di appropriatezza. “Abbiate stile!”, e sarete appropriati: tutto questo al costo irrisorio di quel nulla che coincide con ciò che ciascuno ha di proprio. “Abbiate stile!”, e il vostro corpo sarà a voi appropriato, nella misura in cui voi, surrettiziamente, ve ne sarete appropriati (senza tuttavia serbare riguardo per il pericoloso tramite che intercede in questo movimento).
“Abbiate stile!”, e sarete appropriati. In altri termini: e sarete stati appropriati da quel meccanismo indistinto che concede identità solo a patto di renderle ciascuna uguale all’altra nella loro perfetta sostituibilità.
A chi ancora, forse per paura dei comunismi che furono, si chiede ancora se sia preferibile ottenere la libertà o l’uguaglianza, quest’epoca risponde recidendo con spada: “Abbiate stile!”, ed ecco che tutti, come per incanto, otterranno la libertà di essere tutti uguali nella compiutezza della perfetta sostituibilità.

Marco

>Avere stile costa poco!

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STILE [stì-le] n.m. [pl. -i]: 1. la particolare forma in cui si concretizza l’espressione propria di un autore, di un’epoca, di un genere: stile elevato, stile dimesso; lo stile di Dante Alighieri, di Glenn Branca; stile barocco, stile carnascialesco, stile bloomesco / 2. modo abituale di essere, di comportarsi, di esprimersi: è nel suo stile; avere uno stile di merda / 3. eleganza, signorilità, distinzione: vestire con stile; non hai stile! //

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Avere stile costa poco, costa davvero poco. Non passa giorno senza che i nostri parenti, i nostri educatori, i nostri amici più intimi ci confortino con questa folgorante verità. Nemmeno la pubblicità si esime più (forse non l’ha mai fatto) dal compito di indicarci la strada che veloce conduce verso questa redenzione egualitaria. Avere stile costa così poco, dopotutto, che ciascuno di noi è singolarmente chiamato a farsi carico di questa piccola spesa, di questo misero sacrificio. Affinché noi tutti possiamo così distinguerci grazie all’acquisizione di un certo stile. Va da sé che il concetto di stile in questo caso si ricollega, almeno in apparenza, alla terza delle sue definizioni: ciascuno di noi è dunque singolarmente chiamato alla distinzione e all’eleganza, ciascuno è chiamato ad acquisire (ad acquistare) il proprio stile, per rivestire ed abbellire in tal modo la propria vita, sotto pena di ricadere in quell’umanimalità abbietta e informe che per Debord costituisce il fuori del conformismo delle pratiche sociali.
In realtà non si tratta tanto di abbellire la vita, rendendola elegante (alcuni decenni fa, altri avrebbero detto senza eufemismi: “degna di essere vissuta”), quanto di conformarla effettivamente alla particolare forma dell’epoca, ansiosa di incatenare tutto ciò che può costituire nei suoi confronti un affronto, e un resto informe e inassimilabile. Ecco allora che avere stile non è più la promessa di dignità o di distinzione, ma l’ingiunzione rivolta a ciascuno dalla propria epoca, affinché essa si manifesti fin nella carne, o meglio: affinché essa rivesta la carne di ciascuno con i suoi tratti caratteristici e distinti. (Penso ad una recente pubblicità dell’Outlet Village: una donna qualunque, tratti banali, pelle di un grigio monocolore, riceve il proprio splendore e la propria appariscenza grazie ad una serie di accessori colorati che occultano con opulenza la sua impersonalità. E’ forse in questa appariscenza imposta e al tempo stesso desiderata che si connettono la prima, la seconda e la terza definizione, l’eleganza individuale e il respiro suadente dell’epoca.)
Tuttavia l’idea secondo la quale qualcosa come uno stile possa essere acquisita (acquistata) così facilmente non è sempre stata di dominio comune. Ad esempio, secondo Roland Barthes, lo stile nasce dalla natura fisica e dal passato di un uomo o di una donna, i quali si trovano avvolti dal proprio stile più per la sollecitazione dei primi che per una loro intima intenzione. Stile, dunque, inteso nel senso della seconda definizione, come un modo abituale di essere che ricorda tanto una costruzione diroccata ed esposta alle intemperie del tempo, alle ferite degli incontri e degli attraversamenti. Tutto il contrario dunque di questo stile a buon mercato che nasce per coprire e riplasmare la natura fisica, e che colma gli anacronismi e le incongruenze del passato con l’eterno presente bloomesco dell’epoca che lo secerne. Un modo dunque per permettere forzatamente a ciascuno di essere – ossimoro post-moderno – distinto come gli altri, naturalmente a buon mercato, appunto. Avere stile costa poco. Basta un piccolo sacrificio ed eccoci aperta la porta di un nuovo splendore, di quell’unico splendore – acquisito, artificiale, educato – che sappia allontanare gli spettri dell’abbietto e dell’indegno. Di più: avere stile costa talmente poco che quello che ci è richiesto in cambio – in sacrificio – è esattamente ciò da cui vogliamo separarci (nella nostra ingenuità confondiamo così grossolanamente la separazione con la distruzione).
Dopotutto, di quale sacrificio si tratterebbe? Cosa ci verrebbe chiesto di sacrificare per avere in cambio questo stile? Non si tratta certo – per quanto la pubblicità sembri alludere a ciò – di quel poco denaro che, in ogni caso, ci è soltanto dato in prestito. Né tanto meno della nostra forza lavoro, che nostra in un certo senso non lo è mai stata (almeno dal momento in cui è stata definita tale), e così nemmeno questo corpo che sempre più si dà a noi in una modalità comune a ciò che è estraneo ed espropriato (dai poteri, dalle relazioni e dalle tecniche, dall’immaginario, in un certo qual modo – e più radicalmente – anche dalla sua stessa esposizione).
Ecco la questione: a fronte di un corpo sempre più espropriato, la pubblicità allude ad una promessa tanto di appropriazione quanto di appropriatezza. “Abbiate stile!”, e sarete appropriati: tutto questo al costo irrisorio di quel nulla che coincide con ciò che ciascuno ha di proprio. “Abbiate stile!”, e il vostro corpo sarà a voi appropriato, nella misura in cui voi, surrettiziamente, ve ne sarete appropriati (senza tuttavia serbare riguardo per il pericoloso tramite che intercede in questo movimento).
“Abbiate stile!”, e sarete appropriati. In altri termini: e sarete stati appropriati da quel meccanismo indistinto che concede identità solo a patto di renderle ciascuna uguale all’altra nella loro perfetta sostituibilità.
A chi ancora, forse per paura dei comunismi che furono, si chiede ancora se sia preferibile ottenere la libertà o l’uguaglianza, quest’epoca risponde recidendo con spada: “Abbiate stile!”, ed ecco che tutti, come per incanto, otterranno la libertà di essere tutti uguali nella compiutezza della perfetta sostituibilità.

Marco

L’elevazione spirituale dei salumi

Per cominciare spieghiamo anche a chi il “GiEffe” non l’ha visto chi è il protagonista dell’articolo.
Lasciamoci incantare da quest’essere superiore: l’aspetto d’uomo primitivo può ingannare: nel suo cuore, infatti, ermetiche emozioni (ci saranno?), esemplificate da gesta tipiche del vero cavaliere: eleganza, cortesia, eloquenza; e chi più ne ha più ne metta! La nobile “rassa veneta” vive dei suoi modi così espressivi, si riconosce nel salumiere, rendendolo emblema dell’homo faber. I suoi difetti diventano pregi agli occhi della plebaglia maccaronica, che si esalta nell’affermazione della sua supremazia sugli altri concorrenti della casa. E’ proprio il caso di dire, a questo punto, “homo homini lupus”, sbraniamo i capetti, sottomettiamo le femminucce. Perché di questo ha vissuto il nostro compatriota. Inizialmente, quel tipo così spontaneo piaceva anche a me; a una settimana dall’inizio, infatti, già si riconoscevano leader (e rispettive concubine), tra i quali spiccavano il “Principe” George, incapace di formulare una frase di senso compiuto e il palestrato Massimo, al quale dobbiamo la scoperta della differenza tra “donna” e “femmina” in una teoria tutta femminista e attuale. Capite bene che per un essere, direi, normale, come me, il Mauro salumiere che ghigliottinava principi e principesse, incalzandoli con battute e scherzi ingegnosi, riportava un senso di parità e quasi normalità nella casa e i galletti, a suon di “pio pio”, abbassavano la cresta. Tralascio ora tutte le altre dinamiche interne che a livello morale poco importano. Focalizzando su Mauro lo vediamo intento a provarci con Sarah e Veronica, con modi talvolta scherzosi, talvolta volgari, affinché l’unico obbiettivo della sua vita sia raggiunto e il suo desiderio venga appagato. All’entrata, nell’emulazione dell'”appoggiatore”, si struscia rudemente su un’ambigua Veronica (che non si capisce se più ci goda o più si senta punta nell’orgoglio). Gesti del genere non rimangono isolati e, senza Massimo tra i piedi, tenta di sottomettere, con modi primitivi, Veronica e Sarah nella camera, ( come abbiamo potuto vedere grazie alla Gialappa’s) simulando un’orgia. Serve altro? Il Sior Mauro, con modi degni degli Stilnovisti ha reso perfettamente l’idea di un amore platonico, che eleva la donna a creatura divina e cerca di innalzarsi spiritualmente. Siamo ben lontani dall'”amor carnale” che i giovinastri d’oggi propinano nelle canzoni! Un corteggiamento all’insegna della virtù e del puro sentimento. Solo Romeo, forse, avrebbe saputo far di meglio. Per il resto, che dire.. A tutti quelli che andranno a vederlo in discoteca auguro di passare una felice serata, sorvegliata dagli occhi intensi del Profeta, condita d’alcool e nutrita d’urli e sana musica house. E se passate in quel di Treviso(?) nell’anno del Giubileo, sfiorando le sacre pietre di quella grotta gelida, dedicate almeno un pensiero al nostro Mauro, che ha portato la cultura veneta fuori della Padania. E infine, dedicate un attimo a voi stessi, i più, incapaci di scrivere da sé la propria Bibbia.
(Bananauz)

>L’elevazione spirituale dei salumi

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Per cominciare spieghiamo anche a chi il “GiEffe” non l’ha visto chi è il protagonista dell’articolo.
Lasciamoci incantare da quest’essere superiore: l’aspetto d’uomo primitivo può ingannare: nel suo cuore, infatti, ermetiche emozioni (ci saranno?), esemplificate da gesta tipiche del vero cavaliere: eleganza, cortesia, eloquenza; e chi più ne ha più ne metta! La nobile “rassa veneta” vive dei suoi modi così espressivi, si riconosce nel salumiere, rendendolo emblema dell’homo faber. I suoi difetti diventano pregi agli occhi della plebaglia maccaronica, che si esalta nell’affermazione della sua supremazia sugli altri concorrenti della casa. E’ proprio il caso di dire, a questo punto, “homo homini lupus”, sbraniamo i capetti, sottomettiamo le femminucce. Perché di questo ha vissuto il nostro compatriota. Inizialmente, quel tipo così spontaneo piaceva anche a me; a una settimana dall’inizio, infatti, già si riconoscevano leader (e rispettive concubine), tra i quali spiccavano il “Principe” George, incapace di formulare una frase di senso compiuto e il palestrato Massimo, al quale dobbiamo la scoperta della differenza tra “donna” e “femmina” in una teoria tutta femminista e attuale. Capite bene che per un essere, direi, normale, come me, il Mauro salumiere che ghigliottinava principi e principesse, incalzandoli con battute e scherzi ingegnosi, riportava un senso di parità e quasi normalità nella casa e i galletti, a suon di “pio pio”, abbassavano la cresta. Tralascio ora tutte le altre dinamiche interne che a livello morale poco importano. Focalizzando su Mauro lo vediamo intento a provarci con Sarah e Veronica, con modi talvolta scherzosi, talvolta volgari, affinché l’unico obbiettivo della sua vita sia raggiunto e il suo desiderio venga appagato. All’entrata, nell’emulazione dell'”appoggiatore”, si struscia rudemente su un’ambigua Veronica (che non si capisce se più ci goda o più si senta punta nell’orgoglio). Gesti del genere non rimangono isolati e, senza Massimo tra i piedi, tenta di sottomettere, con modi primitivi, Veronica e Sarah nella camera, ( come abbiamo potuto vedere grazie alla Gialappa’s) simulando un’orgia. Serve altro? Il Sior Mauro, con modi degni degli Stilnovisti ha reso perfettamente l’idea di un amore platonico, che eleva la donna a creatura divina e cerca di innalzarsi spiritualmente. Siamo ben lontani dall'”amor carnale” che i giovinastri d’oggi propinano nelle canzoni! Un corteggiamento all’insegna della virtù e del puro sentimento. Solo Romeo, forse, avrebbe saputo far di meglio. Per il resto, che dire.. A tutti quelli che andranno a vederlo in discoteca auguro di passare una felice serata, sorvegliata dagli occhi intensi del Profeta, condita d’alcool e nutrita d’urli e sana musica house. E se passate in quel di Treviso(?) nell’anno del Giubileo, sfiorando le sacre pietre di quella grotta gelida, dedicate almeno un pensiero al nostro Mauro, che ha portato la cultura veneta fuori della Padania. E infine, dedicate un attimo a voi stessi, i più, incapaci di scrivere da sé la propria Bibbia.
(Bananauz)

Lo spettacolino imbarazzante

(rimanendo nell’imbarazzo)
E’ lunedì 16 novembre, al polo Zanotto (sede facoltà umanistiche) di Verona. Nel pomeriggio prende luogo il dibattito tra Flavio Tosi – sindaco di Verona – Vittorio Feltri – direttore de il Giornale – ed il giornalista Stefano Lorenzetto. L’idea della messa-in-incontro è quella che esce dalle stanza dell’Assimp (imprenditori e professionisti associati): un dibattito, per una Italia normale.
Il prologo del pomeriggio esce dalla bocca del rettore veronese Alessandro Mazzucco, per cui la riforma universitaria (ri-assestamento di servizi a seguito di riduzioni di finanziamenti) è qualcosa di positivo: 1) frutto di un accordo con la conferenza dei rettori (certificato1?), strada per il “moderno” (certificato2?). Intanto sulla pagina Internet dell’università di Verona non compare alcun avviso della conferenza “Italia, rissa continua. Come se ne esce?”.
Seguendo alcuni frammenti descritti dal Collettivo Facoltà Umanistiche (Pagina/13: Lo spettacolino imbarazzante), “l’incontro slitta immediatamente in una lunga apologia di Berlusconi” fino ai primi momenti di sussulto in Feltri. (A proposito della crisi) “I media disegnano una realtà tragica: disoccupati, gente che muore per strada. Adesso, io non ho mai visto cadaveri per strada. Anche i giornali, non segnalano cadaveri. Ma allora se non riesci ad arrivare alla fine del mese, perché non muori?”
Nel ricettacolo di applausi e risate che rimbalzano a seguito di queste (ed altre) affermazioni – nell’evidente vergogna che questo stia effettivamente accadendo – l’intervento di alcuni studenti viene salutato dalla sala: “andate a lavorare!”, “avanzi di galera!”, “nessuno vi ha invitati!”. Il movimento è quello del tentativo di prendere parte (dopo invito dal tavolo dei relatori) alla discussione con alcune domande. Il contro-movimento è quello dell’agitazione digos, sicurezza, gente infuriata. Gli studenti vengono allontanati, ed identificati, dalla sala.
Gli ultimi coinvolgimenti del pomeriggio sono quelli che risalgono al saper-fare de “l’om de casa” Tosi, per cui la capannella con digos e studenti diventa il luogo del pater: indulgenza (non si identifichino gli studenti) e forza (rimanendo il capo unilaterale). Il rettore Mazzucco è già stato scortato fuori dall’aula magna. L’Italia del pericolo. Galline in fuga.

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