Copenhagen: rimbalzi tra sabato 12 e domenica 13


Alcune traduzioni sparse lungo Indymedia Denmark

Prologo. Copenhagen (Danimarca), 7-18 dicembre, COP15. Ciò che accade nella città: la conferenza delle Nazioni Unite sul clima. Obiettivo: ridurre l’inquinamento ambientale tra il 2013 ed il 2020. Spettri si muovono.
Sabato. Il Flood for Climate Justice Demonstration [Straripamento-Dimostrazione per la Giustizia Climatica] accoglie i dimostranti del Global Day of Action. Nel movimento del corteo, la polizia interviene caricando e tagliando fuori alcune centinaia di persone. Per le cinque, i fermati vengono legati ai polsi e obbligati a sedere a terra. A seguito degli arresti di massa, emergono alcune testimonianze. Se ne riporta qui un resoconto:
“Racconti di persone recentemente rilasciate dal centro di detenzione di Valby [quartiere sud-ovest Copenhagen] documentano le inumane condizioni come ‘just less than horrific.’ Le celle erano sovraffollate, quindi la polizia ha legato alcune persone nelle panche dei corridoi. L’accesso ai servizi è stato vietato e quindi le persone sono state costrette a sporcarsi. I volontari delle cucine del popolo chiesero di poter portare del cibo alle centinaia di prigionieri, ma questo fu negato.”
Domenica. Le principali azioni attorno al COP15 (15th United Nations Climate Change Conference) per il 13 dicembre sono (state) Hit the Production at the Harbour [colpire la produzione al porto] e Via Campesina. I dimostranti di Via Campesina hanno costruito un teatro di strada: contadini e commercio. Lungo il porto camminano i protestanti alle spalle dello striscione Our planet not your business, lasciando informazioni sugli arresti di sabato. La polizia cammina attorno i dimostranti del porto, ed in un’ora dall’avvio del corteo, li blocca e circonda. Cominciano gli arresti ed arrivano i camioncini per il prelievo dei dimostranti.
Mentre Ban Ki Moon, segretario generale ONU, sostiene la forza di un “accordo solido ed immediatamente efficace”, da Via Campesina, dal porto, e nel movimento di sabato, i dimostranti gridano un Campio di Sistema piuttosto che un Cambio Climatico.
Facendo riferimento agli Spettri di Copenhagen, si attraversa il carcere di Valby, le strade, e le piazze percorse dalla scia del Global Day of Action. Se il COP15 raggiunge un piano d’accordo per la riduzione dell’inquinamento ambientale, se il teatro dei ruoli di governo di Copenhagen non gratta i nervi di chi ne legge, l’aria la respiro io ora, leggendo. (continua)

>Copenhagen: rimbalzi tra sabato 12 e domenica 13

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Alcune traduzioni sparse lungo Indymedia Denmark

Prologo. Copenhagen (Danimarca), 7-18 dicembre, COP15. Ciò che accade nella città: la conferenza delle Nazioni Unite sul clima. Obiettivo: ridurre l’inquinamento ambientale tra il 2013 ed il 2020. Spettri si muovono.
Sabato. Il Flood for Climate Justice Demonstration [Straripamento-Dimostrazione per la Giustizia Climatica] accoglie i dimostranti del Global Day of Action. Nel movimento del corteo, la polizia interviene caricando e tagliando fuori alcune centinaia di persone. Per le cinque, i fermati vengono legati ai polsi e obbligati a sedere a terra. A seguito degli arresti di massa, emergono alcune testimonianze. Se ne riporta qui un resoconto:
“Racconti di persone recentemente rilasciate dal centro di detenzione di Valby [quartiere sud-ovest Copenhagen] documentano le inumane condizioni come ‘just less than horrific.’ Le celle erano sovraffollate, quindi la polizia ha legato alcune persone nelle panche dei corridoi. L’accesso ai servizi è stato vietato e quindi le persone sono state costrette a sporcarsi. I volontari delle cucine del popolo chiesero di poter portare del cibo alle centinaia di prigionieri, ma questo fu negato.”
Domenica. Le principali azioni attorno al COP15 (15th United Nations Climate Change Conference) per il 13 dicembre sono (state) Hit the Production at the Harbour [colpire la produzione al porto] e Via Campesina. I dimostranti di Via Campesina hanno costruito un teatro di strada: contadini e commercio. Lungo il porto camminano i protestanti alle spalle dello striscione Our planet not your business, lasciando informazioni sugli arresti di sabato. La polizia cammina attorno i dimostranti del porto, ed in un’ora dall’avvio del corteo, li blocca e circonda. Cominciano gli arresti ed arrivano i camioncini per il prelievo dei dimostranti.
Mentre Ban Ki Moon, segretario generale ONU, sostiene la forza di un “accordo solido ed immediatamente efficace”, da Via Campesina, dal porto, e nel movimento di sabato, i dimostranti gridano un Campio di Sistema piuttosto che un Cambio Climatico.
Facendo riferimento agli Spettri di Copenhagen, si attraversa il carcere di Valby, le strade, e le piazze percorse dalla scia del Global Day of Action. Se il COP15 raggiunge un piano d’accordo per la riduzione dell’inquinamento ambientale, se il teatro dei ruoli di governo di Copenhagen non gratta i nervi di chi ne legge, l’aria la respiro io ora, leggendo. (continua)

RuBaRe, RUbaRE, ruBAre, rUbArE, RUBare, rubAre, RUbaRE, ruBAre, RUBARE..

Quando ricominceremo ad indignarci?
RUBARE..prendere di nascosto o con violenza ciò che appartiene ad altri. Due donne hanno rubato. Due casalinghe di 53 e 55 anni hanno rubato. Due signore hanno rubato 165 euro di spesa al supermercato Alì. Le due ladre sono state portate nel carcere femminile della Giudecca martedì mattina perché hanno rubato. Le due ladre sono state scarcerate ieri mattina in attesa del processo con rito direttissimo, vista la flagranza, per rispondere del reato di furto aggravato. Le due ladre hanno compiuto il loro furto a Dolo (Venezia) ma sono di Marghera. Marghera..Porto Marghera è una di quelle zone d’Italia, come ce ne sono altre, in cui la vita delle famiglie dipende interamente e gira attorno dall’industria pesante, ed è a rischio proprio perché vive gomito a gomito con il Petrolchimico e con l’inquinamento prodotto da tutto il Polo Chimico. A Marghera la crisi non è qualcosa che si sente in televisione o si legge sui giornali, non è lo spauracchio annuale di cui tutta l’Italia si riempie la bocca, non è una fase passeggera in cui tirare la cinghia; ma è una situazione reale e concreta che da anni schiaccia le famiglie-dipendenti da questo tipo di industria che sempre più spesso ha fatto l’occhiolino all’estero. RUBARE..non necessariamente si riferisce a qualcosa di fisico, ma è rubare anche la sicurezza di arrivare alla fine del mese con uno stipendio, è rubare togliere la certezza di un lavoro e sostituirlo con la cassa integrazione. Ma non si può arrestare e processare nessuno in direttissima per questo furto. E così la notizia uscita su La Nuova di Venezia e Mestre, ripresa da La Repubblica, sottolinea la sorpresa per questo gesto e le due donne perdono il loro ruolo di donne e si trovano etichettate come ladre e quindi normalmente detenute per quattro giorni in carcere. Nessun tentativo di avvicinarsi.. “Non c’è volontà di comprendere e questo corrompe la società, cui riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là”. Neanche l’ombra del misfatto sul Il Giornale, coerentemente con quanto pensa il suo direttore, il quale ritiene che «i media disegnano una realtà tragica: disoccupati, gente che muore per strada. Adesso, io non ho mai visto cadaveri per strada. Anche i giornali, non segnalano cadaveri. Ma allora se non riesci ad arrivare alla fine del mese, perché non muori?».
E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali tranne qual’è il crimine giusto per non passare da criminali. C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame.

Marlene

>RuBaRe, RUbaRE, ruBAre, rUbArE, RUBare, rubAre, RUbaRE, ruBAre, RUBARE..

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Quando ricominceremo ad indignarci?
RUBARE..prendere di nascosto o con violenza ciò che appartiene ad altri. Due donne hanno rubato. Due casalinghe di 53 e 55 anni hanno rubato. Due signore hanno rubato 165 euro di spesa al supermercato Alì. Le due ladre sono state portate nel carcere femminile della Giudecca martedì mattina perché hanno rubato. Le due ladre sono state scarcerate ieri mattina in attesa del processo con rito direttissimo, vista la flagranza, per rispondere del reato di furto aggravato. Le due ladre hanno compiuto il loro furto a Dolo (Venezia) ma sono di Marghera. Marghera..Porto Marghera è una di quelle zone d’Italia, come ce ne sono altre, in cui la vita delle famiglie dipende interamente e gira attorno dall’industria pesante, ed è a rischio proprio perché vive gomito a gomito con il Petrolchimico e con l’inquinamento prodotto da tutto il Polo Chimico. A Marghera la crisi non è qualcosa che si sente in televisione o si legge sui giornali, non è lo spauracchio annuale di cui tutta l’Italia si riempie la bocca, non è una fase passeggera in cui tirare la cinghia; ma è una situazione reale e concreta che da anni schiaccia le famiglie-dipendenti da questo tipo di industria che sempre più spesso ha fatto l’occhiolino all’estero. RUBARE..non necessariamente si riferisce a qualcosa di fisico, ma è rubare anche la sicurezza di arrivare alla fine del mese con uno stipendio, è rubare togliere la certezza di un lavoro e sostituirlo con la cassa integrazione. Ma non si può arrestare e processare nessuno in direttissima per questo furto. E così la notizia uscita su La Nuova di Venezia e Mestre, ripresa da La Repubblica, sottolinea la sorpresa per questo gesto e le due donne perdono il loro ruolo di donne e si trovano etichettate come ladre e quindi normalmente detenute per quattro giorni in carcere. Nessun tentativo di avvicinarsi.. “Non c’è volontà di comprendere e questo corrompe la società, cui riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là”. Neanche l’ombra del misfatto sul Il Giornale, coerentemente con quanto pensa il suo direttore, il quale ritiene che «i media disegnano una realtà tragica: disoccupati, gente che muore per strada. Adesso, io non ho mai visto cadaveri per strada. Anche i giornali, non segnalano cadaveri. Ma allora se non riesci ad arrivare alla fine del mese, perché non muori?».
E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali tranne qual’è il crimine giusto per non passare da criminali. C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame.

Marlene

SAGOME [1/3]

Stavano davanti alla mia finestra. Tre sagome, nere. La luce alle spalle, negli appartamenti, tracciava i contorni del nero di cui erano fatti i loro corpi. Ombre. Due stavano sotto, le mani protese. Un individuo era invece sospeso un paio di metri sopra. Un’altra stanza. Un’altra luce. D’improvviso la finestra di sopra perse l’illuminazione. Non so come udivo il suono dell’orologio. Poi la luce viene accesa, la stanza dell’individuo è visibile. Il suono dell’orologio continua, e dietro l’incavo della finestra, sono ora due le figure nere che si ergono in piedi. Dritte ed immobili, sento una voce: “il lampione brucia di notte”. Non ho il coraggio di abbassare lo sguardo sulla finestra di sotto. (continua)

>SAGOME [1/3]

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Stavano davanti alla mia finestra. Tre sagome, nere. La luce alle spalle, negli appartamenti, tracciava i contorni del nero di cui erano fatti i loro corpi. Ombre. Due stavano sotto, le mani protese. Un individuo era invece sospeso un paio di metri sopra. Un’altra stanza. Un’altra luce. D’improvviso la finestra di sopra perse l’illuminazione. Non so come udivo il suono dell’orologio. Poi la luce viene accesa, la stanza dell’individuo è visibile. Il suono dell’orologio continua, e dietro l’incavo della finestra, sono ora due le figure nere che si ergono in piedi. Dritte ed immobili, sento una voce: “il lampione brucia di notte”. Non ho il coraggio di abbassare lo sguardo sulla finestra di sotto. (continua)

Assopiti

Generazione di dormienti svegliatevi! In un contesto universitario in cui si presuppone che ci siano persone dalla mente aperta e con voglia di fare, l’ateneo veronese non propone questa situazione. A farla da padrone infatti è una generazione di studenti assopiti, focalizzati solo su se stessi e con poca voglia di lasciare un’impronta. Come se l’università fosse solo un luogo di passaggio in cui imparare esami a memoria ma, soprattutto si vede l’università come un luogo in cui intensificare la propria vita sociale al fine di coricarsi nel talamo di qualcuno. Per fortuna però c’è qualcuno che si è destato dal torpore del dolce far niente, ne sono un esempio i più conosciuti Fuoriaula e Pass. Da oramai un anno è entrata anche Pagina/13 nei corridoi universitari, con il tentativo di smuovere qualcosa, di svegliare le menti dei lettori. Pagina/13 non è una nicchia, una congrega o un circolo segreto riservato a pochi. Pagina/13 da la possibilità, a chiunque voglia, di dare risalto e visibilità alle proprie idee e ai propri pensieri. La speranza è che non tutti i “passanti” del nostro ateneo siano dei nichilisti ma, ci sia anche qualcuno con voglia di fare, con la voglia di lasciare un segno o più semplicemente di vedersi pubblicato un qualcosa di proprio. Perciò tu lettore svegliati dal torpore, Pagina/13 di da la possibilità di farlo.

Matte

>Assopiti

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Generazione di dormienti svegliatevi! In un contesto universitario in cui si presuppone che ci siano persone dalla mente aperta e con voglia di fare, l’ateneo veronese non propone questa situazione. A farla da padrone infatti è una generazione di studenti assopiti, focalizzati solo su se stessi e con poca voglia di lasciare un’impronta. Come se l’università fosse solo un luogo di passaggio in cui imparare esami a memoria ma, soprattutto si vede l’università come un luogo in cui intensificare la propria vita sociale al fine di coricarsi nel talamo di qualcuno. Per fortuna però c’è qualcuno che si è destato dal torpore del dolce far niente, ne sono un esempio i più conosciuti Fuoriaula e Pass. Da oramai un anno è entrata anche Pagina/13 nei corridoi universitari, con il tentativo di smuovere qualcosa, di svegliare le menti dei lettori. Pagina/13 non è una nicchia, una congrega o un circolo segreto riservato a pochi. Pagina/13 da la possibilità, a chiunque voglia, di dare risalto e visibilità alle proprie idee e ai propri pensieri. La speranza è che non tutti i “passanti” del nostro ateneo siano dei nichilisti ma, ci sia anche qualcuno con voglia di fare, con la voglia di lasciare un segno o più semplicemente di vedersi pubblicato un qualcosa di proprio. Perciò tu lettore svegliati dal torpore, Pagina/13 di da la possibilità di farlo.

Matte

Un silenzio dei Coen

Concepite per suscitare sensazioni particolari attraverso una finzione, le montagne russe portano in s’è lo stesso meccanismo del cinema. Lo schermo ci chiede di stare al gioco delle immagini: insieme all’altoparlante saranno loro a creare situazioni, circostanze, atmosfere – ossia l’architettura delle montagne russe. A quel punto non si dovrà fare altro che sedersi e lasciarsi trasportare, nella consapevolezza che ciò che si sta facendo è un gioco e in quanto tale meriterà una risata.

Ma quando lo schermo piuttosto che come gioco viene preso sul serio, come realtà, la cognizione del reale si capovolge. Tu sei ancora su quella montagna russa, ma dai tuoi occhi l’inesorabile caduta è maledettamente vera – basterebbe forse questo per una riflessione sui telegiornali.

In una società nella quale l’occhio è diventato il senso cruciale dell’esperienza, il reale viene reinventato in forma metaforica, a scapito della costruzione metonimica che implica un vissuto. L’intera vita vien fatta scorrere, tesa verso la tranquillità, verso la ricerca di una pace che ci faccia “sistemare”: una casa, un lavoro, come il vecchio benzinaio. Una vita guidata dall’immagine di una vita, cercando di farla combaciare senza troppi vissuti collaterali. Senza che le sensazioni possano aver troppo gioco in un progetto molto più grande di loro: la creazione di abitudini. Così si preferisce farsi emozionare da immagini, che è molto meno rischioso di un coinvolgimento in prima persona – in prima carne. Anton scardina tutto questo con una domanda: testa o croce? Imbarazzo, disorientamento, paura: le prime sensazioni di un corpo crudelmente spogliato della tranquilla abitudine e forzatamente portato ad una scelta che ponga come posta in gioco tutto: la vita, il corpo, la carne. Forse invecchiare con lo schermo significa saldarsi una corazza d’abitudine sulla schiena. Forse è per questo che non è un paese per vecchi. E forse i fratelli Coen hanno scelto di non mettere alcuna colonna sonora per lasciare che le immagini – coi dialoghi-didascalia – palesino il fatto che l’occhio non riuscirà mai ad essere il senso cruciale dell’esperienza. Almeno finché a deviare lo sguardo non sarà solo l’eccesso di luce, ma anche il gelo della notte.

ale