Patologia giudiziaria 3

Di fronte all’uso compulsivo di alcune parole ricorrenti nel linguaggio politico, quel che più preme non è tanto capire cosa esse stanno a significare, ma riconoscere come funzionano e quale operatore mettono in atto. Più si guarda una parola da vicino, e più essa ci indica lontano, nel punto in cui imprime una forza. Sia dunque l’utilizzo, più volte sperimentato da parte di Berlusconi, della parola “comunista”. Essa non sta solo ad indicare la presunta incompatibilità di una carica politica con una posizione altrettanto politica: l’operazione che l’attributo compie nel sintagma “giudice comunista” non è di semplice denuncia, quanto di effettiva svalutazione del primo termine a vantaggio del secondo. In questo rovesciamento, con cui l’attributo divora senza resti il proprio sostantivo, “giudice” non è che un banale travestimento della vera essenza del male, l’essere appunto “comunista”. Per riprendere una dichiarazione dello stesso premier, la qualifica di “comunista” associa così il suo portatore, tanto puntualmente quanto inequivocabilmente, alle cosiddette “forze del male”. Ora, che Berlusconi abbia fatto della lotta al nemico rosso una sorta di manifesto è cosa da tempo risaputa. Meno noto è il diretto corollario a questa operazione di squalifica (in senso agonistico): nel lessico politico-funzionale di Berlusconi, “comunista” non è il nemico, non l’opposizione né tanto meno l’alternativa, ma il crimine incarnato e il male assoluto (pericoloso paragone con l’amministrazione Bush e l’utilizzo di operatori quali “asse del male” e “stato canaglia”). E di fronte al crimine, di fronte al male fattosi persona, non c’è più nulla che venga risparmiato, non vi è più mezzo che sia riconoscibile come illegittimo per perseguire la vittoria. Alcuni decenni fa Carl Schmitt poteva dunque scrivere: “Quando però si passa a considerare il nemico che si combatte un vero e proprio criminale, quando la guerra diventa per esempio come una guerra civile tra nemici di classe, il suo scopo primario è l’annientamento del governo dello Stato nemico […]. E’ questa la logica di una guerra per una justa causa senza il riconoscimento di un justus hostis”.

marco

>Patologia giudiziaria 3

>

Di fronte all’uso compulsivo di alcune parole ricorrenti nel linguaggio politico, quel che più preme non è tanto capire cosa esse stanno a significare, ma riconoscere come funzionano e quale operatore mettono in atto. Più si guarda una parola da vicino, e più essa ci indica lontano, nel punto in cui imprime una forza. Sia dunque l’utilizzo, più volte sperimentato da parte di Berlusconi, della parola “comunista”. Essa non sta solo ad indicare la presunta incompatibilità di una carica politica con una posizione altrettanto politica: l’operazione che l’attributo compie nel sintagma “giudice comunista” non è di semplice denuncia, quanto di effettiva svalutazione del primo termine a vantaggio del secondo. In questo rovesciamento, con cui l’attributo divora senza resti il proprio sostantivo, “giudice” non è che un banale travestimento della vera essenza del male, l’essere appunto “comunista”. Per riprendere una dichiarazione dello stesso premier, la qualifica di “comunista” associa così il suo portatore, tanto puntualmente quanto inequivocabilmente, alle cosiddette “forze del male”. Ora, che Berlusconi abbia fatto della lotta al nemico rosso una sorta di manifesto è cosa da tempo risaputa. Meno noto è il diretto corollario a questa operazione di squalifica (in senso agonistico): nel lessico politico-funzionale di Berlusconi, “comunista” non è il nemico, non l’opposizione né tanto meno l’alternativa, ma il crimine incarnato e il male assoluto (pericoloso paragone con l’amministrazione Bush e l’utilizzo di operatori quali “asse del male” e “stato canaglia”). E di fronte al crimine, di fronte al male fattosi persona, non c’è più nulla che venga risparmiato, non vi è più mezzo che sia riconoscibile come illegittimo per perseguire la vittoria. Alcuni decenni fa Carl Schmitt poteva dunque scrivere: “Quando però si passa a considerare il nemico che si combatte un vero e proprio criminale, quando la guerra diventa per esempio come una guerra civile tra nemici di classe, il suo scopo primario è l’annientamento del governo dello Stato nemico […]. E’ questa la logica di una guerra per una justa causa senza il riconoscimento di un justus hostis”.

marco

FUOCO E PESTAGGI IN VIA CORELLI

Lo scritto che segue è del 25 Ottobre 2009 in Macerie e Storie di Torino

Questa settimana dentro al Cie di via Corelli è scoppiata un’epidemia di influenza, ovviamente aggravata dalla pietosa condizione igienica e sanitaria nella quale sono costretti a vivere i prigionieri. Alcuni di loro, costretti a letto dalla febbre alta, hanno dovuto essere trasportati in infermeria a braccio dai propri compagni visto il rifiuto netto dei medici della Croce Rossa di entrare nelle gabbie. Le cure, come al solito, sono superficiali e per protestare già da venerdì 28 prigionieri hanno indetto uno sciopero della fame. Sei di loro, che evidentemente rompevano troppo le scatole, sono stati picchiati dalla polizia mentre la Croce Rossa ha continuato a minimizzare, somministrando un po’ di tachipirina, un po’ bicarbonato per fare gargarismi e molti psicofarmaci.

Il nervosismo dentro alle gabbie è salito ulteriormente sabato mattina quando è arrivata la notizia che tre dei prigionieri del Centro – un marocchino e due tunisini – erano stati deportati in… Algeria! E così ieri sera la disperazione ha preso il sopravvento. Prima solo uno, poi anche altri quattro prigionieri della sezione hanno cominciato a tagliarsi, nella speranza di essere portati al Pronto soccorso per ricevere le cure necessarie; si sono tagliati il petto, le braccia, uno è arrivato a incidersi un taglio sul collo… I crocerossini, però, non hanno mosso un dito fino al pomeriggio di oggi quando, dopo essersi accorti che i reclusi sono in contatto costante con l’esterno, hanno mandano un infermiere dentro alle gabbie per medicare le ferite più profonde. Poco dopo alcuni poliziotti entrano nelle camerate consigliando ai presenti di smetterla di lamentarsi e minacciando ritorsioni: i prigionieri a questo punto scoppiano davvero e in due sezioni portano fuori dalle celle i materassi e li incendiano. La polizia entra nelle gabbie con i manganelli e spegne i fuochi, tre reclusi vengono portati dall’ispettore capo del Centro ed uno torna nelle camerate con sul viso i segni degli schiaffi e delle percosse.

In serata sono solo in tre a proseguire lo sciopero della fame e la polizia presidia i corridoi. In più è tutto il giorno che i riscaldamenti sono spenti. Questo è il numero del centralino di Corelli 02 70001950. Telefonate per fare pressione perché i reclusi feriti e malati vengano portati in ospedale e perché il riscaldamento venga immediatamente riacceso.

Aggiornamento 26 ottobre. Al risveglio i tre reclusi ancora in sciopero vengono convocati dall’Ufficio immigrazione del Centro e viene garantito loro che saranno curati e che i sanitari ricominceranno a dar loro i farmaci non appena riprenderanno a mangiare. Intorno a mezzogiorno, però, ritorna il fuoco nel Centro: è un prigioniero che, dopo aver parlato con il proprio Console, brucia dei materassi per protesta.

>FUOCO E PESTAGGI IN VIA CORELLI

>

Lo scritto che segue è del 25 Ottobre 2009 in Macerie e Storie di Torino

Questa settimana dentro al Cie di via Corelli è scoppiata un’epidemia di influenza, ovviamente aggravata dalla pietosa condizione igienica e sanitaria nella quale sono costretti a vivere i prigionieri. Alcuni di loro, costretti a letto dalla febbre alta, hanno dovuto essere trasportati in infermeria a braccio dai propri compagni visto il rifiuto netto dei medici della Croce Rossa di entrare nelle gabbie. Le cure, come al solito, sono superficiali e per protestare già da venerdì 28 prigionieri hanno indetto uno sciopero della fame. Sei di loro, che evidentemente rompevano troppo le scatole, sono stati picchiati dalla polizia mentre la Croce Rossa ha continuato a minimizzare, somministrando un po’ di tachipirina, un po’ bicarbonato per fare gargarismi e molti psicofarmaci.

Il nervosismo dentro alle gabbie è salito ulteriormente sabato mattina quando è arrivata la notizia che tre dei prigionieri del Centro – un marocchino e due tunisini – erano stati deportati in… Algeria! E così ieri sera la disperazione ha preso il sopravvento. Prima solo uno, poi anche altri quattro prigionieri della sezione hanno cominciato a tagliarsi, nella speranza di essere portati al Pronto soccorso per ricevere le cure necessarie; si sono tagliati il petto, le braccia, uno è arrivato a incidersi un taglio sul collo… I crocerossini, però, non hanno mosso un dito fino al pomeriggio di oggi quando, dopo essersi accorti che i reclusi sono in contatto costante con l’esterno, hanno mandano un infermiere dentro alle gabbie per medicare le ferite più profonde. Poco dopo alcuni poliziotti entrano nelle camerate consigliando ai presenti di smetterla di lamentarsi e minacciando ritorsioni: i prigionieri a questo punto scoppiano davvero e in due sezioni portano fuori dalle celle i materassi e li incendiano. La polizia entra nelle gabbie con i manganelli e spegne i fuochi, tre reclusi vengono portati dall’ispettore capo del Centro ed uno torna nelle camerate con sul viso i segni degli schiaffi e delle percosse.

In serata sono solo in tre a proseguire lo sciopero della fame e la polizia presidia i corridoi. In più è tutto il giorno che i riscaldamenti sono spenti. Questo è il numero del centralino di Corelli 02 70001950. Telefonate per fare pressione perché i reclusi feriti e malati vengano portati in ospedale e perché il riscaldamento venga immediatamente riacceso.

Aggiornamento 26 ottobre. Al risveglio i tre reclusi ancora in sciopero vengono convocati dall’Ufficio immigrazione del Centro e viene garantito loro che saranno curati e che i sanitari ricominceranno a dar loro i farmaci non appena riprenderanno a mangiare. Intorno a mezzogiorno, però, ritorna il fuoco nel Centro: è un prigioniero che, dopo aver parlato con il proprio Console, brucia dei materassi per protesta.

Dando “Voce al Silenzio”: Rigurgito KKK


Il testo che segue è una traduzione della pagina
Our Goal del sito kkk.bz.

Il tempo in cui viviamo è molto eccitante; chiunque ne sia d’accordo dovrebbe sentirsi fiero di associarsi o sostenere questo movimento spontaneo per riavere l’America. Il Knights Party sarà, negli anni a venire, riconosciuto dagli americani come il Movimento dei Diritti dei Bianchi!

Ovunque essi vivano; qualunque il loro credo religioso; qualunque la loro presente organizzazione politica o fraterna; ognuno dovrebbe sostenere il Knights Party come il PARTITO politico del futuro e la Ultima Speranza per l’America.

Il Knights Party, riconoscendo che per raggiungere una reale sicurezza per la (nostra) gente debba ottenere il potere politico statunitense:

A.Diverrà leader del movimento razziale Bianco
Attraverso una forte ed organizzata dimostrazione di leadership
Attraverso l’addestramento ed uso di qualificati media di rappresentazione

Attraverso lo sforzo concertato di tutti i Klansmen e Klanswomen nel seguire attentamente istruzioni, suggerimenti e linee guida (così come programmate dal comando generale) per ottenere il MEGLIO

B.Si batterà per divenire la forza guida e rappresentativa alle spalle della Comunità Bianca
Attreverso un uso aggressivo di pubblicità televisiva, radio e stampa
Attraverso un enorme piano nazionale di letteratura con cui raggiungere milioni di persone
Con una rottura legale del muro liberale che circonda le scuole ed università americane – per raggiungere ed istruire gli studenti nel riassesto delle loro scuole
Attraverso l’effettivo utilizzo di progetti per assistere nella ri-educazione le forze dell’ordine ed il personale dell’istruzione. Questi due gruppi, molto importanti, devono cambiare lato della storia; invece di ricevere continue informazioni da organizzazioni come ADL (Anti-Defamation League), NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), ACLU (American Civil Liberties Union)
C.Organizzare e dirigere i bianchi verso un livello di attivismo necessario alla vittoria politica
Attraverso l’organizzazione ed il mantenimento di forti unità locali
Attraverso audaci campagne pubbliche focalizzate in due idee principali:
– Cristiani bianchi sono stati traditi dai leader politici, economici, religiosi e dell’istruzione
– Il Knights Party è l’ultima speranza per l’America.

>Dando “Voce al Silenzio”: Rigurgito KKK

>


Il testo che segue è una traduzione della pagina
Our Goal del sito kkk.bz.

Il tempo in cui viviamo è molto eccitante; chiunque ne sia d’accordo dovrebbe sentirsi fiero di associarsi o sostenere questo movimento spontaneo per riavere l’America. Il Knights Party sarà, negli anni a venire, riconosciuto dagli americani come il Movimento dei Diritti dei Bianchi!

Ovunque essi vivano; qualunque il loro credo religioso; qualunque la loro presente organizzazione politica o fraterna; ognuno dovrebbe sostenere il Knights Party come il PARTITO politico del futuro e la Ultima Speranza per l’America.

Il Knights Party, riconoscendo che per raggiungere una reale sicurezza per la (nostra) gente debba ottenere il potere politico statunitense:

A.Diverrà leader del movimento razziale Bianco
Attraverso una forte ed organizzata dimostrazione di leadership
Attraverso l’addestramento ed uso di qualificati media di rappresentazione

Attraverso lo sforzo concertato di tutti i Klansmen e Klanswomen nel seguire attentamente istruzioni, suggerimenti e linee guida (così come programmate dal comando generale) per ottenere il MEGLIO

B.Si batterà per divenire la forza guida e rappresentativa alle spalle della Comunità Bianca
Attreverso un uso aggressivo di pubblicità televisiva, radio e stampa
Attraverso un enorme piano nazionale di letteratura con cui raggiungere milioni di persone
Con una rottura legale del muro liberale che circonda le scuole ed università americane – per raggiungere ed istruire gli studenti nel riassesto delle loro scuole
Attraverso l’effettivo utilizzo di progetti per assistere nella ri-educazione le forze dell’ordine ed il personale dell’istruzione. Questi due gruppi, molto importanti, devono cambiare lato della storia; invece di ricevere continue informazioni da organizzazioni come ADL (Anti-Defamation League), NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), ACLU (American Civil Liberties Union)
C.Organizzare e dirigere i bianchi verso un livello di attivismo necessario alla vittoria politica
Attraverso l’organizzazione ed il mantenimento di forti unità locali
Attraverso audaci campagne pubbliche focalizzate in due idee principali:
– Cristiani bianchi sono stati traditi dai leader politici, economici, religiosi e dell’istruzione
– Il Knights Party è l’ultima speranza per l’America.

Le Scarpe dei Suicidi

Questo POST vorrebbe essere un tentativo di percorso in alcuni spazi di Torino. Torino come spazi-o. Lo SQUAT a Torino.
Questo POST nasce da un pensiero unilaterale, solitario, una sera, questa sera di pubblicazione.
Questo pensiero forse non arriverà ad incontrare le persone in questi spazi, esposto com’è nell’essere incarnato in un vivente intimidito, timido ed incerto quale sono.
Questo è un tentativo.

Ciò che segue è il foglio d’inizio del libro Le Scarpe dei Suicidi.

La diffusione elettronica e cartacea di questo libro è gradita e vivamente consigliata.

Il 5 marzo 1998 a Torino sono stati arrestati tre anarchici che abitavano la Casa di Collegno. Lo squat viene chiuso dalle autorità. Contemporaneamente vengono attaccate altre due case occupate: l’Asilo è sgomberato mentre all’Alcova l’operazione non riesce.
Edoardo Massari (Baleno) Maria Soledad Rosas (Sole) e Silvano Pelissero sono accusati dal PM Maurizio Laudi di essere gli autori di alcuni attentati, avvenuti in Val Susa, contro i primi cantieri del Treno ad Alta Velocità.
I tre arrestati si dichiarano estranei alle accuse avanzate nei loro confronti.
Immediatamente nasce un vasto movimento di protesta contro la montatura di giudici Ros e Digos, che si estende anche in altre città. Decine e decine di persone vengono intimidite, pestate, inquisite, denunciate, processate e condannate.
Televisioni e giornali, di destra e di sinistra, – in servile ossequio al potere – scatenano una canea mediatica volta alla criminalizzazione dei posti occupati torinesi e degli occupanti. Gli squatter diventano il nuovo mostro da debellare.
Il 28 dello stesso mese Edoardo Massari muore impiccato nel carcere delle Vallette.
L’11 luglio successivo muore nell’identico modo anche Soledad Rosas, lei pure in stato di detenzione.
Nel gennaio 1999 Silvano, unico sopravvissuto all’inchiesta di Laudi, è condannato a 6 anni e 10 mesi dal giudice Franco Giordana. Verrà liberato solo nel marzo 2002 dopo quattro anni di detenzione, in seguito alla sentenza della corte di cassazione che riconoscerà l’inconsistenza delle prove relative all’associazione eversiva (art. 270 bis).
Ora che gli abitanti della Val Susa sono “avvisati”, decolla il progetto del treno veloce. A contrastare i programmi ultramiliardari e altamente nocivi del potere, sono solo i pazzi ed i sovversivi. E finiscono male.
Seppelliti i morti, gli Assassini – premiati dallo Stato – vorrebbero dimenticare…

>Le Scarpe dei Suicidi

>Questo POST vorrebbe essere un tentativo di percorso in alcuni spazi di Torino. Torino come spazi-o. Lo SQUAT a Torino.
Questo POST nasce da un pensiero unilaterale, solitario, una sera, questa sera di pubblicazione.
Questo pensiero forse non arriverà ad incontrare le persone in questi spazi, esposto com’è nell’essere incarnato in un vivente intimidito, timido ed incerto quale sono.
Questo è un tentativo.

Ciò che segue è il foglio d’inizio del libro Le Scarpe dei Suicidi.

La diffusione elettronica e cartacea di questo libro è gradita e vivamente consigliata.

Il 5 marzo 1998 a Torino sono stati arrestati tre anarchici che abitavano la Casa di Collegno. Lo squat viene chiuso dalle autorità. Contemporaneamente vengono attaccate altre due case occupate: l’Asilo è sgomberato mentre all’Alcova l’operazione non riesce.
Edoardo Massari (Baleno) Maria Soledad Rosas (Sole) e Silvano Pelissero sono accusati dal PM Maurizio Laudi di essere gli autori di alcuni attentati, avvenuti in Val Susa, contro i primi cantieri del Treno ad Alta Velocità.
I tre arrestati si dichiarano estranei alle accuse avanzate nei loro confronti.
Immediatamente nasce un vasto movimento di protesta contro la montatura di giudici Ros e Digos, che si estende anche in altre città. Decine e decine di persone vengono intimidite, pestate, inquisite, denunciate, processate e condannate.
Televisioni e giornali, di destra e di sinistra, – in servile ossequio al potere – scatenano una canea mediatica volta alla criminalizzazione dei posti occupati torinesi e degli occupanti. Gli squatter diventano il nuovo mostro da debellare.
Il 28 dello stesso mese Edoardo Massari muore impiccato nel carcere delle Vallette.
L’11 luglio successivo muore nell’identico modo anche Soledad Rosas, lei pure in stato di detenzione.
Nel gennaio 1999 Silvano, unico sopravvissuto all’inchiesta di Laudi, è condannato a 6 anni e 10 mesi dal giudice Franco Giordana. Verrà liberato solo nel marzo 2002 dopo quattro anni di detenzione, in seguito alla sentenza della corte di cassazione che riconoscerà l’inconsistenza delle prove relative all’associazione eversiva (art. 270 bis).
Ora che gli abitanti della Val Susa sono “avvisati”, decolla il progetto del treno veloce. A contrastare i programmi ultramiliardari e altamente nocivi del potere, sono solo i pazzi ed i sovversivi. E finiscono male.
Seppelliti i morti, gli Assassini – premiati dallo Stato – vorrebbero dimenticare…

A both & a mignot

Al mondo c’è chi vince un Premio Nobel talmente a caso da restare addirittura stupito del proprio riconoscimento e, c’è chi si candida a ricevere lo stesso premio ma, magari già sicuro di non riceverlo si consola andando ad escort. Le due persone in questione son ovviamente il presidente Usa Obama e il nostro premier Berlusconi. Il primo si è detto sorpreso dell’assegnazione del Nobel per la pace visto che non pensa di non esserselo ancora meritato. Su questo siam tutti d’accordo con lui visto che, dei cinquecento punti della sua campagna elettorale per il momento ne ha mantenuti solo una quarantina. Diamoli tempo però non ha firmato nessun contratto da rispettare con i suoi elettori. Sinceramente è la prima volta che vedo l’assegnazione di un premio non per merito ma, per l’intenzione di fare un qualcosa. Un brutto esempio visto che il caso potrebbe generare emulatori di Obama, il che porterebbe molti personaggi a dichiarare, per lo più frasi di circostanza, in modo tale da ingraziarsi i giudici e sperare di poter vincere un ambito premio. La sensazione è che i giudici abbiano voluto conferire questa onorificenza ad Obama più perché fa “moda” ultimamente appoggiare il presidente Usa piuttosto che cercare qualcun altro magari più meritevole, tant’è che oramai è andata così e nessuno ha lanciato allo scandalo visto appunto la “moda”Obama. Il punto è che se anche la persona in questione dichiara di non meritarsi tale premio magari, avrebbe fatto più bella figura a non accettarlo sperando di vincerlo in un secondo tempo e per qualcosa che ha fatto realmente, non per le sue dichiarazioni. Consoliamoci per l’intenzione di Barack di devolvere il premio in denaro in beneficenza. Il grande sconfitto in tutta questa vicenda è Silvio Berlusconi il quale sperava vivamente di vincere il premio poi andato ad Obama, grazie anche ad una notevole campagna pubblicitaria ma, probabilmente le sue scapattelle hanno rovinato la sua immaggine anche se lui ha seguito e segue alla lettera il detto non fate la guerra ma, fate l’amore. Sarà per l’anno prossimo Silvio.

Matte