Bernardo

>Nel pomeriggio mentre lavoravo al computer mi arrivò una telefonata di Claudia.
• Si?
• Ciao bello, volevo invitarti stasera per una cenetta tranquilla..siamo in una decina di persone, verresti? –
• Si, ok. Porto una bottiglia di vino. Bianco o rosso? –
• mm, rosso. Ultimamente preferisco il rosso. –
• Bene, a che ora? –
• Per le 8,30. –
• Perfetto. A dopo. –
• Ciao. –
• Ciao. –

Finì il lavoro al computer e avvolgendomi nella mia enorme sciarpa grigia, mi recai al supermercato sotto casa per comprare una bottiglia di vino. Entrando salutai il ragazzo indiano che stava alla cassa poi mi lanciai deciso nel reparto vini. Pur essendo un piccolo supermercato perdevo sempre un sacco di tempo per decidere cosa comprare. Eppure aveva quattro vini in croce, e tutte le volte stavo lì impalato di fronte agli scaffali mentre tutti quelli dietro di me mi urtavano delicati sussurrandomi “mi scusi”, “ permesso” mentre io ero indeciso tra il Custoza e il Nero d’avola dei quali conoscevo benissimo sia la qualità che il prezzo quindi la mia indecisione era totalmente priva di senso.
Alla fine optai per il Nero d’Avola. Recandomi alla cassa notai che il ragazzo indiano che aveva sempre un sorriso per tutti, stavolta mi guardava un po’ affranto.
• Salve, ehm, tutto bene?
• Si. Perché? – risposi sorridendo.
• Non ha una bella cera, la vedo un po’ pallido. –
• Pallido? – domandai.
• Si, un po’ grigiolino… – continuò lui.
• Bho. Mi sento benissimo – dissi tirando fuori dal portafoglio i soliti 5 euro.
• mm. – mugugnò lui mentre mi dava il resto e lo scontrino. –
Presi la bottiglia di vino e senza neanche salutare andai via mentre il ragazzo indiano continuava a guardarmi.
Tornato a casa, posata la bottiglia di vino e le chiavi sul tavolo bianco, mi guardai allo specchio del corridoio. Non notai nulla di particolare nel mio aspetto. Il mio colorito mi sembrava quello di sempre, non particolarmente radioso ma neanche da malato terminale.
• Bho.

Alle 8,30, nonostante il freddo di Novembre presi la bicicletta e con un sacchetto di tela con la bottiglia di vino dentro, mi recai a casa di Claudia. Sebbene facesse più freddo di quanto pensassi, non mi dispiacque pedalare con i Black Heart Procession nel lettore mp3.
Arrivai a casa di Claudia, scesi dalla bicicletta accaldato, tirai fuori il cellulare per farle uno squillo. Lei e i suoi coinquilini svampiti avevano il campanello rotto da un’eternità e quindi il telefono ne era diventato il sostituto. Notai Claudia che si affacciò alla finestra ma non mi notò poiché ero nascosto dalla colonna del cancello.
Aperto il portone, in due minuti ero di fronte alla porta dell’appartamento. Mi aprì la porta Marco. Il suo sorriso di benvenuto si trasformò in una smorfia di afflizione.
• Mio dio. –
• Eh?
• Cosa…ma stai bene? Mio dio. Entra, entra…-
Entrai mentre Marco mi squadrava. Attraversato il corridoio oscuro e la sala con le luci basse entrai in cucina posando la borsa di tela con la bottiglia di vino sul tavolo.
Claudia che aveva il naso nel frigorifero si volto per salutarmi. Le zucchine che aveva in mano le caddero per terra mentre, atterrita, si portava una mano alla bocca.
Marco continuava a guardare prima me poi lei.
• Ragazzi, cosa sta succedendo? – dissi ridacchiando.
Non era la prima volta che si comportavano così. Inventavano sempre qualcosa, finti litigi, finte urla di dolore, simulazione di orgasmi provenienti dalle camere da letto e altre varianti di sorta.
• No, guarda che non…
Suonò il cellulare di Claudia.
• È Luca. –
• Vado io. – disse Marco.
• Tu siediti. – disse invece Claudia guardandomi torva. – Tu non stai bene e non sto scherzando, che hai combinato?-
• Dai…basta.- risposi ridendo.
• No, guarda che non c’è nulla da ridere.- sentenziò lei.
In cucina entrò Marco con Luca. Luca per poco non cacciava fuori un urlo mentre gli cadeva dalle mani una scatola di biscotti. Il rumore della latta sul pavimento fu fastidiosissimo.
Luca, Marco e Claudia erano di fronte a me, mi guardavano con gli occhi sgranati.
• Ma come fa a parlare ?! – disse Luca rivolgendosi agli altri due.
• Non so da dove esca la voce…- rispose Claudia con un filo di voce. Marco raccolse la scatola dei biscotti con la mano tremante, continuando a guardarmi.
• Ragazzi…vi giuro, non capisco. –
• Ok. Portiamolo davanti allo specchio.- disse Claudio.
Marco e Luca mi alzarono di peso dalla sedia, trascinandomi quasi. Non capivo. Non riuscivo ancora a distinguere se si trattava di una delle loro solite sceneggiate pre-cena o se parlavano seriamente…Claudia aprì la porta del bagno e accese tutte le luci.
Marco e Luca mi spinsero dentro, quasi di forza, violenti. Rimasero tutti e tre affacciati alla porta mentre ci guardavamo increduli a vicenda. Mi voltai, lentamente, finalmente davanti allo spec….
• ARGH! – urlai – dov’è la mia testa?! –
Non avevo la testa, eppure parlavo, sentivo, vedevo tutto! Sopra il mio collo vi era il vuoto, non c’era sangue, non c’era niente, solo aria.
Mi voltai, mozzato, verso gli altri, increduli quanto me. Poi, Claudia, incrociò le braccia e guardandomi, per così dire, sussurrò quasi singhiozzando:
• Da quando ti ha lasciato hai perso veramente la testa…-

Kafka’s Colpa

doppio sonetto al sonno italiano (materiali per le celebrazioni)

quando il mare comincia a restituire

il trattamento non deve essere

i primi cadaveri in una bara

sintetizzato da dente per dente

d’acciaio che non ha nome ma solo

ma bensì da testa per dente lui

un numero un buco con un diametro

grida Italia e tutti devono alzare

di circa un metro e mezzo e decine

il pollice e rispondere uno un

di corpi alcuni ridotti a brandelli

cavallo bardato per l’occasione

di coloro per i quali la morte

rotolò a terra mentre attualmente

non è completamente accertata

è consentito a chiunque di dire

una ferita lacero-contusa

quello che pensa a marzo lo sterminio

di forma irregolarmente stellata

degli indovini e dei cantastorie

con frattura di alcune falangi

che stavano annunciando nelle loro

e lesione da taglio al primo dito

profezie la fine: nessuno è

e la cui pelle non conta mai niente

stato condannato nessuno è

di fronte ai dividendi dei padroni

stato allontanato nessuno è

>doppio sonetto al sonno italiano (materiali per le celebrazioni)

>quando il mare comincia a restituire

il trattamento non deve essere

i primi cadaveri in una bara

sintetizzato da dente per dente

d’acciaio che non ha nome ma solo

ma bensì da testa per dente lui

un numero un buco con un diametro

grida Italia e tutti devono alzare

di circa un metro e mezzo e decine

il pollice e rispondere uno un

di corpi alcuni ridotti a brandelli

cavallo bardato per l’occasione

di coloro per i quali la morte

rotolò a terra mentre attualmente

non è completamente accertata

è consentito a chiunque di dire

una ferita lacero-contusa

quello che pensa a marzo lo sterminio

di forma irregolarmente stellata

degli indovini e dei cantastorie

con frattura di alcune falangi

che stavano annunciando nelle loro

e lesione da taglio al primo dito

profezie la fine: nessuno è

e la cui pelle non conta mai niente

stato condannato nessuno è

di fronte ai dividendi dei padroni

stato allontanato nessuno è

Nel quartiere delle Vallette di Torino, i gruppi di edifici e case si stringono

in cortili ombrati dalle terrazze. Ogni strettoia è il luogo dell’incontro tra i popolani. Le fondamenta dei palazzi sono vuote, i viali enormi e disadorni. Una città orizzontale, sdraiata tra i muretti ed i mattoni delle costruzioni. Nello slargo centrale, dove si esaurisce la linea 3 del tram urbano, una solo chiesa e dei graffiti attorno.
Poco lontano si organizzano squadre di tifoseria periferica, i nuclei ordinati degli abitanti. In inverno il sole del pomeriggio, alla discesa, crea vampe arancio su i palazzi di tutta l’area.
Nelle vicinanze, un campo nomadi circondava una parte dei ruderi dell’antico campo da calcio. Ora la struttura è nuova, rimessa in moto, e famosa.
Il campo si sposta nella boscaglia poco discosta: ne nasce un villaggio di roulotte ed uno stabilimento centrale.
In una notte di dicembre questo incendia dopo una fiaccolata torinese.
Rughe

>Nel quartiere delle Vallette di Torino, i gruppi di edifici e case si stringono

>

in cortili ombrati dalle terrazze. Ogni strettoia è il luogo dell’incontro tra i popolani. Le fondamenta dei palazzi sono vuote, i viali enormi e disadorni. Una città orizzontale, sdraiata tra i muretti ed i mattoni delle costruzioni. Nello slargo centrale, dove si esaurisce la linea 3 del tram urbano, una solo chiesa e dei graffiti attorno.
Poco lontano si organizzano squadre di tifoseria periferica, i nuclei ordinati degli abitanti. In inverno il sole del pomeriggio, alla discesa, crea vampe arancio su i palazzi di tutta l’area.
Nelle vicinanze, un campo nomadi circondava una parte dei ruderi dell’antico campo da calcio. Ora la struttura è nuova, rimessa in moto, e famosa.
Il campo si sposta nella boscaglia poco discosta: ne nasce un villaggio di roulotte ed uno stabilimento centrale.
In una notte di dicembre questo incendia dopo una fiaccolata torinese.
Rughe

Potrebbe essere chiunque

La proliferazione sistematica dei sistemi di sorveglianza e controllo abbraccia un’economia della paura perenne, del terrore permanente. Essa a sua volta si poggia sulla mancata conoscenza del preciso pericolo. Il punto di leva che innesca la macchina è proprio l’alone di incertezza che viene calato su chiunque, sul qualunque, sull’indeterminato. Presentato come tale, la macchina agisce per proteggerlo ed al tempo stesso per proteggere da lui; egli è il perno centrale ed al tempo stesso la macchina in atto. La macchina necessita di tutti i corpi, si inscrive in essi che ne diventano vettori, costituendo tutti insieme la macchina stessa. Chiunque è protetto da chiunque, per proteggere chiunque viene stretta la presa su chiunque, ed è chiunque che lo vuole e chiunque che lo fa. In questo meccanismo chiunque è chiunque, perché è solo come tale che partecipa a questa macchina. Anche quando viene posto in relazione con un nome (terrorista, sovversivo, pazzo, o anche più preciso, con nome e cognome), la sua identità e l’identità dei protetti tornano comunque ad essere diluite nel chiunque, espandendo nuovamente un’onda di paura-sorveglianza-protezione perché chiunque è il/in pericolo, chiunque è da proteggere, e si protegge da chiunque. Chiunque è il nemico da cui ci proteggiamo, ogni relazione è un’invasione, gli amici possono solo tradire. E alimentiamo questa macchina, e alimentiamo noi stessi. Paura-sorveglianza-protezione.
Uno

>Potrebbe essere chiunque

>

La proliferazione sistematica dei sistemi di sorveglianza e controllo abbraccia un’economia della paura perenne, del terrore permanente. Essa a sua volta si poggia sulla mancata conoscenza del preciso pericolo. Il punto di leva che innesca la macchina è proprio l’alone di incertezza che viene calato su chiunque, sul qualunque, sull’indeterminato. Presentato come tale, la macchina agisce per proteggerlo ed al tempo stesso per proteggere da lui; egli è il perno centrale ed al tempo stesso la macchina in atto. La macchina necessita di tutti i corpi, si inscrive in essi che ne diventano vettori, costituendo tutti insieme la macchina stessa. Chiunque è protetto da chiunque, per proteggere chiunque viene stretta la presa su chiunque, ed è chiunque che lo vuole e chiunque che lo fa. In questo meccanismo chiunque è chiunque, perché è solo come tale che partecipa a questa macchina. Anche quando viene posto in relazione con un nome (terrorista, sovversivo, pazzo, o anche più preciso, con nome e cognome), la sua identità e l’identità dei protetti tornano comunque ad essere diluite nel chiunque, espandendo nuovamente un’onda di paura-sorveglianza-protezione perché chiunque è il/in pericolo, chiunque è da proteggere, e si protegge da chiunque. Chiunque è il nemico da cui ci proteggiamo, ogni relazione è un’invasione, gli amici possono solo tradire. E alimentiamo questa macchina, e alimentiamo noi stessi. Paura-sorveglianza-protezione.
Uno

I vicini dispari di calle San Pedro

Come tutte le vie di tutti i quartieri di tutte le città, calle San Pedro aveva abitazioni su entrambi i lati della via. Da un lato le case pari, dall’altro quelle dispari. La via apparteneva a un piccolo paesino di mare, che la città ha assorbito negli anni integrandolo come quartiere. Questo, porta sul mare della città, fu tradizionalmente un paesino di pescatori e di gente che costruiva la sua vita affacciata sul Mediterraneo.
La vicinanza al mare, che dai palazzi della città è stata sempre considerata come una mera circostanza pittoresca, guadagnò improvvisamente un’importanza tutta nuova. Presto il dimenticato quartiere di pescatori si convertì in un territorio chiave per l’espansione e lo sviluppo urbano. La risorsa delle spiagge, i turisti, gli hotel, lo spettacolo e il glamour erano opportunità che sarebbe stato stupido lasciarsi sfuggire.
Si disse agli abitanti che il vecchio quartiere sarebbe stato rivalutato, che da spazio aneddotico sarebbe diventato uno dei punti di riferimento della nuova città. Grandi costruzioni, nuovi negozi, zone verdi e una grande via centrale con il nome di uno dei paesani più illustri che il quartiere abbia mai dato alla luce, avrebbe attraversato l’antico paesino di mare da parte a parte.
Come in ogni altra via del Cabanyal (così si chiama questo famoso quartiere), in calle San Pedro tutti i vicini si conoscevano, facevano vita comune e mangiavano porta a porta, con i propri bei e brutti momenti. E come in qualsiasi altra via la notizia della trasformazione imminente del proprio quartiere fu presa in maniere differenti. In particolare calle San Pedro si vedeva toccata in primis dal nuovo piano. I vicini delle porte pari avrebbero mantenuto le proprie abitazioni, al contrario dei vicini di fronte che le avrebbero perse per far spazio ad un parco.
I vicini dispari di calle San Pedro protestarono, si rifiutarono di essere espulsi dalle proprie case, dove avevano sempre vissuto, e si opposero alle demolizioni. Chiesero solidarietà ai vicini delle porte pari, coi quali avevano condiviso la vita per intere generazioni. Questi gli negarono ogni appoggio. Non erano le loro case ad essere minacciate e oltretutto la costruzione di un bel giardino avrebbe dato più eleganza alle loro abitazioni. A nulla valsero le discussioni, le lamentele e le richieste di solidarietà e unione. Le vecchie invidie, l’ignoranza, la freddezza e l’individualismo crebbero nella piccola via. Tra i vicini pari ci fu chi volle solidarizzare, appendendo cartelli rivendicativi al balcone, ma non tardarono le minacce e le intimidazioni per toglierli. Nel Comune intanto si sfregavano le mani.
Le espropriazioni, i primi abbandoni, i primi vinti, quelli che decisero di abbandonare le proprie case per tanto invivibile che si fece la situazione, lasciarono spazio alle prime demolizioni e all’arrivo dei nomadi trafficanti. Poco a poco si chiusero tutti i negozi e le attività commerciali e la via si riempì di case in rovina, tanto tristi quanto pericolose, e terreni ripuliti dalle macerie, trasformando calle San Pedro nell’ombra, nel fantasma di quello che fu.
I vicini pari ancora attendono il famoso parco che darà glamour alle case ormai uccise dalle rovine. Calle San Pedro è il riflesso del danno che la avarizia e la paura pretendono fare nelle altre vie del quartiere.
Ma ancora c’è chi resiste, chi tiene duro all’irrazionalità alla perdita di umanità. C’è ancora chi da tanto tempo dice che non vende, che non abbandona, che non se ne va. Non credono alle menzogne, non si intimoriscono davanti alle minacce. Difendono il quartiere, dove vogliono continuare a vivere.

Eleuterio Gabón

Articolo uscito come introduzione ad una puntata di Dal Mort Al Degollat, programma di controinformazione e umore acido in onda dal 2007 al 2010 su Radio Malva, a Valencia.