Ho sempre vissuto le mie scelte politiche come un elemento individuale e personale, non mi sono mai sentito di andare a solleticare con le mie idee le coscienze altrui né tantomeno di farmi portavoce di schieramenti o valori universali. Non sono mai riuscito a trovare colui che avrebbe potuto essere il rappresentante di me stesso, figuriamoci farmi io portavoce di altri verso altri.
Sovente sono le piccole cose a rivelare il funzionamento dei grandi meccanismi. E ancora più sovente quando succede così ti accorgi che i grandi meccanismi non tengono conto delle piccole cose e che sono ancora loro, le piccole cose che contano, a far si che i massimi sistemi non funzionino proprio come dovrebbero.
Penso di dovermi ricredere, di essere vittima dei miei stessi pregiudizi. Dovrei parlare più sovente con la gente, è il mio stesso atteggiamento di indifferenza che talvolta fa si che tra persone che si conoscono vengano erette mura di uno spessore indistruttibile. Mi sento stupido mentre lo ascolto dire cose che mi ricordano la spensieratezza di un periodo andato e che manca a me quanto a lui, a sentire da quel che dice e dal tono con cui lo dice.
Il treno arriva a destinazione, scendiamo dal vagone e ci incamminiamo facendo ancora un pezzo di strada insieme. Arriviamo al bivio ed è ora che io prenda la mia strada. Fisso a qualche metro di distanza il punto in cui ci saluteremo cercando di trovare una frase che possa far capire che è stato bello ritrovarsi, qualcosa che vada oltre la formalità. Credo che anche lui lo stia facendo, perché cala qualche secondo di silenzio, e la cosa mi fa piacere. Sto per mettermi a parlare ma lui mi anticipa.
Si ferma al bivio, fruga nelle tasche e prima di salutarmi mi posa nella mano due cartoncini con su scritto il nome di un personaggio, un simbolo e una bella croce, messa, come pensa sicuramente lui perché glielo leggo negli occhi mentre sorride e mi porge il “santino”, al posto giusto.
“Te li lascio senza impegno…nel caso tu domani ancora non sappia che fare”.
Dico che va bene e sorrido. Li prendo nella mia mano e li guardo. Il personaggio sul cartoncino è fotogenico, mi guarda e sorride. Guardo il mio vecchio compagno di scuola. Mi guarda e sorride anche lui, con un sorriso che assomiglia molto a quello stampato sulla carta, o almeno cosi mi viene da pensare in quel secondo sfuggente. Poi scatta il verde del semaforo, posso attraversare.
Lo saluto e vado a lavoro.
Lui fa altrettanto.
Di colpo mi sembra tutto finto: la matita gialla che diversamente da tutte le altre matite non si può cancellare, la cabina di plastica e alluminio, la scheda che sembra di carta riciclata già predisposta con tutte le pieghe per essere sistemata affinché gli altri quando la imbuco non possano vedere, il pavimento della mia vecchia classe di scuola, la ragazza carina, la sorella della mia ex migliore amica, il mio compagno in giacca e cravatta sul treno, i sorrisi, gli slogan e i nomi dei partiti, le tonnellate di parole riversate a televisioni, radio e giornali in discorsi privi di anima e di sostanza, la luce al neon che brilla sopra la mia testa, persino la scuola, il cielo grigio sopra al parcheggio e le foglie verdi dell’albero davanti all’entrata mi sembrano di cartone.
Che senso può avere il mio gesto?Dove sono finiti tutti e tutto?Dove le Persone?Tra cosa mi stanno chiedendo di scegliere?Parole?Idee?Questioni pratiche?Che cosa mi propongono?Un mondo diverso?Magari migliore?E che significa migliore?
Non ho nessuna di queste risposte.
Ascolto il gran brusio fuori dal perimetro della cabina, protetto dalla tenda.
Prendo tra le dita la matita, guardo un’ultima volta la scheda e tiro una riga, in diagonale dall’angolo in basso a sinistra verso quello in alto a destra, lentamente. Non una rigaccia, un insulto, una frase o quant’altro, solamente una riga di matita. Ripiego con cura la scheda e esco.
Sorridono tutti.
La ragazza carina è già occupata a registrare il prossimo elettore. Vorrebbe fare forse di più, ma ha solo il tempo per regalarmi un’occhiata rapida mentre le passo davanti.
Imbuco, le sorrido anch’io e saluto…prima di ritirare le mie cose e andarmene.
Credo di non aver votato per una disapprovazione umana più che politica, perché penso che si stia perdendo il senso della vita abbagliati dal miraggio di poter creare il migliore dei mondi possibili. Perché appartengo a quelli che non contano. Perché so che c’è ancora un’umanità fragile e disperata dietro le facciate dei palazzi color grigio che con le loro sagome geometriche modellate nel cemento aspirano a trafiggere il cielo, un’umanità rannicchiata nei propri accoglienti spazi vitali, rifugiata tra la familiarità delle piccole cose per sfuggire alle quotidiane paure di un mondo ostile e distaccato, che nel corso delle giornate cattura e ingloba nel suo inesorabile meccanismo. Ed è così che io mi immagino questi superstiti, questi sopravvissuti ad un qualcosa che in qualche modo, loro malgrado, hanno contribuito a creare. Giovani ragazzi cresciuti coi piedi nell’asfalto, attaccati ai loro stereo ad adorare in silenzio il brivido di un suono sintetico nella fioca luce di una stanza. Volti profondi, segnati dal bisogno di cambiare e allo stesso tempo dalla necessità di crearsi un qualcosa che non possa essere patrimonio di tutti, qualcosa che resti unico, un rifugio dove correre quando fuori la sera piove.
Un’umanità livida, marginale, semplice e vera. L’umanità che non conta, ma Vive.
E, nella mente, cieli azzurri come il mare, nuvole bianche che si possono toccare, con il sole sulla pelle e il gusto del vento nei polmoni.

