>Xenofobia e autoritarismo

>Articolo di Società cultura e religione, pubblicato lunedì 25 maggio 2009 in Spagna.
(e tradotto da www.italiadallestero.info)

[El Periódico]

La riforma della legge sulla sicurezza, promossa dal Governo di Silvio Berlusconi e recentemente approvata dal Parlamento italiano, introduce una serie di misure che hanno sollevato diversi allarmismi costituzionali al punto che alcuni esperti giuristi hanno espresso la necessità di cercare “forme di resistenza costituzionale” per far fronte alle eventuali violazioni dei diritti fondamentali.

La legge non solo limita i diritti fondamentali degli immigrati che vivono e lavorano legalmente in Italia e criminalizza l’immigrato clandestino come delinquente (nasce il reato di “immigrazione e soggiorno clandestini”) ma legalizza le cosiddette “ronde cittadine” create per denunciare eventuali crimini, situazioni di disordine sociale o alterazioni dell’ordine pubblico e per denunciare gli autori di tali azioni, compreso, in special modo, chi è privo di documenti di soggiorno e tutti coloro che si trovano in situazioni di vulnerabilità sociale.

Questa misura autorizza il singolo cittadino ad equipararsi alle forze di polizia e legittima, in pratica, la pericolosa tendenza della gente comune a farsi giustizia da sola. Si tratta, dunque, di una legge che prevede un chiaro passo indietro in uno dei fondamenti dello Stato di diritto: quello del legittimo monopolio sull’uso della forza.

Misure legali di questo tipo mostrano una chiara tendenza xenofoba ed autoritaria nell’azione politica italiana che potrebbe avere conseguenze molto negative nel funzionamento democratico delle istituzioni politiche e andare anche oltre i suoi confini.

Sostanzialmente si sta verificando una strumentalizzazione delle emozioni dei cittadini. La paura, il razzismo, l’odio nei confronti del diverso e il disprezzo verso il debole e verso le minoranze vengono utilizzati come pretesto per cercare consensi e legittimità a politiche populiste che minacciano la struttura democratica delle società europee provocando una falsa divisione della cittadinanza su temi fondamentali che hanno a che fare con la dignità delle persone ed i loro diritti.

Provocano, così, una battaglia culturale il cui obiettivo è quello di creare un allarme sociale riversando sugli immigrati la responsabilità dei problemi economici e dell’insicurezza che vive la società italiana.

Alla luce di tutto questo, considerano necessario una sorta di potere illimitato ed incontrollato, un potere selvaggio, quasi fosse il riflesso della volontà popolare, un potere in cui l’aspetto ideologico e gli interessi economici personali si fondono in un sorta di scontro tra i poteri di fatto contro il potere politico.

Il riferimento al “benessere generale della popolazione” è usato come fonte di consenso per cercare l’approvazione dei cittadini. La questione è che le misure approvate in Italia potrebbero avere un effetto boomerang sui cittadini italiani e sul loro ”benessere generale” nel momento in cui tutte queste limitazioni e passi indietro nella difesa e nella garanzia dei diritti umani (in questo caso degli stranieri) e nella democrazia, potrebbero riversarsi su tutta la popolazione causando conflitti duri ed imprevisti.

Le misure contenute nella legge italiana potrebbero diffondersi ad altri paesi europei. Ciò rappresenterebbe una minaccia per gli ideali di libertà, uguaglianza e solidarietà dell’originario spirito europeista e per l’universalità dei diritti umani, riaffermando quella regressione nazionalista e mercantilistica che si è introdotta nel funzionamento di alcuni paesi dell’Unione Europea. Nei periodi di crisi le velleità populiste, così come quelle politiche ed economiche, emergono più facilmente e possono incontrare un certo seguito elettorale in una popolazione politicamente disillusa, sopraffatta ed economicamente risentita.

Come è possibile frenare queste tendenze? A questo proposito la sinistra e il pensiero progressista devono assumersi le proprie responsabilità. Non basta criticare concretamente i comportamenti xenofobi e razzisti che si verificano in alcuni paesi europei definendoli casi sporadici, né tantomeno serve definire estremisti i promotori di tali comportamenti o guardare dall’altra parte quando vengono approvate leggi che limitano i diritti umani.

È possibile che ci si trovi nel bel mezzo di una vera e propria emergenza costituzionale che richieda un rafforzamento delle istituzioni democratiche per evitare che esse vengano utilizzate o addirittura modificate da alcuni partiti o leader politici al servizio del potere economico e aziendale piuttosto che della cittadinanza.

Urge la necessità di facilitare l’esercizio del controllo costituzionale e rafforzare la legittimità dei poteri pubblici.

La sinistra dovrebbe divulgare un messaggio etico per recuperare quell’egemonia del potere politico che negli ultimi anni è stato privatizzato al servizio del potere economico e del potere ideologico. Il potere politico, in quanto potere regolatore, non può essere sottomesso al potere regolato attraverso reti clienterali e corrotte.

Fino a quando sarà così, la deriva populista, sia nell’ambito politico che in quello economico, troverà terreno fertile per la sua crescita. L’esempio paradigmatico è ciò che si è consolidato come “berlusconismo” in Italia e che dovrebbe rappresentare un chiaro monito per i naviganti ed anche per le istituzioni dell’Unione Europea.

Manifestazione per la ricostruzione

(dal portale del comitato 3e32 – rete di coordinamento L’Aquila)

La Camera dei deputati sta per approvare il Decreto sul Terremoto che sarà la legge fondamentale per garantire la ricostruzione, la ripresa economica e il futuro dell’Aquila e di tutti i Comuni colpiti dal sisma. Fin dall’inizio ci siamo impegnati perché la legge rispondesse ai drammatici problemi della gente e garantisse ai nostri cittadini la stessa dignità e gli stessi diritti assicurati a tutte le popolazioni colpite da precedenti terremoti. Al senato sono stati ottenuti, tra gli altri, alcuni risultati non previsti dal Governo:
a) il rimborso al 100% per la ricostruzione della prima casa ai residenti
b) il riconoscimento del danno lieve alle abitazioni, rimborsato fino a 10.000 €
Tutto ciò però non è sufficiente: mancano punti essenziali da approvare per la ricostruzione e non possono essere sufficienti le pur importanti rassicurazioni verbali.
Per questo chiediamo:
1) il rimborso pieno e integrale per tutte le abitazioni, comprese le case dei proprietari non residenti e le altre case (parliamo di oltre la metà degli edifici dei centri storici) per la vera e completa ricostruzione dei comuni colpiti;
2) una norma specifica – con le necessarie risorse finanziarie – per ricostruire l’immenso patrimonio edilizio dei beni culturali pubblici e privati dei nostri centri storici (si tratta di circa 1900 edifici vincolati di enorme valore storico architettonico, culturale e religioso);
3) che il riconoscimento della Zona Franca Urbana (un’area in cui detassare le attività imprenditoriali, commerciali e professionali da noi ottenuta al senato) sia assicurata da risorse imponenti: i 45 mln di € per 4 anni finora previsti (circa 11 mln di € l’anno) sono assolutamente irrisori e insignificanti.
Servono inoltre risorse per risarcire gli imprenditori che hanno le aziende distrutte o danneggiate;
4) risorse agli Enti Locali e alle Aziende Pubbliche per compensare i mancati introiti: senza fondi le aziende rischiano il collasso, i cittadini perderebbero servizi essenziali e i lavoratori delle Municipalizzate non avrebbero garanzie di stipendio;
5) garanzie per gli espropri in corso nelle aree dove edificare abitazioni transitorie o definitive: nel Decreto si deve specificare che l’indennizzo per l’esproprio va riferito non al valore della originaria destinazione dei terreni (nella maggior parte dei casi agricoli), ma al valore della destinazione finale di queste aree (e cioè, residenziale).
Per tutto questo servono risorse ingenti: siamo fortemente preoccupati per la scarsità dei fondi messi in campo del tutto insufficienti per un terremoto di questa dimensione.

L’AQUILA, VILLA COMUNALE
MERCOLEDI’ 3 GIUGNO H.16.30

Manifestazione organizzata dalla Conferenza Permanente per la Ricostruzione (Provincia dell’Aquila – Comuni colpiti dal sisma, enti locali, rappresentanti istituzionali, associazioni di categoria).

La conferenza permanente per la Ricostruzione
Provincia dell’Aquila, Comune dell’Aquila, Comuni colpiti dal sisma, Enti Locali, rappresentanti istituzionali

>Manifestazione per la ricostruzione

>(dal portale del comitato 3e32 – rete di coordinamento L’Aquila)

La Camera dei deputati sta per approvare il Decreto sul Terremoto che sarà la legge fondamentale per garantire la ricostruzione, la ripresa economica e il futuro dell’Aquila e di tutti i Comuni colpiti dal sisma. Fin dall’inizio ci siamo impegnati perché la legge rispondesse ai drammatici problemi della gente e garantisse ai nostri cittadini la stessa dignità e gli stessi diritti assicurati a tutte le popolazioni colpite da precedenti terremoti. Al senato sono stati ottenuti, tra gli altri, alcuni risultati non previsti dal Governo:
a) il rimborso al 100% per la ricostruzione della prima casa ai residenti
b) il riconoscimento del danno lieve alle abitazioni, rimborsato fino a 10.000 €
Tutto ciò però non è sufficiente: mancano punti essenziali da approvare per la ricostruzione e non possono essere sufficienti le pur importanti rassicurazioni verbali.
Per questo chiediamo:
1) il rimborso pieno e integrale per tutte le abitazioni, comprese le case dei proprietari non residenti e le altre case (parliamo di oltre la metà degli edifici dei centri storici) per la vera e completa ricostruzione dei comuni colpiti;
2) una norma specifica – con le necessarie risorse finanziarie – per ricostruire l’immenso patrimonio edilizio dei beni culturali pubblici e privati dei nostri centri storici (si tratta di circa 1900 edifici vincolati di enorme valore storico architettonico, culturale e religioso);
3) che il riconoscimento della Zona Franca Urbana (un’area in cui detassare le attività imprenditoriali, commerciali e professionali da noi ottenuta al senato) sia assicurata da risorse imponenti: i 45 mln di € per 4 anni finora previsti (circa 11 mln di € l’anno) sono assolutamente irrisori e insignificanti.
Servono inoltre risorse per risarcire gli imprenditori che hanno le aziende distrutte o danneggiate;
4) risorse agli Enti Locali e alle Aziende Pubbliche per compensare i mancati introiti: senza fondi le aziende rischiano il collasso, i cittadini perderebbero servizi essenziali e i lavoratori delle Municipalizzate non avrebbero garanzie di stipendio;
5) garanzie per gli espropri in corso nelle aree dove edificare abitazioni transitorie o definitive: nel Decreto si deve specificare che l’indennizzo per l’esproprio va riferito non al valore della originaria destinazione dei terreni (nella maggior parte dei casi agricoli), ma al valore della destinazione finale di queste aree (e cioè, residenziale).
Per tutto questo servono risorse ingenti: siamo fortemente preoccupati per la scarsità dei fondi messi in campo del tutto insufficienti per un terremoto di questa dimensione.

L’AQUILA, VILLA COMUNALE
MERCOLEDI’ 3 GIUGNO H.16.30

Manifestazione organizzata dalla Conferenza Permanente per la Ricostruzione (Provincia dell’Aquila – Comuni colpiti dal sisma, enti locali, rappresentanti istituzionali, associazioni di categoria).

La conferenza permanente per la Ricostruzione
Provincia dell’Aquila, Comune dell’Aquila, Comuni colpiti dal sisma, Enti Locali, rappresentanti istituzionali

Technital per il traforo

Venerdì scorso, la giunta comunale ha designato il soggetto promotore per la proposta di finanza di progetto per il piano traforo Torricelle. Technital.
Nel corso della riunione è stata stabilita anche la pubblica utilità dell’opera.
Alla presenza del sindaco, degli assessori alla mobilità, all’urbanistica ed alle strade (Enrico Corsi – Vito Giacino – Paolo Tosato) ed ai presidenti delle circoscrizioni 2 (Borgo Trento, Avesa, Quinzano, Parona, Valdonega, P.te Crencano) e 8 (Montorio, Mizzole, Quinto, Poiano, Marzana, S. Maria in Stelle), Alberto Bozza e Dino Andreoli, la decisione della giunta è resa pubblica. «E’ un grande risultato». (Giacino) «La seconda Circoscrizione, oltre che tutelata dal punto di vista ambientale, sarà anche quella che, insieme a Veronetta, trarrà i maggiori benefici dalla realizzazione di quest’opera.» (Tosato) La città «potrà godere di quest’opera in termini di minor traffico, minor tempo impiegato nei trasferimenti e minor inquinamento ambientale”.» (Andreoli).
Attendendo il carico di «benefici» per quartieri e città, occorre mettere in rilievo alcune informazioni ulteriori. Domani (mercoledì 3 giugno) il comitato dei cittadini contrari al traforo Torricelle convoca una assemblea pubblica a Marzana (dove ha residenza il sindaco di Verona). Venerdì prossimo, in piazza Bra, la manifestazione contro il progetto. La voce del comune infine annuncia l’organizzazione alla Gran Guardia della presentazione pubblica del piano per giovedì.
Dopo la decisione, viene dunque la presentazione alla gente. Un insieme di filmati e simulazioni. Lo spettacolo del cinema sufficiente all’approvazione del piano, già deciso. Si tratta dunque di una ulteriore qualità della giunta. Una bontà eccedente che si china sui ‘cittadini’ per istruirli del lavoro fatto. E completamente legittimato nella loro (cittadini) assenza politica.
Pedaggio: 1.50 euro.

Rughe

>Technital per il traforo

>Venerdì scorso, la giunta comunale ha designato il soggetto promotore per la proposta di finanza di progetto per il piano traforo Torricelle. Technital.
Nel corso della riunione è stata stabilita anche la pubblica utilità dell’opera.
Alla presenza del sindaco, degli assessori alla mobilità, all’urbanistica ed alle strade (Enrico Corsi – Vito Giacino – Paolo Tosato) ed ai presidenti delle circoscrizioni 2 (Borgo Trento, Avesa, Quinzano, Parona, Valdonega, P.te Crencano) e 8 (Montorio, Mizzole, Quinto, Poiano, Marzana, S. Maria in Stelle), Alberto Bozza e Dino Andreoli, la decisione della giunta è resa pubblica. «E’ un grande risultato». (Giacino) «La seconda Circoscrizione, oltre che tutelata dal punto di vista ambientale, sarà anche quella che, insieme a Veronetta, trarrà i maggiori benefici dalla realizzazione di quest’opera.» (Tosato) La città «potrà godere di quest’opera in termini di minor traffico, minor tempo impiegato nei trasferimenti e minor inquinamento ambientale”.» (Andreoli).
Attendendo il carico di «benefici» per quartieri e città, occorre mettere in rilievo alcune informazioni ulteriori. Domani (mercoledì 3 giugno) il comitato dei cittadini contrari al traforo Torricelle convoca una assemblea pubblica a Marzana (dove ha residenza il sindaco di Verona). Venerdì prossimo, in piazza Bra, la manifestazione contro il progetto. La voce del comune infine annuncia l’organizzazione alla Gran Guardia della presentazione pubblica del piano per giovedì.
Dopo la decisione, viene dunque la presentazione alla gente. Un insieme di filmati e simulazioni. Lo spettacolo del cinema sufficiente all’approvazione del piano, già deciso. Si tratta dunque di una ulteriore qualità della giunta. Una bontà eccedente che si china sui ‘cittadini’ per istruirli del lavoro fatto. E completamente legittimato nella loro (cittadini) assenza politica.
Pedaggio: 1.50 euro.

Rughe

C’era una volta la piazza…

C’era una volta, tanto tempo fa, la Grecia antica. Non era un luogo delle favole, come i boschi stregati o le isole fatate, ma era stato il posto dove gli uomini avevano iniziato a pensare che quell’altro grande posto chiamato mondo , che è dove stiamo tutti, poteva essere raccontato attraverso la ragione, che significa capirlo. Col tempo questo racconto sarebbe stato chiamato filosofia, e più avanti ancora scienza, perché l’universo non è una faccenda di occultismo: è un’infinita trama di cause ed effetti, che significa che anche due cose tra loro infinitamente lontane non sono estranee l’una all’altra, perché la loro distanza è fatta di relazioni causali e non di buio incomprensione e paura. Così gli uomini impararono dal kòsmos che l’ordine è armonia, e con questo modello in mente si svilupparono le polis, come fu quella di Atene, le tipiche città stato greche, che anche se non furono esenti da problemi e contraddizioni, trasmisero all’Occidente quello che sarebbe stato il concetto di politica, che non per nulla è alla polis che deve il suo nome.

Centro vitale della città era l’agorà, la piazza, dove non solo si svolgeva il mercato e si trovavano i luoghi di culto dedicati alla divinità protettrice, ma dove soprattutto i cittadini liberi si radunavo in “assemblea” per discutere in comunità e decidere collegialmente le leggi. Era il fulcro politico della città, lo spazio fisico a simbolo della democrazia che, è sempre l’etimologia greca a ricordarcelo, è una faccenda che dovrebbe riguardare e appartenere al popolo. Alcuni filosofi, parlando di Atene, dissero che nonostante fosse un luogo di case, mercati, templi e teatri, erano gli stessi cittadini ateniesi a fare la polis. Quei cittadini che, nel condividere la vita della piazza, si ricordavano gli uni agli altri di partecipare dei medesimi diritti, perché l’agorà non era un luogo aperto al pubblico, ma era il luogo del pubblico, e visto che Borges diceva che le generalizzazioni non sono reali ma reali sono i singoli individui – e “il pubblico” è una generalizzazione – potremmo dire meglio che la piazza era il luogo di ognuno dei singoli cittadini che costituivano la polis.

Questo tanto tempo fa. Pochi giorni or sono, invece, a Verona, era mercoledì sera, dei ragazzi vengono minacciati e malmenati da poliziotti in tenuta antisommossa perché suonavano bonghi e chitarre in una piazza del centro di Verona. Già, sempre la piazza, simbolo questa volta che i tempi sono cambiati, che l’agorà non è più il luogo dei singoli cittadini che formano una comunità. Alienare la piazza, renderla una stanza da museo in cui a regnare sono le eco del silenzio, perché quando non si sente nulla si ha paura di tutto, un principio che anche il più mediocre dei film horror ci ha insegnato a sufficienza…

Ciò che viene toccato dall’ordinanza di Tosi in cui si vieta di suonare strumenti musicali in luoghi pubblici dopo le dieci sera non è “il diritto al sonno” dei cittadini o di fantomatiche signore che vivono in centro ma che lavorano a Venezia e che si devono alzare alle cinque del mattino (e queste sono le legittimazioni giuridiche che sono state usate…) . È che oggi la piazza – in un clima politico che, attraverso la voce del suo maggior rappresentante, ha definito l’Italia un paese mono-etnico – può essere tollerata tutt’al più come un luogo di incroci casuali ma non come uno di incontro, che è sempre condivisione. Se la libertà di parola e quella di riunione sono due cose che stanno insieme non è un caso, perché uno che dice tutto quello che vuole ma lo dice solo a se stesso non è un uomo libero, è uno schizofrenico. E l’ordinanza di Tosi mira a far diventare la chitarra sinonimo di schizofrenia, di malattia mentale. E se sono schizofrenici quelli che suonan la chitarra, lo sono pure quelli che li stanno ad ascoltare, e gli schizofrenici non è bene lasciarli all’aperto, meglio in manicomio o, visto che bisogna fare con quel che si ha, in questura. E visto che con gli schizofrenici non è il caso discuterci, due manganellate sono un metodo dialettico più efficace di quello platonico.

Tutto questo perché si vive in un clima culturale che si culla nell’apatia e che si affida alla paura, che non accetta che ragazze e ragazzi, insieme a signore e signori, suonino nella stessa piazza dopo le dieci di sera, ma che è da dieci anni che si guarda il Grande Fratello in prima serata fino all’una di notte. Si sono creati i presupposti che se prima hanno consentito di dire che partigiani e fascisti erano entrambi eroi della patria, ora consente di combattere la chitarra col manganello, anche quando non si suona “Bella ciao”. E la cosa ha funzionato talmente bene che pure da alcuni che mercoledì sera erano in piazza Dante si è sentito dire: i poliziotti hanno picchiato ma i ragazzi però hanno alzato la voce. Come a dire: Tizio è morto perché gli hanno avvelenato il cibo, ma noi ce la prendiamo col cuoco perché non aveva salato l’acqua…

Si privatizza la scuola, la sanità, i trasporti, e infine si vuole privatizzare pure la socialità. Vuoi la compagnia dei tuoi amici, devi pagare la tassa che si chiama aperitivi nei locali del centro, perché chi è seduto ai tavoli del locale che è in piazza è un cliente, chi vive la piazza è un cittadino, quelli che a detta dei Greci costituivano la polis. Togli i cittadini, rimangono i clienti, togli la piazza, non rimane la città. La perplessità di chi scrive, tra le altre, è quale sia la necessità di un’amministrazione comunale che non si cura né delle piazze né dei cittadini, e che usa la violenza e non le parole nei confronti di chi strimpella, quando invece usò tante parole nei confronti di chi ha ammazzato di botte un ragazzo in centro poco più di un anno fa. Quasi che una delle assurde morali di questa storia fosse che se hai la testa rasata – e non perché sei calvo – in giro per le piazze ci puoi andare a picchiare la gente, se invece hai i capelli lunghi neppure ti puoi portare il mandolino.

Piazza Dante è chiamata così perché al suo centro c’è la statua del poeta della Commedia. Nell’Inferno, per due volte, al Canto III e V, tramite la bocca di Virgilio, Dante dice: “Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare” , perché l’onnipotenza non è tanto fare ciò che si vuole, ma è che gli altri non debbano dir nulla di quello che hai fatto. E se questo è già tanto discutibile nel nome del Signore, nel nome di Tosi perde anche il fascino del misticismo. E non per ideologie politiche, ma perché la politica ci insegna che un sindaco e dio sono due cose proprio diverse. Ce lo ha insegnato, ma tanti se ne sono già dimenticati…

È che una volta, non tanto tempo fa, c’erano dei ragazzi che suonavo due chitarre e un bongo in una piazza della città in cui Romeo si dichiarò a Giulietta. Forse oggi anche Romeo sarebbe stato manganellato, accusato di una serenata. Di quei ragazzi, invece, come la storia andrà a finire non si sa ancora. Certo è che la loro morale è che per una sera a settimana, per qualche ora e con un po’ di musica, si può essere e felice e contenti. Perché anche la gioia, come il diritto al sonno, è qualcosa che va difesa.

Paolo Vanini

>C’era una volta la piazza…

>C’era una volta, tanto tempo fa, la Grecia antica. Non era un luogo delle favole, come i boschi stregati o le isole fatate, ma era stato il posto dove gli uomini avevano iniziato a pensare che quell’altro grande posto chiamato mondo , che è dove stiamo tutti, poteva essere raccontato attraverso la ragione, che significa capirlo. Col tempo questo racconto sarebbe stato chiamato filosofia, e più avanti ancora scienza, perché l’universo non è una faccenda di occultismo: è un’infinita trama di cause ed effetti, che significa che anche due cose tra loro infinitamente lontane non sono estranee l’una all’altra, perché la loro distanza è fatta di relazioni causali e non di buio incomprensione e paura. Così gli uomini impararono dal kòsmos che l’ordine è armonia, e con questo modello in mente si svilupparono le polis, come fu quella di Atene, le tipiche città stato greche, che anche se non furono esenti da problemi e contraddizioni, trasmisero all’Occidente quello che sarebbe stato il concetto di politica, che non per nulla è alla polis che deve il suo nome.

Centro vitale della città era l’agorà, la piazza, dove non solo si svolgeva il mercato e si trovavano i luoghi di culto dedicati alla divinità protettrice, ma dove soprattutto i cittadini liberi si radunavo in “assemblea” per discutere in comunità e decidere collegialmente le leggi. Era il fulcro politico della città, lo spazio fisico a simbolo della democrazia che, è sempre l’etimologia greca a ricordarcelo, è una faccenda che dovrebbe riguardare e appartenere al popolo. Alcuni filosofi, parlando di Atene, dissero che nonostante fosse un luogo di case, mercati, templi e teatri, erano gli stessi cittadini ateniesi a fare la polis. Quei cittadini che, nel condividere la vita della piazza, si ricordavano gli uni agli altri di partecipare dei medesimi diritti, perché l’agorà non era un luogo aperto al pubblico, ma era il luogo del pubblico, e visto che Borges diceva che le generalizzazioni non sono reali ma reali sono i singoli individui – e “il pubblico” è una generalizzazione – potremmo dire meglio che la piazza era il luogo di ognuno dei singoli cittadini che costituivano la polis.

Questo tanto tempo fa. Pochi giorni or sono, invece, a Verona, era mercoledì sera, dei ragazzi vengono minacciati e malmenati da poliziotti in tenuta antisommossa perché suonavano bonghi e chitarre in una piazza del centro di Verona. Già, sempre la piazza, simbolo questa volta che i tempi sono cambiati, che l’agorà non è più il luogo dei singoli cittadini che formano una comunità. Alienare la piazza, renderla una stanza da museo in cui a regnare sono le eco del silenzio, perché quando non si sente nulla si ha paura di tutto, un principio che anche il più mediocre dei film horror ci ha insegnato a sufficienza…

Ciò che viene toccato dall’ordinanza di Tosi in cui si vieta di suonare strumenti musicali in luoghi pubblici dopo le dieci sera non è “il diritto al sonno” dei cittadini o di fantomatiche signore che vivono in centro ma che lavorano a Venezia e che si devono alzare alle cinque del mattino (e queste sono le legittimazioni giuridiche che sono state usate…) . È che oggi la piazza – in un clima politico che, attraverso la voce del suo maggior rappresentante, ha definito l’Italia un paese mono-etnico – può essere tollerata tutt’al più come un luogo di incroci casuali ma non come uno di incontro, che è sempre condivisione. Se la libertà di parola e quella di riunione sono due cose che stanno insieme non è un caso, perché uno che dice tutto quello che vuole ma lo dice solo a se stesso non è un uomo libero, è uno schizofrenico. E l’ordinanza di Tosi mira a far diventare la chitarra sinonimo di schizofrenia, di malattia mentale. E se sono schizofrenici quelli che suonan la chitarra, lo sono pure quelli che li stanno ad ascoltare, e gli schizofrenici non è bene lasciarli all’aperto, meglio in manicomio o, visto che bisogna fare con quel che si ha, in questura. E visto che con gli schizofrenici non è il caso discuterci, due manganellate sono un metodo dialettico più efficace di quello platonico.

Tutto questo perché si vive in un clima culturale che si culla nell’apatia e che si affida alla paura, che non accetta che ragazze e ragazzi, insieme a signore e signori, suonino nella stessa piazza dopo le dieci di sera, ma che è da dieci anni che si guarda il Grande Fratello in prima serata fino all’una di notte. Si sono creati i presupposti che se prima hanno consentito di dire che partigiani e fascisti erano entrambi eroi della patria, ora consente di combattere la chitarra col manganello, anche quando non si suona “Bella ciao”. E la cosa ha funzionato talmente bene che pure da alcuni che mercoledì sera erano in piazza Dante si è sentito dire: i poliziotti hanno picchiato ma i ragazzi però hanno alzato la voce. Come a dire: Tizio è morto perché gli hanno avvelenato il cibo, ma noi ce la prendiamo col cuoco perché non aveva salato l’acqua…

Si privatizza la scuola, la sanità, i trasporti, e infine si vuole privatizzare pure la socialità. Vuoi la compagnia dei tuoi amici, devi pagare la tassa che si chiama aperitivi nei locali del centro, perché chi è seduto ai tavoli del locale che è in piazza è un cliente, chi vive la piazza è un cittadino, quelli che a detta dei Greci costituivano la polis. Togli i cittadini, rimangono i clienti, togli la piazza, non rimane la città. La perplessità di chi scrive, tra le altre, è quale sia la necessità di un’amministrazione comunale che non si cura né delle piazze né dei cittadini, e che usa la violenza e non le parole nei confronti di chi strimpella, quando invece usò tante parole nei confronti di chi ha ammazzato di botte un ragazzo in centro poco più di un anno fa. Quasi che una delle assurde morali di questa storia fosse che se hai la testa rasata – e non perché sei calvo – in giro per le piazze ci puoi andare a picchiare la gente, se invece hai i capelli lunghi neppure ti puoi portare il mandolino.

Piazza Dante è chiamata così perché al suo centro c’è la statua del poeta della Commedia. Nell’Inferno, per due volte, al Canto III e V, tramite la bocca di Virgilio, Dante dice: “Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare” , perché l’onnipotenza non è tanto fare ciò che si vuole, ma è che gli altri non debbano dir nulla di quello che hai fatto. E se questo è già tanto discutibile nel nome del Signore, nel nome di Tosi perde anche il fascino del misticismo. E non per ideologie politiche, ma perché la politica ci insegna che un sindaco e dio sono due cose proprio diverse. Ce lo ha insegnato, ma tanti se ne sono già dimenticati…

È che una volta, non tanto tempo fa, c’erano dei ragazzi che suonavo due chitarre e un bongo in una piazza della città in cui Romeo si dichiarò a Giulietta. Forse oggi anche Romeo sarebbe stato manganellato, accusato di una serenata. Di quei ragazzi, invece, come la storia andrà a finire non si sa ancora. Certo è che la loro morale è che per una sera a settimana, per qualche ora e con un po’ di musica, si può essere e felice e contenti. Perché anche la gioia, come il diritto al sonno, è qualcosa che va difesa.

Paolo Vanini

Mister banana

(dal blog di Anna, miskappa.blogspot.com)

Al cicisbeo imbellettato andrebbe spiegato che chi ha perso tutto non ha voglia di vacanza. Non ha voglia di divertirsi, né in crociera, né al mare. All’ imbonitore piazzista andrebbe fatto capire che le persone che non hanno più nulla hanno bisogno di certezze. Non di sorrisi davanti alle telecamere e di promesse da buffone. All’adulatore di minorenni andrebbe detto che chi non ha più lavoro non ha bisogno di riposo, ma di essere messo nelle condizioni di poter lavorare. E andrebbe aggiunto che le congratulazioni al ciambellano di corte dovrebbero fargliele i terremotati, non lui che lo ha nominato suddito plenipotenziario. Oggi, se qualcuno di noi rimasto qui, come dice il presidente joker, attaccato alle sue macerie per scelta, decidesse di staccarsene e di optare per una sistemazione alberghiera, qui dovrebbe restare. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Mica, stremati da due mesi di sofferenze, si può cambiare idea. Il reuccio d’Italia dovrebbe vedere come i pasti nelle tendopoli non sono sufficienti per tutti e dovrebbe tastarne personalmente la qualità. Dovrebbe vedere come siamo assaliti dalle gastroenteriti e, per sopravvivere, siamo costretti a comprarcelo da soli il cibo. Già, ma noi siamo resistenti per scelta. Non abbiamo abbandonato la nostra terra in mano a chi decide tutto. Stiamo qui a reclamare, con la nostra presenza,se non altro, almeno il fatto di esistere. Nonostante tutto.

Anna

>Mister banana

>(dal blog di Anna, miskappa.blogspot.com)

Al cicisbeo imbellettato andrebbe spiegato che chi ha perso tutto non ha voglia di vacanza. Non ha voglia di divertirsi, né in crociera, né al mare. All’ imbonitore piazzista andrebbe fatto capire che le persone che non hanno più nulla hanno bisogno di certezze. Non di sorrisi davanti alle telecamere e di promesse da buffone. All’adulatore di minorenni andrebbe detto che chi non ha più lavoro non ha bisogno di riposo, ma di essere messo nelle condizioni di poter lavorare. E andrebbe aggiunto che le congratulazioni al ciambellano di corte dovrebbero fargliele i terremotati, non lui che lo ha nominato suddito plenipotenziario. Oggi, se qualcuno di noi rimasto qui, come dice il presidente joker, attaccato alle sue macerie per scelta, decidesse di staccarsene e di optare per una sistemazione alberghiera, qui dovrebbe restare. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Mica, stremati da due mesi di sofferenze, si può cambiare idea. Il reuccio d’Italia dovrebbe vedere come i pasti nelle tendopoli non sono sufficienti per tutti e dovrebbe tastarne personalmente la qualità. Dovrebbe vedere come siamo assaliti dalle gastroenteriti e, per sopravvivere, siamo costretti a comprarcelo da soli il cibo. Già, ma noi siamo resistenti per scelta. Non abbiamo abbandonato la nostra terra in mano a chi decide tutto. Stiamo qui a reclamare, con la nostra presenza,se non altro, almeno il fatto di esistere. Nonostante tutto.

Anna