>I vicini dispari di calle San Pedro

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Come tutte le vie di tutti i quartieri di tutte le città, calle San Pedro aveva abitazioni su entrambi i lati della via. Da un lato le case pari, dall’altro quelle dispari. La via apparteneva a un piccolo paesino di mare, che la città ha assorbito negli anni integrandolo come quartiere. Questo, porta sul mare della città, fu tradizionalmente un paesino di pescatori e di gente che costruiva la sua vita affacciata sul Mediterraneo.
La vicinanza al mare, che dai palazzi della città è stata sempre considerata come una mera circostanza pittoresca, guadagnò improvvisamente un’importanza tutta nuova. Presto il dimenticato quartiere di pescatori si convertì in un territorio chiave per l’espansione e lo sviluppo urbano. La risorsa delle spiagge, i turisti, gli hotel, lo spettacolo e il glamour erano opportunità che sarebbe stato stupido lasciarsi sfuggire.
Si disse agli abitanti che il vecchio quartiere sarebbe stato rivalutato, che da spazio aneddotico sarebbe diventato uno dei punti di riferimento della nuova città. Grandi costruzioni, nuovi negozi, zone verdi e una grande via centrale con il nome di uno dei paesani più illustri che il quartiere abbia mai dato alla luce, avrebbe attraversato l’antico paesino di mare da parte a parte.
Come in ogni altra via del Cabanyal (così si chiama questo famoso quartiere), in calle San Pedro tutti i vicini si conoscevano, facevano vita comune e mangiavano porta a porta, con i propri bei e brutti momenti. E come in qualsiasi altra via la notizia della trasformazione imminente del proprio quartiere fu presa in maniere differenti. In particolare calle San Pedro si vedeva toccata in primis dal nuovo piano. I vicini delle porte pari avrebbero mantenuto le proprie abitazioni, al contrario dei vicini di fronte che le avrebbero perse per far spazio ad un parco.
I vicini dispari di calle San Pedro protestarono, si rifiutarono di essere espulsi dalle proprie case, dove avevano sempre vissuto, e si opposero alle demolizioni. Chiesero solidarietà ai vicini delle porte pari, coi quali avevano condiviso la vita per intere generazioni. Questi gli negarono ogni appoggio. Non erano le loro case ad essere minacciate e oltretutto la costruzione di un bel giardino avrebbe dato più eleganza alle loro abitazioni. A nulla valsero le discussioni, le lamentele e le richieste di solidarietà e unione. Le vecchie invidie, l’ignoranza, la freddezza e l’individualismo crebbero nella piccola via. Tra i vicini pari ci fu chi volle solidarizzare, appendendo cartelli rivendicativi al balcone, ma non tardarono le minacce e le intimidazioni per toglierli. Nel Comune intanto si sfregavano le mani.
Le espropriazioni, i primi abbandoni, i primi vinti, quelli che decisero di abbandonare le proprie case per tanto invivibile che si fece la situazione, lasciarono spazio alle prime demolizioni e all’arrivo dei nomadi trafficanti. Poco a poco si chiusero tutti i negozi e le attività commerciali e la via si riempì di case in rovina, tanto tristi quanto pericolose, e terreni ripuliti dalle macerie, trasformando calle San Pedro nell’ombra, nel fantasma di quello che fu.
I vicini pari ancora attendono il famoso parco che darà glamour alle case ormai uccise dalle rovine. Calle San Pedro è il riflesso del danno che la avarizia e la paura pretendono fare nelle altre vie del quartiere.
Ma ancora c’è chi resiste, chi tiene duro all’irrazionalità alla perdita di umanità. C’è ancora chi da tanto tempo dice che non vende, che non abbandona, che non se ne va. Non credono alle menzogne, non si intimoriscono davanti alle minacce. Difendono il quartiere, dove vogliono continuare a vivere.

Eleuterio Gabón

Articolo uscito come introduzione ad una puntata di Dal Mort Al Degollat, programma di controinformazione e umore acido in onda dal 2007 al 2010 su Radio Malva, a Valencia.

Mobilitazione totale, tecnicizzazione totalitaria

«Quello che avviene ora è che il capitale in quanto selbstzweckmaschine (macchina che ha il suo fine in se stessa) si è unito con la circolarità della vita. Questa realtà che ci si presenta come pura ovvietà la (ri)produciamo semplicemente vivendo, più precisamente, vivendo la nostra vita.»
Lopez Petit
* * *
Si potrebbe rubricare tale evento quale diretta espansione di un principio di utilizzabilità generalizzata. In altri termini, ciò che qui viene a compiersi è niente meno che un’opera di tecnicizzazione senza eguali, all’interno della quale ogni movimento, singola pulsione o abbozzo di divenire, devono essere da sempre ripresi all’interno di un regime di utilizzabilità. Se la mobilitazione del corpo ha sempre costituito il mezzo più efficace che il potere potesse annoverare nel proprio arsenale, questa mobilitazione si è sempre dimostrata – pur nel suo darsi come totale – alquanto parziale: sia nella società disciplinare, dove la repressione si scagliava contro i corpi per ghermirli, sia nella società del controllo, attraverso la quale la normalizzazione perseguita incideva i corpi fino a torcerli contro se stessi (individui schizo e intermittenti), il movimento di mobilitazione incontrava già nel suo darsi le proprie zone di opacità, i propri residui inutilizzabili o rivoltanti.
Diversamente da ciò, la mobilitazione ipermoderna si è spinta là dove nessuna precedente mobilitazione totale era riuscita a penetrare: nella tecnicizzazione totalitaria, non tanto del corpo o dell’individuo, quanto piuttosto delle stesse forme-di-vita. Tecnicizzazione a tal punto totalitaria da confondersi – se non compiutamente, per lo meno continuamente – con le nostre stesse vite, rese trasparenti a se stesse. Rese trasparenti (con tutta la violenza mostrata da questo participio presente) in ogni respiro, in ogni battito, fino all’infima pulsazione, finché tutto ciò non tra-sparirà nella giusta adeguatezza a quel movimento di cui le forme-di-vita desiderano farsi carico – movimento che, in realtà, quale prezzo insito in ogni tecnicizzazione, si farà a suo turno carico delle stesse forme-di- vita. Circolarità (del) capitale della vita.
* * *
Il principio di utilizzabilità generalizzata (o di tecnicizzazione totalitaria) coincide con il nuovo Führerprinzip ad uso delle novelle aspiranti forme-di-vita, confezionate su misura per l’individuo che, preso in un incessante movimento di appropriazione, vuole afferrare e governare la propria esistenza (e la configurazione di uno «Stato paranoico che – estraendo dai segni erratici, emessi dalla realtà, un “tutto ha senso” – inventi continuamente nemici da attaccare», non è altro che la sua controparte così come il suo complemento). (Del resto, dimenticare ciò significherebbe mancare del tutto la portata di un concetto quale quello di “società spettacolare”: mancare, in primo luogo, il conflitto che abita ogni forma-di-vita, nel momento in cui questa si spinge fino ad offrire – ed offrirsi – se stessa quale Spettacolo.) «Il fascismo postmoderno non produce individui normalizzati ma esattamente l’opposto, individui con iniziative e inquietudini, in altre parole, capitalisti di se stessi». Il passaggio dalla fabbrica all’impresa, l’impero del Management, non alludono che a questo: alla compiuta realizzazione della forma-di-vita gestionale e non più – o meglio: non più solamente – gestita. Non più uomo recluso, non semplice uomo indebitato, bensì uomo capitalizzato, nel quale ogni divenire, ogni slittamento è colto solo nell’atto della sua capitalizzazione, della sua tecnicizzazione. Le due operazioni, del resto, procedono congiuntamente, poiché all’interno del regime capitalista l’evocazione volontaria dei divenire e degli slittamenti delle vite si da sempre quale strumento nelle mani del fascismo postmoderno. (E’ così sui divenire e sugli slittamenti, ben prima di ghermire i corpi, che si abbatte in modo privilegiato il peso della disciplina.) Non più recluso, dunque: poiché nessuna immaginazione di un fuori interverrà a lenire il suo disagio. Non semplicemente indebitato, poiché nessun creditore potrà mai rimettere la sua condizione, risolvere o deporre il legame che lo cinge. Se «vivere la nostra vita» deve così giocoforza comportare tanto la «nostra» impossibile reclusione quanto il «nostro» ineluttabile stato-di-debito, ciò è perché di questa «nostra vita» è stato fatto – non senza una certa dose di malizia pubblicitaria – un «proprio» appropriabile solo al prezzo di neutralizzarne l’aspetto comune e tecnicizzarne i residui inammissibili, inutilizzabili.
* * *
«Tranne poche eccezioni, però, simili atteggiamenti caricaturali sono diventati la principale ragione di vita, di lavoro e di sofferenza per chiunque manchi del coraggio di votare la società ammuffita in cui vive a una distruzione rivoluzionaria. Intorno alle banche moderne, come intorno agli alberi totemici dei kwakiutl, il medesimo desiderio di offuscare gli altri anima gli individui e li trascina in un sistema di piccole parate che li acceca reciprocamente.»
Bataille

>Mobilitazione totale, tecnicizzazione totalitaria

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«Quello che avviene ora è che il capitale in quanto selbstzweckmaschine (macchina che ha il suo fine in se stessa) si è unito con la circolarità della vita. Questa realtà che ci si presenta come pura ovvietà la (ri)produciamo semplicemente vivendo, più precisamente, vivendo la nostra vita.»
Lopez Petit
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Si potrebbe rubricare tale evento quale diretta espansione di un principio di utilizzabilità generalizzata. In altri termini, ciò che qui viene a compiersi è niente meno che un’opera di tecnicizzazione senza eguali, all’interno della quale ogni movimento, singola pulsione o abbozzo di divenire, devono essere da sempre ripresi all’interno di un regime di utilizzabilità. Se la mobilitazione del corpo ha sempre costituito il mezzo più efficace che il potere potesse annoverare nel proprio arsenale, questa mobilitazione si è sempre dimostrata – pur nel suo darsi come totale – alquanto parziale: sia nella società disciplinare, dove la repressione si scagliava contro i corpi per ghermirli, sia nella società del controllo, attraverso la quale la normalizzazione perseguita incideva i corpi fino a torcerli contro se stessi (individui schizo e intermittenti), il movimento di mobilitazione incontrava già nel suo darsi le proprie zone di opacità, i propri residui inutilizzabili o rivoltanti.
Diversamente da ciò, la mobilitazione ipermoderna si è spinta là dove nessuna precedente mobilitazione totale era riuscita a penetrare: nella tecnicizzazione totalitaria, non tanto del corpo o dell’individuo, quanto piuttosto delle stesse forme-di-vita. Tecnicizzazione a tal punto totalitaria da confondersi – se non compiutamente, per lo meno continuamente – con le nostre stesse vite, rese trasparenti a se stesse. Rese trasparenti (con tutta la violenza mostrata da questo participio presente) in ogni respiro, in ogni battito, fino all’infima pulsazione, finché tutto ciò non tra-sparirà nella giusta adeguatezza a quel movimento di cui le forme-di-vita desiderano farsi carico – movimento che, in realtà, quale prezzo insito in ogni tecnicizzazione, si farà a suo turno carico delle stesse forme-di- vita. Circolarità (del) capitale della vita.
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Il principio di utilizzabilità generalizzata (o di tecnicizzazione totalitaria) coincide con il nuovo Führerprinzip ad uso delle novelle aspiranti forme-di-vita, confezionate su misura per l’individuo che, preso in un incessante movimento di appropriazione, vuole afferrare e governare la propria esistenza (e la configurazione di uno «Stato paranoico che – estraendo dai segni erratici, emessi dalla realtà, un “tutto ha senso” – inventi continuamente nemici da attaccare», non è altro che la sua controparte così come il suo complemento). (Del resto, dimenticare ciò significherebbe mancare del tutto la portata di un concetto quale quello di “società spettacolare”: mancare, in primo luogo, il conflitto che abita ogni forma-di-vita, nel momento in cui questa si spinge fino ad offrire – ed offrirsi – se stessa quale Spettacolo.) «Il fascismo postmoderno non produce individui normalizzati ma esattamente l’opposto, individui con iniziative e inquietudini, in altre parole, capitalisti di se stessi». Il passaggio dalla fabbrica all’impresa, l’impero del Management, non alludono che a questo: alla compiuta realizzazione della forma-di-vita gestionale e non più – o meglio: non più solamente – gestita. Non più uomo recluso, non semplice uomo indebitato, bensì uomo capitalizzato, nel quale ogni divenire, ogni slittamento è colto solo nell’atto della sua capitalizzazione, della sua tecnicizzazione. Le due operazioni, del resto, procedono congiuntamente, poiché all’interno del regime capitalista l’evocazione volontaria dei divenire e degli slittamenti delle vite si da sempre quale strumento nelle mani del fascismo postmoderno. (E’ così sui divenire e sugli slittamenti, ben prima di ghermire i corpi, che si abbatte in modo privilegiato il peso della disciplina.) Non più recluso, dunque: poiché nessuna immaginazione di un fuori interverrà a lenire il suo disagio. Non semplicemente indebitato, poiché nessun creditore potrà mai rimettere la sua condizione, risolvere o deporre il legame che lo cinge. Se «vivere la nostra vita» deve così giocoforza comportare tanto la «nostra» impossibile reclusione quanto il «nostro» ineluttabile stato-di-debito, ciò è perché di questa «nostra vita» è stato fatto – non senza una certa dose di malizia pubblicitaria – un «proprio» appropriabile solo al prezzo di neutralizzarne l’aspetto comune e tecnicizzarne i residui inammissibili, inutilizzabili.
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«Tranne poche eccezioni, però, simili atteggiamenti caricaturali sono diventati la principale ragione di vita, di lavoro e di sofferenza per chiunque manchi del coraggio di votare la società ammuffita in cui vive a una distruzione rivoluzionaria. Intorno alle banche moderne, come intorno agli alberi totemici dei kwakiutl, il medesimo desiderio di offuscare gli altri anima gli individui e li trascina in un sistema di piccole parate che li acceca reciprocamente.»
Bataille

Era una situazione simile a quella d’un esploratore

Era una situazione simile a quella d’un esploratore, che volesse ricavarsi un luogo nel vivo d’una foresta vergine: con quanto più accanimento lavorasse d’accetta, tanto più folta e possente la foresta gli ricrescerebbe d’intorno.
Scoppiano proiettili, i bambini di cartone, i tubi del petrolio sotterranei nel ghiaccio e le scintille, che le nonne al riparo disfano i fili ed il freddo di dicembre divora i muretti.
Le luminarie già pomeridiane delle vie eterne, i perimetri dei corsi che separano le dentellature di case popolari, magazzini, muri di cinta e torri di mattoni e cemento irto ed acuto. Luci delle cucine ed addobbi ad intermittenza respingono gli scatti dei semafori, i riflettori delle automobili e gli scuri volti inesistenti dei pedoni. Agli angoli di Mirafiori urlano dai tombini tori ed uccelli senza direzione.
Nel quartiere gli individui notturni fuoriescono da basamenti scavati, cortili di detriti, intricati corridoi divelti e muri, come maschere d’oggetti.
Le case immobili rimangono invisibili, ciò che ciondola acquista volto, come una minaccia, solo all’orlo dello schianto. Minuscoli popoli imbragati dal buio del confine meridionale della città.
L’aumento precipitoso degli abitanti delle case popolari è coinciso con un tumultuoso incremento di occasioni di incontro.
Dalle scale ai cortili, le piazzette ed i marciapiedi, i cancelli, le ringhiere ed i praticelli incolti ed incolori. Solo la nebbia rimandava l’idea che qualcosa fosse ancora gelido tra i cittadini e le loro dimore come castelli monolitici.
Nel momento in cui il quartiere si dimostra un tentativo riuscito di neutralizzazione e distruzione psichica della sua popolazione nuova, migrante, ecco che la lotta al suo interno è non già più sabotaggio, quanto affermazione violenta, fino all’assassinio di classe. c’è un’urgenza di esserci, in qualche modo.
Il quartiere lentamente venne disciplinato e governato con l’immissione di corpi speciali di controllo e sorveglianza, inedite leggi e costruzioni urbane. Poi venne il tempo dello svuotamento e del benessere per alcuni dei rimanenti. Qualcosa si ruppe nel dinamismo degli incontri e sopravvenne lo spettrale spazio odierno di condomini in ombra, strade piene d’auto e negozi che s’armano di natale. Il conflitto è assunto in risentimento individuale verso il prossimo, per il vicino abbruttito.
Nella pace del fiume (Sangone) si ritrova il silenzio che la foresta non concede all’esploratore.

>Era una situazione simile a quella d’un esploratore

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Era una situazione simile a quella d’un esploratore, che volesse ricavarsi un luogo nel vivo d’una foresta vergine: con quanto più accanimento lavorasse d’accetta, tanto più folta e possente la foresta gli ricrescerebbe d’intorno.
Scoppiano proiettili, i bambini di cartone, i tubi del petrolio sotterranei nel ghiaccio e le scintille, che le nonne al riparo disfano i fili ed il freddo di dicembre divora i muretti.
Le luminarie già pomeridiane delle vie eterne, i perimetri dei corsi che separano le dentellature di case popolari, magazzini, muri di cinta e torri di mattoni e cemento irto ed acuto. Luci delle cucine ed addobbi ad intermittenza respingono gli scatti dei semafori, i riflettori delle automobili e gli scuri volti inesistenti dei pedoni. Agli angoli di Mirafiori urlano dai tombini tori ed uccelli senza direzione.
Nel quartiere gli individui notturni fuoriescono da basamenti scavati, cortili di detriti, intricati corridoi divelti e muri, come maschere d’oggetti.
Le case immobili rimangono invisibili, ciò che ciondola acquista volto, come una minaccia, solo all’orlo dello schianto. Minuscoli popoli imbragati dal buio del confine meridionale della città.
L’aumento precipitoso degli abitanti delle case popolari è coinciso con un tumultuoso incremento di occasioni di incontro.
Dalle scale ai cortili, le piazzette ed i marciapiedi, i cancelli, le ringhiere ed i praticelli incolti ed incolori. Solo la nebbia rimandava l’idea che qualcosa fosse ancora gelido tra i cittadini e le loro dimore come castelli monolitici.
Nel momento in cui il quartiere si dimostra un tentativo riuscito di neutralizzazione e distruzione psichica della sua popolazione nuova, migrante, ecco che la lotta al suo interno è non già più sabotaggio, quanto affermazione violenta, fino all’assassinio di classe. c’è un’urgenza di esserci, in qualche modo.
Il quartiere lentamente venne disciplinato e governato con l’immissione di corpi speciali di controllo e sorveglianza, inedite leggi e costruzioni urbane. Poi venne il tempo dello svuotamento e del benessere per alcuni dei rimanenti. Qualcosa si ruppe nel dinamismo degli incontri e sopravvenne lo spettrale spazio odierno di condomini in ombra, strade piene d’auto e negozi che s’armano di natale. Il conflitto è assunto in risentimento individuale verso il prossimo, per il vicino abbruttito.
Nella pace del fiume (Sangone) si ritrova il silenzio che la foresta non concede all’esploratore.

Nascondino

Provateci e prendetelo come un gioco. Provate a fare una passeggiata in città, da soli, in coppia o in gruppo, non importa, e tentate di attraversare la città come fate normalmente, ma con una piccola clausola: evitare la videosorveglianza. Camminare non prestando il proprio viso, il proprio corpo, il proprio muoversi, alla cattura, alla fotografia, all’osservazione, alla registrazione. Evitate che la vostra traccia sia archiviata e sterilizzata, che perda il suo essere un passaggio sentito, percepibile ed esperienziale, che modifica, che incide, in favore di una semplice immagine d’archivio. Evitate telecamere di ogni tipo, evitate gli occhi elettronici, ovunque essi si trovino.
Se avete ben schivato l’ossessivo sguardo normalmente puntato insistentemente su di noi, se avete ben giocato, beh, è una città tutta particolare. Niente banche e niente sportelli innanzitutto. Edifici universitari assenti, edifici governativi ed amministrativi pure, poche scuole, pochi cinema e teatri, ma forse neppure le discariche, neppure le zone private in cui i supermercati ed i centri commerciali gettano i rifiuti (quante telecamere inaspettatamente puntate sui cassonetti e quanti cancelli a chiuderli). Pochi monumenti, poche piazze, poche strade grandi e larghe, e poche vie del centro storico. Sedi televisive, dei giornali, uffici importanti, palazzine di avvocati e contabili? No. Questure, basi militari, caserme? Neppure. Qualche villa storica, qualche casa dei ricconi, solo qualche nuovo complesso formato da cinquanta nuove villette a schiera, tutte uguali ed ugualmente amabili. Parchi, aree verdi, parcheggi? Forse, alcuni, ma non certo passando dal cancello principale. Stazioni dei treni, metro, ed altri simili mezzi di trasporto? No.
Cosa vi resta, che città rimane? La città al buio, la città oscura(ta), non certo notturna, ma neppure esposta al Sole. Che sensazione dona questa nuova città? Città che resta nell’ombra, buia, non illuminata neppure di giorno. Zone dimenticate? Zone morte, annoiate di se stesse? Zone libere? Zone in cui non succederà mai nulla? Zone in cui è già successo ma si è anche già dimenticato? Periferie dello sguardo assoluto, situate qualche grado troppo in là rispetto all’arco dell’osservabile? Zone in cui il “pubblico”(in ogni sua sfumatura) non è di casa? Non so, però provateci.
Essaye

>Nascondino

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Provateci e prendetelo come un gioco. Provate a fare una passeggiata in città, da soli, in coppia o in gruppo, non importa, e tentate di attraversare la città come fate normalmente, ma con una piccola clausola: evitare la videosorveglianza. Camminare non prestando il proprio viso, il proprio corpo, il proprio muoversi, alla cattura, alla fotografia, all’osservazione, alla registrazione. Evitate che la vostra traccia sia archiviata e sterilizzata, che perda il suo essere un passaggio sentito, percepibile ed esperienziale, che modifica, che incide, in favore di una semplice immagine d’archivio. Evitate telecamere di ogni tipo, evitate gli occhi elettronici, ovunque essi si trovino.
Se avete ben schivato l’ossessivo sguardo normalmente puntato insistentemente su di noi, se avete ben giocato, beh, è una città tutta particolare. Niente banche e niente sportelli innanzitutto. Edifici universitari assenti, edifici governativi ed amministrativi pure, poche scuole, pochi cinema e teatri, ma forse neppure le discariche, neppure le zone private in cui i supermercati ed i centri commerciali gettano i rifiuti (quante telecamere inaspettatamente puntate sui cassonetti e quanti cancelli a chiuderli). Pochi monumenti, poche piazze, poche strade grandi e larghe, e poche vie del centro storico. Sedi televisive, dei giornali, uffici importanti, palazzine di avvocati e contabili? No. Questure, basi militari, caserme? Neppure. Qualche villa storica, qualche casa dei ricconi, solo qualche nuovo complesso formato da cinquanta nuove villette a schiera, tutte uguali ed ugualmente amabili. Parchi, aree verdi, parcheggi? Forse, alcuni, ma non certo passando dal cancello principale. Stazioni dei treni, metro, ed altri simili mezzi di trasporto? No.
Cosa vi resta, che città rimane? La città al buio, la città oscura(ta), non certo notturna, ma neppure esposta al Sole. Che sensazione dona questa nuova città? Città che resta nell’ombra, buia, non illuminata neppure di giorno. Zone dimenticate? Zone morte, annoiate di se stesse? Zone libere? Zone in cui non succederà mai nulla? Zone in cui è già successo ma si è anche già dimenticato? Periferie dello sguardo assoluto, situate qualche grado troppo in là rispetto all’arco dell’osservabile? Zone in cui il “pubblico”(in ogni sua sfumatura) non è di casa? Non so, però provateci.
Essaye

L’arte: un sollievo alla tragicità della vita

Nel corso della sua storia l’uomo ha sempre cercato la bellezza nell’Arte, nella rappresentazione delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni, in una tela come su un foglio di carta, o sulle corde di un violino o sui tasti di un pianoforte.
Ogni espressione umana ha come criterio la bellezza, così come ogni opera ha, in essa, il suo fine.
L’Arte è desiderio, fantasia, sogno di una realtà perfetta, che non esiste in alcun posto se non nello spirito, nell’anima di ogni individuo.
L’Arte è l’esaltazione dell’individualità, l’espressione dell’io per eccellenza, e per questo l’uomo ha sempre avuto bisogno di essa, perché l’essere umano è individuo, è singolarità prima che pluralità, comunità.
La società è un insieme di individualità che interagiscono tra loro, che comunicano attraverso il suono delle parole, i movimenti del corpo, i colori e le forme delle immagini. L’uomo, quindi, oltre che individuo è anche “animale sociale”, ovvero possiede un bisogno necessario di relazionarsi con l’esterno, per capire sé stesso, per riconoscere, hegelianamente, la propria essenza, la coscienza di sé.
L’Arte esprime, allora, la totalità dei bisogni umani, perché con essa l’uomo ha la capacità di esprimere sé stesso, relazionarsi con gli altri e cercare o sognare la perfezione, la bellezza, l’Assoluto.
Essa è forma dell’irrazionalità e mezzo e fine della realtà; rappresentazione della soggettività e strumento di relazione della molteplicità; insomma, è l’essenza della vita stessa, la sostanza dell’uomo.
L’Arte, per usare un’espressione del Verga, è la “manifestazione dei propri gusti, una forma di benessere, di civiltà, in fondo alla quale non c’è altro che il godimento materiale”; essa, come ricerca della bellezza, si configura allora anche come ricerca del piacere, ovvero come il tentativo di soddisfazione dei propri bisogni – materiali e intellettuali – volto al raggiungimento di un equilibrio, di un sollievo, di una pace interiore.
La bellezza è utopia, desiderio, irrazionalità allo stato puro, idealità per eccellenza, cui l’uomo tende per natura e che si ostina a cercare ed identificare con l’unico mezzo in suo possesso: la materialità, cadendo, inevitabilmente, nell’imperfezione, in una contraddizione impossibile da sciogliere.
La realtà non è mai bellezza: le si può avvicinare, ma non sarà mai perfezione assoluta.
Della bellezza le manca l’essere eterno e immutabile, l’ordine, la provvidenzialità, la semplicità.
La realtà è invece complessa, caotica, immediata, a volte senza un senso, un nesso, senza un perché.
La realtà, però, può essere mascherata da bellezza, e pur restando apparenza, “fuggevolezza”, spesso viene accettata o creduta come tale.
Ma l’inganno, prima o poi, sarà comunque rivelato, dal tempo e dalla natura stessa.
Ne è l’esempio la storia di Nanà, un romanzo del 1880 del naturalista Emile Zola, che racconta di una giovane e bellissima donna, incapace di amare, che dall’infanzia misera raggiunge l’elite della società recitando a teatro e accettando la corte di ricchi spasimanti.
In questo modo vive mantenuta fino alla morte, avvenuta per malattia.
La ragazza, che non a caso interpreta la dea Venere nelle sue opere teatrali, è oggetto di desiderio degli uomini e del pubblico, che ogni sera aspetta ansioso la sua entrata in scena per poterla ammirare; ma il vaiolo, che rapidamente la porta alla morte, rovina la sua bellezza, rendendola irriconoscibile, se non attraverso il richiamo di quei capelli che “conservavano il loro fiammeggiare di sole”.
Di lei resterà un “carnaio”, “carne marcia” buttata su un cuscino, tant’è che l’inserviente mormorerà: “ah! È cambiata, è cambiata!”.
Sul letto di morte Nanà avrebbe potuto arrivarci in tutto il suo candore, in tutta la sua bellezza divina, ma il caso, la natura, la vita, ha deciso di riservarle una fine impietosa, indegna, per un motivo incerto, senza un vero perché.
Di fronte alla tragicità della vita, alla crudele casualità della realtà, l’uomo cerca di risolvere la sua impotenza attraverso l’Arte, con cui esso finalmente può decidere, anche se non del tutto, la sorte della sua opera e, con essa, rallentare il tempo.
Alessandro Rigo

>L’arte: un sollievo alla tragicità della vita

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Nel corso della sua storia l’uomo ha sempre cercato la bellezza nell’Arte, nella rappresentazione delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni, in una tela come su un foglio di carta, o sulle corde di un violino o sui tasti di un pianoforte.
Ogni espressione umana ha come criterio la bellezza, così come ogni opera ha, in essa, il suo fine.
L’Arte è desiderio, fantasia, sogno di una realtà perfetta, che non esiste in alcun posto se non nello spirito, nell’anima di ogni individuo.
L’Arte è l’esaltazione dell’individualità, l’espressione dell’io per eccellenza, e per questo l’uomo ha sempre avuto bisogno di essa, perché l’essere umano è individuo, è singolarità prima che pluralità, comunità.
La società è un insieme di individualità che interagiscono tra loro, che comunicano attraverso il suono delle parole, i movimenti del corpo, i colori e le forme delle immagini. L’uomo, quindi, oltre che individuo è anche “animale sociale”, ovvero possiede un bisogno necessario di relazionarsi con l’esterno, per capire sé stesso, per riconoscere, hegelianamente, la propria essenza, la coscienza di sé.
L’Arte esprime, allora, la totalità dei bisogni umani, perché con essa l’uomo ha la capacità di esprimere sé stesso, relazionarsi con gli altri e cercare o sognare la perfezione, la bellezza, l’Assoluto.
Essa è forma dell’irrazionalità e mezzo e fine della realtà; rappresentazione della soggettività e strumento di relazione della molteplicità; insomma, è l’essenza della vita stessa, la sostanza dell’uomo.
L’Arte, per usare un’espressione del Verga, è la “manifestazione dei propri gusti, una forma di benessere, di civiltà, in fondo alla quale non c’è altro che il godimento materiale”; essa, come ricerca della bellezza, si configura allora anche come ricerca del piacere, ovvero come il tentativo di soddisfazione dei propri bisogni – materiali e intellettuali – volto al raggiungimento di un equilibrio, di un sollievo, di una pace interiore.
La bellezza è utopia, desiderio, irrazionalità allo stato puro, idealità per eccellenza, cui l’uomo tende per natura e che si ostina a cercare ed identificare con l’unico mezzo in suo possesso: la materialità, cadendo, inevitabilmente, nell’imperfezione, in una contraddizione impossibile da sciogliere.
La realtà non è mai bellezza: le si può avvicinare, ma non sarà mai perfezione assoluta.
Della bellezza le manca l’essere eterno e immutabile, l’ordine, la provvidenzialità, la semplicità.
La realtà è invece complessa, caotica, immediata, a volte senza un senso, un nesso, senza un perché.
La realtà, però, può essere mascherata da bellezza, e pur restando apparenza, “fuggevolezza”, spesso viene accettata o creduta come tale.
Ma l’inganno, prima o poi, sarà comunque rivelato, dal tempo e dalla natura stessa.
Ne è l’esempio la storia di Nanà, un romanzo del 1880 del naturalista Emile Zola, che racconta di una giovane e bellissima donna, incapace di amare, che dall’infanzia misera raggiunge l’elite della società recitando a teatro e accettando la corte di ricchi spasimanti.
In questo modo vive mantenuta fino alla morte, avvenuta per malattia.
La ragazza, che non a caso interpreta la dea Venere nelle sue opere teatrali, è oggetto di desiderio degli uomini e del pubblico, che ogni sera aspetta ansioso la sua entrata in scena per poterla ammirare; ma il vaiolo, che rapidamente la porta alla morte, rovina la sua bellezza, rendendola irriconoscibile, se non attraverso il richiamo di quei capelli che “conservavano il loro fiammeggiare di sole”.
Di lei resterà un “carnaio”, “carne marcia” buttata su un cuscino, tant’è che l’inserviente mormorerà: “ah! È cambiata, è cambiata!”.
Sul letto di morte Nanà avrebbe potuto arrivarci in tutto il suo candore, in tutta la sua bellezza divina, ma il caso, la natura, la vita, ha deciso di riservarle una fine impietosa, indegna, per un motivo incerto, senza un vero perché.
Di fronte alla tragicità della vita, alla crudele casualità della realtà, l’uomo cerca di risolvere la sua impotenza attraverso l’Arte, con cui esso finalmente può decidere, anche se non del tutto, la sorte della sua opera e, con essa, rallentare il tempo.
Alessandro Rigo