Il Cavalier Mascarato alla seconda

…Oltre oceano sul trono dell’Ameringa si è insidiato il Cavaliere Abbromzato, portando una ventata d’aria fresca per il suo popolo. Alla cerimonia ufficiale per il suo incoronamento erano più o mono presenti tutti i regnanti del Globo. Mancava il nostro eroe, il Cavaliere Mascarato. Il quale non essendo stato invitato, con grande classe, per giustificare la sua assenza si è giustificato dicendo che non sarebbe andato per non fare la comparsa. Giustamente, in quanto eroe vuole tutti i riflettori su di se. Un colpo di genio che ha fatto passare inosservato il fatto di essere ritenuto ospite non gradito.
Non essersi allontanato dalla contea per lui è stato un bene. Infatti egli ha così potuto personalmente resistere al tentativo di un conte bretone di impossessarsi si un uomo della sua squadra di cavalieri comandata da Sir Lancellotto.
La Contea dello stivale è abita da una miriade di belle donzelle. Evitare che le fanciulle vengano stuprate è un problema di difficile risoluzione ma, il nostro eroe non si scoraggia davanti a niente ed ha già trovato la soluzione! Il Cavaliere Mascarato è alla ricerca di mercenari da assoldare come guardie del corpo per ogni singola pulzella. Se il numero di uomini non sarà sufficiente le donne che non sono di gradevole aspetto dovranno seguire dei corsi di autodifesa. Chi giudicherà l’aspetto fisico delle donzelle? Ma ovviamente l’unico inconfondibile e onnisciente, il Cavaliere Mascarato che di belle donne se ne intende. Egli infatti per scegliere le sue consigliere non guarda le loro capacità ma, il loro aspetto estetico…

Matte

>Il Cavalier Mascarato alla seconda

>

…Oltre oceano sul trono dell’Ameringa si è insidiato il Cavaliere Abbromzato, portando una ventata d’aria fresca per il suo popolo. Alla cerimonia ufficiale per il suo incoronamento erano più o mono presenti tutti i regnanti del Globo. Mancava il nostro eroe, il Cavaliere Mascarato. Il quale non essendo stato invitato, con grande classe, per giustificare la sua assenza si è giustificato dicendo che non sarebbe andato per non fare la comparsa. Giustamente, in quanto eroe vuole tutti i riflettori su di se. Un colpo di genio che ha fatto passare inosservato il fatto di essere ritenuto ospite non gradito.
Non essersi allontanato dalla contea per lui è stato un bene. Infatti egli ha così potuto personalmente resistere al tentativo di un conte bretone di impossessarsi si un uomo della sua squadra di cavalieri comandata da Sir Lancellotto.
La Contea dello stivale è abita da una miriade di belle donzelle. Evitare che le fanciulle vengano stuprate è un problema di difficile risoluzione ma, il nostro eroe non si scoraggia davanti a niente ed ha già trovato la soluzione! Il Cavaliere Mascarato è alla ricerca di mercenari da assoldare come guardie del corpo per ogni singola pulzella. Se il numero di uomini non sarà sufficiente le donne che non sono di gradevole aspetto dovranno seguire dei corsi di autodifesa. Chi giudicherà l’aspetto fisico delle donzelle? Ma ovviamente l’unico inconfondibile e onnisciente, il Cavaliere Mascarato che di belle donne se ne intende. Egli infatti per scegliere le sue consigliere non guarda le loro capacità ma, il loro aspetto estetico…

Matte

HO VISTO L’AQUILA

Ci sono due tipi di storia, o due modi di fare e raccontare la storia. C’è la storia ufficiale, quella dei grandi fatti, dei grandi eventi così come ce li raccontano i libri di storia o le istituzioni. E poi c’è la storia, o meglio le storie, che si formano dalle singole vite degli uomini e delle donne che s’intrecciano, che si relazionano, che si contagiano. Le due storie molto spesso non coincidono, o coincidono solo in parte.
Spesso quando si parla di storia ci si riferisce solo al primo tipo. E dall’ignorare una parte della storia al farla cadere nell’oblio il passo è breve. Prendiamo il recentissimo caso del terremoto in Abruzzo: la realtà è quella che ci raccontano il presidente del consiglio, le istituzioni e la maggioranza dei media – ovvero che le misure prese dallo stato per far fronte alla tragedia sono adeguate, che sta procedendo tutto per il meglio e che non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno stato straniero perchè è tutto sotto controllo e ben gestito – oppure c’è qualcos’altro?
Andrea Gattinoni, un attore che si trovava a L’Aquila per presentare un suo film, si è trovato in mezzo ad una situazione a dir poco terribile. Andrea ci racconta una parte della storia ignorata e volutamente non detta.

martina

Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l’Aquila.
Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine.
Cani randagi abbandonati al loro destino.
Un militare a fare da guardia aciascuno agli accessi alla zona rossa, quella off limits.
Camionette, ruspe, case sventrate.
Tendopoli.
Ho mangiato nell’unico posto aperto, dove vanno tutti, la gente, dai militari alla protezione civile.
Bellissimo.
Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati.
Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando “Si Può Fare” .
Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, AnnaMaria, Franco e la sua donna.
Poi siamo tornati quando il film stava per finire.
La gente piangeva.
Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di diventare pazzo quando recitavo.
Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni, da fitta al cuore.
Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa.
Francesca, stanno malissimo.
Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all’improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE.
Gli anziani stanno impazzendo.
Hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve.
Gli hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c’era la parola ‘cazzeggio’.
A venti chilometri dall’Aquila il tom tom è oscurato.
La città è completamente militarizzata.
Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato uno.
Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8.
Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate?
Lì????
Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.
Non hanno niente, gli serve tutto.
(Hanno) rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica.
Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L’Aquila.
Poi c’è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono.
Le tendopoli sono imbottite di droga.
I militari hanno fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto.
E’ come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a stordirsi di qualunque cosa, l’importante è che all’esterno non trapeli nulla.
Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio.
Il ragazzo che me l’ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole.
Qua i media dicono che lì va tutto benissimo.
Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che “quello che il Governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l’intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente”.
Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti lì è proprio non impazzire.
In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c’è più, tutto perduto.
Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perché i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera.
C’era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie.
E poi quest’umanità all’improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato lì.
Ci voglio tornare.
Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c’erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli ‘Assaggi, assaggi’.
Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finché Michele non l’ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: “Non bisogna perdere le buone abitudini”.
Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere.
Anzi metto in rete questa mia lettera per te.

Andrea Gattinoni, 11 maggio notte.

>HO VISTO L’AQUILA

>Ci sono due tipi di storia, o due modi di fare e raccontare la storia. C’è la storia ufficiale, quella dei grandi fatti, dei grandi eventi così come ce li raccontano i libri di storia o le istituzioni. E poi c’è la storia, o meglio le storie, che si formano dalle singole vite degli uomini e delle donne che s’intrecciano, che si relazionano, che si contagiano. Le due storie molto spesso non coincidono, o coincidono solo in parte.
Spesso quando si parla di storia ci si riferisce solo al primo tipo. E dall’ignorare una parte della storia al farla cadere nell’oblio il passo è breve. Prendiamo il recentissimo caso del terremoto in Abruzzo: la realtà è quella che ci raccontano il presidente del consiglio, le istituzioni e la maggioranza dei media – ovvero che le misure prese dallo stato per far fronte alla tragedia sono adeguate, che sta procedendo tutto per il meglio e che non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno stato straniero perchè è tutto sotto controllo e ben gestito – oppure c’è qualcos’altro?
Andrea Gattinoni, un attore che si trovava a L’Aquila per presentare un suo film, si è trovato in mezzo ad una situazione a dir poco terribile. Andrea ci racconta una parte della storia ignorata e volutamente non detta.

martina

Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l’Aquila.
Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine.
Cani randagi abbandonati al loro destino.
Un militare a fare da guardia aciascuno agli accessi alla zona rossa, quella off limits.
Camionette, ruspe, case sventrate.
Tendopoli.
Ho mangiato nell’unico posto aperto, dove vanno tutti, la gente, dai militari alla protezione civile.
Bellissimo.
Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati.
Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando “Si Può Fare” .
Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, AnnaMaria, Franco e la sua donna.
Poi siamo tornati quando il film stava per finire.
La gente piangeva.
Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di diventare pazzo quando recitavo.
Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni, da fitta al cuore.
Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa.
Francesca, stanno malissimo.
Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all’improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE.
Gli anziani stanno impazzendo.
Hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve.
Gli hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c’era la parola ‘cazzeggio’.
A venti chilometri dall’Aquila il tom tom è oscurato.
La città è completamente militarizzata.
Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato uno.
Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8.
Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate?
Lì????
Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.
Non hanno niente, gli serve tutto.
(Hanno) rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica.
Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L’Aquila.
Poi c’è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono.
Le tendopoli sono imbottite di droga.
I militari hanno fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto.
E’ come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a stordirsi di qualunque cosa, l’importante è che all’esterno non trapeli nulla.
Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio.
Il ragazzo che me l’ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole.
Qua i media dicono che lì va tutto benissimo.
Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che “quello che il Governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l’intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente”.
Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti lì è proprio non impazzire.
In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c’è più, tutto perduto.
Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perché i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera.
C’era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie.
E poi quest’umanità all’improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato lì.
Ci voglio tornare.
Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c’erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli ‘Assaggi, assaggi’.
Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finché Michele non l’ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: “Non bisogna perdere le buone abitudini”.
Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere.
Anzi metto in rete questa mia lettera per te.

Andrea Gattinoni, 11 maggio notte.

G8 Capitolo primo: TORINO

Martedì scorso, a Torino, il G8 delle Università. Si è trattato di un incontro dei rettori di 19 paesi del mondo. Al termine dell’incontro vengono dichiarati 4 principi guida per il lavoro delle università. 1) nuovo modello di sviluppo socio-economico (uso efficiente risorse – sostenibilità). 2) proposta nuovi approcci allo sviluppo sostenibile (riconoscimento ruolo etica). 3) modello politica energetica (utilizzo fonti rinnovabili – tecniche risparmio energetico). 4) rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza attività umane – ecosistema naturale.

«Non ci siamo barricati», commentano Francesco Profumo (rettore Politecnico Torino), Enrico Decleva (presidente CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università italiane) e Giovanni Puglisi (rappresentante UNESCO-Italia), «siamo sempre stati e rimaniamo aperti al dialogo con gli studenti.» E di seguito «In quello che è successo ieri e oggi c’è stato un difetto di comunicazione.»

Problemi di mezzo e non di contenuto. Non si tratta di diversità di intenti (rettori-studenti), ma di ricezione reciproca (comunicazione appunto). In questa parafrasi di disponibilità dell’amministrazione universitaria si è affetti tuttavia dell’eco dell’agire-Mazzucco (rettore dell’Università di Verona e membro CRUI). Problemi di mezzi. «Rettorato: rotta la serratura dell’aula 1.6», per evitare l’incremento di tensione tra gli studenti (9 gennaio 2009). Di cosa si tratta? «aperti al dialogo con gli studenti?» «difetto di comunicazione?»

C’è il muoversi dell’Onda a Torino. C’è il muoversi di una lama sulla ferrovia Napoli-Torino. C’è la scala appiccicosa delle identificazioni ordinate.

Primo gradino: ministro interni Maroni. «Un gruppo di violenti ha attaccato le forze di Polizia con premeditazione: non sono studenti o giovani in cerca di giustizia, sono violenti.»

Secondo gradino, capogruppo PDL alla camera, Cicchitto. «Segno che nella società italiana esiste ancora il brodo della cultura terroristica costituito da diverse realtà della sinistra radicale.»

Pianerottolo, ministro istruzione Gelmini. «Non erano studenti

Terzo gradino, segretario PD Franceschini. «Mi pare chiaro che a Torino c’erano gruppi di persone venute apposta per provocare

In questa scalata dell’attribuire identità all’Onda nelle strade torinesi di martedì scorso, manca tuttavia una accenno alle forze dell’ordine. Piccolo appunto. Spartaco Mortola, vicario del questore di Torino. Ex dirigente della digos di Genova, comparirà il 30 giugno davanti al gip Silvia Carpani con l’accusa (rito abbreviato) per avere «istigato l’ex questore di Genova Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza durante il processo per l’irruzione nella scuola Diaz durante il G8 del 2001.» (sottoosservazione.wordpress.com – 13 maggio 2009).

All’ultimo passo dell’analisi su Torino, Sinistra e Libertà. Mercoledì infatti è apparso tra i post del sito sinistraliberta.it il commento di Gianni Favaro. «Il ritorno ad una nuova stagione di diritti e libertà per tutte e tutti può partire solo dall’affermazione in Italia di Sinistra e Libertà alle europee di giugno, e al successo nelle elezioni locali di tutte le liste “Sinistra” che si richiamano all’Associazione per la Sinistra e al nuovo soggetto politico che prenderà corpo nei prossimi mesi.» Mentre nell’abbondante coltre di fumogeni sulle strade, alcuni abitanti rispondono con acqua e limone per i manifestanti; qui si ritorna al discorso elettorale. Difetti di comunicazione?

Rughe

>G8 Capitolo primo: TORINO

>

Martedì scorso, a Torino, il G8 delle Università. Si è trattato di un incontro dei rettori di 19 paesi del mondo. Al termine dell’incontro vengono dichiarati 4 principi guida per il lavoro delle università. 1) nuovo modello di sviluppo socio-economico (uso efficiente risorse – sostenibilità). 2) proposta nuovi approcci allo sviluppo sostenibile (riconoscimento ruolo etica). 3) modello politica energetica (utilizzo fonti rinnovabili – tecniche risparmio energetico). 4) rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza attività umane – ecosistema naturale.

«Non ci siamo barricati», commentano Francesco Profumo (rettore Politecnico Torino), Enrico Decleva (presidente CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università italiane) e Giovanni Puglisi (rappresentante UNESCO-Italia), «siamo sempre stati e rimaniamo aperti al dialogo con gli studenti.» E di seguito «In quello che è successo ieri e oggi c’è stato un difetto di comunicazione.»

Problemi di mezzo e non di contenuto. Non si tratta di diversità di intenti (rettori-studenti), ma di ricezione reciproca (comunicazione appunto). In questa parafrasi di disponibilità dell’amministrazione universitaria si è affetti tuttavia dell’eco dell’agire-Mazzucco (rettore dell’Università di Verona e membro CRUI). Problemi di mezzi. «Rettorato: rotta la serratura dell’aula 1.6», per evitare l’incremento di tensione tra gli studenti (9 gennaio 2009). Di cosa si tratta? «aperti al dialogo con gli studenti?» «difetto di comunicazione?»

C’è il muoversi dell’Onda a Torino. C’è il muoversi di una lama sulla ferrovia Napoli-Torino. C’è la scala appiccicosa delle identificazioni ordinate.

Primo gradino: ministro interni Maroni. «Un gruppo di violenti ha attaccato le forze di Polizia con premeditazione: non sono studenti o giovani in cerca di giustizia, sono violenti.»

Secondo gradino, capogruppo PDL alla camera, Cicchitto. «Segno che nella società italiana esiste ancora il brodo della cultura terroristica costituito da diverse realtà della sinistra radicale.»

Pianerottolo, ministro istruzione Gelmini. «Non erano studenti

Terzo gradino, segretario PD Franceschini. «Mi pare chiaro che a Torino c’erano gruppi di persone venute apposta per provocare

In questa scalata dell’attribuire identità all’Onda nelle strade torinesi di martedì scorso, manca tuttavia una accenno alle forze dell’ordine. Piccolo appunto. Spartaco Mortola, vicario del questore di Torino. Ex dirigente della digos di Genova, comparirà il 30 giugno davanti al gip Silvia Carpani con l’accusa (rito abbreviato) per avere «istigato l’ex questore di Genova Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza durante il processo per l’irruzione nella scuola Diaz durante il G8 del 2001.» (sottoosservazione.wordpress.com – 13 maggio 2009).

All’ultimo passo dell’analisi su Torino, Sinistra e Libertà. Mercoledì infatti è apparso tra i post del sito sinistraliberta.it il commento di Gianni Favaro. «Il ritorno ad una nuova stagione di diritti e libertà per tutte e tutti può partire solo dall’affermazione in Italia di Sinistra e Libertà alle europee di giugno, e al successo nelle elezioni locali di tutte le liste “Sinistra” che si richiamano all’Associazione per la Sinistra e al nuovo soggetto politico che prenderà corpo nei prossimi mesi.» Mentre nell’abbondante coltre di fumogeni sulle strade, alcuni abitanti rispondono con acqua e limone per i manifestanti; qui si ritorna al discorso elettorale. Difetti di comunicazione?

Rughe

Patologia giudiziaria 1

La medicina e la biologia hanno da sempre fornito alla politica un’intero arsenale di concetti e di finzioni a tal punto efficaci da permettere ad ogni nuova applicazione una sempre diversa partizione del sensibile. Da questo punto di vista, la politica si è sempre attuata sotto quella forma biopolita con cui oggi ci confrontiamo quotidianamente. Dalla concezione del capo o del despota come testa di un organismo perfettamente funzionale e pacificato, all’utilizzo di termini quali “cellule terroristiche” per indicare i gruppi impazziti in seno al loro stesso tessuto sociale. Non stupisce quindi che Berlusconi, a proposito del caso Mills, ricorra ad un linguaggio biopolitico per individuare e colpire la magistratura incaricata di esaminare il caso. “La giustizia penale è una patologia nel nostro sistema” e come tale – semplice corollario – essa deve essere combattuta affinché l’intero sistema non conosca il degrado. A questo punto, sarebbe troppo semplice ricondurre queste parole al noto problema che concerne l’immunità delle alte cariche dello Stato: ben sappiamo che esse godono sempre più di un ottimo sistema immunitario nei confronti di qualsiasi evento perturbatore… Altrettanto semplice sarebbe però prendere l’accusa nei soli termini di una metafora. Ora, qualificare qualcosa come patologico, significa porre in atto una marcata divisione tra ciò che è sano, e dunque normale, degno di essere tale, e il patologico, costruito sulla basa di una degradazione rispetto al primo. A noi qui non interessa sapere di quale perverso crimine si sia macchiata la giustizia italiana per ricoprirsi di tale marchio di anormalità. Quel che ci preme davvero, è capire come questo marchio e questa demarcazione effettivamente funzionino. Identificare qualcosa come patologico significa ricondurre la sua alterità all’opposizione binaria tra ciò che è normale e ciò che è altro dalla norma, esterno al sistema stesso e, dunque, pericoloso per il solo fatto di esistere. Ben sappiamo infatti che ogni sistema, a differenza di ciò che potremmo chiamare “reale”, tollera malamente ogni contraddizione e si adopera il più rapidamente possibile nella ricerca di una cura, affinchè al reale possa sostituirsi senza resti il ben più rassicurante normale.

Marco

>Patologia giudiziaria 1

>La medicina e la biologia hanno da sempre fornito alla politica un’intero arsenale di concetti e di finzioni a tal punto efficaci da permettere ad ogni nuova applicazione una sempre diversa partizione del sensibile. Da questo punto di vista, la politica si è sempre attuata sotto quella forma biopolita con cui oggi ci confrontiamo quotidianamente. Dalla concezione del capo o del despota come testa di un organismo perfettamente funzionale e pacificato, all’utilizzo di termini quali “cellule terroristiche” per indicare i gruppi impazziti in seno al loro stesso tessuto sociale. Non stupisce quindi che Berlusconi, a proposito del caso Mills, ricorra ad un linguaggio biopolitico per individuare e colpire la magistratura incaricata di esaminare il caso. “La giustizia penale è una patologia nel nostro sistema” e come tale – semplice corollario – essa deve essere combattuta affinché l’intero sistema non conosca il degrado. A questo punto, sarebbe troppo semplice ricondurre queste parole al noto problema che concerne l’immunità delle alte cariche dello Stato: ben sappiamo che esse godono sempre più di un ottimo sistema immunitario nei confronti di qualsiasi evento perturbatore… Altrettanto semplice sarebbe però prendere l’accusa nei soli termini di una metafora. Ora, qualificare qualcosa come patologico, significa porre in atto una marcata divisione tra ciò che è sano, e dunque normale, degno di essere tale, e il patologico, costruito sulla basa di una degradazione rispetto al primo. A noi qui non interessa sapere di quale perverso crimine si sia macchiata la giustizia italiana per ricoprirsi di tale marchio di anormalità. Quel che ci preme davvero, è capire come questo marchio e questa demarcazione effettivamente funzionino. Identificare qualcosa come patologico significa ricondurre la sua alterità all’opposizione binaria tra ciò che è normale e ciò che è altro dalla norma, esterno al sistema stesso e, dunque, pericoloso per il solo fatto di esistere. Ben sappiamo infatti che ogni sistema, a differenza di ciò che potremmo chiamare “reale”, tollera malamente ogni contraddizione e si adopera il più rapidamente possibile nella ricerca di una cura, affinchè al reale possa sostituirsi senza resti il ben più rassicurante normale.

Marco

Patologia giudiziaria 2

Cosa significa normalizzare? La risposta pare scontata: normalizzare implica l’appiattimento di ogni cosa, di ogni evento, di ogni singolarità, all’univocità di una norma, univocità che sappia far fronte ad ogni emergenza tanto dell’ambiguo quanto del molteplice. In questo modo ogni cosa che è, per non destare sospetti immunitari, non dovrà fare altro che adagiarsi nella norma, mettere già avanti la propria possibilità di essere prima che qualcosa realmente accada. Normalizzare, in qualche modo, significa detenere il sapere e il potere per stabilire un dover essere prima ancora che si dia qualcosa in essere. Solo ciò che si adeguerà alla possibilità del dover essere avrà il diritto effettivo di essere al mondo. Basta un semplice evento per chiarire la situazione: nel linguaggio di Berlusconi, intriso di sapere normalizzante e di potere istituzionale, essere giudici dipende da un dover essere che implica l’esclusione di qualsiasi altro predicato. Ogni contraddizione alla regola, ogni molteplicità di predicati sarà a tal punto estranea alla norma da apparire pura anormalità, pura patologia. In questo modo sarà patologico essere giudice & essere di estrema sinistra (giudici anarchici infiltrati negli apparati di Stato?), essendo il secondo predicato escluso a priori dal sistema.
Naturalmente il sistema nella sua perfezione consente delle eccezioni, lasciando passare alcune delle molteplicità che si accalcano alla porta. E così ecco sfilare insieme essere premier & essere imprenditore, essere giudice & essere compiacente, essere razzista & essere sindaco, essere quello-che-di-notte-picchia-la-puttana & essere quello-che-di-giorno-rispetta-il-pudore-della-propria-mogliettina. Anche questo, dopotutto, significa normalizzare, purché ciò contribuisca al mantenimento del sistema.

Marco