>Le panchine di Verona: un resoconto

>«Sediolate» di protesta ai giardini Prato Santo

C’erano una volta le panchine di via Prato Santo. Una volta, appunto, fino a qualche mese fa. Poi sono state rimosse e la stessa sorte è toccata a quelle di viale della Repubblica, vicino alla chiesa. Per protestare contro questa privazione, «che toglie a tutti i cittadini il diritto di vivere il proprio verde e i luoghi d’incontro», il comitato Verona Città aperta ha organizzato una campagna di sensibilizzazione a suon di «sediolate». Non in testa, s’intende, ma ben piantate per terra, proprio sul fazzoletto di terra ritagliato tra l’Adige e i condomini di Borgo Trento, che è il giardino di via Prato Santo.«Qui vicino c’è la mensa di San Vincenzo e la sede della Lega. Evidentemente qualcuno ha denunciato il fatto che i giardini erano frequentati dai poveri che vanno alla mensa e l’amministrazione ha ben pensato di togliere. Ma c’è di più. Quando questi si sono spostati in viale della Repubblica, sono state rimosse anche le panchine davanti alla chiesa. Se questa è la logica usata, c’è da chiedersi se nel giro di qualche mese siano destinate a sparire tutte le panchine. Non è possibile privare i cittadini di questo loro diritto. Le panchine, non intese in senso stretto ma per quello che rappresentano ovvero un luogo di incontro pubblico, sono di tutti», ha spiegato Mao Valpiana come portavoce del comitato, che a sostegno della questione ha già raccolto 500 firme.L’invito, rivolto in primis ai residenti del quartiere ma aperto a tutti, è per i sabato mattina di maggio. A partire dal 9 e a seguire poi, il 16, il 23 e il 30, dalle 11 a mezzogiorno, il comitato si incontrerà nei giardinetti di via Prato Santo per un aperitivo in compagnia, animato da momenti di musica, teatro, lettura, per «ri-pensare, ri-progettare e ri-avere un luogo d’incontro aperto, ospitale, conviviale e accogliente che tutti sentano proprio», si legge infatti sui volantini distribuiti ieri ai passanti. «Nessuno ha la bacchetta magica. I problemi ci sono e vanno affrontati. Ma è il metodo che dev’essere diverso: a fronte di questioni complesse la soluzione dell’amministrazione è quella di semplificarle con divieti e privazioni. Noi pensiamo che sia necessario far rivivere i luoghi d’incontro facendo confluire più persone possibile non rendendone impossibile la permanenza», ha aggiunto Tiziana Valpiana.

(da L’Arena del 19 aprile 2009)

ALTRI TEMPI

Sul filo del trascorrere delle lancette ecco che si arriva in Inghilterra, Grimsby (Lincolnshire). Lavoratori britannici protestano a seguito dell’appalto ottenuto dalla azienda siracusana Irem alla raffineria Lindsey Oil (investimento di 228 di euro). “British job for british workers.”
Eco lontane di voci ascoltate, capovolte, nei villaggi italiani. Il lavoro italico è, nel caso di Grimsby, un ostacolo, un immigrante dell’investimento per gli operai in protesta. Inaccettabile. Manifestazione a Londra, blocco di una centrale energetica nel Kent, boicottaggio di aree di servizio Total, rischio sciopero alla centrale nucleare di Sellafield.
Il movimento si muove sulle orme della contrarietà al lavoro straniero. E’ come se si incanalasse nell’ostilità una forma di puritanismo del lavoro, centro nevralgico delle questioni di diritto e quindi anche di protesta.
E’ il capitale ad avere il primato (228 milioni di euro di appalto); tuttavia, sullo sviluppo di Grimsby, è interessante osservare quello che è il mobilitarsi del lavoro (per il lavoro) in una situazione di cortocircuito.
Intanto, da Davos (dove ha partecipato al Forum economico mondiale), il premier britannico Gordon Brown riferisce di “comprendere le preoccupazioni e lo stato d’animo dei lavoratori britannici”, aggiungendo tuttavia che “gli scioperi non sono la cosa giusta da fare.”
Comprendere. Ma non è giusto interrompere il lavoro per chiederne dell’altro. E’ disfunzionale al sistema. E’ disfunzionale a Davos. E’ disfunzionale al ri-finanziamento della crisi. Di questo se ne occupano altri. (?)
Vedere sito ukwelder.com.
Rughe

>ALTRI TEMPI

>Sul filo del trascorrere delle lancette ecco che si arriva in Inghilterra, Grimsby (Lincolnshire). Lavoratori britannici protestano a seguito dell’appalto ottenuto dalla azienda siracusana Irem alla raffineria Lindsey Oil (investimento di 228 di euro). “British job for british workers.”
Eco lontane di voci ascoltate, capovolte, nei villaggi italiani. Il lavoro italico è, nel caso di Grimsby, un ostacolo, un immigrante dell’investimento per gli operai in protesta. Inaccettabile. Manifestazione a Londra, blocco di una centrale energetica nel Kent, boicottaggio di aree di servizio Total, rischio sciopero alla centrale nucleare di Sellafield.
Il movimento si muove sulle orme della contrarietà al lavoro straniero. E’ come se si incanalasse nell’ostilità una forma di puritanismo del lavoro, centro nevralgico delle questioni di diritto e quindi anche di protesta.
E’ il capitale ad avere il primato (228 milioni di euro di appalto); tuttavia, sullo sviluppo di Grimsby, è interessante osservare quello che è il mobilitarsi del lavoro (per il lavoro) in una situazione di cortocircuito.
Intanto, da Davos (dove ha partecipato al Forum economico mondiale), il premier britannico Gordon Brown riferisce di “comprendere le preoccupazioni e lo stato d’animo dei lavoratori britannici”, aggiungendo tuttavia che “gli scioperi non sono la cosa giusta da fare.”
Comprendere. Ma non è giusto interrompere il lavoro per chiederne dell’altro. E’ disfunzionale al sistema. E’ disfunzionale a Davos. E’ disfunzionale al ri-finanziamento della crisi. Di questo se ne occupano altri. (?)
Vedere sito ukwelder.com.
Rughe

“NO SOMOS MERCANCÍA, LA EDUCACIÓN NO ES UN MERCADO”

È questo lo slogan degli studenti universitari spagnoli che in questi mesi sono impegnati in manifestazioni, riunioni e occupazioni per protestare contro la riforma universitaria che prevede l’applicazione, a partire dal prossimo anno accademico 2009/10, del “Plan de Bolonia”, già in vigore in molti paesi europei tra cui l’Italia. Il piano di Bologna è un processo di armonizzazione dei sistemi di istruzione superiore, nato nel 1999 quando 29 ministri dell’istruzione europei si incontrarono a Bologna per sottoscrivere un accordo, noto come la Dichiarazione di Bologna. Gli obiettivi sono in breve:

  • la creazione di un’Area Europea dell’Istruzione Superiore

  • l’armonizzazione dei sistemi universitari europei per facilitare l’intercambio tra le università europee

  • adattare il contenuto degli studi universitari alla domanda sociale e al mercato del lavoro

L’Italia è stato uno dei primi paesi ad applicare la riforma.

La riforma in Spagna prevede la divisione della carriera universitaria in tre cicli: Grado, Master e Doctorado, più o meno corrispondenti ai nostri Laurea triennale, Laurea specialistica (che adesso si chiama magistrale) e Dottorato.

Altri cambi che implica l’applicazione di questo sistema sono l’inizio delle lezioni la prima settimana di settembre per adattarsi all’Europa (ma, anche l’Italia si presume si sia adattata all’Europa…eppure la maggior parte delle università iniziano le lezioni ad ottobre…), la tesi obbligatoria alla fine dei primi due cicli (fino ad ora in Spagna la tesi è facoltativa) e l’adozione del sistema dei crediti ECTS. 1 credito corrisponde a 25 ore di lavoro e in un anno uno studente dovrebbe accumulare 60 crediti, il che, facendo qualche calcolo, significa dedicare circa 40 ore settimanali allo studio. E gli studenti lavoratori? Come fa una persona a lavorare e contemporaneamente studiare?Beh…se uno non può permettersi di pagare le tasse non si preoccupi, può sempre chiedere un prestito alla banca (come succede negli Stati Uniti…peccato però che questo meccanismo dei prestiti alle banche abbia portato moltissimi studenti ad indebitarsi tanto da dover lavorare quasi esclusivamente per pagarsi i debiti. Io non capisco, perchè bisogna imitare gli USA in ogni cosa che fanno?! )

Per quanto riguarda la valutazione si vuole adottare un sistema di valutazione continua (cosa che in Italia non esiste) che, oltre agli esami di fine quadrimestre a dicembre, con recupero a gennaio di eventuali esami andati male, e a maggio, con recupero a giugno (in Italia gli esami sono a gennaio, febbraio, giugno, luglio e settembre…), consiste nella partecipazione obbligatoria alle lezioni, stesura di saggi e ricerche, esposizioni orali in classe e partecipazione a seminari (giusto per agevolare gli studenti – lavoratori).

Su molti punti i sistemi universitari italia e spagnolo rimarranno molto differenti, ma una cosa in comune ce l’hanno: il punto focale della Dichiarazione di Bologna del 1999, non è, come ci vogliono fare credere, il miglioramento della qualità dell’insegnamento e agevolare gli scambi con università straniere (progetto erasmus, trasferimenti, ecc…), ma la trasformazione dell’università in un organismo funzionale a produrre individui validi per essere introdotti nel mercato lavorativo. Il compito principale dell’università non è più di trasmettere conoscenze, ma quello di formare dei lavoratori e questo non può far altro che avvicinare università ed imprese, in una progressiva privatizzazione delle università. Anche se il piano di Bologna non parla esplicitamente di privatizzazione, questa sarà la conseguenza della sua applicazione: ogni università, oltre a dover adeguare i contenuti dei suoi insegnamenti alle esigenze del mercato lavorativo, dovrà cercare meccanismi per finanziarsi, e questi due punti porteranno alla privatizzazione e all’aumento delle tasse universitarie (come noi in Italia sappiamo bene!).
Marti

>“NO SOMOS MERCANCÍA, LA EDUCACIÓN NO ES UN MERCADO”

>È questo lo slogan degli studenti universitari spagnoli che in questi mesi sono impegnati in manifestazioni, riunioni e occupazioni per protestare contro la riforma universitaria che prevede l’applicazione, a partire dal prossimo anno accademico 2009/10, del “Plan de Bolonia”, già in vigore in molti paesi europei tra cui l’Italia. Il piano di Bologna è un processo di armonizzazione dei sistemi di istruzione superiore, nato nel 1999 quando 29 ministri dell’istruzione europei si incontrarono a Bologna per sottoscrivere un accordo, noto come la Dichiarazione di Bologna. Gli obiettivi sono in breve:

  • la creazione di un’Area Europea dell’Istruzione Superiore

  • l’armonizzazione dei sistemi universitari europei per facilitare l’intercambio tra le università europee

  • adattare il contenuto degli studi universitari alla domanda sociale e al mercato del lavoro

L’Italia è stato uno dei primi paesi ad applicare la riforma.

La riforma in Spagna prevede la divisione della carriera universitaria in tre cicli: Grado, Master e Doctorado, più o meno corrispondenti ai nostri Laurea triennale, Laurea specialistica (che adesso si chiama magistrale) e Dottorato.

Altri cambi che implica l’applicazione di questo sistema sono l’inizio delle lezioni la prima settimana di settembre per adattarsi all’Europa (ma, anche l’Italia si presume si sia adattata all’Europa…eppure la maggior parte delle università iniziano le lezioni ad ottobre…), la tesi obbligatoria alla fine dei primi due cicli (fino ad ora in Spagna la tesi è facoltativa) e l’adozione del sistema dei crediti ECTS. 1 credito corrisponde a 25 ore di lavoro e in un anno uno studente dovrebbe accumulare 60 crediti, il che, facendo qualche calcolo, significa dedicare circa 40 ore settimanali allo studio. E gli studenti lavoratori? Come fa una persona a lavorare e contemporaneamente studiare?Beh…se uno non può permettersi di pagare le tasse non si preoccupi, può sempre chiedere un prestito alla banca (come succede negli Stati Uniti…peccato però che questo meccanismo dei prestiti alle banche abbia portato moltissimi studenti ad indebitarsi tanto da dover lavorare quasi esclusivamente per pagarsi i debiti. Io non capisco, perchè bisogna imitare gli USA in ogni cosa che fanno?! )

Per quanto riguarda la valutazione si vuole adottare un sistema di valutazione continua (cosa che in Italia non esiste) che, oltre agli esami di fine quadrimestre a dicembre, con recupero a gennaio di eventuali esami andati male, e a maggio, con recupero a giugno (in Italia gli esami sono a gennaio, febbraio, giugno, luglio e settembre…), consiste nella partecipazione obbligatoria alle lezioni, stesura di saggi e ricerche, esposizioni orali in classe e partecipazione a seminari (giusto per agevolare gli studenti – lavoratori).

Su molti punti i sistemi universitari italia e spagnolo rimarranno molto differenti, ma una cosa in comune ce l’hanno: il punto focale della Dichiarazione di Bologna del 1999, non è, come ci vogliono fare credere, il miglioramento della qualità dell’insegnamento e agevolare gli scambi con università straniere (progetto erasmus, trasferimenti, ecc…), ma la trasformazione dell’università in un organismo funzionale a produrre individui validi per essere introdotti nel mercato lavorativo. Il compito principale dell’università non è più di trasmettere conoscenze, ma quello di formare dei lavoratori e questo non può far altro che avvicinare università ed imprese, in una progressiva privatizzazione delle università. Anche se il piano di Bologna non parla esplicitamente di privatizzazione, questa sarà la conseguenza della sua applicazione: ogni università, oltre a dover adeguare i contenuti dei suoi insegnamenti alle esigenze del mercato lavorativo, dovrà cercare meccanismi per finanziarsi, e questi due punti porteranno alla privatizzazione e all’aumento delle tasse universitarie (come noi in Italia sappiamo bene!).
Marti

Ancora il linguaggio

Martedì e Mercoledì alcuni studenti studianti in aula 1.6 del polo Zanotto sono stati accusati – da due professori – di antisemitismo a causa dell’affissione di un articolo circa il boicottaggio di prodotti israeliani fuori dalla porta dell’aula.
Assodato che esistono innumerevoli gruppi e associazioni di ebrei fortemente critici nei confronti della occupazione israeliana e a favore del boicottaggio, questa accusa dimostra una stolta superficialità nel presupporre che esista una sorta di identità tra il Governo di Israele e tutti gli ebrei del mondo.
Accusare di antisemitismo la critica alla politica coloniale di Israele è una meschinità che mostra la incapacità a confrontarsi sui fatti e sulle idee. Un tale atteggiamento finisce per svalutare profondamente il significato stesso di antisemitismo, di questo potente termine da riservare soltanto a chi mostra disprezzo e pregiudizio contro gli Ebrei come gruppo e come individui, dovunque essi risiedano, non tanto per quello che fanno ma per quello che sono. L’abuso di questa parola porta pericolosamente alla progressiva diluizione del suo significato e della sua forza simbolica dirompente.
Ale,6

>Ancora il linguaggio

>Martedì e Mercoledì alcuni studenti studianti in aula 1.6 del polo Zanotto sono stati accusati – da due professori – di antisemitismo a causa dell’affissione di un articolo circa il boicottaggio di prodotti israeliani fuori dalla porta dell’aula.
Assodato che esistono innumerevoli gruppi e associazioni di ebrei fortemente critici nei confronti della occupazione israeliana e a favore del boicottaggio, questa accusa dimostra una stolta superficialità nel presupporre che esista una sorta di identità tra il Governo di Israele e tutti gli ebrei del mondo.
Accusare di antisemitismo la critica alla politica coloniale di Israele è una meschinità che mostra la incapacità a confrontarsi sui fatti e sulle idee. Un tale atteggiamento finisce per svalutare profondamente il significato stesso di antisemitismo, di questo potente termine da riservare soltanto a chi mostra disprezzo e pregiudizio contro gli Ebrei come gruppo e come individui, dovunque essi risiedano, non tanto per quello che fanno ma per quello che sono. L’abuso di questa parola porta pericolosamente alla progressiva diluizione del suo significato e della sua forza simbolica dirompente.
Ale,6

Pronto?

Pronto FMI. “Siamo particolarmente preoccupati per l’Italia”. Basso il livello del PIL, crollo dell’export e ristretti margini per manovre fiscali. “Vediamo il bisogno di riforme fondamentali e strutturali.”
Pronto CONFINDUSTRIA. “Duecentocinquantamila posti di lavoro sono a rischio ne prossimi sei mesi, a partire dagli operai”. L’allarme è del settore delle infrastrutture, dove si invoca un piano straordinario come”misura di emergenza”. Spesa pubblica richiesta: 7-8 miliardi di euro.
Pronto AUTOMOBILE. Del piano di 1,2 miliardi per la ripresa del settore si parla come di una misura iniziale ma non sufficiente. “L’Italia deve prevederli (stanziamenti ndr) anche alzando il debito: parte saranno recuperati, perché ci sarà una ripresa dei consumi, l’economia gira.”
(Ritornando al) Punto FMI. “Per l’Italia le prospettive sono estremamente fosche.”
L’economia dovrebbe provare a girare sull’investimento nel debito. All’ombra della speculazione, il punto focale è la mancanza di denaro pubblico, la quale va investita per aumentare la spesa pubblica. Il tutto nella fiducia in una “ripresa dei consumi”.
Punto Cittadinanza. Insieme al parlare del valore attribuito alla cittadinanza (l’idea della tassa sull’immigrazione è attestato di un deficit documentale che deve essere saldato con il pagamento allo Stato), si valorizza il consumo come epicentro della salvezza.
L’incitamento al consumo del primo periodo di crisi diviene ora certezza di tale consumo. Su questa certezza si “può” ricostruire. Il cittadino viene dunque a sua volta valorizzato in quanto consumatore. Il cittadino paga nel divenire consumatore. L’immigrato in questo caso è doppiamente indietro.
Punto ILO (International Labour Organization). “Il numero dei disoccupati a livello mondiale potrebbe aumentare nel 2009, rispetto al 2007, di una cifra compresa tra i 18 e i 30 milioni e, se la situazione continuasse a peggiorare, questo numero potrebbe superare addirittura i 50 milioni di disoccupati.” In quest’ultima ipotesi, duecento milioni di lavoratori potrebbero trovarsi in “condizioni di estrema povertà”.
Rughe

>Pronto?

>Pronto FMI. “Siamo particolarmente preoccupati per l’Italia”. Basso il livello del PIL, crollo dell’export e ristretti margini per manovre fiscali. “Vediamo il bisogno di riforme fondamentali e strutturali.”
Pronto CONFINDUSTRIA. “Duecentocinquantamila posti di lavoro sono a rischio ne prossimi sei mesi, a partire dagli operai”. L’allarme è del settore delle infrastrutture, dove si invoca un piano straordinario come”misura di emergenza”. Spesa pubblica richiesta: 7-8 miliardi di euro.
Pronto AUTOMOBILE. Del piano di 1,2 miliardi per la ripresa del settore si parla come di una misura iniziale ma non sufficiente. “L’Italia deve prevederli (stanziamenti ndr) anche alzando il debito: parte saranno recuperati, perché ci sarà una ripresa dei consumi, l’economia gira.”
(Ritornando al) Punto FMI. “Per l’Italia le prospettive sono estremamente fosche.”
L’economia dovrebbe provare a girare sull’investimento nel debito. All’ombra della speculazione, il punto focale è la mancanza di denaro pubblico, la quale va investita per aumentare la spesa pubblica. Il tutto nella fiducia in una “ripresa dei consumi”.
Punto Cittadinanza. Insieme al parlare del valore attribuito alla cittadinanza (l’idea della tassa sull’immigrazione è attestato di un deficit documentale che deve essere saldato con il pagamento allo Stato), si valorizza il consumo come epicentro della salvezza.
L’incitamento al consumo del primo periodo di crisi diviene ora certezza di tale consumo. Su questa certezza si “può” ricostruire. Il cittadino viene dunque a sua volta valorizzato in quanto consumatore. Il cittadino paga nel divenire consumatore. L’immigrato in questo caso è doppiamente indietro.
Punto ILO (International Labour Organization). “Il numero dei disoccupati a livello mondiale potrebbe aumentare nel 2009, rispetto al 2007, di una cifra compresa tra i 18 e i 30 milioni e, se la situazione continuasse a peggiorare, questo numero potrebbe superare addirittura i 50 milioni di disoccupati.” In quest’ultima ipotesi, duecento milioni di lavoratori potrebbero trovarsi in “condizioni di estrema povertà”.
Rughe