…cosa sta succedendo in Veronetta

Mercoledì 12 Ottobre ore 21.25: la polizia entra al circolo Arci Cañara dove è in corso la festa del collettivo StudiareConLentezza, a seguito di diverse segnalazioni arrivate (dice il poliziotto) a partire dalle ore 7 per il disturbo provocato dalla musica.
Punto primo: alle ore 7 la musica era spenta, perchè erano ancora in corso i preparativi.
Punto secondo: il locale ha il permesso di fare musica fino a tardi, ma nonostante questo la polizia ha ritenuto opportuno assecondare le lamentele di presunti vicini e segnalare il “reato” in centrale, minacciando la possibilità di una multa al locale. Erano le 9 e mezza.
Vogliono far chiudere il Malacarne. Nell’articolo sull’Arena uscito il 13 Ottobre si parla di un comitato di residenti che ha indicato il locale come il responsabile dell’invivibilità notturna di Veronetta e dello spaccio di droga che avviene nei dintorni. Il Comune sembrerebbe avere già un provvedimento pronto per farlo chiudere.
Chi frequenta il Malacarne avrà notato da subito l’assurdità di tali denunce (manovrate dall’alto?) sporte soltanto nei confronti di questo bar/associazione culturale, che rappresenta una delle poche resistenze nel panorama di bar e locali fighetto-universitari in continua proliferazione, che rimangono intoccabili visti gli agganci dei loro gestori con le persone che contano all’interno del Comune, e che invece, proprio per quanto riguarda il disturbo alla quiete pubblica e lo spaccio di droga, dovrebbero essere i primi nella lista dei controlli della polizia.
Ma si capisce come l’intento di Tosi e dei suoi colleghi leghisti sia quello di eliminare qualsiasi realtà ritenuta pericolosa e portatrice di pensieri non sintonizzati sui canali della cultura xenofobo-securitaria dominante. E purtroppo questo intento, se non ci si muove per fermarlo, lentamente raggiungerà i suoi risultati, in un’indifferenza come sempre sconcertante, tipica del veronese medio.
Bisogna muoversi, in tempo, contro queste politiche mafiose che questa giunta leghista continua a portare avanti per far tacere le voci del dissenso.
Saranno servite queste mie parole? Non lo so, ma sentivo di doverle scrivere.

Chopin Hauer

>…cosa sta succedendo in Veronetta

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Mercoledì 12 Ottobre ore 21.25: la polizia entra al circolo Arci Cañara dove è in corso la festa del collettivo StudiareConLentezza, a seguito di diverse segnalazioni arrivate (dice il poliziotto) a partire dalle ore 7 per il disturbo provocato dalla musica.
Punto primo: alle ore 7 la musica era spenta, perchè erano ancora in corso i preparativi.
Punto secondo: il locale ha il permesso di fare musica fino a tardi, ma nonostante questo la polizia ha ritenuto opportuno assecondare le lamentele di presunti vicini e segnalare il “reato” in centrale, minacciando la possibilità di una multa al locale. Erano le 9 e mezza.
Vogliono far chiudere il Malacarne. Nell’articolo sull’Arena uscito il 13 Ottobre si parla di un comitato di residenti che ha indicato il locale come il responsabile dell’invivibilità notturna di Veronetta e dello spaccio di droga che avviene nei dintorni. Il Comune sembrerebbe avere già un provvedimento pronto per farlo chiudere.
Chi frequenta il Malacarne avrà notato da subito l’assurdità di tali denunce (manovrate dall’alto?) sporte soltanto nei confronti di questo bar/associazione culturale, che rappresenta una delle poche resistenze nel panorama di bar e locali fighetto-universitari in continua proliferazione, che rimangono intoccabili visti gli agganci dei loro gestori con le persone che contano all’interno del Comune, e che invece, proprio per quanto riguarda il disturbo alla quiete pubblica e lo spaccio di droga, dovrebbero essere i primi nella lista dei controlli della polizia.
Ma si capisce come l’intento di Tosi e dei suoi colleghi leghisti sia quello di eliminare qualsiasi realtà ritenuta pericolosa e portatrice di pensieri non sintonizzati sui canali della cultura xenofobo-securitaria dominante. E purtroppo questo intento, se non ci si muove per fermarlo, lentamente raggiungerà i suoi risultati, in un’indifferenza come sempre sconcertante, tipica del veronese medio.
Bisogna muoversi, in tempo, contro queste politiche mafiose che questa giunta leghista continua a portare avanti per far tacere le voci del dissenso.
Saranno servite queste mie parole? Non lo so, ma sentivo di doverle scrivere.

Chopin Hauer

Smarrimento cap. 1

Tornai a casa dopo aver bevuto uno spritz nel baretto in Piazza Isolo, con vista sulla banca, avvolta nelle luci del tramonto.
In piedi in cucina, portai la mano alla tasca per estrarvi le chiavi e riporle sul tavolo, ripetei lo stessi gesto con la tasca posteriore dei jeans in cerca del portafoglio. Tastai sia la tasca destra che la sinistra ma del mio portafoglio non vi era traccia. Imprecai con cura e lentamente. Afferrai le chiavi con forza e volando per la scala ero di nuovo in strada. Corsi verso il bar preoccupandomi prima di mandare a cagare l’omino del semaforo rosso.
Percorsi Piazza Isolo e il suo pallore con calma sperando che il mio portafoglio si fosse adagiato da qualche parte in mia attesa ma naturalmente le mie speranze erano piuttosto vane.
Mi guardai intorno, credendo che tutti i passanti fossero lì per me, ad aspettare il proprietario di quel portafoglio trovato giusto 5 minuti fa, la piazza invece era incredibilmente vuota.
Mi avvicinai al bar, c’era il proprietario fuori, seduto sullo sgabello di legno, che fumava rilassato una sigaretta mentre i suoi clienti bevevano l’arancio dello spritz dai loro calici colmi.
Mi guardò sorpreso.
– scusi, ha per caso trovato un portafoglio?-
il tizio ridacchiò.
– un altro?- rispose.
– Come un altro?-
– Ehi, bello. Forse hai bevuto troppi spritz-
– Cosa?-
Notai che un signore del tavolo vicino mi osservava insistentemente, anche lui sorpreso.
– giovanotto, sta bene?- mi chiese.
– Cosa?- dissi di nuovo. – sto benissimo, ho perso il portafoglio e dato che giusto 5 minuti fa ho bevuto uno aperitivo qui, sono tornato a cercarlo, sperando che ci sia. –
Il signore mi guardò quasi confuso, poi scosse la testa e rivolgendosi al proprietario disse:
– quanto ha bevuto, scusi? –
il proprietario rise.
– Giovanotto – continuò il signore – lei è già venuto qui, non si ricorda? Il suo portafoglio le è stato restituito. –
– cosa?- urlai quasi – ma no! Si è trattato di qualcun’altro! Non ho il mio portafoglio! –
Cominciai a sospettare che il signorotto e il proprietario del bar fossero d’accordo. Immaginavo i miei documenti venduti ad un clandestino e i miei soldi nelle tasche del proprietario. Forse era il caso di chiedere almeno la restituzione dei documenti o forse era il caso di chiamare la polizia?
– ok, ok. Calma- dissi passandomi nervosamente un mano tra i capelli. – ehm, non farò storie…ridatemi almeno i miei documenti.- chiesi quasi sussurrando.
Il proprietario spalancò gli occhi e si alzò di scatto dallo sgabello. Il signorotto per poco non mi lanciava addosso il posacenere.
– Senti, mi hai stancato, Bello lo scherzetto, adesso muovi il culo e vattene.-
Il signorotto si limitò a guardarmi torvo.
– pezzi di merda.- dissi tra i denti. Incassando la testa tra le spalle, imboccai la strada di casa, nel mentre però telefonai ai carabinieri.
Ad un certo punto il proprietario mi piombò alle spalle.
– che cazzo fai? Eh? Chi chiami?-
– non sono affari che la riguardano. –
– ah, i carabinieri magari! Guarda che ti faccio internare! Sei venuto qui 10 minuti fa e ti ho restituito il portafoglio! cosa ti serve? Droga? Eh? –
Mi fermai e guardai il ragazzo di fronte a me, teso.
– stai scherzando, vero? Non sono venuto qui e non mi avete dato nessuno portafoglio! perché sarei dovuto tornare!? –
– ok, amico. Tu non stai bene. Va dal medico, se vuoi faccio chiamare l’ambulanza…veramente.-
Il suo tono era improvvisamente cambiato, sembrava seriamente preoccupato per la mia salute, pensava fossi vittima di un qualche incidente.
– ma io sto benissimo, non ho nessuna botta in testa.-
– ok, comunque ti giuro che sei già passato dal bar, hai trovato da solo il portafoglio che avevi lasciato sul tavolo. –
– si, si. Certo, come no.- dissi spingendolo via e andando dritto verso la strada di casa.
Tornato a casa, mi infilai in doccia cercando di far passare l’arrabbiatura.
Domani vado a far denuncia ai Carabinieri, mi dissi sotto l’acqua calda.

Kafka’s colpa

>Smarrimento cap. 1

>

Tornai a casa dopo aver bevuto uno spritz nel baretto in Piazza Isolo, con vista sulla banca, avvolta nelle luci del tramonto.
In piedi in cucina, portai la mano alla tasca per estrarvi le chiavi e riporle sul tavolo, ripetei lo stessi gesto con la tasca posteriore dei jeans in cerca del portafoglio. Tastai sia la tasca destra che la sinistra ma del mio portafoglio non vi era traccia. Imprecai con cura e lentamente. Afferrai le chiavi con forza e volando per la scala ero di nuovo in strada. Corsi verso il bar preoccupandomi prima di mandare a cagare l’omino del semaforo rosso.
Percorsi Piazza Isolo e il suo pallore con calma sperando che il mio portafoglio si fosse adagiato da qualche parte in mia attesa ma naturalmente le mie speranze erano piuttosto vane.
Mi guardai intorno, credendo che tutti i passanti fossero lì per me, ad aspettare il proprietario di quel portafoglio trovato giusto 5 minuti fa, la piazza invece era incredibilmente vuota.
Mi avvicinai al bar, c’era il proprietario fuori, seduto sullo sgabello di legno, che fumava rilassato una sigaretta mentre i suoi clienti bevevano l’arancio dello spritz dai loro calici colmi.
Mi guardò sorpreso.
– scusi, ha per caso trovato un portafoglio?-
il tizio ridacchiò.
– un altro?- rispose.
– Come un altro?-
– Ehi, bello. Forse hai bevuto troppi spritz-
– Cosa?-
Notai che un signore del tavolo vicino mi osservava insistentemente, anche lui sorpreso.
– giovanotto, sta bene?- mi chiese.
– Cosa?- dissi di nuovo. – sto benissimo, ho perso il portafoglio e dato che giusto 5 minuti fa ho bevuto uno aperitivo qui, sono tornato a cercarlo, sperando che ci sia. –
Il signore mi guardò quasi confuso, poi scosse la testa e rivolgendosi al proprietario disse:
– quanto ha bevuto, scusi? –
il proprietario rise.
– Giovanotto – continuò il signore – lei è già venuto qui, non si ricorda? Il suo portafoglio le è stato restituito. –
– cosa?- urlai quasi – ma no! Si è trattato di qualcun’altro! Non ho il mio portafoglio! –
Cominciai a sospettare che il signorotto e il proprietario del bar fossero d’accordo. Immaginavo i miei documenti venduti ad un clandestino e i miei soldi nelle tasche del proprietario. Forse era il caso di chiedere almeno la restituzione dei documenti o forse era il caso di chiamare la polizia?
– ok, ok. Calma- dissi passandomi nervosamente un mano tra i capelli. – ehm, non farò storie…ridatemi almeno i miei documenti.- chiesi quasi sussurrando.
Il proprietario spalancò gli occhi e si alzò di scatto dallo sgabello. Il signorotto per poco non mi lanciava addosso il posacenere.
– Senti, mi hai stancato, Bello lo scherzetto, adesso muovi il culo e vattene.-
Il signorotto si limitò a guardarmi torvo.
– pezzi di merda.- dissi tra i denti. Incassando la testa tra le spalle, imboccai la strada di casa, nel mentre però telefonai ai carabinieri.
Ad un certo punto il proprietario mi piombò alle spalle.
– che cazzo fai? Eh? Chi chiami?-
– non sono affari che la riguardano. –
– ah, i carabinieri magari! Guarda che ti faccio internare! Sei venuto qui 10 minuti fa e ti ho restituito il portafoglio! cosa ti serve? Droga? Eh? –
Mi fermai e guardai il ragazzo di fronte a me, teso.
– stai scherzando, vero? Non sono venuto qui e non mi avete dato nessuno portafoglio! perché sarei dovuto tornare!? –
– ok, amico. Tu non stai bene. Va dal medico, se vuoi faccio chiamare l’ambulanza…veramente.-
Il suo tono era improvvisamente cambiato, sembrava seriamente preoccupato per la mia salute, pensava fossi vittima di un qualche incidente.
– ma io sto benissimo, non ho nessuna botta in testa.-
– ok, comunque ti giuro che sei già passato dal bar, hai trovato da solo il portafoglio che avevi lasciato sul tavolo. –
– si, si. Certo, come no.- dissi spingendolo via e andando dritto verso la strada di casa.
Tornato a casa, mi infilai in doccia cercando di far passare l’arrabbiatura.
Domani vado a far denuncia ai Carabinieri, mi dissi sotto l’acqua calda.

Kafka’s colpa

Cantine ed armadi

Ben più di quella rivolta agli animali, la confidenza acquisita nei confronti delle case è un traguardo tanto difficile da raggiungere quanto da mantenere. Prova ne è l’indelebile sapore amaro che accompagna il ritorno a casa dopo un lungo viaggio: come se la casa avesse smesso di riconoscerci ed accoglierci, allo stesso modo con cui noi ci comportiamo con lei. Ancora oggi, dopo sette anni, provo un certo disagio nei confronti della casa di Silvia, tipica villetta costruita su più piani e delimitata in verticale dalla cantina e dalla soffitta. Tale malessere si acuisce nelle ore notturne, quando gli incalcolabili rumori della casa mi assalgono e dall’alto e dalle profondità dell’edificio: allora fatico, con una certa vergogna, a reprimere una paura tanto infantile quanto innocente, al limite del comunicabile. In questa casa dai confini insondabili, la cantina e la soffitta sono così l’omologo dell’armadio o del sotto-il-letto per il bambino: un luogo talmente prossimo e allo stesso momento talmente inquietante proprio in favore di questa prossimità insondabile. Da lì provengono le ombre e gli spettri notturni, è per mezzo di loro che l’ambiente familiare rivela il proprio lato perturbante. E’ come se tali luoghi costituissero il tramite privilegiato per affrontare le paure più proprie: quelle proveniente dal territorio del proprio, del familiare così come della proprietà. L’insistenza di questi terrori notturni è qui a ricordarci come la sicurezza non è qualcosa da conquistare nei confronti di un fuori, bensì un semplice miraggio minato fin dalle fondamenta, al cuore stesso di ciò che noi reputiamo familiare. Solo la sterminata proliferazione urbana di piccoli appartamenti, unità abitative estese su un solo piano, ha potuto diffondere tale certezza. Al riparo dalle proprie cantine così come dalle proprie soffitte, l’uomo nero è stato relegato all’esterno della casa, in agguato dietro le finestre, intento a bussare alla propria porta blindata. La riduzione dello spazio della casa, e la sua estensione puramente orizzontale, hanno così alimentato la convinzione di una sua trasparenza e di una sua perfetta visibilità: basterà a questo punto difenderne i confini per pacificare le paure. Ora, il terrore notturno non riguarda più ciò che da sempre si nasconde all’interno della nostra casa, bensì ciò che là fuori, nella terra dei leoni, minaccia di entrare compromettendo la nostra integrità. Disabituati ad avere paura di ciò che risiede in noi, ci siamo facilmente adattati a quella che comanda di diffidare di tutto ciò che non ci appartiene – a tal punto da costruire attorno ad essa un’intera politica… [continua]

Baubau

>Cantine ed armadi

>

Ben più di quella rivolta agli animali, la confidenza acquisita nei confronti delle case è un traguardo tanto difficile da raggiungere quanto da mantenere. Prova ne è l’indelebile sapore amaro che accompagna il ritorno a casa dopo un lungo viaggio: come se la casa avesse smesso di riconoscerci ed accoglierci, allo stesso modo con cui noi ci comportiamo con lei. Ancora oggi, dopo sette anni, provo un certo disagio nei confronti della casa di Silvia, tipica villetta costruita su più piani e delimitata in verticale dalla cantina e dalla soffitta. Tale malessere si acuisce nelle ore notturne, quando gli incalcolabili rumori della casa mi assalgono e dall’alto e dalle profondità dell’edificio: allora fatico, con una certa vergogna, a reprimere una paura tanto infantile quanto innocente, al limite del comunicabile. In questa casa dai confini insondabili, la cantina e la soffitta sono così l’omologo dell’armadio o del sotto-il-letto per il bambino: un luogo talmente prossimo e allo stesso momento talmente inquietante proprio in favore di questa prossimità insondabile. Da lì provengono le ombre e gli spettri notturni, è per mezzo di loro che l’ambiente familiare rivela il proprio lato perturbante. E’ come se tali luoghi costituissero il tramite privilegiato per affrontare le paure più proprie: quelle proveniente dal territorio del proprio, del familiare così come della proprietà. L’insistenza di questi terrori notturni è qui a ricordarci come la sicurezza non è qualcosa da conquistare nei confronti di un fuori, bensì un semplice miraggio minato fin dalle fondamenta, al cuore stesso di ciò che noi reputiamo familiare. Solo la sterminata proliferazione urbana di piccoli appartamenti, unità abitative estese su un solo piano, ha potuto diffondere tale certezza. Al riparo dalle proprie cantine così come dalle proprie soffitte, l’uomo nero è stato relegato all’esterno della casa, in agguato dietro le finestre, intento a bussare alla propria porta blindata. La riduzione dello spazio della casa, e la sua estensione puramente orizzontale, hanno così alimentato la convinzione di una sua trasparenza e di una sua perfetta visibilità: basterà a questo punto difenderne i confini per pacificare le paure. Ora, il terrore notturno non riguarda più ciò che da sempre si nasconde all’interno della nostra casa, bensì ciò che là fuori, nella terra dei leoni, minaccia di entrare compromettendo la nostra integrità. Disabituati ad avere paura di ciò che risiede in noi, ci siamo facilmente adattati a quella che comanda di diffidare di tutto ciò che non ci appartiene – a tal punto da costruire attorno ad essa un’intera politica… [continua]

Baubau

Quei quattro straccioni han gridato più forte..

Valeva la pena essere a Roma il 15 ottobre 2011 per assistere al solito meraviglioso spettacolo della fiumana di gente presente: centinaia di migliaia di persone tra cui associazioni, movimenti, sindacati e “vere” sinistre partitiche. Tra queste la quantità impressionante di compagni del PRC, che da solo ha organizzato oltre 200 pullman da tutta Italia. Anche per questo sono orgoglioso di sventolare la mia falce e martello, non con l’intento di mettere “il cappello” alla manifestazione, ma di indignarmi anche verso chi dice che tutti i partiti sono uguali… Avanziamo rapidi verso la testa del corteo: troviamo macchine carbonizzate, vetrine di banche sfondate, bancomat devastati. In via Merulana siamo quasi in testa, e ce ne accorgiamo dalle auto appena messe a fuoco, e dalle violenze cui adesso assistiamo in diretta. Per il corteo ormai confuso e frammentato è un calvario: si arriva in piazza San Giovanni dove le scaramucce diventano guerriglia aperta. La gente che arriva in piazza è priva di vie d’uscita. Elicotteri sempre in cielo. Ogni tanto un’esplosione. Odore di lacrimogeni. Nessuno sa bene che succede… Intanto gli scontri si avvicinano sempre di più. Siamo vicini quando un blindato va a fuoco e tutta la piazza (diverse migliaia di persone) esulta per la piccola vittoria. Arrivano da un ingresso secondario dieci blindati con 200 poliziotti a regolare i conti. Gli sfiliamo di fianco cercando di fuggire dall’aria ormai nera e irrespirabile. Qualche lacrimogeno ci piove a pochi metri mentre lasciamo la piazza. Corriamo. E’ ormai notte. Ci penso: ha ragione chi dice che era meglio non ci fossero state violenze. Ma visto il Paese Italia del 2011 era inevitabile ci fossero. Poi ripenso al “libro-scudo” di una studentessa del corteo dedicato al romanzo “Q”. Un capolavoro in cui si trovano queste frasi: “Non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto. La sconfitta non rende ingiusta una causa. Ricordalo sempre.” Oggi forse abbiamo perso, ma la coscienza resta forte.

Alessandro Pascale

>Quei quattro straccioni han gridato più forte..

>

Valeva la pena essere a Roma il 15 ottobre 2011 per assistere al solito meraviglioso spettacolo della fiumana di gente presente: centinaia di migliaia di persone tra cui associazioni, movimenti, sindacati e “vere” sinistre partitiche. Tra queste la quantità impressionante di compagni del PRC, che da solo ha organizzato oltre 200 pullman da tutta Italia. Anche per questo sono orgoglioso di sventolare la mia falce e martello, non con l’intento di mettere “il cappello” alla manifestazione, ma di indignarmi anche verso chi dice che tutti i partiti sono uguali… Avanziamo rapidi verso la testa del corteo: troviamo macchine carbonizzate, vetrine di banche sfondate, bancomat devastati. In via Merulana siamo quasi in testa, e ce ne accorgiamo dalle auto appena messe a fuoco, e dalle violenze cui adesso assistiamo in diretta. Per il corteo ormai confuso e frammentato è un calvario: si arriva in piazza San Giovanni dove le scaramucce diventano guerriglia aperta. La gente che arriva in piazza è priva di vie d’uscita. Elicotteri sempre in cielo. Ogni tanto un’esplosione. Odore di lacrimogeni. Nessuno sa bene che succede… Intanto gli scontri si avvicinano sempre di più. Siamo vicini quando un blindato va a fuoco e tutta la piazza (diverse migliaia di persone) esulta per la piccola vittoria. Arrivano da un ingresso secondario dieci blindati con 200 poliziotti a regolare i conti. Gli sfiliamo di fianco cercando di fuggire dall’aria ormai nera e irrespirabile. Qualche lacrimogeno ci piove a pochi metri mentre lasciamo la piazza. Corriamo. E’ ormai notte. Ci penso: ha ragione chi dice che era meglio non ci fossero state violenze. Ma visto il Paese Italia del 2011 era inevitabile ci fossero. Poi ripenso al “libro-scudo” di una studentessa del corteo dedicato al romanzo “Q”. Un capolavoro in cui si trovano queste frasi: “Non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto. La sconfitta non rende ingiusta una causa. Ricordalo sempre.” Oggi forse abbiamo perso, ma la coscienza resta forte.

Alessandro Pascale

Perdersi in città

Le città sono ormai nient’altro che meri contenitori delle nostre vite. In esse noi cresciamo, ci nutriamo…ma ai giorni d’oggi non le viviamo più. Ormai usciamo di casa spinti solo per soddisfare delle necessità alle quali non possiamo appagare rinchiusi tra le mura domestiche. Per raggiungere il nostro scopo poi tracciamo mentalmente una linea, la più corta possibile, che dal punto A ci conduca al punto B, casa-lavoro, casa-università, casa-bar, casa-supermercato… Andata e ritorno, il più velocemente possibile, senza stare a curarsi del paesaggio o delle persone che incrociamo e passiamo ungo il percorso, mai sia fermarsi e perdere tempo osservando ciò che ci circonda. Con questo modo di agire, quanto possiamo dire realmente di conoscere la città che abitiamo, quanto possiamo dire realmente di vivere la nostra città? Lo stesso Walter Benjamin in Immagini di città, riconosce l’importanza di smarrirsi in una città, smarrirsi come in una foresta. Trovando così luoghi e vie inesplorate in grado di regalarci emozioni mai provate prima emozioni provate grazie alla scoperta di posti svelati a noi dal caso. Perchè solo perdendoci in città, guidati dal caso abbandonandoci esclusivamente alle nostre sensazioni che riusciamo ad uscire dai soliti segmenti AB prestabiliti  cercando di sovvertire così il sistema capitalistico in cui viviamo oggi. Se la vita frenetica non ci permette di prenderci del tempo per perderci in città, per percorrere i nostri “segmenti”, possiamo quantomeno scegliere di non usare auto o mezzi, per quanto possibile, e di andare a piedi. Camminando potremo percorrere sentieri vietati ad altri mezzi e riusciremo così, se pur per poco a riprenderci la città, a viverla veramente, ma dobbiamo decidere di farlo realmente, prestando attenzione ad ogni cosa che ci circonderà lungo il percorso.


Matte