>Brevi da Verona

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“Art Verona. Desta scandalo l’opera che ritrae su tre diversi piani, fascisti, nazisti e leghisti. Gli esponenti del partito padano: ‘Le hanno provate tutte per batterci, adesso cercano anche di dividere il nemico’.”
“L’associazione ‘100% Animalisti’ protesta contro il circo di Moira Orfei. Tante braccia tese contro lo sfruttamento degli animali.”
“Verona. Poca partecipazione alla Fashion Night del 4 Ottobre. I negozianti: ‘Abbiamo tenuto aperto per niente’.” Peccato, averlo saputo prima… quella sera mi ero scacareggiato le mutande…

Chopin Hauer

>Spazio urbano e conflitto

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La distanza, il metro ed il chilometro,la suddivisione cartesiana dello spazio che impone la pesantezza della griglia oggettiva e calcolata al territorio, rimane in tensione con una
diversa concezione dello spazio. Al di là di una misurabilità cartesiana, gli spazi risentono di
una tensione relazionale che li espande e li contrae, cedendo il passo all’intensità, al percepito, al vissuto, che la striatura cartografica vuole rendere sedimentato,compiuto e decifrabile. La cifra relazionale insita nello spazio, non solo riaccende la percezione di questo come territorio in cui si distendono e stringono rapporti tra punti intensivi. Legata al relazionale è anche la percezione delle distanze come sempre più brevi tra le città in virtù di un turismo che non risenta del noioso territorio di mezzo; il trasporto degli alimenti che non riprende un consumo locale se non come ennesima etichetta vendibile; l’impianto universitario che mantiene i corsi a debita distanza scongiurando ogni possibile contagio tra di loro e nello stesso modo alimenta insistentemente un modello di studente isolato, omologato eppure identificabile, separabile dalla folla. Ma questa cifra relazionale richiama innanzitutto lo spazio in quanto sfera dei rapporti. Lo spazio come tale è allora il territorio in cui si rendono percepibili reciprocamente queste relazioni. Lo spazio urbano come territorio in cui il soggetto vive la città (un po’ più dell’abitante a cui siamo abituati, forse), è anche e
sopratutto il campo in cui egli si relaziona. Come relazione, il conflitto, incontro-scontro delle
differenti traiettorie direzionate che caratterizzano la tensione potenziale degli individui, quella
tensione al possibile sé non ancora compiuto, è attore di primo piano nello spazio. Spazio
relazionale, spazio conflittuale. Rispetto ad un conflitto come massima apertura al possibile,
come fluidità riportata nell’altrimenti coagulato, il conflitto che trova spazio nel tessuto urbano, il conflitto che noi conosciamo è ben diverso. Come la città organizza ed amministra lo
spazio fisico, strutturando un circuito urbano capace, da un lato di intervenire sul movimento del cittadino, dall’altro sulla sfera emozionale, altrettanto struttura lo spazio relazionale. Le scuole come galere, le strade come binari, i centri commerciali come templi del consumo. La città, dunque, come pulsante tensione a costruire un intero organizzato, un organismo, struttura lo spazio all’interno dei propri confini (e non solo) in modo che sia parallelo ad essa. Il conflitto viene così, anch’esso, amministrato: su di esso pesa la striatura della città, la
sedimentazione che immobilizza il mobile che sottintende ogni relazione. Il conflitto nello spazio urbano – stando alla città, in essa si trova spazio, non c’è, non si prende, ma ci viene offerto – è così il conflitto amministrato perché reso amministrabile. Un conflitto dunque attenuato. Attenuato perché non più intenso, attenuato perché comunque mantenuto nei confini dell’accettato, attenuato perché partecipato da cittadini attenuati, già piegati e disciplinati dalla città.
Un conflitto sterile, non più conflitto, ma immobile pantomima. Il corteo, le elezioni, le lezioni, gli esami, gli spostamenti, il commercio. Sterile ripetizione dell’attenuato. La città ripropone questo conflitto attenuato – una volta al sicuro dal conflitto che potrebbe creare seri problemi di sconfinamenti dal conosciuto amministrabile – perché in questo modo offre ancora una volta relazioni, ancora una volta conflitto, ancora una volta esperienze di vissuto, ma il tutto in
uno spazio atto a contenere ed alimentare il vuoto che queste forme spettacolari portano con
sé. Una gestione del conflitto come ennesima strategia gestionale, strategia sempre coinvolgente lo spazio urbano perché in quanto tale, è spazio innanzitutto perché relazionale e conflittuale.
Elsa Valbrusa

Come stai oggi, Signor G?

– Io mi chiamo G.
– Io mi chiamo G.
– No, non hai capito, sono io che mi chiamo G.
– No, sei tu che non hai capito, mi chiamo G anch’io.

– Ah, il mio papà è un uomo moderato.
– Il mio papà è un black bloc.
– Il mio papà in Val di Susa sta dalla parte della polizia.
– Il mio papà in Val di Susa mira dalla parte della polizia.
– Il mio papà dice che con la violenza non si va da nessuna parte.
– Il mio papà dice che con la violenza vogliono andare in Francia.
– Il mio papà è fiero dei nostri soldati in Afghanistan.
– Il mio papà… no.
– Il mio papà dopo l’Università mi assicurerà un posto nella sua fabbrica.
– Il mio papà dopo l’Università mi accompagnerà nel posto dove un tempo c’era la sua fabbrica.
– Io da grande avrò una macchina di nuova generazione, che inquinerà poco.
– Da grande la mia macchina avrà passato tre generazioni, mio nonno, mio padre ed io. E forse non inquinerà poco.
– Il mio papà investe i suoi risparmi in borsa, e li difende dalla speculazione finanziaria.
– Il mio papà mette i suoi risparmi in una borsa, in una borsa molto piccola, e sente parlare al telegiornale della speculazione finanziaria.
– Il mio papà un giorno mi ha detto: “Figlio mio, spero tu abbia una vita piena di soddisfazioni come la mia”.
– Un giorno il mio papà mi ha detto: “Figlio mio, hai mica visto la borsa dei risparmi?”.
– Io da grande andrò a votare.
– Anch’io da grande andrò a votare.
– Voterò quello che vota il mio papà, il PD.
– Anch’io voterò quello che vota il mio papà, ma il mio papà è di sinistra.

Chopin Hauer

>Come stai oggi, Signor G?

>- Io mi chiamo G.
– Io mi chiamo G.
– No, non hai capito, sono io che mi chiamo G.
– No, sei tu che non hai capito, mi chiamo G anch’io.

– Ah, il mio papà è un uomo moderato.
– Il mio papà è un black bloc.
– Il mio papà in Val di Susa sta dalla parte della polizia.
– Il mio papà in Val di Susa mira dalla parte della polizia.
– Il mio papà dice che con la violenza non si va da nessuna parte.
– Il mio papà dice che con la violenza vogliono andare in Francia.
– Il mio papà è fiero dei nostri soldati in Afghanistan.
– Il mio papà… no.
– Il mio papà dopo l’Università mi assicurerà un posto nella sua fabbrica.
– Il mio papà dopo l’Università mi accompagnerà nel posto dove un tempo c’era la sua fabbrica.
– Io da grande avrò una macchina di nuova generazione, che inquinerà poco.
– Da grande la mia macchina avrà passato tre generazioni, mio nonno, mio padre ed io. E forse non inquinerà poco.
– Il mio papà investe i suoi risparmi in borsa, e li difende dalla speculazione finanziaria.
– Il mio papà mette i suoi risparmi in una borsa, in una borsa molto piccola, e sente parlare al telegiornale della speculazione finanziaria.
– Il mio papà un giorno mi ha detto: “Figlio mio, spero tu abbia una vita piena di soddisfazioni come la mia”.
– Un giorno il mio papà mi ha detto: “Figlio mio, hai mica visto la borsa dei risparmi?”.
– Io da grande andrò a votare.
– Anch’io da grande andrò a votare.
– Voterò quello che vota il mio papà, il PD.
– Anch’io voterò quello che vota il mio papà, ma il mio papà è di sinistra.

Chopin Hauer

>Quanti saremo? Centomila! Che? Centomila? 100.000!

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Quanti saremo? Centomila! Che? Centomila? 100.000!
Hai mai visto centomila persone radunate in una piazza? No. E tu? No. E questa città l’hai mai vista in questa maniera? No! E tu? io nemmeno per una vittoria del Milan o dell’Inter. Centomila persone in piazza del Duomo a Milano le ha portate solamente Manu Chao, e la sua strampalata idea di farci un concerto gratuito ad un mese dal G8 di Genova.
Ma riesci a vederlo? E’ solo un punto giallo lontano, al di là di tutto, un punto lucente che si sgola, salta, balla, suona, impreca e invoca. E’ il suo tour europeo delle piazze, con Radio Bemba Sound System al completo, c’è pure Roy Paci alla tromba.
Non c’è invece via libera verso alcun dove. Si sgomita con chiunque in maniera incredibile per far solamente due passi. In galleria Vittorio Emanuele non si passa. Tutti i wc dei locali ai lati della piazza sono intasati. Il piscio trabocca dalle porte dei fast-food e scende sul lastricato marmoreo della passeggiata. E’ Giugno inoltrato e non piove da settimane. Non spira un soffio d’aria.
Pronto, dove sei? Quasi sotto il palco e voi? Noi no. Non riusciamo ad andare più avanti di così, dovremo fermarci. Dove siete? Siamo a Genova. Lo saremo. Mi sa che non ce la facciamo a raggiungervi… Spintonate!
La folla salta, o salti con lei o sei solo d’impiccio. La folla poga, o poghi più della gente vicino a te o devi incassare senza lamentarti. Non si respira. Ma io non pensavo… Non si respira cristo! Io non credevo… c’era veramente bisogno di andar così in mezzo? Bisogna avvicinarsi il più possibile al palco ragazzi. La gente è troppa, nel mezzo non si vede più la fine. La piazza si eclissa, il palco, il Duomo, la galleria. Quei palazzacci in stile fascio sullo sfondo…
“Proxima estación Genova!” C’è pesino Zulù a gridarlo forte dal microfono insieme al piccolo folletto ed al siculo. Dopo la seconda esortazione è tutta la piazza a gridarlo forte e ripetutamente. Centomila persone lo stanno gridando! Cosa dice? Dice che dobbiamo andarci per forza a Genova! Cosa? Che dobbiamo andare a Genova! Tutti quanti? Anche di più! E’? Saremo anche di più, e saremo incazzatissimi! Chi? Noi! Noi chi? Noi tutti! Wellcome to Tiquana! Ma chi ci ferma?
Saltiamo, balliamo come se fossimo posseduti, ed i realtà è così. Non ci rendiamo più conto di dove siamo e perché stiamo agendo in quella maniera. C’è la convinzione diffusa che tutto ciò che stiamo facendo sia giusto, che tutto ciò che faremo sarà giusto! Ci abbandoniamo alla marea festante e ondeggiamo con lei. Le nostre voci si confondono nel canto. I nostri movimenti sono sincroni a quelli della massa di persone che ci circonda. La musica incalza, il ritmo si fa più frenetico. Non ci accorgiamo che la folla ci sta trascinando verso il palco. Le danze si fanno più incalzanti verso la fine della canzone. Oramai non siamo più in grado di coordinare azione e pensiero. C’è puzzo di sudore e di fiato. L’aria calda e fetida mi costringe a volgere il capo verso il cielo in cerca di refrigerio, ma se non guardo dove vado a sbattere sono botte nelle reni. BAM. Andiamocene da qua! E come? BAM. Non lo so! Andiamocene che sto soffocando! Cazzo, balla! BAM. Co.. Cosa? Che figata! Io me ne vado. Cosa? Wellcome to Tiqua… BAM.
La folla danzante ci disperde. Ora anche noi siamo folla, e questa si fa indistinta. Ogni singolo non conta più per sé. Ogni sé è parte di un noi con una volontà collettiva che salta, canta, impreca e balla. Ma…. Ma.
Sento che sto per stremare. Non ho più forze e mi rendo conto di essere arrivato alla soglia massima di sopportazione. Se non voglio rischiare di svenire in mezzo al pogo devo abbandonare i miei amici dispersi e dirigermi verso il lato sud del Duomo, il punto deciso per il ritrovo finale.
Ad un tratto ecco che scorgo Carlo. Carlo!!! Io vado! Intravedo la sagoma dell’amico che ha ancora energie da vendere e non sembra intenzionato a mollare. Carlo io me ne esco, non ce la faccio più! Non riesco nemmeno a respirare… Carlo!! Non mi sente. Mi vede, mi sorride, ma la distanza non ci permette di comprenderci. Eppure lo vedo così sereno, come fa? La sua sicurezza mi confonde, io avevo già deciso. Carlo!! Niente da fare.
Smetto di ballare e non resto più a ritmo con la folla, lo fisso. Lui fissa me. Gli sorrido, immobile perché vederlo ballare attorniato da tutta quella gente è uno spettacolo pazzesco. Sorrido nuovamente. Noi tutti questa sera siamo uno spettacolo memorabile. Ma ad un tratto il colpo. BAAAAM! Improvviso, tremendo, fortissimo. Un dolore sordo al fianco del ventre mi toglie definitivamente quel poco di respiro che mi era rimasto. Sento il diaframma contorcersi. Non vedo più. Chi mi ha colpito? Chi sei? Dove sono i miei occhiali? Capisco in un attimo che qualcuno nella foga di passare mi è entrato nel costato con tutto l’impeto di cui disponeva. Chi? Chi tra centomila persone? Il colpo mi trova impreparato, eppure avrei dovuto aspettarmelo. Il colpo mi fa cadere gli occhiali, ed io non riesco più a vedere le cose per come stanno. Respiro male, lacrimo, vedo sfuocato, e la cosa più istintiva che mi vien da fare è richiamare Carlo. Carlo!!! Ma non riesco a scorgerlo, lo chiamo ma non è più possibile vederlo. Gli occhiali! Certo, gli occhiali! Faccio largo con violenza e tento il disperato recupero. Fermi, fermi!! Cosa? Fermi ho detto!! E’??
Li ritrovo ma troppo tardi. Purtroppo è troppo tardi!! la montatura contorta non è riuscita a difendere dal ballo altrui le lenti, che ora rimangono frammentarie all’interno del metallo da cornice. Inutilizzabili, come ora i miei occhi ed io non vedo più. Dov’era Carlo? Come faccio per uscir da qua? Dove sono tutti? Cazzo! Noi siamo tutti! Tutti chi? Tutti è qui, ora! Non si vede più! Non vedete che non si vede più? Smettetela diocristo! Che hai? Non vedo più! Non vedo più niente e la folla continua a cantare e saltare. Canta e salta anche tu! NO. Non vedo più, non vedo più! Dove siete? Dov’è Carlo? Carlo!!
Lo chiamo e lo cerco, ma lui non c’è più o io non lo vedo.
Buio.
Tempo dopo capii che Carlo era invece da un’altra parte e stava bene. Io invece no, vedevo male, lacrimavo ed il fianco mi doleva. Rantolavo, passo dopo passo, verso il punto di ritrovo senza pensare ad altro che alla mia vista perduta.
Pensai che con degli occhiali nuovi, con delle lenti nuove, niente sarebbe mai stato più come prima ed in effetti niente più lo è stato.
Poi ci fu Genova.
Ale B.

Quanti saremo? Centomila! Che? Centomila? 100.000!

Quanti saremo? Centomila! Che? Centomila? 100.000!
Hai mai visto centomila persone radunate in una piazza? No. E tu? No. E questa città l’hai mai vista in questa maniera? No! E tu? io nemmeno per una vittoria del Milan o dell’Inter. Centomila persone in piazza del Duomo a Milano le ha portate solamente Manu Chao, e la sua strampalata idea di farci un concerto gratuito ad un mese dal G8 di Genova.
Ma riesci a vederlo? E’ solo un punto giallo lontano, al di là di tutto, un punto lucente che si sgola, salta, balla, suona, impreca e invoca. E’ il suo tour europeo delle piazze, con Radio Bemba Sound System al completo, c’è pure Roy Paci alla tromba.
Non c’è invece via libera verso alcun dove. Si sgomita con chiunque in maniera incredibile per far solamente due passi. In galleria Vittorio Emanuele non si passa. Tutti i wc dei locali ai lati della piazza sono intasati. Il piscio trabocca dalle porte dei fast-food e scende sul lastricato marmoreo della passeggiata. E’ Giugno inoltrato e non piove da settimane. Non spira un soffio d’aria.
Pronto, dove sei? Quasi sotto il palco e voi? Noi no. Non riusciamo ad andare più avanti di così, dovremo fermarci. Dove siete? Siamo a Genova. Lo saremo. Mi sa che non ce la facciamo a raggiungervi… Spintonate!
La folla salta, o salti con lei o sei solo d’impiccio. La folla poga, o poghi più della gente vicino a te o devi incassare senza lamentarti. Non si respira. Ma io non pensavo… Non si respira cristo! Io non credevo… c’era veramente bisogno di andar così in mezzo? Bisogna avvicinarsi il più possibile al palco ragazzi. La gente è troppa, nel mezzo non si vede più la fine. La piazza si eclissa, il palco, il Duomo, la galleria. Quei palazzacci in stile fascio sullo sfondo…
“Proxima estación Genova!” C’è pesino Zulù a gridarlo forte dal microfono insieme al piccolo folletto ed al siculo. Dopo la seconda esortazione è tutta la piazza a gridarlo forte e ripetutamente. Centomila persone lo stanno gridando! Cosa dice? Dice che dobbiamo andarci per forza a Genova! Cosa? Che dobbiamo andare a Genova! Tutti quanti? Anche di più! E’? Saremo anche di più, e saremo incazzatissimi! Chi? Noi! Noi chi? Noi tutti! Wellcome to Tiquana! Ma chi ci ferma?
Saltiamo, balliamo come se fossimo posseduti, ed i realtà è così. Non ci rendiamo più conto di dove siamo e perché stiamo agendo in quella maniera. C’è la convinzione diffusa che tutto ciò che stiamo facendo sia giusto, che tutto ciò che faremo sarà giusto! Ci abbandoniamo alla marea festante e ondeggiamo con lei. Le nostre voci si confondono nel canto. I nostri movimenti sono sincroni a quelli della massa di persone che ci circonda. La musica incalza, il ritmo si fa più frenetico. Non ci accorgiamo che la folla ci sta trascinando verso il palco. Le danze si fanno più incalzanti verso la fine della canzone. Oramai non siamo più in grado di coordinare azione e pensiero. C’è puzzo di sudore e di fiato. L’aria calda e fetida mi costringe a volgere il capo verso il cielo in cerca di refrigerio, ma se non guardo dove vado a sbattere sono botte nelle reni. BAM. Andiamocene da qua! E come? BAM. Non lo so! Andiamocene che sto soffocando! Cazzo, balla! BAM. Co.. Cosa? Che figata! Io me ne vado. Cosa? Wellcome to Tiqua… BAM.
La folla danzante ci disperde. Ora anche noi siamo folla, e questa si fa indistinta. Ogni singolo non conta più per sé. Ogni sé è parte di un noi con una volontà collettiva che salta, canta, impreca e balla. Ma…. Ma.
Sento che sto per stremare. Non ho più forze e mi rendo conto di essere arrivato alla soglia massima di sopportazione. Se non voglio rischiare di svenire in mezzo al pogo devo abbandonare i miei amici dispersi e dirigermi verso il lato sud del Duomo, il punto deciso per il ritrovo finale.
Ad un tratto ecco che scorgo Carlo. Carlo!!! Io vado! Intravedo la sagoma dell’amico che ha ancora energie da vendere e non sembra intenzionato a mollare. Carlo io me ne esco, non ce la faccio più! Non riesco nemmeno a respirare… Carlo!! Non mi sente. Mi vede, mi sorride, ma la distanza non ci permette di comprenderci. Eppure lo vedo così sereno, come fa? La sua sicurezza mi confonde, io avevo già deciso. Carlo!! Niente da fare.
Smetto di ballare e non resto più a ritmo con la folla, lo fisso. Lui fissa me. Gli sorrido, immobile perché vederlo ballare attorniato da tutta quella gente è uno spettacolo pazzesco. Sorrido nuovamente. Noi tutti questa sera siamo uno spettacolo memorabile. Ma ad un tratto il colpo. BAAAAM! Improvviso, tremendo, fortissimo. Un dolore sordo al fianco del ventre mi toglie definitivamente quel poco di respiro che mi era rimasto. Sento il diaframma contorcersi. Non vedo più. Chi mi ha colpito? Chi sei? Dove sono i miei occhiali? Capisco in un attimo che qualcuno nella foga di passare mi è entrato nel costato con tutto l’impeto di cui disponeva. Chi? Chi tra centomila persone? Il colpo mi trova impreparato, eppure avrei dovuto aspettarmelo. Il colpo mi fa cadere gli occhiali, ed io non riesco più a vedere le cose per come stanno. Respiro male, lacrimo, vedo sfuocato, e la cosa più istintiva che mi vien da fare è richiamare Carlo. Carlo!!! Ma non riesco a scorgerlo, lo chiamo ma non è più possibile vederlo. Gli occhiali! Certo, gli occhiali! Faccio largo con violenza e tento il disperato recupero. Fermi, fermi!! Cosa? Fermi ho detto!! E’??
Li ritrovo ma troppo tardi. Purtroppo è troppo tardi!! la montatura contorta non è riuscita a difendere dal ballo altrui le lenti, che ora rimangono frammentarie all’interno del metallo da cornice. Inutilizzabili, come ora i miei occhi ed io non vedo più. Dov’era Carlo? Come faccio per uscir da qua? Dove sono tutti? Cazzo! Noi siamo tutti! Tutti chi? Tutti è qui, ora! Non si vede più! Non vedete che non si vede più? Smettetela diocristo! Che hai? Non vedo più! Non vedo più niente e la folla continua a cantare e saltare. Canta e salta anche tu! NO. Non vedo più, non vedo più! Dove siete? Dov’è Carlo? Carlo!!
Lo chiamo e lo cerco, ma lui non c’è più o io non lo vedo.
Buio.
Tempo dopo capii che Carlo era invece da un’altra parte e stava bene. Io invece no, vedevo male, lacrimavo ed il fianco mi doleva. Rantolavo, passo dopo passo, verso il punto di ritrovo senza pensare ad altro che alla mia vista perduta.
Pensai che con degli occhiali nuovi, con delle lenti nuove, niente sarebbe mai stato più come prima ed in effetti niente più lo è stato.
Poi ci fu Genova.
Ale B.

Carlo Giuliani

Genova è un’idea, un sospiro: uno di quei pensieri che ami fare e rifiuti, invece, quando li tieni stretti tra le dita. Genova, la dominante dei mari. Genova e il suo porto, la sua lanterna e la sua scuola di cantastorie. Genova, una città di mare, col culo schiacciato dai monti.
Quella mattina Carlo voleva proprio andarci, al mare. Bagnare ed asciugare al sole quella vita tutta da costruire. Poi la radio, notizie che rimbalzano di scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, nuove che arrivano dal corteo delle tute bianche. Chissà se poi Carlo l’ha detto a sua madre, che aveva cambiato idea. Chissà se Carlo l’ha salutata, mentre raggiungeva le migliaia di ragazze e ragazzi che assediavano la Zona Rossa, quel 20 luglio di dieci anni fa. Migliaia di cittadini assediati in una città, la loro, in stato di guerra. Migliaia di esseri umani strattonati, spinti, picchiati brutalmente solamente per pensare. Migliaia di manganelli, lacrimogeni, caschi: il braccio armato del potere a strenua difesa della zona rossa. I capi di stato dei principali paesi industrializzati del mondo, là dentro. Là fuori, ai piedi della chiesa di Nostra Signora del Rimedio c’è il corpo di un ragazzo. C’è una jeep delle forze dell’ordine che passa due volte su quel corpo esangue, e c’è chi si chiede se fosse ancora vivo, se fosse già morto. C’è una vita spezzata. Ci sono le grida della gente che corre, che scappa da tutte le parti. C’è il cielo, sopra piazza Alimonda, e migliaia di penne che scrivon parole e migliaia di voci che urlano dietro a microfoni e registratori e tutti raccontano di Carlo: punkabbestia, blackblock, antagonista, picchiatore, selvaggio e altre nefandezze rimbalzano la sera dagli schermi televisivi mentre milioni di uomini stanchi mangiano pane e verità. Là sotto, fra occhiali e zainetti e telefonini e orecchini e cappelli rimasti abbandonati, l’epicentro è quel buco che il proiettile sparato da una mano senza corpo protesa a difesa del nord del mondo ha creato sullo zigomo di Carlo Giuliani, 23 anni, solamente per aver pensato. Solamente un ragazzo.
Poli

>Carlo Giuliani

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Genova è un’idea, un sospiro: uno di quei pensieri che ami fare e rifiuti, invece, quando li tieni stretti tra le dita. Genova, la dominante dei mari. Genova e il suo porto, la sua lanterna e la sua scuola di cantastorie. Genova, una città di mare, col culo schiacciato dai monti.
Quella mattina Carlo voleva proprio andarci, al mare. Bagnare ed asciugare al sole quella vita tutta da costruire. Poi la radio, notizie che rimbalzano di scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, nuove che arrivano dal corteo delle tute bianche. Chissà se poi Carlo l’ha detto a sua madre, che aveva cambiato idea. Chissà se Carlo l’ha salutata, mentre raggiungeva le migliaia di ragazze e ragazzi che assediavano la Zona Rossa, quel 20 luglio di dieci anni fa. Migliaia di cittadini assediati in una città, la loro, in stato di guerra. Migliaia di esseri umani strattonati, spinti, picchiati brutalmente solamente per pensare. Migliaia di manganelli, lacrimogeni, caschi: il braccio armato del potere a strenua difesa della zona rossa. I capi di stato dei principali paesi industrializzati del mondo, là dentro. Là fuori, ai piedi della chiesa di Nostra Signora del Rimedio c’è il corpo di un ragazzo. C’è una jeep delle forze dell’ordine che passa due volte su quel corpo esangue, e c’è chi si chiede se fosse ancora vivo, se fosse già morto. C’è una vita spezzata. Ci sono le grida della gente che corre, che scappa da tutte le parti. C’è il cielo, sopra piazza Alimonda, e migliaia di penne che scrivon parole e migliaia di voci che urlano dietro a microfoni e registratori e tutti raccontano di Carlo: punkabbestia, blackblock, antagonista, picchiatore, selvaggio e altre nefandezze rimbalzano la sera dagli schermi televisivi mentre milioni di uomini stanchi mangiano pane e verità. Là sotto, fra occhiali e zainetti e telefonini e orecchini e cappelli rimasti abbandonati, l’epicentro è quel buco che il proiettile sparato da una mano senza corpo protesa a difesa del nord del mondo ha creato sullo zigomo di Carlo Giuliani, 23 anni, solamente per aver pensato. Solamente un ragazzo.
Poli

>Zerbini

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Guardati dall’esterno noi italiani siamo sempre etichettati con lo stereotipo dei mafiosi. Uno stereotipo che facciamo fatica a toglierci di dosso perché per sua stessa definizione è un’immagine rigida e noi tra l’altro non facciamo nulla per migliorare la situazione, anzi. A volte l’unico modo per ottenere qualcosa, dalla più piccola alla più grossa ed in ogni contesto, nel nostro paese è appunto attuare una sorta di mafietta, il più comune e utilizzato è la raccomandazione. Ridursi alla spintarella, all’aiutino è l’unico modo per andare avanti, nel nostro paese la parola meritocrazia non esiste, come nel dizionario di Napoleone non esiste la parola “impossible”. A volte però possono capitare anche le eccezioni, ma esse esistono solo per confermare la regola della “spintarella”. La raccomandazione la vediamo tutti i giorni passarci davanti agli occhi però non diciamo mai nulla “perché tanto si sa che è un meccanismo ormai oliato e radicato e non ci si può far nulla per cambiarlo”. Dai avanti, cercate di pensare al vostro passato e cercate di ricordare quante volte avete visto applicato il “sistema” raccomandazione, magari l’avrete anche subito di persona e vi sarà capitato di approfittare dell’aiuto della spintarella, immagino che la risposta sia molteplici volte. Ormai è un processo assodato e forse l’unico per avere dei risultati, quindi non sta a me giudicare se ne avete beneficiato perché magari ciò che avete ottenuto ve lo siete meritato, anche se avete avuto bisogno di una mano per ottenerlo. Basta quindi con questi falsi moralismi fatti da persone che sono nel bel mezzo degli ingranaggi della “macchina” raccomandazione e contribuiscono a oliarla. Abbassarsi alle regole del gioco a volte si può fare, nessuno è perfetto, basta che non diventi la consuetudine e soprattutto, se sei dentro questo sistema stai zitto o quantomeno non ostentare la tua “finta” lotta contro queste mafiette perché se no diventi un ipocrita. Zitto appunto, perché anche nell’essere aiutati ci deve essere umiltà e omertà. Zerbini si diventa, non si nasce, ma è spaventoso a volte notare quanto sono in grado di abbassarsi e farsi calpestare persone che ritenevi un tempo al di fuori di questi giochetti e tutto solo per riuscire ad ottenere qualcosa. Onestamente però ormai non c’è più da stupirsi di nulla è strano notare come le persone che credi di conoscere sono in grado di cambiare da un giorno all’altro buttando nel cesso tutta l’immagine che ti eri fatto di loro. Non ci si può far nulla, nessuno rimane mai uguale a se stesso per tutto il percorso della sua vita. Invece l’unica cosa da fare è cercare di metter in luce queste mafiette, questi infimi giochetti, di denunciarli, in modo che siano condannati e cancellati dalla nostra quotidianità, cercando di premiare chi se lo merita, non l’amico dell’amico, magari le persone non cambierebbero, non diventerebbero degli zerbini.
Rupert