>I baffi

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Oggi mi sono svegliato coi baffi. Ridevo coi polmoni ancora stanchi dal sonno. Uscendo e passeggiando per il quartiere pensavo ai passanti. Ogni tanto sorridevo da solo. Pensavo di vedere facce divertite o quanto meno sorrisi. Invece niente. Credevano tutti che portassi i baffi sul serio.
Nel pomeriggio ho cominciato la riabilitazione della caviglia A e del polpaccio B. Sono andato ad inciampare con il legno a pochi isolati da casa. Con i baffi. Di sicuro, pensavo, la gente con cui mi trovo a inciampare non è così credulona. Mi si avvicineranno e sorridendo mi faranno qualche battuta in slang, battendo il cinque col pugnetto e via. Così mi appropinquo. Due li ho già visti, uno no. Mi danno il cinque col pugnetto. Sorriso e.. salutino. Niente risate, niente smorfie, niente che mi faccia capire che hanno capito. Ho trovato la cosa talmente strana che ho pure sospettato di non averli più. Ma nel portare le mani alla bocca per scaldarle, sentivo che i baffi c’erano ancora. E allora perché tutti si ostinano a fare finta di nulla? Ho cercato di riflettere fra un inciampo e l’altro, mostrandomi distratto e confuso. Poi una pausetta seduto sul marmo freddo deve avermi raffreddato il cerebro. Tutto s’è fatto più chiaro.
L’illuminazione: non sono l’unico a portare qualcosa per finta. La contro-prova mi è passata davanti nello stesso istante: una ragazza vestita da manichino portava dei capelli mossi, un po’ biondi e un po’ scuri. Senza dubbio era una finta: di solito porta di per certo capelli un po’ più lunghi e castani. Così mi sono girato verso Pedro. Di sicuro lui normalmente ha la barba. Quello in parte che è appena inciampato di solito di sicuro porta i baffi. Per non parlare del barbuto dall’altra parte della strada: chi vuole fregare? La sua quotidianità è il pizzetto.

Lo zio

>Scelga me

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Scelga me, Avezzù.
Forse a Ruffo, non crederei,
se fosse qua.
Ora Lei può, il fisico ce l’ha,
per fare la Rivoluzione che aspetto.
Se fossi in Lei,
farei la mia Rivoluzione di colpo,
l’aspetto,
finirà di ridere.
Saranno gli anni che ci dividono,
la Democrazia non è più così,
cosa cerca, non è lì.
Ci toccherà combattere CasaPound,
e non serve esser Presidi,
se poi le decisioni son tragiche.
Cud cu cu
c’è un errore tra noi.
Guido,
io la inseguirò,
restar fermo non so,
verrò nel suo ufficio,
a go go.
Come pensavo, di contestare non smetterò,
con questa burocrazia
che vincere io (non) potrò,
mi creda, è dura, ma insisto.
Fare il super partes non da risultati,
fermerò anche uno yacht,
perché un mare di firme è quello che ho.
Perché non due in un mai?
Immagino.
Come, come farò, se è vero?
L’antifascismo è di più, più di un hippie, è un grillo (parlante),
in un’università a rischio, così.
Lo studente insorge.
Non crede poi dovremmo agire di più?
L’impegno è di più, più di un hippie, è un grillo (parlante)
Il Governo in sé è in preda al delirio,
lo studente protesta ma il sole non c’è
in un’Italia a rischio, così.
Guido, lei sarà così serio,
seduto in presidenza,
come un’icona vive dietro di lei,
ma lo sguardo attonito, la tradisce.
È inutile e non potrei fermare la protesta che viene e che va.
Ci sei o ci fai?
Io non so.
Quando sei preside è tutto diverso,
lo sa Guido?
Scuse valide non ne ha.
Sul serio, non è un film.
Continueremo.
Non puoi,
prendere il tuo stipendio e poi via.
Lo studente le disse che c’è un modo,
eppure Lei freme.
Cosa mai mancò fra noi due?
Sono nel caos,
la risposta è qui,
chiuda le titubanze,
e scelga me, scelga me.

La Fulminante Aragosta feat. Verdena.

Scelga me

Scelga me, Avezzù.
Forse a Ruffo, non crederei,
se fosse qua.
Ora Lei può, il fisico ce l’ha,
per fare la Rivoluzione che aspetto.
Se fossi in Lei,
farei la mia Rivoluzione di colpo,
l’aspetto,
finirà di ridere.
Saranno gli anni che ci dividono,
la Democrazia non è più così,
cosa cerca, non è lì.
Ci toccherà combattere CasaPound,
e non serve esser Presidi,
se poi le decisioni son tragiche.
Cud cu cu
c’è un errore tra noi.
Guido,
io la inseguirò,
restar fermo non so,
verrò nel suo ufficio,
a go go.
Come pensavo, di contestare non smetterò,
con questa burocrazia
che vincere io (non) potrò,
mi creda, è dura, ma insisto.
Fare il super partes non da risultati,
fermerò anche uno yacht,
perché un mare di firme è quello che ho.
Perché non due in un mai?
Immagino.
Come, come farò, se è vero?
L’antifascismo è di più, più di un hippie, è un grillo (parlante),
in un’università a rischio, così.
Lo studente insorge.
Non crede poi dovremmo agire di più?
L’impegno è di più, più di un hippie, è un grillo (parlante)
Il Governo in sé è in preda al delirio,
lo studente protesta ma il sole non c’è
in un’Italia a rischio, così.
Guido, lei sarà così serio,
seduto in presidenza,
come un’icona vive dietro di lei,
ma lo sguardo attonito, la tradisce.
È inutile e non potrei fermare la protesta che viene e che va.
Ci sei o ci fai?
Io non so.
Quando sei preside è tutto diverso,
lo sa Guido?
Scuse valide non ne ha.
Sul serio, non è un film.
Continueremo.
Non puoi,
prendere il tuo stipendio e poi via.
Lo studente le disse che c’è un modo,
eppure Lei freme.
Cosa mai mancò fra noi due?
Sono nel caos,
la risposta è qui,
chiuda le titubanze,
e scelga me, scelga me.

La Fulminante Aragosta feat. Verdena.

Una famiglia italiana

Lo scrive la stressa Franca Magnani: Una famiglia italiana non è né un saggio storico né tanto meno un saggio politico, bensì una semplice testimonianza. Ho riflettuto su questo termine perché, al di là della catalogazione letteraria – o forse ancora prima, la lettura di questo libro ha comportato, forse più di quanto non avrebbe potuto un puntuale saggio, un apprendimento altalenante tra storia e politica. Parlo di quello stesso apprendimento orizzontale che si ha attraverso la gente che vive affianco, o che condivide la vita nello stesso quartiere, nella stessa frazione, nella stessa città. O sulle stesse pagine. Insegnamento che si interiorizza non da cattedra a banco ma da persona a persona, attraverso le tracce di cui si fanno carico i racconti, le descrizioni, i riferimenti e le espressioni.
È su questo piano che si pone l’intero racconto, che da un lato restituisce al libro la sua caratteristica di diacronico spazio d’incontro tra scrittore e lettore, e dall’altra lascia trapelare qualcosa del percorso famigliare degli Schiavetti. Qualcosa che Franca lucidamente teneva a lasciare in eredità: la cifra antifascista che l’ha accompagnata per tutta la vita. Il ritiro all’estero, il francese e il tedesco, i discorsi a scuola e i discorsi a casa, le vacanze in Italia, la guerra in Etiopia e la situazione in Spagna: in tempi di regime, l’antifascismo aveva un nemico preciso; la grinta sapeva dove incanalarsi. Per la famiglia Schiavetti – e per tutti gli emigrati italiani antifascisti, la stessa condizione di esuli comportava una vita inventata e con modulazioni d’allerta, impegnata a preparare l’ambito ritorno attraverso la formazione culturale degli espatriati.
Poi d’improvviso, in una calda Zurigo di luglio, una voce fuoricampo: “L’hanno mandato via!”. All’incredulità si sommano fulminei i volti dei prigionieri, degli esuli e dei morti “per mandarlo via”. Parole attese, cercate e desiderate da tutta la vita, tanto da pensare che la vita, quella vera, sarebbe cominciata solo da queste parole in poi. Eppure il momento non sembra soddisfare le aspettative di un’intera esistenza. «Avevo imparato a conoscere e ad amare l’Italia attraverso la nostalgia e la dedizione ad essa dei miei genitori. Gli italiani che avevo frequentato in esilio non erano “gli” italiani. L’impatto con il paese reale mi presentò un’immagine diversa di quella che mi ero fatta. Da un lato, mi inebriavano la bellezza della terra, il clima, la luce, il calore umano della gente, lo spirito beffardo del popolino; dall’altro, avvertii un qualunquismo diffuso – non solo riguardo alla politica -, una mancanza di senso civico, una esaltazione della furbizia come metodo di vita, che prima mi stupirono, in seguito mi addolorarono, per ultimo mi indignarono.» Poi la guerra fredda, la Jugoslavia, il comunismo, i “magnacucchi”, lo Stato-guida e, prima del rapporto di Kruscev, la difficile interazione tra la generazione dei vecchi antifascisti e quella seguente. La lenta comprensione che l’antifascismo non ha solo – ma già da sempre – a che fare con un dittatore in carne ed ossa da “mandare via”, ma con una molteplicità di fascismi diffusi, di comportamenti, di attitudini, di condotte quotidiane. In tal senso, nel 1951, rivolto alla generazione che l’ha preceduto, Valdo Magnani poté scrivere: «Noi il fascismo l’abbiamo ereditato, compreso e sofferto nella logica del suo avvento, combattuto e vinto non per il gusto di una rivincita per la quale è buona qualsiasi forza, ma per un ideale sociale e umano che non è semplice ‘anti’, che non è un’altra dittatura, e che non accetta imposizioni di miti da nessuno.»

>Una famiglia italiana

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Lo scrive la stressa Franca Magnani: Una famiglia italiana non è né un saggio storico né tanto meno un saggio politico, bensì una semplice testimonianza. Ho riflettuto su questo termine perché, al di là della catalogazione letteraria – o forse ancora prima, la lettura di questo libro ha comportato, forse più di quanto non avrebbe potuto un puntuale saggio, un apprendimento altalenante tra storia e politica. Parlo di quello stesso apprendimento orizzontale che si ha attraverso la gente che vive affianco, o che condivide la vita nello stesso quartiere, nella stessa frazione, nella stessa città. O sulle stesse pagine. Insegnamento che si interiorizza non da cattedra a banco ma da persona a persona, attraverso le tracce di cui si fanno carico i racconti, le descrizioni, i riferimenti e le espressioni.
È su questo piano che si pone l’intero racconto, che da un lato restituisce al libro la sua caratteristica di diacronico spazio d’incontro tra scrittore e lettore, e dall’altra lascia trapelare qualcosa del percorso famigliare degli Schiavetti. Qualcosa che Franca lucidamente teneva a lasciare in eredità: la cifra antifascista che l’ha accompagnata per tutta la vita. Il ritiro all’estero, il francese e il tedesco, i discorsi a scuola e i discorsi a casa, le vacanze in Italia, la guerra in Etiopia e la situazione in Spagna: in tempi di regime, l’antifascismo aveva un nemico preciso; la grinta sapeva dove incanalarsi. Per la famiglia Schiavetti – e per tutti gli emigrati italiani antifascisti, la stessa condizione di esuli comportava una vita inventata e con modulazioni d’allerta, impegnata a preparare l’ambito ritorno attraverso la formazione culturale degli espatriati.
Poi d’improvviso, in una calda Zurigo di luglio, una voce fuoricampo: “L’hanno mandato via!”. All’incredulità si sommano fulminei i volti dei prigionieri, degli esuli e dei morti “per mandarlo via”. Parole attese, cercate e desiderate da tutta la vita, tanto da pensare che la vita, quella vera, sarebbe cominciata solo da queste parole in poi. Eppure il momento non sembra soddisfare le aspettative di un’intera esistenza. «Avevo imparato a conoscere e ad amare l’Italia attraverso la nostalgia e la dedizione ad essa dei miei genitori. Gli italiani che avevo frequentato in esilio non erano “gli” italiani. L’impatto con il paese reale mi presentò un’immagine diversa di quella che mi ero fatta. Da un lato, mi inebriavano la bellezza della terra, il clima, la luce, il calore umano della gente, lo spirito beffardo del popolino; dall’altro, avvertii un qualunquismo diffuso – non solo riguardo alla politica -, una mancanza di senso civico, una esaltazione della furbizia come metodo di vita, che prima mi stupirono, in seguito mi addolorarono, per ultimo mi indignarono.» Poi la guerra fredda, la Jugoslavia, il comunismo, i “magnacucchi”, lo Stato-guida e, prima del rapporto di Kruscev, la difficile interazione tra la generazione dei vecchi antifascisti e quella seguente. La lenta comprensione che l’antifascismo non ha solo – ma già da sempre – a che fare con un dittatore in carne ed ossa da “mandare via”, ma con una molteplicità di fascismi diffusi, di comportamenti, di attitudini, di condotte quotidiane. In tal senso, nel 1951, rivolto alla generazione che l’ha preceduto, Valdo Magnani poté scrivere: «Noi il fascismo l’abbiamo ereditato, compreso e sofferto nella logica del suo avvento, combattuto e vinto non per il gusto di una rivincita per la quale è buona qualsiasi forza, ma per un ideale sociale e umano che non è semplice ‘anti’, che non è un’altra dittatura, e che non accetta imposizioni di miti da nessuno.»

>Un marinaio contro l’embargo di Misratah

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Viaggio a Misratah, 1 aprile 2011
Tareq non è riuscito a rivedere la famiglia nemmeno questa volta. E continua a chiedersi che fine abbiano fatto la moglie e i cinque bambini piccoli. Abitano nella zona più pericolosa di Misratah. Impossibile raggiungerli, per via dei cecchini sui tetti e dei carri armati per strada. Avvicinarsi significherebbe farsi ammazzare. Non resta che sperare che siano ancora vivi. Che i carri armati non abbiano sparato sulla loro casa e che i cecchini non siano ancora entrati per prendersi l’appartamento come postazione di tiro. E c’è da sperare che abbiano abbastanza cibo e soprattutto che abbiano da bere, visto che da tre settimane Misratah è senza acqua corrente. Ormai non li sente nemmeno al telefono, da quando tre settimane fa le truppe di Gheddafi hanno staccato la linea. Dei satellitari neanche a parlarne, in città sono pochi e sono tutti in mano agli insorti per coordinare la difesa e comunicare con la stampa internazionale. A Tareq non resta che affidare la loro sorte a Allah. Li ricorda in ogni preghiera, quando stende il tappetino sul ponte del peschereccio e si inginocchia, con lo sguardo teso verso l’orizzonte dove ogni mattina il sole sorge sulle acque blu del Mediterraneo. Tareq è in viaggio da un mese. Fa la spola tra Malta e Misratah. Questo è il suo terzo viaggio. Guida un peschereccio d’altura di quaranta metri, ma non trasporta pesce. In stiva ha 150 tonnellate di latte, farina, zucchero, pomodoro in scatola, tonno, fagioli, pannolini e acqua potabile. Per rompere l’embargo nella città sotto assedio che da 40 giorni resiste coraggiosamente alle truppe di Gheddafi e ai loro bombardamenti a tappeto che hanno già ucciso almeno 200 civili. Il primo viaggio è stato il nove marzo. Questa è la sua terza traversata e per noi viaggiare con lui è l’unico modo per raggiungere la città di Misratah. 
Tareq lavorava già come ingegnere navale per l’armatore del peschereccio che oggi garantisce le scorte alimentari a Misratah. Ma in questa avventura ci si è buttato a suo rischio e pericolo, e in modo gratuito. Lo fa un po’ per l’amore che ha per la città. Un po’ per sfidare il senso di impotenza che prova per la situazione dei suoi familiari bloccati sulla linea del fronte. E un po’ perché lo deve a suo fratello Mustafa Ali. L’ultima volta che l’ha visto è stato vent’anni fa, nel 1988. Mustafa Ali a quel tempo studiava medicina all’università Gar Younis di Benghazi, era all’ultimo anno. Tareq all’epoca aveva soltanto 17 anni e ancora di politica non ne capiva niente. Quel giorno era andato a trovare il fratello per chiedergli consigli sull’università da scegliere. Ricorda che Mustafa Ali gli disse senza dubbi di andare a Tripoli. Tareq non si fece troppe domande. Capì soltanto un mese dopo, quando il fratello sparì insieme a un migliaio di studenti portati via dalle università di Tripoli e di Benghazi dalle milizie del regime. La famiglia non ebbe sue notizie per cinque lunghissimi anni. Non sapevano se era morto e se era in carcere. Fino al 1993, quando si sparse la voce che gli studenti del 1988 erano finiti nel blocco dei detenuti politici nel carcere di Abu Salim a Tripoli. La famiglia di Tareq andò a verificare, il nome del fratello era sulla lista. Non erano autorizzati a visitarlo, ma potevano portargli da mangiare una volta al mese, i primi tre giorni del mese. Anche se non potevano vederlo, quello era l’unico modo per prendersi cura di lui e fargli sentire il proprio affetto. Lo fecero ininterrottamente, con attesa e con cura, tutti i mesi, dal 1993 al 2003. Fino a quando scoprirono che Mustafa Ali era morto sette anni prima. Nel 1996, ammazzato nel massacro di Abu Salim, quando la notte del 29 giugno, in tre ore di raffiche di mitra, vennero uccisi i 1.200 detenuti politici del famoso carcere di Tripoli. Avevano continuato a portargli il cibo per sette anni, senza sapere che Mustafa era stato ammazzato in quella stessa galera. Tareq lo ripete due volte. E mentre lo dice, lo sguardo si perde nei ricordi, mentre dietro di lui dalla finestra della sala comandi, vedo il cielo tingersi dei colori del tramonto. 

Fuori sul ponte, due uomini fissano il mare con nostalgia. Sono gli unici passeggeri della nave, a parte l’equipaggio e noi giornalisti. Sono entrambi due esuli politici e hanno anticipato di qualche settimana il ritorno in patria, scommettendo sulla fine imminente di Gheddafi. Fawzi manca da Misratah da 23 anni. Scappò all’epoca delle proteste degli studenti, nel 1988, quando era ancora all’università di Tripoli. Aveva giurato a se stesso che non sarebbe tornato prima della caduta del regime. Bene, quel momento sembra essere ormai inesorabilmente vicino. A maggior ragione visto che ha perso i contatti con i familiari. I fratelli, sua sorella e la madre. L’ultima volta li ha sentiti tre settimane fa, prima che staccassero i telefoni. Abitano in una delle zone più pericolose del centro, vicino a via Tarabulus. Fawzi viene a Misratah per sapere cosa ne è stato di loro. Spera soltanto che si ricordino ancora del suo volto, perché ormai sono passati 23 anni dall’ultima volta che si sono visti e lui era ancora un ragazzo. O forse invece lo avranno riconosciuto nel filmato che Al Jazeera continua a mandare in onda sulla manifestazione dei libici davanti all’ambasciata di Londra, dove si vede lui con in mano il manifesto contro Gheddafi e i suoi complici, con su scritto in arabo: “sarete consegnati alla giustizia”. 
L’indomani mattina, quando il peschereccio attracca al porto bombardato di Misratah, Fawzi si fa un video con il cellulare, per immortalare la scena e mostrarla ai figli rimasti a Londra. Dietro le lenti degli occhiali trapela l’emozione. Poi prende le valigie e scende sul molo insieme al dottor Ramadan. L’altro passeggero, anche lui libico, anche lui di Londra. Un signore sulla cinquantina, capelli bianchi e barba ben curata. Ha uno zaino da viaggio sulle spalle. Ha intenzione di fermarsi per un po’ qui a Misratah. Come ha già fatto nelle settimane precedenti a Benghazi e a Ijdabiya. È un cardiologo, ed è tornato nel suo paese per lavorare sul fronte e curare i ragazzi che stanno dando la vita per la libertà. 
Ragazzi come Lotfi e Bashir, imbarcati sul peschereccio di Tareq da Misratah a Malta e ansioni di tornare a Misratah per andare alla guerra. L’Italia? L’Europa? Di scappare a Malta non ci hanno neanche pensato. Di chiedere asilo politico neppure. No, grazie. Non ancora, non ora. Questo è il tempo della lotta, non della fuga. La Libia, dicono, ha bisogno di loro. E io penso che non è soltanto la Libia, ma il Mediterraneo tutto, ad avere uno straordinario bisogno del loro coraggio.

Un marinaio contro l’embargo di Misratah

Viaggio a Misratah, 1 aprile 2011
Tareq non è riuscito a rivedere la famiglia nemmeno questa volta. E continua a chiedersi che fine abbiano fatto la moglie e i cinque bambini piccoli. Abitano nella zona più pericolosa di Misratah. Impossibile raggiungerli, per via dei cecchini sui tetti e dei carri armati per strada. Avvicinarsi significherebbe farsi ammazzare. Non resta che sperare che siano ancora vivi. Che i carri armati non abbiano sparato sulla loro casa e che i cecchini non siano ancora entrati per prendersi l’appartamento come postazione di tiro. E c’è da sperare che abbiano abbastanza cibo e soprattutto che abbiano da bere, visto che da tre settimane Misratah è senza acqua corrente. Ormai non li sente nemmeno al telefono, da quando tre settimane fa le truppe di Gheddafi hanno staccato la linea. Dei satellitari neanche a parlarne, in città sono pochi e sono tutti in mano agli insorti per coordinare la difesa e comunicare con la stampa internazionale. A Tareq non resta che affidare la loro sorte a Allah. Li ricorda in ogni preghiera, quando stende il tappetino sul ponte del peschereccio e si inginocchia, con lo sguardo teso verso l’orizzonte dove ogni mattina il sole sorge sulle acque blu del Mediterraneo. Tareq è in viaggio da un mese. Fa la spola tra Malta e Misratah. Questo è il suo terzo viaggio. Guida un peschereccio d’altura di quaranta metri, ma non trasporta pesce. In stiva ha 150 tonnellate di latte, farina, zucchero, pomodoro in scatola, tonno, fagioli, pannolini e acqua potabile. Per rompere l’embargo nella città sotto assedio che da 40 giorni resiste coraggiosamente alle truppe di Gheddafi e ai loro bombardamenti a tappeto che hanno già ucciso almeno 200 civili. Il primo viaggio è stato il nove marzo. Questa è la sua terza traversata e per noi viaggiare con lui è l’unico modo per raggiungere la città di Misratah. 
Tareq lavorava già come ingegnere navale per l’armatore del peschereccio che oggi garantisce le scorte alimentari a Misratah. Ma in questa avventura ci si è buttato a suo rischio e pericolo, e in modo gratuito. Lo fa un po’ per l’amore che ha per la città. Un po’ per sfidare il senso di impotenza che prova per la situazione dei suoi familiari bloccati sulla linea del fronte. E un po’ perché lo deve a suo fratello Mustafa Ali. L’ultima volta che l’ha visto è stato vent’anni fa, nel 1988. Mustafa Ali a quel tempo studiava medicina all’università Gar Younis di Benghazi, era all’ultimo anno. Tareq all’epoca aveva soltanto 17 anni e ancora di politica non ne capiva niente. Quel giorno era andato a trovare il fratello per chiedergli consigli sull’università da scegliere. Ricorda che Mustafa Ali gli disse senza dubbi di andare a Tripoli. Tareq non si fece troppe domande. Capì soltanto un mese dopo, quando il fratello sparì insieme a un migliaio di studenti portati via dalle università di Tripoli e di Benghazi dalle milizie del regime. La famiglia non ebbe sue notizie per cinque lunghissimi anni. Non sapevano se era morto e se era in carcere. Fino al 1993, quando si sparse la voce che gli studenti del 1988 erano finiti nel blocco dei detenuti politici nel carcere di Abu Salim a Tripoli. La famiglia di Tareq andò a verificare, il nome del fratello era sulla lista. Non erano autorizzati a visitarlo, ma potevano portargli da mangiare una volta al mese, i primi tre giorni del mese. Anche se non potevano vederlo, quello era l’unico modo per prendersi cura di lui e fargli sentire il proprio affetto. Lo fecero ininterrottamente, con attesa e con cura, tutti i mesi, dal 1993 al 2003. Fino a quando scoprirono che Mustafa Ali era morto sette anni prima. Nel 1996, ammazzato nel massacro di Abu Salim, quando la notte del 29 giugno, in tre ore di raffiche di mitra, vennero uccisi i 1.200 detenuti politici del famoso carcere di Tripoli. Avevano continuato a portargli il cibo per sette anni, senza sapere che Mustafa era stato ammazzato in quella stessa galera. Tareq lo ripete due volte. E mentre lo dice, lo sguardo si perde nei ricordi, mentre dietro di lui dalla finestra della sala comandi, vedo il cielo tingersi dei colori del tramonto. 

Fuori sul ponte, due uomini fissano il mare con nostalgia. Sono gli unici passeggeri della nave, a parte l’equipaggio e noi giornalisti. Sono entrambi due esuli politici e hanno anticipato di qualche settimana il ritorno in patria, scommettendo sulla fine imminente di Gheddafi. Fawzi manca da Misratah da 23 anni. Scappò all’epoca delle proteste degli studenti, nel 1988, quando era ancora all’università di Tripoli. Aveva giurato a se stesso che non sarebbe tornato prima della caduta del regime. Bene, quel momento sembra essere ormai inesorabilmente vicino. A maggior ragione visto che ha perso i contatti con i familiari. I fratelli, sua sorella e la madre. L’ultima volta li ha sentiti tre settimane fa, prima che staccassero i telefoni. Abitano in una delle zone più pericolose del centro, vicino a via Tarabulus. Fawzi viene a Misratah per sapere cosa ne è stato di loro. Spera soltanto che si ricordino ancora del suo volto, perché ormai sono passati 23 anni dall’ultima volta che si sono visti e lui era ancora un ragazzo. O forse invece lo avranno riconosciuto nel filmato che Al Jazeera continua a mandare in onda sulla manifestazione dei libici davanti all’ambasciata di Londra, dove si vede lui con in mano il manifesto contro Gheddafi e i suoi complici, con su scritto in arabo: “sarete consegnati alla giustizia”. 
L’indomani mattina, quando il peschereccio attracca al porto bombardato di Misratah, Fawzi si fa un video con il cellulare, per immortalare la scena e mostrarla ai figli rimasti a Londra. Dietro le lenti degli occhiali trapela l’emozione. Poi prende le valigie e scende sul molo insieme al dottor Ramadan. L’altro passeggero, anche lui libico, anche lui di Londra. Un signore sulla cinquantina, capelli bianchi e barba ben curata. Ha uno zaino da viaggio sulle spalle. Ha intenzione di fermarsi per un po’ qui a Misratah. Come ha già fatto nelle settimane precedenti a Benghazi e a Ijdabiya. È un cardiologo, ed è tornato nel suo paese per lavorare sul fronte e curare i ragazzi che stanno dando la vita per la libertà. 
Ragazzi come Lotfi e Bashir, imbarcati sul peschereccio di Tareq da Misratah a Malta e ansioni di tornare a Misratah per andare alla guerra. L’Italia? L’Europa? Di scappare a Malta non ci hanno neanche pensato. Di chiedere asilo politico neppure. No, grazie. Non ancora, non ora. Questo è il tempo della lotta, non della fuga. La Libia, dicono, ha bisogno di loro. E io penso che non è soltanto la Libia, ma il Mediterraneo tutto, ad avere uno straordinario bisogno del loro coraggio.

La tecnica

Ciò che accade tra gli uomini. Inevitabilmente il luogo della produzione, ogni angolo di vita. Il corpo è occupato nella tecnica. Uni discorso sulla verità delle cose. 
E così il discorso rimane impagliato nelle maglie macchiniche dei saperi. Il credito acordato ad un individuo in base alla intensità d’interiorizzazione del materiale tecnico. 
Il Centro di Identificazione ed Espulsione ha già assorbito ogni voce, nella più completa realizzazione del dato tecnico. Non rimane che immobilità. Fino all’incendio.

>La tecnica

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Ciò che accade tra gli uomini. Inevitabilmente il luogo della produzione, ogni angolo di vita. Il corpo è occupato nella tecnica. Uni discorso sulla verità delle cose. 
E così il discorso rimane impagliato nelle maglie macchiniche dei saperi. Il credito acordato ad un individuo in base alla intensità d’interiorizzazione del materiale tecnico. 
Il Centro di Identificazione ed Espulsione ha già assorbito ogni voce, nella più completa realizzazione del dato tecnico. Non rimane che immobilità. Fino all’incendio.