Il Primo Volo

da http://fortresseurope.blogspot.com

Aeroporto di Lampedusa. Ore sedici. Arrivano a gruppetti di dieci, in fila indiana, non hanno valigie e sono scortati dalla polizia. Camminano fieri e a testa alta, ma sul volto trapela l’emozione. Per molti infatti è la prima volta che salgono su un aereo. Sono i ragazzi tunisini sbarcati sull’isola. Sono a Lampedusa da due settimane. E finalmente hanno ottenuto il trasferimento nei centri di accoglienza di Bari e Crotone.


Dalla parete a vetri si vede l’aereo della Eurofly che effettuerà il volo. In mezzo a loro ci sono dei ragazzini che non dimostrano più di quindici o sedici anni. Hanno diritto a essere accolti in un centro per minori. Ma al diritto preferiscono l’avventura. Anche perché è più sicura. Per la legge sono minori non accompagnati. Ma sulle barche con cui sono arrivati non erano da soli. C’è chi è venuto col fratello, chi con lo zio, e chi con gli amici del quartiere. Gente di cui si fidano ciecamente, e con cui continueranno il viaggio, verso la Francia. Hanno facce emozionate. E fissano il metal detector come se fosse l’ennesima sfida. Neanche fosse un rito di iniziazione. Una volta passati di là dai controlli e saliti sull’aereo, si diventa uomini. Si diventa stranieri, la vita sarà dura, tutti lo sanno, ma è per lottare che sono partiti.

E fa sorridere che faccia quasi più timore l’aereo del viaggio in mare. Neanche Reda sa bene che effetto gli farà volare. Eppure di esperienze ne ha fatte nella vita. Tre anni in Libia, tra Khums e Misratah a lavorare come pescatore. Poi il ritorno in Tunisia a Zarzis con un lavoro a tempo pieno come portiere nell’agenzia italiana del Blu Club Diana, con i turisti. E infine la decisione di partire. Improvvisa e avventurosa. Dalla prima volta che ne hanno parlato in un bar del quartiere al giorno in cui hanno preso il largo, sono passate 72 ore. E hanno fatto tutto da soli. Niente samsara, niente intermediari. E lui lo sa bene perché la barca l’ha guidata. Era l’unico pescatore e l’unico quindi in grado di farlo. Me lo ha raccontato insieme agli altri passeggeri dell’imbarcazione. Tutti amici e vicini di casa. Hanno fatto
una colletta per le spese, hanno comprato una barca con un motore 45 cavalli e ci sono saliti in 29. Per il viaggio, scherza oggi Reda, le scorte indispensabili sono tre: il carburante per il motore, l’acqua per
bere e un po’ di hashish per rilassarsi. E lui ne avrà avuto parecchio bisogno, visto che sono rimasti in mare 40 ore, senza bussola e con il gps scarico di batterie dopo i primi due giorni. Dice che per non far
preoccupare gli altri, abbia fatto finta di niente, e abbia raccontato la verità solo dopo aver raggiunto con grande fortuna il porto di Lampedusa.

E viene da dirgli grazie. Grazie di essere partiti lo stesso, grazie di aver violato le leggi. Perchè nel mondo contemporaneo, fatto di centinaia di milioni di persone che ogni giorno viaggiano da un angolo
all’altro del pianeta per lavoro, studio, famiglia, piacere o amore, è così antistorica l’idea di impedire alla gente di potersi spostare. In un mondo dove ognuno di noi ha relazioni affettive, lavorative o
identitarie con qualcuno o qualcosa dall’altra parte del mondo, è antistorico che qualcuno possa spostarsi e altri no. E allora benvenuti ragazzi e buona fortuna. Perché il viaggio continua.

Reda, il portiere pescatore di Zarzis, è diretto in Francia. Si è appena fatto spedire 200 euro dal fratello che sta a Parigi alla posta di Lampedusa con un prestanome italiano. Serviranno per il biglietto del treno fino a Ventimiglia. Yassin invece si ferma a Milano e lì lo viene a prendere la sua fidanzata francese, Marie. Si sono conosciuti a Zarzis, quando lei era in vacanza. Mi mostra un sms, in francese, dice: “Amore meglio che mi aspetti a Milano, mi manchi, baci”. E poi c’è Mohamed che la ragazza l’ha lasciata in Olanda. Sì perché lui in Europa c’è già stato, si è fatto due anni a Parigi prima di essere espulso. E poi c’è Amr, che è un altro dell’equipaggio di Zarzis di Reda. Lui però è l’unico che rimarrà in Sicilia. A Palermo vive il fratello. E lo ospiterà lui appena arrivato. Intanto si arrangia con i risparmi che si è portato dietro. Duecento dinari, più o meno cento euro, in banconote di piccolo taglio, stropicciate dai troppi giorni tenute in tasca.

Altri Reda, altri Mohamed, altri Yassin e altri Amr arriveranno nei prossimi giorni, quando il mare tornerà bello. Perché oggi mette mare molto mosso, con vento di 40 nodi e onde di tre o quattro metri. Le ultime due barche le hanno soccorse ieri al largo dell’isola. Una con 197 persone, tra cui tre donne incinte, e l’altra con 36 uomini, salvati da un peschereccio di Mazara del Vallo poche ore prima che il mare si facesse davvero pericoloso.

>DAL RETTORATO RIVOLTATO UN APPELLO AGLI STUDENTI VERONESI

>

Siamo studenti e studentesse, ricercatori dell’università di Verona.
La nostra mobilitazione, gli oltre due mesi di battaglie e iniziative condivise, rappresentano uno strenuo tentativo di dare voce alle preoccupazioni e alle domande che affollano, con insistenza, le nostre giornate.
Un tentativo di resistenza, per non essere risucchiati nel silenzio e nell’apatia, nel disinteresse e nel distacco. Nella noncuranza che ci circonda e che divora inesorabilmente ogni tentativo di iniziativa politica.
Complici con quanto irrompe e spezza la stagnazione caratteristica del Paese, ma consapevoli del contesto in cui ci muoviamo,
abbiamo pensato di attraversare queste giornate di mobilitazione in una maniera diversa, focalizzando anzitutto l’attenzione sull’indifferenza diffusa che, alimentata anche dalle posizioni istituzionali, compromette sul nascere ogni percorso di partecipazione democratica,
tanto fuori quanto all’interno del nostro ateneo.
Oggi, mercoledì 22 dicembre, in occasione della votazione sulla riforma Gelmini, abbiamo voluto
testimoniare la nostra solidarietà e vicinanza agli studenti e alle studentesse che, in ogni piazza d’Italia, hanno sentito la necessità di prendere una ferma posizione di rifiuto. Rifiuto, in primo luogo, nei confronti di tutto ciò che, da troppo tempo, e ogni volta in forme diverse, si impone sulle nostre vite come ingiunzione sovrana, come imposizione violenta di un destino che in nulla ci appartiene, e che per nessuna ragione
– sia essa politica, economica o sociale – vorremmo avallare.
La riforma Gelmini, in ogni suo articolo, non fa altro che peggiorare la già difficile situazione della nostra università, e con essa le vite di chi al suo interno studia, lavora e ricerca. I risultati ai quali porterebbe una sua applicazione non farebbero altro che aggravare il movimento di riduzione dei saperi a mera merce e, di conseguenza, a profitto per i privilegiati. Al centro di questo processo stanno le nostre vite, trattate da una parte come intralcio nei confronti di un sistema tanto più perfetto quanto più silenzioso, dall’altra come indispensabili – e insostituibili – macchine di consumo. Per tali motivi la nostra protesta è ancora una volta la protesta di quelli che vivono sulla propria pelle le decisioni di una minoranza elevata alle alture istituzionali.
La scelta di occupare e detournare il rettorato non è stata perciò casuale: essa muove dalla volontà di dare nuovo significato al luogo solitamente riservato alle decisioni inappellabili, restituendolo in tal modo al dialogo e al confronto democratico tra le diverse componenti che danno vita all’università.
Il nostro scopo non è stato, beninteso, quello di sostituirci ai figuranti del potere istituzionale, subentrare al loro posto, entrare nei loro ranghi ed esprimere in tal modo il desiderio d’istituzione che è in noi. Niente di tutto questo: il nostro rifiuto muove dalla consapevolezza che il nostro compito, la nostra prestazione specifica, in qualità di studenti, non può che essere quella di studiare, scrivere e rivoltarci.
Studio e rivolta. Gli studenti non hanno da scegliere l’una o l’altra cosa: essi invece possono, insieme, rivoltarsi per poter ancora garantire uno studio degno di tale nome, e studiare per garantire sempre nuove forme di protesta, sempre nuove situazioni di rivolta, sempre nuovi ed ingegnose difese contro ogni deriva despotica del dispositivo universitario.

studenti e studentesse di Verona

dalla Sala degli Specchi

DAL RETTORATO RIVOLTATO UN APPELLO AGLI STUDENTI VERONESI

Siamo studenti e studentesse, ricercatori dell’università di Verona.
La nostra mobilitazione, gli oltre due mesi di battaglie e iniziative condivise, rappresentano uno strenuo tentativo di dare voce alle preoccupazioni e alle domande che affollano, con insistenza, le nostre giornate.
Un tentativo di resistenza, per non essere risucchiati nel silenzio e nell’apatia, nel disinteresse e nel distacco. Nella noncuranza che ci circonda e che divora inesorabilmente ogni tentativo di iniziativa politica.
Complici con quanto irrompe e spezza la stagnazione caratteristica del Paese, ma consapevoli del contesto in cui ci muoviamo,
abbiamo pensato di attraversare queste giornate di mobilitazione in una maniera diversa, focalizzando anzitutto l’attenzione sull’indifferenza diffusa che, alimentata anche dalle posizioni istituzionali, compromette sul nascere ogni percorso di partecipazione democratica,
tanto fuori quanto all’interno del nostro ateneo.
Oggi, mercoledì 22 dicembre, in occasione della votazione sulla riforma Gelmini, abbiamo voluto
testimoniare la nostra solidarietà e vicinanza agli studenti e alle studentesse che, in ogni piazza d’Italia, hanno sentito la necessità di prendere una ferma posizione di rifiuto. Rifiuto, in primo luogo, nei confronti di tutto ciò che, da troppo tempo, e ogni volta in forme diverse, si impone sulle nostre vite come ingiunzione sovrana, come imposizione violenta di un destino che in nulla ci appartiene, e che per nessuna ragione
– sia essa politica, economica o sociale – vorremmo avallare.
La riforma Gelmini, in ogni suo articolo, non fa altro che peggiorare la già difficile situazione della nostra università, e con essa le vite di chi al suo interno studia, lavora e ricerca. I risultati ai quali porterebbe una sua applicazione non farebbero altro che aggravare il movimento di riduzione dei saperi a mera merce e, di conseguenza, a profitto per i privilegiati. Al centro di questo processo stanno le nostre vite, trattate da una parte come intralcio nei confronti di un sistema tanto più perfetto quanto più silenzioso, dall’altra come indispensabili – e insostituibili – macchine di consumo. Per tali motivi la nostra protesta è ancora una volta la protesta di quelli che vivono sulla propria pelle le decisioni di una minoranza elevata alle alture istituzionali.
La scelta di occupare e detournare il rettorato non è stata perciò casuale: essa muove dalla volontà di dare nuovo significato al luogo solitamente riservato alle decisioni inappellabili, restituendolo in tal modo al dialogo e al confronto democratico tra le diverse componenti che danno vita all’università.
Il nostro scopo non è stato, beninteso, quello di sostituirci ai figuranti del potere istituzionale, subentrare al loro posto, entrare nei loro ranghi ed esprimere in tal modo il desiderio d’istituzione che è in noi. Niente di tutto questo: il nostro rifiuto muove dalla consapevolezza che il nostro compito, la nostra prestazione specifica, in qualità di studenti, non può che essere quella di studiare, scrivere e rivoltarci.
Studio e rivolta. Gli studenti non hanno da scegliere l’una o l’altra cosa: essi invece possono, insieme, rivoltarsi per poter ancora garantire uno studio degno di tale nome, e studiare per garantire sempre nuove forme di protesta, sempre nuove situazioni di rivolta, sempre nuovi ed ingegnose difese contro ogni deriva despotica del dispositivo universitario.

studenti e studentesse di Verona

dalla Sala degli Specchi

>Istigazione a delinquere!

>

Istigato, invio il testo di un volantino che si sta distribuedo a Lecce in questi giorni. L’internamento nei CIE, come anche solo la mera esistenza di questi, non ha alcuna giustificazione medica, giuridica, politica e men che meno storica. La realtà che all’interno di queste mura si produce -grazie ad una struttura che la suggerisce e ad esercizi discorsivi che la legittimano- è una delle cose più deprecabili di questa società della cura. Quali sono le finalità dei Centri di Identificazione ed Espulsione? Quali sono i requisiti minimi per finirci internato? Quali le ragioni per rimanerci? Quali saperi si sviluppano -e a loro volta sviluppano- le pratiche al suo interno? E ancora, il CIE è un intervento a livello nazionale – o meglio europeo. Con quale pretesa si erigono le sue mura e si impongono le sue pratiche al di là di qualsiasi contingenza geografica e storico-sociale?

 ale

Testo del volantino:

La contestazione di questo reato è il perno su cui è ruotato il teorema accusatorio della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, servito a condannare per associazione sovversiva 12 anarchici, con pene comprese tra un anno e cinque anni e cinque mesi. Siamo stati accusati di aver istigato gli immigrati internati nell’ex CPT “Regina Pacis” di San Foca affinché dessero vita a rivolte, evasioni, distruzioni del centro. È convincimento utile allo Stato e ai suoi servitori quello di credere che le rivolte nei CPT (ora chiamati CIE) siano frutto di un lavoro di istigazione svolto da pochi sovversivi, e non già pratica endemica alla stessa condizione di reclusione: quando un essere vivente è rinchiuso, spesso si ribella. La storia dei CIE, dalla loro nascita nel 1998 ad oggi, è la dimostrazione più chiara di questa affermazione.
Il “Regina Pacis” è stato un campo di internamento per stranieri poveri come tutti gli altri campi. Al suo interno veniva praticata ogni sorta di nefandezza: somministrazione massiva di psicofarmaci nei pasti per sedare gli internati, pugno di ferro nei loro confronti, pestaggi contro chi si ribellava o provava ad evadere. Non erano anomalie, né pratiche svolte da poche “mele marce”, bensì prassi normale svolte da tutti: dal direttore, don Cesare Lodeserto, ai carabinieri che erano di guardia, agli operatori, passando per i medici che coprivano i massacri sistematici con falsi referti medici. Tutto ciò è anche venuto fuori pubblicamente, suscitando un po’ di scandalo e tanto imbarazzo nella curia leccese che gestiva il centro e nel mondo della politica che lo sorreggeva ideologicamente e lo difendeva pubblicamente. Affinché calasse il silenzio su queste nefandezze e questo imbarazzo, è stato necessario mandare don Cesare a fare il missionario per conto di Dio. Ora è in Moldavia, dove continua a fare le sue porcate e a ingrassare i suoi conti e quelli della curia.
Davanti ad uno scenario del genere, è l’esistenza stessa di questi centri a rappresentare una “istigazione a delinquere”, perché non si possono chiudere gli occhi davanti alla vita reclusa in quanto priva del giusto documento in tasca, di fronte alle torture inflitte per mano democratica e statale. Non si può tacere quando centinaia di disgraziati periscono nel deserto, in migliaia annegano nei mari o muoiono sugli scogli appena sbarcati, mentre altri ingrassano su tutto ciò in nome dell’accoglienza. Chiunque dovrebbe sentirsi istigato davanti ad una situazione del genere, per fermare questo abominio. Chi non lo fa e resta nel silenzio si rende complice, come la maggioranza silenziosa dei tedeschi era complice di Auschwitz. Noi abbiamo raccolto questa istigazione e abbiamo reagito, e la discriminante non è stata il codice penale, bensì l’etica individuale.
Essere sovversivi, di fronte a tutto ciò, è davvero solamente il minimo…
Sovversivi senza Associazione 
Lunedì ore 17, Ateneo dell’Università di Lecce, Aula B1
Non abbiamo un avvenire da vendere, solo un presente in cui giocare
Lotta ai lager, vendetta statale, strategie repressive e urgenza della rivolta.

Istigazione a delinquere!

Istigato, invio il testo di un volantino che si sta distribuedo a Lecce in questi giorni. L’internamento nei CIE, come anche solo la mera esistenza di questi, non ha alcuna giustificazione medica, giuridica, politica e men che meno storica. La realtà che all’interno di queste mura si produce -grazie ad una struttura che la suggerisce e ad esercizi discorsivi che la legittimano- è una delle cose più deprecabili di questa società della cura. Quali sono le finalità dei Centri di Identificazione ed Espulsione? Quali sono i requisiti minimi per finirci internato? Quali le ragioni per rimanerci? Quali saperi si sviluppano -e a loro volta sviluppano- le pratiche al suo interno? E ancora, il CIE è un intervento a livello nazionale – o meglio europeo. Con quale pretesa si erigono le sue mura e si impongono le sue pratiche al di là di qualsiasi contingenza geografica e storico-sociale?

 ale

Testo del volantino:

La contestazione di questo reato è il perno su cui è ruotato il teorema accusatorio della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, servito a condannare per associazione sovversiva 12 anarchici, con pene comprese tra un anno e cinque anni e cinque mesi. Siamo stati accusati di aver istigato gli immigrati internati nell’ex CPT “Regina Pacis” di San Foca affinché dessero vita a rivolte, evasioni, distruzioni del centro. È convincimento utile allo Stato e ai suoi servitori quello di credere che le rivolte nei CPT (ora chiamati CIE) siano frutto di un lavoro di istigazione svolto da pochi sovversivi, e non già pratica endemica alla stessa condizione di reclusione: quando un essere vivente è rinchiuso, spesso si ribella. La storia dei CIE, dalla loro nascita nel 1998 ad oggi, è la dimostrazione più chiara di questa affermazione.
Il “Regina Pacis” è stato un campo di internamento per stranieri poveri come tutti gli altri campi. Al suo interno veniva praticata ogni sorta di nefandezza: somministrazione massiva di psicofarmaci nei pasti per sedare gli internati, pugno di ferro nei loro confronti, pestaggi contro chi si ribellava o provava ad evadere. Non erano anomalie, né pratiche svolte da poche “mele marce”, bensì prassi normale svolte da tutti: dal direttore, don Cesare Lodeserto, ai carabinieri che erano di guardia, agli operatori, passando per i medici che coprivano i massacri sistematici con falsi referti medici. Tutto ciò è anche venuto fuori pubblicamente, suscitando un po’ di scandalo e tanto imbarazzo nella curia leccese che gestiva il centro e nel mondo della politica che lo sorreggeva ideologicamente e lo difendeva pubblicamente. Affinché calasse il silenzio su queste nefandezze e questo imbarazzo, è stato necessario mandare don Cesare a fare il missionario per conto di Dio. Ora è in Moldavia, dove continua a fare le sue porcate e a ingrassare i suoi conti e quelli della curia.
Davanti ad uno scenario del genere, è l’esistenza stessa di questi centri a rappresentare una “istigazione a delinquere”, perché non si possono chiudere gli occhi davanti alla vita reclusa in quanto priva del giusto documento in tasca, di fronte alle torture inflitte per mano democratica e statale. Non si può tacere quando centinaia di disgraziati periscono nel deserto, in migliaia annegano nei mari o muoiono sugli scogli appena sbarcati, mentre altri ingrassano su tutto ciò in nome dell’accoglienza. Chiunque dovrebbe sentirsi istigato davanti ad una situazione del genere, per fermare questo abominio. Chi non lo fa e resta nel silenzio si rende complice, come la maggioranza silenziosa dei tedeschi era complice di Auschwitz. Noi abbiamo raccolto questa istigazione e abbiamo reagito, e la discriminante non è stata il codice penale, bensì l’etica individuale.
Essere sovversivi, di fronte a tutto ciò, è davvero solamente il minimo…
Sovversivi senza Associazione 
Lunedì ore 17, Ateneo dell’Università di Lecce, Aula B1
Non abbiamo un avvenire da vendere, solo un presente in cui giocare
Lotta ai lager, vendetta statale, strategie repressive e urgenza della rivolta.

>Piegarsi

>

A volte la fiducia non basta, la gente merita di più, a volte le persone hanno bisogno che la propria fiducia venga ricompensata. Il rifiutare la richiesta di un’assemblea richiesta da oltre 2300 firme, unite non sotto una bandiera o un simbolo politico, ma unite solo dalla voglia di avere un momento di discussione, di un confronto dialettico per parlare del ddl Gelmini è stato, da parte di Mazzucco, un gesto irrispettoso. Irrispettoso nei riguardi di quanti si sono impegnati per  una settimana a roccogliere firme, irrispettoso nei riguardi di coloro che hanno firmato son il solo scopo di avere un’assemblea in cui venisse spiegato che cosa accadrà con l’applicazione della riforma.
Il gesto di Mazzucco è stato fatto solo per dimostrare che sul trono dell’ateneo veronese c’è seduto lui e grazie a lui a Verona “va tutto bene”, nessuno è scontento a causa della riforma Gelmini. La sua dimostrazione di potere è stato solo un atto per farsi vedere a Roma da chi di dovere e spianarsi la strada per io suo futuro lavorativo quando scadrà il suo mandato di rettore. Questa è solo la mia personale opinione, ma la sua giustificazione per non concedere l’assemblea è stata effimera, è la giustificazione contradditoria di un uomo politico che dice tutto e niente e che cerca di “accontentare” le varie parti in gioco. Peccato che non ci sia riuscito, anzi.
Ora l’assemblea si farà e questo perchè i 2300 hanno dovuto abbassare la testa e tapparsi il naso a causa del “giochino” delle parti. Ovvero hanno (abbiamo) dovuto accettare il fatto che, se volevamo un’assemblea, la richiesta dovesse essere supportata da quella dei rappresentanti degli studenti ovvero Blocco studentesco, ovvero Casa Pound ovvero neofascisti. I membri di Blocco studentesco però, a detta loro, non sono fascisti, peccato che commettano un reato facendo apologia del fascismo distribuendo in università il loro “giornaletto” sul cui primo numero c’era stampata l’immagine di un graffito che recitava: “il fascismo è rock’n’roll”. “No, ma non siamo fascisti, quell’immagine è stata messa per goliardia”. Mah, sarà, peccato che se chiedi loro il significato del termine goliardico non sanno risponderti. Ma si in realtà il fascismo era un movimento goliardico e anche i deportati nei campi di concentramento o i morti ammazzati perchè erano contro il fascismo avranno preso le violenze subite come dei fatti goliardici.
Ringraziamo i “non fascisti” di Blocco studentesco che in quanto a rappresentanti degli studenti non hanno fatto nulla per mesi ed un bel giorno si sono svegliati e si sono auto eretti paladini della giustizia e grazie alla loro dimostrazione di forza hanno fatto sì che Mazzucco prima desse un’apertura all’organizzazione di un’assemblea e poi la concedesse (per chi non sapesse leggere tra le righe il tono è ironico).
Abbassarsi alle regole del gioco per un fine più importante ogni tanto si può anche fare, anche se sto giro abbassarsi è equivalso a farsi aiutare dai rappresentanti degli studenti che però fanno parte di Blocco studentesco ed in quanto tale “non sono fascisti”. Però se loro sono lì la colpa è anche nostra che snobbiamo sempre le elezioni dei rappresentanti degli studenti. Ora però non bisogna permettere agli studenti di Blocco di non prendere il sopravvento durante l’assemblea.
Matte

Piegarsi

A volte la fiducia non basta, la gente merita di più, a volte le persone hanno bisogno che la propria fiducia venga ricompensata. Il rifiutare la richiesta di un’assemblea richiesta da oltre 2300 firme, unite non sotto una bandiera o un simbolo politico, ma unite solo dalla voglia di avere un momento di discussione, di un confronto dialettico per parlare del ddl Gelmini è stato, da parte di Mazzucco, un gesto irrispettoso. Irrispettoso nei riguardi di quanti si sono impegnati per  una settimana a roccogliere firme, irrispettoso nei riguardi di coloro che hanno firmato son il solo scopo di avere un’assemblea in cui venisse spiegato che cosa accadrà con l’applicazione della riforma.
Il gesto di Mazzucco è stato fatto solo per dimostrare che sul trono dell’ateneo veronese c’è seduto lui e grazie a lui a Verona “va tutto bene”, nessuno è scontento a causa della riforma Gelmini. La sua dimostrazione di potere è stato solo un atto per farsi vedere a Roma da chi di dovere e spianarsi la strada per io suo futuro lavorativo quando scadrà il suo mandato di rettore. Questa è solo la mia personale opinione, ma la sua giustificazione per non concedere l’assemblea è stata effimera, è la giustificazione contradditoria di un uomo politico che dice tutto e niente e che cerca di “accontentare” le varie parti in gioco. Peccato che non ci sia riuscito, anzi.
Ora l’assemblea si farà e questo perchè i 2300 hanno dovuto abbassare la testa e tapparsi il naso a causa del “giochino” delle parti. Ovvero hanno (abbiamo) dovuto accettare il fatto che, se volevamo un’assemblea, la richiesta dovesse essere supportata da quella dei rappresentanti degli studenti ovvero Blocco studentesco, ovvero Casa Pound ovvero neofascisti. I membri di Blocco studentesco però, a detta loro, non sono fascisti, peccato che commettano un reato facendo apologia del fascismo distribuendo in università il loro “giornaletto” sul cui primo numero c’era stampata l’immagine di un graffito che recitava: “il fascismo è rock’n’roll”. “No, ma non siamo fascisti, quell’immagine è stata messa per goliardia”. Mah, sarà, peccato che se chiedi loro il significato del termine goliardico non sanno risponderti. Ma si in realtà il fascismo era un movimento goliardico e anche i deportati nei campi di concentramento o i morti ammazzati perchè erano contro il fascismo avranno preso le violenze subite come dei fatti goliardici.
Ringraziamo i “non fascisti” di Blocco studentesco che in quanto a rappresentanti degli studenti non hanno fatto nulla per mesi ed un bel giorno si sono svegliati e si sono auto eretti paladini della giustizia e grazie alla loro dimostrazione di forza hanno fatto sì che Mazzucco prima desse un’apertura all’organizzazione di un’assemblea e poi la concedesse (per chi non sapesse leggere tra le righe il tono è ironico).
Abbassarsi alle regole del gioco per un fine più importante ogni tanto si può anche fare, anche se sto giro abbassarsi è equivalso a farsi aiutare dai rappresentanti degli studenti che però fanno parte di Blocco studentesco ed in quanto tale “non sono fascisti”. Però se loro sono lì la colpa è anche nostra che snobbiamo sempre le elezioni dei rappresentanti degli studenti. Ora però non bisogna permettere agli studenti di Blocco di non prendere il sopravvento durante l’assemblea.
Matte

>Il buon uso dello studente: il caso Mazzucco

>

Il quotidiano La Stampa riportava, lo scorso mercoledì, un breve ma illuminante scorcio sulla spaccatura con cui oggi noi dobbiamo confrontarci: lo zelante opinionista di turno ricordava tempestivamente agli studenti che, se avessero continuato a protestante invece di studiare, non sarebbero mai diventati come Berlusconi. Una simile formulazione ha un importante pregio, e tuttavia anche un enorme errore di impostazione. Con poche parole, lo zelante opinionista ha saputo suggerire allo studente – e con lui, naturalmente, al ricercatore e al professore – che la protesta è lo strumento più efficace che egli ancora possiede per opporsi al berlusconismo, e per frenare quello scivolamento, così apparentemente inesorabile, che porta le singolarità a coincidere puntualmente con i figuranti funzionali allo Spettacolo. Di cosa Berlusconi sia il nome in questo discorso, è presto detto:
esso è il punto d’arrivo, il giusto scopo al cui raggiungimento ogni cosa deve tendere per poter essere accettabile e coerente. Per poter essere compiuta, per essere socialmente vincente, boriosamente realizzata a spese degli altri. Berlusconi è così metafora valida tanto per lo studente che china la testa e studia, indifferente ai movimenti incontenibili dei corpi, indifferente agli incontri disinteressati dei pensieri, affinché il suo divenire coincida senza resti con il suo dover essere. Fortunatamente, ci ricorda il solito opinionista, noi studenti abbiamo ancora la protesta quale mezzo per sfuggire, pur passando per il rotto della cuffia, alla violenza di tale sovrapposizione. Protestando, rivoltandosi, gli studenti riuscirebbero così, almeno per una volta, ad attraversare pienamente l’università senza lasciarsi annullare nella propria funzione. Almeno per una volta perché, nonostante la permanenza pluriennale all’interno del dispositivo universitario, lo studente medio difficilmente saprebbe elencare i fattori che lo costringono a trascorrere, tra un’aula e l’altra, un’esistenza quanto più simile ad un pascolo, disciplinata nelle minime attività, regolata fino alla feccia dei discorsi disponibili. Sia ad esempio il caso Mazzucco, il rettore che, di fronte alla richiesta di circa 2300 tra studenti, ricercatori, professori e presidi di facoltà, ha avuto il coraggio, la fermezza e l’incoscienza di rifiutare un’assemblea generale. Con un tale gesto, Mazzucco ha ribadito fermamente come lo studente debba – berlusconianamente… – solo studiare, senza doversi o potersi informare di come vengano decisi e gestiti gli spazi in cui vive, i discorsi che ascolta e che prontamente ripete, il denaro che versa costantemente, gli stessi docenti con cui condivide tempi e luoghi per anni. Ritenendo intempestiva e dunque negando un’assemblea che avrebbe nei fatti anticipato l’approvazione della riforma Gelmini, Mazzucco ha dichiarato che tali questioni non pertengono allo studente, che questi deve limitarsi all’in-formazione ed all’accettazione dei discorsi altrui: «Continuate a studiare se volete realizzarvi. Al resto, al decidere delle vostre vite, ci penseranno loro: di questo verrete debitamente informati».
* * *
Su un solo punto il nostro opinionista si è tuttavia sbagliato: nell’aver contrapposto protesta e studio, egli ha palesemente mancato tanto la natura della prima quanto quella del secondo. Gli studenti non hanno da scegliere l’una o l’altra cosa: essi invece possono, insieme, protestare per poter ancora garantire uno studio degno di tale nome, e studiare per garantire sempre nuove forme di protesta, sempre nuovi ed ingegnose difese contro ogni deriva despotica del dispositivo universitario.

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Il buon uso dello studente: il caso Mazzucco

Il quotidiano La Stampa riportava, lo scorso mercoledì, un breve ma illuminante scorcio sulla spaccatura con cui oggi noi dobbiamo confrontarci: lo zelante opinionista di turno ricordava tempestivamente agli studenti che, se avessero continuato a protestante invece di studiare, non sarebbero mai diventati come Berlusconi. Una simile formulazione ha un importante pregio, e tuttavia anche un enorme errore di impostazione. Con poche parole, lo zelante opinionista ha saputo suggerire allo studente – e con lui, naturalmente, al ricercatore e al professore – che la protesta è lo strumento più efficace che egli ancora possiede per opporsi al berlusconismo, e per frenare quello scivolamento, così apparentemente inesorabile, che porta le singolarità a coincidere puntualmente con i figuranti funzionali allo Spettacolo. Di cosa Berlusconi sia il nome in questo discorso, è presto detto:
esso è il punto d’arrivo, il giusto scopo al cui raggiungimento ogni cosa deve tendere per poter essere accettabile e coerente. Per poter essere compiuta, per essere socialmente vincente, boriosamente realizzata a spese degli altri. Berlusconi è così metafora valida tanto per lo studente che china la testa e studia, indifferente ai movimenti incontenibili dei corpi, indifferente agli incontri disinteressati dei pensieri, affinché il suo divenire coincida senza resti con il suo dover essere. Fortunatamente, ci ricorda il solito opinionista, noi studenti abbiamo ancora la protesta quale mezzo per sfuggire, pur passando per il rotto della cuffia, alla violenza di tale sovrapposizione. Protestando, rivoltandosi, gli studenti riuscirebbero così, almeno per una volta, ad attraversare pienamente l’università senza lasciarsi annullare nella propria funzione. Almeno per una volta perché, nonostante la permanenza pluriennale all’interno del dispositivo universitario, lo studente medio difficilmente saprebbe elencare i fattori che lo costringono a trascorrere, tra un’aula e l’altra, un’esistenza quanto più simile ad un pascolo, disciplinata nelle minime attività, regolata fino alla feccia dei discorsi disponibili. Sia ad esempio il caso Mazzucco, il rettore che, di fronte alla richiesta di circa 2300 tra studenti, ricercatori, professori e presidi di facoltà, ha avuto il coraggio, la fermezza e l’incoscienza di rifiutare un’assemblea generale. Con un tale gesto, Mazzucco ha ribadito fermamente come lo studente debba – berlusconianamente… – solo studiare, senza doversi o potersi informare di come vengano decisi e gestiti gli spazi in cui vive, i discorsi che ascolta e che prontamente ripete, il denaro che versa costantemente, gli stessi docenti con cui condivide tempi e luoghi per anni. Ritenendo intempestiva e dunque negando un’assemblea che avrebbe nei fatti anticipato l’approvazione della riforma Gelmini, Mazzucco ha dichiarato che tali questioni non pertengono allo studente, che questi deve limitarsi all’in-formazione ed all’accettazione dei discorsi altrui: «Continuate a studiare se volete realizzarvi. Al resto, al decidere delle vostre vite, ci penseranno loro: di questo verrete debitamente informati».
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Su un solo punto il nostro opinionista si è tuttavia sbagliato: nell’aver contrapposto protesta e studio, egli ha palesemente mancato tanto la natura della prima quanto quella del secondo. Gli studenti non hanno da scegliere l’una o l’altra cosa: essi invece possono, insieme, protestare per poter ancora garantire uno studio degno di tale nome, e studiare per garantire sempre nuove forme di protesta, sempre nuovi ed ingegnose difese contro ogni deriva despotica del dispositivo universitario.

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