Sentenza sulla strage di Piazza della Loggia: un commento

In questi giorni a Brescia sono giunte alla conclusione, o almeno a uno snodo cruciale, due vicende molto diverse fra loro. Ma se per la prima storia questa conclusione sembra dischiudere una speranza, per la seconda appare simile a una pietra tombale.
Il 15 novembre gli ultimi 4 operai (all’inizio erano 6) sono scesi dalla gru dove stavano lottando per i diritti propri e di tutti i lavoratori migranti (e in fondo anche per i nostri). Il 16 novembre la corte d’Assise bresciana ha emesso il verdetto di primo grado sulla strage di Piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974 (a pochi passi da dove abbiamo assistito alla protesta dei migranti) durante una manifestazione indetta in risposta a episodi di violenza neofascista: gli imputati sono stati tutti assolti.

Queste due storie sono distanti, per tematiche e contesto temporale. Sembrerebbero avere come solo comune denominatore la città in cui sono avvenute. Eppure tracciare un parallelo non è impossibile.
La più recente è una storia piccola e attuale, sospesa a 35 metri dal suolo, dal resto di un’Italia che preferirebbe non vederla. La più antica è appesa a un passato di ormai 36 anni fa. Ma anche questa sembra sospesa a tanti metri di altezza, lontano dagli occhi e dal cuore del Paese.
Nei giorni scorsi il PM Di Martino aveva iniziato la propria requisitoria con parole amare che oggi, dopo l’assoluzione, suonano profetiche: “Tra qualche giorno calerà il sipario su questo processo, celebrato su un palcoscenico abbastanza ristretto, che va poco al di là delle mura di questo palazzo: al di là della città di Brescia il processo non ha avuto ripercussioni. A questa indagine abbiamo dedicato uno spazio rilevante della nostra vita. Per cercare la verità…”.
Quasi uno sfogo umano di chi ha dedicato vent’anni allo studio degli atti, e forse s’aspettava un sussulto di dignità da parte di quei media molto attenti a seguire le cronache processuali (purchè si tratti di casi di “nera” che alzano l’audience…). Ma la disattenzione dei media è rimasta uno scoglio con cui si è scontrato il processo. E lo spazio dedicato alla sentenza non suona come un risarcimento, ma come un’ulteriore beffa. Del resto, per dirla ancora con le parole di Di Martino, “Questo è un processo che non piace, perché sono emerse cose che danno fastidio, che mettono in cattiva luce le istituzioni di allora. Ne esce un’immagine sconcertante: non c’è uomo dell’eversione di destra che non avesse un referente nei servizi segreti”. Parole che non sono scalfite dall’esito processuale.
Dopo un centinaio di udienze, in cui si sono vagliate le circa 800.000 pagine del fascicolo sulla strage e ascoltate numerosissime testimonianze, la corte ha dunque dato la propria risposta a carico dei 5 imputati rimasti (Giovanni Maifredi è deceduto nel 2009). Uomini dell’estrema destra come Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Pino Rauti; elementi ambigui come Maurizio Tramonte (“fonte Tritone” del SID); l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino (capitano all’epoca dei fatti): tutti assolti, seppure con l’art 530 del codice di procedura penale, corrispondente alla vecchia “insufficienza di prove”.
Quasi quarant’anni fa Brescia seppe reagire alle provocazioni fasciste. La manifestazione del 28 maggio 1974 fu la risposta dei sindacati, degli antifascisti, dei lavoratori: la strage non tolse forza a quella risposta, semmai la rafforzò.
Oggi, una parte della stessa comunità si è mobilitata a sostegno di 6 operai. Con la stessa determinazione e la stessa dignità.
Nei prossimi giorni i “migranti della gru” conosceranno il proprio destino: resta alto il timore che possano essere espulsi. Anche la strage di piazza della Loggia avrà la propria risposta definitiva dai successivi gradi di giudizio, ma in questo caso l’attesa sarà più lunga e la speranza di un esito diverso da quello della corte d’Assise è assai esile.
Noi possiamo solo sperare che queste 2 battaglie siano vincenti. Che i “6 della gru” ottengano i propri diritti e i familiari delle vittime di piazza della Loggia, in una lotta che appare ancora più difficile, ottengano giustizia. Non sarà però l’esito a rendere utili o meno queste battaglie, ma la consapevolezza che si tratta di sfide entrambe attuali e patrimonio di tutti. La loro testimonianza passa anche attraverso queste parole e l’attenzione e la solidarietà che sapremo garantire. Ai “6 della gru” come ai familiari delle vittime della strage, ingiustamente feriti da questa sentenza.
Francesco “baro” Barilli

>Sentenza sulla strage di Piazza della Loggia: un commento

>

In questi giorni a Brescia sono giunte alla conclusione, o almeno a uno snodo cruciale, due vicende molto diverse fra loro. Ma se per la prima storia questa conclusione sembra dischiudere una speranza, per la seconda appare simile a una pietra tombale.
Il 15 novembre gli ultimi 4 operai (all’inizio erano 6) sono scesi dalla gru dove stavano lottando per i diritti propri e di tutti i lavoratori migranti (e in fondo anche per i nostri). Il 16 novembre la corte d’Assise bresciana ha emesso il verdetto di primo grado sulla strage di Piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974 (a pochi passi da dove abbiamo assistito alla protesta dei migranti) durante una manifestazione indetta in risposta a episodi di violenza neofascista: gli imputati sono stati tutti assolti.

Queste due storie sono distanti, per tematiche e contesto temporale. Sembrerebbero avere come solo comune denominatore la città in cui sono avvenute. Eppure tracciare un parallelo non è impossibile.
La più recente è una storia piccola e attuale, sospesa a 35 metri dal suolo, dal resto di un’Italia che preferirebbe non vederla. La più antica è appesa a un passato di ormai 36 anni fa. Ma anche questa sembra sospesa a tanti metri di altezza, lontano dagli occhi e dal cuore del Paese.
Nei giorni scorsi il PM Di Martino aveva iniziato la propria requisitoria con parole amare che oggi, dopo l’assoluzione, suonano profetiche: “Tra qualche giorno calerà il sipario su questo processo, celebrato su un palcoscenico abbastanza ristretto, che va poco al di là delle mura di questo palazzo: al di là della città di Brescia il processo non ha avuto ripercussioni. A questa indagine abbiamo dedicato uno spazio rilevante della nostra vita. Per cercare la verità…”.
Quasi uno sfogo umano di chi ha dedicato vent’anni allo studio degli atti, e forse s’aspettava un sussulto di dignità da parte di quei media molto attenti a seguire le cronache processuali (purchè si tratti di casi di “nera” che alzano l’audience…). Ma la disattenzione dei media è rimasta uno scoglio con cui si è scontrato il processo. E lo spazio dedicato alla sentenza non suona come un risarcimento, ma come un’ulteriore beffa. Del resto, per dirla ancora con le parole di Di Martino, “Questo è un processo che non piace, perché sono emerse cose che danno fastidio, che mettono in cattiva luce le istituzioni di allora. Ne esce un’immagine sconcertante: non c’è uomo dell’eversione di destra che non avesse un referente nei servizi segreti”. Parole che non sono scalfite dall’esito processuale.
Dopo un centinaio di udienze, in cui si sono vagliate le circa 800.000 pagine del fascicolo sulla strage e ascoltate numerosissime testimonianze, la corte ha dunque dato la propria risposta a carico dei 5 imputati rimasti (Giovanni Maifredi è deceduto nel 2009). Uomini dell’estrema destra come Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Pino Rauti; elementi ambigui come Maurizio Tramonte (“fonte Tritone” del SID); l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino (capitano all’epoca dei fatti): tutti assolti, seppure con l’art 530 del codice di procedura penale, corrispondente alla vecchia “insufficienza di prove”.
Quasi quarant’anni fa Brescia seppe reagire alle provocazioni fasciste. La manifestazione del 28 maggio 1974 fu la risposta dei sindacati, degli antifascisti, dei lavoratori: la strage non tolse forza a quella risposta, semmai la rafforzò.
Oggi, una parte della stessa comunità si è mobilitata a sostegno di 6 operai. Con la stessa determinazione e la stessa dignità.
Nei prossimi giorni i “migranti della gru” conosceranno il proprio destino: resta alto il timore che possano essere espulsi. Anche la strage di piazza della Loggia avrà la propria risposta definitiva dai successivi gradi di giudizio, ma in questo caso l’attesa sarà più lunga e la speranza di un esito diverso da quello della corte d’Assise è assai esile.
Noi possiamo solo sperare che queste 2 battaglie siano vincenti. Che i “6 della gru” ottengano i propri diritti e i familiari delle vittime di piazza della Loggia, in una lotta che appare ancora più difficile, ottengano giustizia. Non sarà però l’esito a rendere utili o meno queste battaglie, ma la consapevolezza che si tratta di sfide entrambe attuali e patrimonio di tutti. La loro testimonianza passa anche attraverso queste parole e l’attenzione e la solidarietà che sapremo garantire. Ai “6 della gru” come ai familiari delle vittime della strage, ingiustamente feriti da questa sentenza.
Francesco “baro” Barilli

Non mi uccise la morte

Una narrazione di ciò che è accaduto alla famiglia Cucchi, una illustrazione di questa e un saggio finale che arriva a sfiorare alcune riflessioni a partire dai casi italiani di violenza da parte di corpi di polizia verso corpi non di polizia. 

E forse è quest’ultimo ad avere maggiore risonanza una volta finito di leggere il libro; narrare ciò che è accaduto a Stefano, ma nella misura in cui questo si faccia ulteriore punto di partenza, insieme agli altri casi, per una urgente riflessione sui corpi di polizia e soprattutto su tutto ciò che li performa incessantemente. Partendo dalla funzione dei ruoli stessi, ad un livello sociale, già Zimbardo ci suggeriva una maggiore attenzione alla struttura guardia/detenuto. Foucault stesso si chiedeva da dove venisse la singolare pretesa di rinchiudere per correggere. La struttura attuale certo non favorisce la genuina messa in questione di certi costrutti storici, dalle istituzioni (carceri, cie, ecc) alle leggi (armi da fuoco ai vigili urbani, tso, legge Reale, ecc.) passando inevitabilmente e soprattutto per il linguaggio, attraverso ciò che da un piano sociale s’è poi prodotto nell’immaginario (la sicurezza, la trasparenza, il clandestino, ecc). Ruoli e posizioni dunque, ma anche linguaggi e immaginari che trasversalmente li attraversano, in un movimento performativo che produce poi i suoi sfoghi cutanei. Ciò che non si può più fare è lasciare che questi sfoghi vengano curati solo in superficie – ammesso che almeno questo si riesca a fare, tramite la giustizia. Esiste una malattia, o meglio, un certo tipo di sanità, che circola in continuazione e che ha la capacità di creare i più disparati sintomi, da Stefano a Gabriele, passando per la violenza sulle prostitute o per le cariche di Brescia degli ultimi giorni. L’urgenza è forse quella di ammalare questa sanità, almeno nella misura in cui le sia data la possibilità di mettere in discussione il suo stesso concetto di natura.


» il libro su Anobii

>Non mi uccise la morte

>

Una narrazione di ciò che è accaduto alla famiglia Cucchi, una illustrazione di questa e un saggio finale che arriva a sfiorare alcune riflessioni a partire dai casi italiani di violenza da parte di corpi di polizia verso corpi non di polizia. 

E forse è quest’ultimo ad avere maggiore risonanza una volta finito di leggere il libro; narrare ciò che è accaduto a Stefano, ma nella misura in cui questo si faccia ulteriore punto di partenza, insieme agli altri casi, per una urgente riflessione sui corpi di polizia e soprattutto su tutto ciò che li performa incessantemente. Partendo dalla funzione dei ruoli stessi, ad un livello sociale, già Zimbardo ci suggeriva una maggiore attenzione alla struttura guardia/detenuto. Foucault stesso si chiedeva da dove venisse la singolare pretesa di rinchiudere per correggere. La struttura attuale certo non favorisce la genuina messa in questione di certi costrutti storici, dalle istituzioni (carceri, cie, ecc) alle leggi (armi da fuoco ai vigili urbani, tso, legge Reale, ecc.) passando inevitabilmente e soprattutto per il linguaggio, attraverso ciò che da un piano sociale s’è poi prodotto nell’immaginario (la sicurezza, la trasparenza, il clandestino, ecc). Ruoli e posizioni dunque, ma anche linguaggi e immaginari che trasversalmente li attraversano, in un movimento performativo che produce poi i suoi sfoghi cutanei. Ciò che non si può più fare è lasciare che questi sfoghi vengano curati solo in superficie – ammesso che almeno questo si riesca a fare, tramite la giustizia. Esiste una malattia, o meglio, un certo tipo di sanità, che circola in continuazione e che ha la capacità di creare i più disparati sintomi, da Stefano a Gabriele, passando per la violenza sulle prostitute o per le cariche di Brescia degli ultimi giorni. L’urgenza è forse quella di ammalare questa sanità, almeno nella misura in cui le sia data la possibilità di mettere in discussione il suo stesso concetto di natura.


» il libro su Anobii

Protesta dei ricercatori: quali i disagi?

Nessun timore. Non ci sono disagi. Il fallimento eclatante della protesta dei ricercatori ha dimostrato di essere l’unico orizzonte, già inscritto all’interno della stessa presa di posizione a favore della protesta. Tutto continua come se nessun ricercatore avesse mai alzato la voce o anche solo preso parola di fronte alle istituzioni. I ricercatori hanno fallito, la protesta si è rivelata già da sempre nella sua inconsistenza. Beninteso, tale fallimento non è certo imputabile ad alcuna mancanza attribuibile alla protesta stessa, ad errori strategici o tattici imputabili alla sua conduzione. La protesta è fallita poiché la macchina universitaria ha fin da subito decretato l’inessenzialità della figura del ricercatore, il suo ruolo perfettamente compatibile con quello di qualunque figurante dell’istruzione, ruolo per ciò stesso altrettanto perfettamente sostituibile.
E così si sono visti richiamare professori in dismissione, riesumarne altri che avevano già adottato i panni della pensione. Senza contare inoltre i numerosi posti vacanti assegnati a dottorandi, compromettendone il proprio incarico specifico in favore di un altro a cui certo non erano stati – se non preavvisati – per lo meno preparati. La protesta dei ricercatori è fallita perché l’università ha deciso in merito alla loro inessenzialità, o meglio: perché ne ha decretato la cancellazione a fronte del bisogno imperante e ineluttabile di continuare, di proseguire con l’offerta formativa. Costi quel che costi: costi la perdita di chi si è distinto per le proprie conoscenze e per le proprie abilità professionali, costi la compromissione stessa della qualità degli insegnamenti, costi l’offerta di discipline e cattedre (in termini qualitativi e non assoluti). La protesta è fallita, non ci stancheremo di affermarlo, perché nessun buon lavoro – lavoro arricchito di fatica, impegno costante e imprevisti – vale più di un qualunque lavoro, se quest’ultimo si permette la capacità di garantire risultati continui, seppur scadenti. L’Università ha scelto in favore della continuità, cancellando con un colpo di spugna, come si trattassero di tante macchie opache, le singolarità resesi conto – forse troppo tardi? – della situazione insostenibile a cui erano state destinate, a cui erano inchiodate. Ci si dovrebbe soffermare sulla questione che una tale inessenzialità, di cui tutti noi siamo marchiati, solleva in questi momenti. E tuttavia l’urgenza ci costringe anche a pensare ad altro, a quello che gli studenti, i dottorandi, i professori non hanno – o peggio, hanno – fatto per contribuire al fallimento della protesta, in qualità di altrettanti ingranaggi funzionali e gratifica(n)ti. Pensiamo soprattutto agli studenti, l’unico vero ingranaggio essenziale, la moneta vivente dell’Università: a fronte della perfetta sostituibilità dei ricercatori con qualsiasi figurante capace di garantire continuità alle lezioni, solo gli studenti restano insostituibili in quanto soggetti paganti – del resto, dove scovare altri disposti a spendere soldi così ciecamente, noncuranti dell’istruzione (purché, beninteso, essa in qualche modo si dia e venga riconosciuta)?
Le lezioni continuano, lo spettacolo pure. L’Università di Verona si prende cura dei propri soggetti paganti, garantendone il diritto di sedersi ai banchi ogni giorno, in tranquillità. Vorremmo ricordare le parole di un amico, per il quale la violenza più grande consisteva nella punizione del rimanere sui banchi di scuola oltre il tempo prestabilito. Forse, seguendo i ricercatori, si dovrebbe finalmente constatare che questo tempo necessiti di essere una buona volta sospeso e destituito. Ma a tal scopo gli studenti – l’ingranaggio pagante essenziale insostituibile – dovrebbero finalmente occupare ben altro che il loro misero banchetto.

Pagina/13

>Protesta dei ricercatori: quali i disagi?

>

Nessun timore. Non ci sono disagi. Il fallimento eclatante della protesta dei ricercatori ha dimostrato di essere l’unico orizzonte, già inscritto all’interno della stessa presa di posizione a favore della protesta. Tutto continua come se nessun ricercatore avesse mai alzato la voce o anche solo preso parola di fronte alle istituzioni. I ricercatori hanno fallito, la protesta si è rivelata già da sempre nella sua inconsistenza. Beninteso, tale fallimento non è certo imputabile ad alcuna mancanza attribuibile alla protesta stessa, ad errori strategici o tattici imputabili alla sua conduzione. La protesta è fallita poiché la macchina universitaria ha fin da subito decretato l’inessenzialità della figura del ricercatore, il suo ruolo perfettamente compatibile con quello di qualunque figurante dell’istruzione, ruolo per ciò stesso altrettanto perfettamente sostituibile.
E così si sono visti richiamare professori in dismissione, riesumarne altri che avevano già adottato i panni della pensione. Senza contare inoltre i numerosi posti vacanti assegnati a dottorandi, compromettendone il proprio incarico specifico in favore di un altro a cui certo non erano stati – se non preavvisati – per lo meno preparati. La protesta dei ricercatori è fallita perché l’università ha deciso in merito alla loro inessenzialità, o meglio: perché ne ha decretato la cancellazione a fronte del bisogno imperante e ineluttabile di continuare, di proseguire con l’offerta formativa. Costi quel che costi: costi la perdita di chi si è distinto per le proprie conoscenze e per le proprie abilità professionali, costi la compromissione stessa della qualità degli insegnamenti, costi l’offerta di discipline e cattedre (in termini qualitativi e non assoluti). La protesta è fallita, non ci stancheremo di affermarlo, perché nessun buon lavoro – lavoro arricchito di fatica, impegno costante e imprevisti – vale più di un qualunque lavoro, se quest’ultimo si permette la capacità di garantire risultati continui, seppur scadenti. L’Università ha scelto in favore della continuità, cancellando con un colpo di spugna, come si trattassero di tante macchie opache, le singolarità resesi conto – forse troppo tardi? – della situazione insostenibile a cui erano state destinate, a cui erano inchiodate. Ci si dovrebbe soffermare sulla questione che una tale inessenzialità, di cui tutti noi siamo marchiati, solleva in questi momenti. E tuttavia l’urgenza ci costringe anche a pensare ad altro, a quello che gli studenti, i dottorandi, i professori non hanno – o peggio, hanno – fatto per contribuire al fallimento della protesta, in qualità di altrettanti ingranaggi funzionali e gratifica(n)ti. Pensiamo soprattutto agli studenti, l’unico vero ingranaggio essenziale, la moneta vivente dell’Università: a fronte della perfetta sostituibilità dei ricercatori con qualsiasi figurante capace di garantire continuità alle lezioni, solo gli studenti restano insostituibili in quanto soggetti paganti – del resto, dove scovare altri disposti a spendere soldi così ciecamente, noncuranti dell’istruzione (purché, beninteso, essa in qualche modo si dia e venga riconosciuta)?
Le lezioni continuano, lo spettacolo pure. L’Università di Verona si prende cura dei propri soggetti paganti, garantendone il diritto di sedersi ai banchi ogni giorno, in tranquillità. Vorremmo ricordare le parole di un amico, per il quale la violenza più grande consisteva nella punizione del rimanere sui banchi di scuola oltre il tempo prestabilito. Forse, seguendo i ricercatori, si dovrebbe finalmente constatare che questo tempo necessiti di essere una buona volta sospeso e destituito. Ma a tal scopo gli studenti – l’ingranaggio pagante essenziale insostituibile – dovrebbero finalmente occupare ben altro che il loro misero banchetto.

Pagina/13

>Una cosa da qualche giorno

>

Concentramento. L’università ed il politecnico di Torino sono attraversate da processi di protesta. Il 17 novembre il disegno di legge di riforma dell’istruzione passerà in discussione, a Roma. Verona, momenti di organizzazione.
Porta Palazzo, la piazza del mercato del capoluogo piemontese. Alcune persone occupano una vecchia caserma dei vigili del fuoco. Una settimana, dibattiti per la lotta ai CIE, poi lo sgombero.
Otto individui salgono sul tetto. Una giornata di presidio ed una notte di permanenza tra i coppi. Poi l’intervento della protesta dei macellai del mercato (sembra le vendite siano in calo a seguito delle operazioni di sgombero della polizia – una via d’accesso alla piazza è bloccata dalle divise). Gli uomini della tettoia vengono fermati, riconosciuti e trattenuti per diverse ore alla questura. Le persone che animavano il presidio di solidarietà nella piazza, la stessa notte, vengono caricate. Seguono tre arresti.
In alcune vie centrali compaiono i primi manifesti con il tricolore: i festeggiamenti per i 150 anni d’Italia. Entro i primissimi mesi del 2011 il progetto TAV in Val Susa dovrà accelerare i cantieri. Ad aprile, l’elezione del nuovo sindaco. In primavera: l’adunata degli alpini.
Così accadde che nella questura dove vengono bloccati gli otto, un alpino è presente ed agente nelle operazioni (sinistre) di trattamento dei fermati.
Basta la presenza: paura di esserci, di fermarsi ad un presidio in una piazza o di incontrarsi in uno spazio occupato. Dopo la notte, l’irruzione ed il fermo, l’arresto.
Tra le stanze si parla di occupazione all’università. Quattro colpi ai controlli.
Sergjei

Una cosa da qualche giorno

Concentramento. L’università ed il politecnico di Torino sono attraversate da processi di protesta. Il 17 novembre il disegno di legge di riforma dell’istruzione passerà in discussione, a Roma. Verona, momenti di organizzazione.
Porta Palazzo, la piazza del mercato del capoluogo piemontese. Alcune persone occupano una vecchia caserma dei vigili del fuoco. Una settimana, dibattiti per la lotta ai CIE, poi lo sgombero.
Otto individui salgono sul tetto. Una giornata di presidio ed una notte di permanenza tra i coppi. Poi l’intervento della protesta dei macellai del mercato (sembra le vendite siano in calo a seguito delle operazioni di sgombero della polizia – una via d’accesso alla piazza è bloccata dalle divise). Gli uomini della tettoia vengono fermati, riconosciuti e trattenuti per diverse ore alla questura. Le persone che animavano il presidio di solidarietà nella piazza, la stessa notte, vengono caricate. Seguono tre arresti.
In alcune vie centrali compaiono i primi manifesti con il tricolore: i festeggiamenti per i 150 anni d’Italia. Entro i primissimi mesi del 2011 il progetto TAV in Val Susa dovrà accelerare i cantieri. Ad aprile, l’elezione del nuovo sindaco. In primavera: l’adunata degli alpini.
Così accadde che nella questura dove vengono bloccati gli otto, un alpino è presente ed agente nelle operazioni (sinistre) di trattamento dei fermati.
Basta la presenza: paura di esserci, di fermarsi ad un presidio in una piazza o di incontrarsi in uno spazio occupato. Dopo la notte, l’irruzione ed il fermo, l’arresto.
Tra le stanze si parla di occupazione all’università. Quattro colpi ai controlli.
Sergjei

Per un manifesto del partito consumista

Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del consumismo. Il consumismo è ormai riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee. È ora che i consumisti espongano apertamente a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro scopi, le loro tendenze.
Produzione e consumo. Ciò che qui vogliamo intendere per Produzione non è solo in termini industriali di (ri)produzione di beni in genere, ma anche in termini di sviluppo dell’immaginario collettivo e produzione di un sapere comune in un preciso momento storico. Un esempio semplice e facilmente comprensibile di ciò che può rientrare nel termine di Produzione è l’idea di salute o di sicurezza – il loro modellarsi sulla produzione narrativa che ci circonda come giornali, telegiornali, riviste ma anche discussioni, racconti e chiacchiere in genere; un esempio di carattere attuale e articolato è l’immagine della donna e il suo utilizzo pubblicitario, per così dire, sui generis.
Una volta chiaro cosa intendiamo per Produzione, verrà a delinearsi ciò che chiamiamo Consumo, ossia l’uso di tutto ciò che la Produzione produce. Troviamo importante porre il Consumo solo in seguito alla Produzione poiché, sia chiaro, è quest’ultima che produce desideri, bisogni, necessità e consumi. In tal senso la Produzione produce anche i suoi consumatori.
Consumisti e consumismo. Anzitutto noi consumisti non abbiamo e non vogliamo modi di vedere all’infuori di quelli che ci vengono proposti. O meglio, non abbiamo modi di vedere all’infuori di quelli che si vengono a creare per conto loro nel nostro immaginario. L’intera narrazione discorsiva che ci circonda e che lavora costantemente sull’immaginario di ognuno, produce già abbastanza punti di vista, modi di vedere e opinioni. Non esiste alcuna ragione che ci spinga a crearne altri.
Noi consumisti siamo liberi di scegliere gli scopi che più ci aggradano tra tutti quelli che la Produzione ci suggerisce. Dal momento che la società è sostanzialmente governata dalla Produzione e che è quest’ultima a creare punti di partenza, punti di arrivo, obiettivi, scopi, fini, limiti e percorsi, non abbiamo la benché minima intenzione di pensare ad obiettivi che non siano compresi nella sua offerta quotidiana – atteggiamento che inevitabilmente costringerebbe ad un enorme sforzo per cercare di far convivere nello stesso corpo un percorso inventivo e un dominio della Produzione.
In maniera simile, la Produzione detta le nostre tendenze – nella misura in cui la Apple detta una forma mentis – attraverso la produzione del loro stesso desiderio – un iPhone da 64G. Non abbiamo motivo di pensarne altre nel momento che sarebbe solo una perdita di tempo e un dispendio di energie inutile in confronto a ciò che la Produzione già fa, e meglio.
Crisi e consumismo. Noi consumisti rigettiamo qualsivoglia accusa riguardo il ciclo di crisi della produzione capitalistica. La crisi non costituisce alcuna messa in causa né del nostro operato né dei limiti della produzione stessa. La crisi è il meccanismo attraverso cui la produzione scarta spontaneamente gli ostacoli che talvolta le capita di creare e il ciclo della crisi è il ritmo proprio dell’accumulazione capitalistica, al di là del consumo individuale e produttivo. Se dunque, a livello governativo, si decide di far fronte alla crisi imponendo da una parte la distruzione di una grande quantità di forze produttive e dall’altra conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente quelli già disponibili – ossia spianando la strada a crisi sempre più vaste e più violente e riducendo i mezzi per prevenirle – noi consumisti ci chiamiamo fuori da ogni presunta responsabilità.
I consumisti hanno ben chiara la loro posizione e disdegnano di nascondere le loro opinioni e intenzioni, in quanto non hanno nulla da perdere se non quello che sono grazie alla Produzione. E hanno un mondo da consumare.
Consumisti di tutti i paesi, unitevi!

Carlo e Federico