>NO B-Day

>Un asino che si morde la coda

Alla fine ci siamo arrivati. Sembrava non dovessimo arrivarci mai, invece ci siamo. Sabato 5 dicembre ci sarà la manifestazione NO B DAY e sempre più spesso, mi trovo nell’imbarazzante situazione che ora racconto.
Aperitivo: si parla del più e del meno: inevitabilmente si finisce a parlare di politica: si prova a discutere di varie cose, poi arriva la domanda/ingiunzione.
Beh, allora tutti al NO B DAY?!
Io, non so che rispondere. Da come posta dal mio interlocutore sembra che il NO B DAY sia l’unica alternativa alla poltica sfascia-società dell’attuale governo. Eppure io non la penso per nulla così. Allora mi chiedo, che fare? Bevo un goccio di spritz e sorrido. Tento di eludere la domanda con altrettante domande del tipo, tu vai?, oppure, ma sai se pioverà a Roma sabato?, ma poi mi tocca rispondere. Mi tocca dire come la penso e mi tocca correre il rischio di vedere l’altro che arriccia il naso, mi guarda con sospetto e nel frattempo pensa con disprezzo: questo è del PD.
No, dico, non verrò al NO B DAY, perché penso che sia una cazzata.
A questo punto, però, bisogna spiegare.
Personalmente, non parteciperò a questa manifestazione per varie ragioni. Innanzitutto, credo che dietro a questa impalcatura, tenuta in piedi dall’antiberlusconismo, si nasconde la pochezza di pensiero assassina della sinistra italiana. Nel momento in cui, ci si unisce contro un nemico comune, il quale, non è nemmeno un’idea, ma una persona, significa che i contenuti politici sono svaniti. Non per niente, anzi, è proprio emblematico di ciò, il partito più in vista in questo compito è l’Italia dei Valori, ovvero un partito propugnatore di un giustizialismo che nemmeno AN dei tempi d’oro. Secondo, ritengo che si debba iniziare a fare un’analisi discorsiva di ciò di cui si parla. Sia che si dica, io amo Silvio Berlusconi, sia che si dica, io odio Silvio Berlusconi, alla fine si giunge al medesimo risultato: io parlo di Silvio Berlusconi. Questo modo di fare politica, incentrato sulle persone e non sulle azioni del governo, questo tipo di politica più interessato a fatti giudiziari e matrimoniali del singolo, che non a ciò che il governo fa, è fallimentare in partenza, in quanto, alla fine, fa ruotare tutto attorno ad una sola persona e ciò che questa fa. In questo modo, però, non arriva ad altri risultati se non la costruzione di una realtà nella quale l’unica domanda, quella che definisce l’identità politica di una persona è se questa sia a favore o contro Silvio Berlusconi. Ovviamente, tutto ciò genera un circolo vizioso con il punto uno, facendo diventare l’opposizione – parlamentare e non – come un asino con la carota attaccata alla coda: ruota continuamente su se stesso, senza mai riuscire a prenderla.
Per queste ragioni, quindi, non parteciperò al NO B DAY, perché la ritengo una parata priva di contenuti, che non fa altro che andare a nascondere gli immensi problemi della nostra società: respingimenti, carceri sovraffollate, precariato, mancanza di fondi welfare, privatizzazione dell’acqua,…e come si dice, la lista può continuare a lungo.

Alessandro Busi

NO B-Day

Un asino che si morde la coda

Alla fine ci siamo arrivati. Sembrava non dovessimo arrivarci mai, invece ci siamo. Sabato 5 dicembre ci sarà la manifestazione NO B DAY e sempre più spesso, mi trovo nell’imbarazzante situazione che ora racconto.
Aperitivo: si parla del più e del meno: inevitabilmente si finisce a parlare di politica: si prova a discutere di varie cose, poi arriva la domanda/ingiunzione.
Beh, allora tutti al NO B DAY?!
Io, non so che rispondere. Da come posta dal mio interlocutore sembra che il NO B DAY sia l’unica alternativa alla poltica sfascia-società dell’attuale governo. Eppure io non la penso per nulla così. Allora mi chiedo, che fare? Bevo un goccio di spritz e sorrido. Tento di eludere la domanda con altrettante domande del tipo, tu vai?, oppure, ma sai se pioverà a Roma sabato?, ma poi mi tocca rispondere. Mi tocca dire come la penso e mi tocca correre il rischio di vedere l’altro che arriccia il naso, mi guarda con sospetto e nel frattempo pensa con disprezzo: questo è del PD.
No, dico, non verrò al NO B DAY, perché penso che sia una cazzata.
A questo punto, però, bisogna spiegare.
Personalmente, non parteciperò a questa manifestazione per varie ragioni. Innanzitutto, credo che dietro a questa impalcatura, tenuta in piedi dall’antiberlusconismo, si nasconde la pochezza di pensiero assassina della sinistra italiana. Nel momento in cui, ci si unisce contro un nemico comune, il quale, non è nemmeno un’idea, ma una persona, significa che i contenuti politici sono svaniti. Non per niente, anzi, è proprio emblematico di ciò, il partito più in vista in questo compito è l’Italia dei Valori, ovvero un partito propugnatore di un giustizialismo che nemmeno AN dei tempi d’oro. Secondo, ritengo che si debba iniziare a fare un’analisi discorsiva di ciò di cui si parla. Sia che si dica, io amo Silvio Berlusconi, sia che si dica, io odio Silvio Berlusconi, alla fine si giunge al medesimo risultato: io parlo di Silvio Berlusconi. Questo modo di fare politica, incentrato sulle persone e non sulle azioni del governo, questo tipo di politica più interessato a fatti giudiziari e matrimoniali del singolo, che non a ciò che il governo fa, è fallimentare in partenza, in quanto, alla fine, fa ruotare tutto attorno ad una sola persona e ciò che questa fa. In questo modo, però, non arriva ad altri risultati se non la costruzione di una realtà nella quale l’unica domanda, quella che definisce l’identità politica di una persona è se questa sia a favore o contro Silvio Berlusconi. Ovviamente, tutto ciò genera un circolo vizioso con il punto uno, facendo diventare l’opposizione – parlamentare e non – come un asino con la carota attaccata alla coda: ruota continuamente su se stesso, senza mai riuscire a prenderla.
Per queste ragioni, quindi, non parteciperò al NO B DAY, perché la ritengo una parata priva di contenuti, che non fa altro che andare a nascondere gli immensi problemi della nostra società: respingimenti, carceri sovraffollate, precariato, mancanza di fondi welfare, privatizzazione dell’acqua,…e come si dice, la lista può continuare a lungo.

Alessandro Busi

>Pugnedere

>


Torino, continua il cammino in piazza Castello, alle spalle delle percussioni che suonano al termine della via delle istallazioni rosse, Garibaldi. Ci sono dei cartelli bianchi sulla sinistra. In ognuno un nome (alcuni tuttavia restano anonimi). Traspare l’età, qualche altro segno dell’identità di chi è trascritto in caratteri neri sul bianco della carta. Detenuti, ritenuti a causa del possesso di sostanze. Poi l’epigrafe che parla di qualcuno che smette di esserci. Sono tutti quei cartelli a parlare di morti. Ed è pesante.
Trascrivo qui alcune parole di Dario Malventi ed Alvaro Garreaud, in Espai en Blanc, Vida y Politica.
“La tua prigione è il possibile. Agorà penale. Il nostro punto di partenza è la mutilazione. Crediamo che i meccanismi del carcere siano il prolungamento di una mutilazione anteriore all’incarceramento, gli stessi che agiscono nel mercato del lavoro, nei quartieri, nelle relazioni sociali, quelli che stabiliscono la differenza di classe.
Lo stato incorpora tutta la società in un istituzionalizzazione della guerra nella sua economia politica di governo. In questo passaggio il carcere, aperto e chiuso, opera come laboratorio di costruzione di concetti operativi sull’umano, conseguenza di una iperproduzione di relazioni sociali asimmetriche. Un’umanità sacrificabile (dell’esclusione, degli illegali) ed una intoccabile (degli inclusi, i legali). Due umanità quindi, risultato di un processo di militarizzazione della vita sociale e della socializzazione della vita militare. Una mutazione che circola come dispositivi di governo, come moduli di isolamento, come estensione del controllo fuori delle mura attraverso i programmi di re-inserimento.”
Il cammino in piazza si alimenta di un discorso sulle carceri, nelle carceri, nato nell’incontro con un detenuto spagnolo. Il suo caso era stato dimenticato, il giudizio sospeso, mentre lui rimaneva recluso. per ottenere la parola, la possibilità di un discorso momentaneo, decise di tagliarsi il mignolo di una mano. La mutilazione si ripeté ad un anno di distanza. Ottenne nuovamente l’apertura del canale comunicativo dalla sua cella. La sua detenzione venne in conseguenza ridimensionata. Dopo la parola.
Così, camminando lungo i nomi dei detenuti-morti, in piazza Castello, rimane una forma di parola, il racconto biografico delle epigrafi.
Pugnedere è un contagio di cartelli.

Rughe

Pugnedere


Torino, continua il cammino in piazza Castello, alle spalle delle percussioni che suonano al termine della via delle istallazioni rosse, Garibaldi. Ci sono dei cartelli bianchi sulla sinistra. In ognuno un nome (alcuni tuttavia restano anonimi). Traspare l’età, qualche altro segno dell’identità di chi è trascritto in caratteri neri sul bianco della carta. Detenuti, ritenuti a causa del possesso di sostanze. Poi l’epigrafe che parla di qualcuno che smette di esserci. Sono tutti quei cartelli a parlare di morti. Ed è pesante.
Trascrivo qui alcune parole di Dario Malventi ed Alvaro Garreaud, in Espai en Blanc, Vida y Politica.
“La tua prigione è il possibile. Agorà penale. Il nostro punto di partenza è la mutilazione. Crediamo che i meccanismi del carcere siano il prolungamento di una mutilazione anteriore all’incarceramento, gli stessi che agiscono nel mercato del lavoro, nei quartieri, nelle relazioni sociali, quelli che stabiliscono la differenza di classe.
Lo stato incorpora tutta la società in un istituzionalizzazione della guerra nella sua economia politica di governo. In questo passaggio il carcere, aperto e chiuso, opera come laboratorio di costruzione di concetti operativi sull’umano, conseguenza di una iperproduzione di relazioni sociali asimmetriche. Un’umanità sacrificabile (dell’esclusione, degli illegali) ed una intoccabile (degli inclusi, i legali). Due umanità quindi, risultato di un processo di militarizzazione della vita sociale e della socializzazione della vita militare. Una mutazione che circola come dispositivi di governo, come moduli di isolamento, come estensione del controllo fuori delle mura attraverso i programmi di re-inserimento.”
Il cammino in piazza si alimenta di un discorso sulle carceri, nelle carceri, nato nell’incontro con un detenuto spagnolo. Il suo caso era stato dimenticato, il giudizio sospeso, mentre lui rimaneva recluso. per ottenere la parola, la possibilità di un discorso momentaneo, decise di tagliarsi il mignolo di una mano. La mutilazione si ripeté ad un anno di distanza. Ottenne nuovamente l’apertura del canale comunicativo dalla sua cella. La sua detenzione venne in conseguenza ridimensionata. Dopo la parola.
Così, camminando lungo i nomi dei detenuti-morti, in piazza Castello, rimane una forma di parola, il racconto biografico delle epigrafi.
Pugnedere è un contagio di cartelli.

Rughe

Mai Più [No we can’t]


Torino, piazza Castello, sabato pomeriggio. Poco al di fuori delle istallazioni rosse di via Garibaldi, lo striscione Mai Più. Ci sono persone che agitano percussioni. E dopo, le persone di Polvere. Si tratta di un mensile, gli scrittori dietro il tavolo del presidio. Il punto di contatto è l’agitazione per la depenalizzazione(informazione) delle sostanze. Nel martellare dei tamburi, scivola la prima pagina della rivista.
“Pensando alla parola d’ordine usata da Obama nella sua campagna elettorale “Yes We Can” può succedere che si dipinga un sorriso amaro sulle labbra e cresca la rabbia… Si possiamo…
Possiamo farci massacrare e ammazzare perché trovati in possesso di qualche grammo di haschish.
Possiamo perdere il nostro posto di lavoro, e se cerchiamo di presidiarlo, essere pestati e maltrattati da vere e proprie squadracce al soldo del padrone (un deja-vu in questo paese).
Possiamo essere sbattuti fuori dalle case occupate che da anni fanno parte della nostra geografia e della nostra storia cittadina e che rappresentano i pochi luoghi dove le persone posso incontrarsi e condividere spazi, pensieri, culture, in un territorio che diventa ogni giorno di più un deserto relazionale.
Possiamo farci rimbambire da un’informazione sempre più di parte, servile e senza coraggio.
Possiamo farci sbattere in lager circondati da filo spinato e sorvegliati da guardie armate, rimanendoci per mesi solo perché siamo nati nel sud del mondo e soprattutto siamo poveri.
Possiamo essere discriminati per razza, genere e credo religioso.
Possiamo essere fermati con una pistola puntata alla testa perché casualmente incappati in una eroica azione di polizia (pulizia etnica?).
Possiamo sopportare in silenzio lo smantellamento di ogni minima garanzia sociale, istruzione, sanità, casa, lavoro.
Possiamo tollerare lo sperpero di fiumi di denaro per trasformare le strade delle nostre città in zone di guerra dei ricchi contro i poveri, riempiendole di militari , agenti in armi, ronde e vigilantes.”
No+

>Mai Più [No we can’t]

>


Torino, piazza Castello, sabato pomeriggio. Poco al di fuori delle istallazioni rosse di via Garibaldi, lo striscione Mai Più. Ci sono persone che agitano percussioni. E dopo, le persone di Polvere. Si tratta di un mensile, gli scrittori dietro il tavolo del presidio. Il punto di contatto è l’agitazione per la depenalizzazione(informazione) delle sostanze. Nel martellare dei tamburi, scivola la prima pagina della rivista.
“Pensando alla parola d’ordine usata da Obama nella sua campagna elettorale “Yes We Can” può succedere che si dipinga un sorriso amaro sulle labbra e cresca la rabbia… Si possiamo…
Possiamo farci massacrare e ammazzare perché trovati in possesso di qualche grammo di haschish.
Possiamo perdere il nostro posto di lavoro, e se cerchiamo di presidiarlo, essere pestati e maltrattati da vere e proprie squadracce al soldo del padrone (un deja-vu in questo paese).
Possiamo essere sbattuti fuori dalle case occupate che da anni fanno parte della nostra geografia e della nostra storia cittadina e che rappresentano i pochi luoghi dove le persone posso incontrarsi e condividere spazi, pensieri, culture, in un territorio che diventa ogni giorno di più un deserto relazionale.
Possiamo farci rimbambire da un’informazione sempre più di parte, servile e senza coraggio.
Possiamo farci sbattere in lager circondati da filo spinato e sorvegliati da guardie armate, rimanendoci per mesi solo perché siamo nati nel sud del mondo e soprattutto siamo poveri.
Possiamo essere discriminati per razza, genere e credo religioso.
Possiamo essere fermati con una pistola puntata alla testa perché casualmente incappati in una eroica azione di polizia (pulizia etnica?).
Possiamo sopportare in silenzio lo smantellamento di ogni minima garanzia sociale, istruzione, sanità, casa, lavoro.
Possiamo tollerare lo sperpero di fiumi di denaro per trasformare le strade delle nostre città in zone di guerra dei ricchi contro i poveri, riempiendole di militari , agenti in armi, ronde e vigilantes.”
No+

“Circolate”

“A Cordoba veniva un camion”

Parlando di Argentina. Sono due donne, ad un tavolo, in fondo alla stanza. Era martedì pomeriggio a Torino, palazzina Einaudi. Il riferimento è la Reorganización Nacional (dal 24 marzo 1976 il governo argentino è dittatoriale. La giunta militare è formata dal tenente generale Jorge Rafael Videla, l’almirante Emilio Eduardo Massera ed il brigadiere generale Orlando Ramón Agosti). “Circolate”, i soldati di plaza de Mayo si irritano alla presenza delle donne con il fazzoletto bianco in testa.

A quel punto Vera Vigevani Jarach dice di aver iniziato a circolare, con le altre madri, le compagne nella piazza. Cercando una informazione, sapere dove erano quelle persone scomparse, figli.
Da questo punto muovono i discorsi di Vigevani e Norma Berti (detenuta negli anni settanta). Le mosse da plaza de Mayo si allungano sul “destino di testimone”, il peso della memoria, “ciò che ci manca”.

Vigevani parla di un fatto viscerale, nello scendere in piazza, il muoversi in piazza contatto con le altre donne, circolando. Ha a che fare con le viscere, interiorità biologica, organica; il metabolismo dei passi attorno il piccolo obelisco. Ciò che lega ora la protesta fattuale della piazza alla memoria sembra proprio essere lo spazio biologico in cui entrambe si adagiano agitandosi, scuotendosi nello scuotere stesso del corpo.
Norma Berti preme a fondo questo nodo (piazza-biologico-memoria) nel parlare del “destino faticoso” del testimone, l'”ossessione alla memoria” nella clandestinità del genocidio argentino. “A Cordoba veniva un camion“, Berti tocca alcuni frammenti di sè, come sopravvissuto, colui che sà, “conosce le facce di carnefici e vittime”, i luoghi, campi di concentramento, il camion di Cordoba. Lei getta ora sulle persone che ascoltano oltre il tavolo le docce gelate, le torture, le pressioni psicologiche, la lotta nel campo, e nella prigione. Nel mezzo di “corpi cancellati fisicamente” e “corpi cancellati dalla memoria” si pone il sopravvissuto. L’INFRA macellato.

Prima di ogni tentativo di racconto, eccede il tentativo linguistico, il dolore.

Ne filtrano spazi nella voce un poco più rotta, il tono di voce che si abbassa, e si chiude il suono della parola politica.

(Rughe)

>”Circolate”

>“A Cordoba veniva un camion”

Parlando di Argentina. Sono due donne, ad un tavolo, in fondo alla stanza. Era martedì pomeriggio a Torino, palazzina Einaudi. Il riferimento è la Reorganización Nacional (dal 24 marzo 1976 il governo argentino è dittatoriale. La giunta militare è formata dal tenente generale Jorge Rafael Videla, l’almirante Emilio Eduardo Massera ed il brigadiere generale Orlando Ramón Agosti). “Circolate”, i soldati di plaza de Mayo si irritano alla presenza delle donne con il fazzoletto bianco in testa.

A quel punto Vera Vigevani Jarach dice di aver iniziato a circolare, con le altre madri, le compagne nella piazza. Cercando una informazione, sapere dove erano quelle persone scomparse, figli.
Da questo punto muovono i discorsi di Vigevani e Norma Berti (detenuta negli anni settanta). Le mosse da plaza de Mayo si allungano sul “destino di testimone”, il peso della memoria, “ciò che ci manca”.

Vigevani parla di un fatto viscerale, nello scendere in piazza, il muoversi in piazza contatto con le altre donne, circolando. Ha a che fare con le viscere, interiorità biologica, organica; il metabolismo dei passi attorno il piccolo obelisco. Ciò che lega ora la protesta fattuale della piazza alla memoria sembra proprio essere lo spazio biologico in cui entrambe si adagiano agitandosi, scuotendosi nello scuotere stesso del corpo.
Norma Berti preme a fondo questo nodo (piazza-biologico-memoria) nel parlare del “destino faticoso” del testimone, l'”ossessione alla memoria” nella clandestinità del genocidio argentino. “A Cordoba veniva un camion“, Berti tocca alcuni frammenti di sè, come sopravvissuto, colui che sà, “conosce le facce di carnefici e vittime”, i luoghi, campi di concentramento, il camion di Cordoba. Lei getta ora sulle persone che ascoltano oltre il tavolo le docce gelate, le torture, le pressioni psicologiche, la lotta nel campo, e nella prigione. Nel mezzo di “corpi cancellati fisicamente” e “corpi cancellati dalla memoria” si pone il sopravvissuto. L’INFRA macellato.

Prima di ogni tentativo di racconto, eccede il tentativo linguistico, il dolore.

Ne filtrano spazi nella voce un poco più rotta, il tono di voce che si abbassa, e si chiude il suono della parola politica.

(Rughe)