>Barcellona. Non-luogo e marca

>

Nonostante le comodità evidenti della scelta, la pratica dell’autostop non è una delle modalità di viaggio più facili. Se poi il tragitto comporta alcune centinaia di km, nonché il passaggio di una frontiera, si comprende come la riuscita sia cosa piuttosto aleatoria. Salvo rare occasioni fortuite, ogni passaggio non è altro che l’aggiunta di una tappa intermedia e spesso imprevista rispetto all’itinerario pianificato. E così Arles, Nîmes, Perpignan o Girona non restano più semplici nomi marcati su una cartina stradale, ma finiscono per concretizzarsi in altrettanti svincoli autostradali: l’impressione che si ha ad ogni passaggio conclusosi è paradossalmente quella di essersi avvicinati alla meta, ma avendo allungato tuttavia il percorso. E’ una forma di concretizzazione dei luoghi. Beninteso, l’impressione è solo apparente: innanzi tutto perché ad ogni arresto si è di nuovo consegnati al caso; secondariamente, perché l’autostrada, nonostante quanto il senso comune dia a credere, non passa per le città: essa semplicemente le include estromettendole dal proprio percorso, dalla propria linearità ideale. Il dispositivo-autostrada esclude per principio ogni luogo propriamente detto, restituendoci alla solitudine delle corsie, degli svincoli o dei caselli, solitudine comune ai non-luoghi in cui tutto si riduce al passaggio di soglie innumerevoli. La stessa automobile non è altro che un non-luogo, nel contesto autostradale. O almeno dovrebbe essere tale, se il gesto dell’autostop non intervenisse a minare la condizione di impermeabilità in cui abitualmente si trovano i passeggeri del veicolo. Proprio dove quest’ultimo – con le sue portiere ben chiuse, con i suoi vetri alzati e, sempre più spesso, opachi – è chiamato a garantire l’assoluta assenza di qualsiasi relazione inaspettata (che non sia dunque già compresa nelle regole del dispositivo autostradale – il pedaggio – o nella scelta del dispositivo automobilistico – i compagni di viaggio), proprio là, ecco che l’autostop intoduce niente meno che un incontro inaspettato. Di questo incontro, niente si può prevedere, non si può sapere se esso sarà fortuito o indesiderato, se avvicinerà alla meta o se creerà soltanto altri ostacoli. Non si tratta propriamente di fiducia. Nell’istante del suo darsi, l’incontro non lascia alcuna apertura alla sicurezza: non vi è alcuna segnatura, alcuna marca che possa delimitare e inquandrare l’evento. Nessuna fiducia all’interno del non sapere di questo incontro, ma una sorta di comune abbandono, e un incrocio di bisogni, il loro incontrarsi sul limitare di un dispositivo. Ed è solo con l’utilizzo della marca, di una qualsiasi marca che possa introdurre una individuazione, che tutto si risolve nella normalità, nella relazione. Ecco allora che al solo pronunciare il vero nome della destinazione, Barcellona, l’effetto della marca ha già cambiato la natura effettiva dell’incontro, come se già solo questa parola potesse disvelare l’identità precisa degli individui coinvolti. Se prima l’incontro si giocava semplicemente sulla sovrapposizione di due percorsi, ora la marca produce la necessità di un intrecciarsi di narrazioni, uno scambio di storie. Sì è compagni di viaggio. Strana alchimia, quella della marca: essa non si comporta come un semplice attributo inessenziale verso il suo sostantivo, o come un accidente verso l’essenza a cui si aggrappa; la marca, al contrario, si innerva in profondità in ogni singolarità, in ogni evento o in ogni essere toccati da essa, modificandone le traiettorie, operando una trasmutazione tanto del loro darsi quanto del modo in cui esse sono percepite. [continua]

Marco

Ministro Fantasma

Quello che segue è il racconto della giornata di di venerdì 20 novembre a Torino. Mentre sotto il Miur una donna ringrazia ed abbraccia uno studente in protesta, l’onorevole Ghiglia così commenta i fatti accaduti alla sede Pdl: “Questi finti studenti ma sicuri delinquenti hanno dimostrato ancora una volta il loro vero volto e se non fosse stato per il tempestivo intervento delle forze di polizia avrebbero assaltato la sede del Pdl”. (Adnkronos) [Grassetto mio].
Discorso divino, mano creatrice, onorevole Ghiglia, l’ente oltre-umano, che tutto conosce, tutto identifica (finti studenti, sicuri delinquenti, loro vero volto), che tutto racconta [Commento mio].
Da Adestra arriva invece il commento di una “Torino come a Stalingrado.” (?)
Nel fare riferimento ad una “donna incinta di 4 mesi” come ministro (Gelmini), Adestra descrive gli studenti alla sede Pdl come “una cinquantina di squatter“.

Rughe-verovolto-squatter-fintostudente-verodelinquente

FOTO1 [corso Vittorio Emanuele II, sede Pdl, 20 novembre 2009 onorevole Ghiglia]

FOTO2 [corso Vittorio Emanuele II, sede Pdl, 20 novembre 2009 Ravello e Ghiglia]

FOTO2 [Immagine pubblicata con l’articolo di Adestra] (?)

Oggi, 20 novembre 2009, circa 200 studenti medi ed universitari si sono radunati a palazzo nuovo dalla mattina per contestare la presenza del ministro Gelmini nella nostra città. Erano presenti giovani di diverse scuole superiori e studenti dell’università e del politecnico. Il primo dato della giornata è stato il tentativo del ministro di mantenere il segreto su ogni suo spostamento, fatto che dimostra l’estrema impopolarità delle sue politiche, dei suoi tagli e delle sue riforme, che producono contestazioni in tutta Italia, come è avvenuto il 17 novembre, e rendono la sua presenza sgradita a studenti, insegnanti e precari di ogni città.

Il tour gelminiano è iniziato da Rivoli, dove il ministro è andato a cercare i flash dei fotografi per un puro risvolto di immagine; in realtà sappiamo bene di chi sono le responsabilità della morte di Vito, cioè precisamente di chi rende impossibile, con i tagli e l’attacco alla scuola pubblica, una reale manutenzione degli edifici scolastici. Non basterà certo dare a Vito il nome di una scuola per riparare il crimine di chi mette a repentaglio giorno per giorno le vite degli studenti.

Il presidio studentesco si è mosso verso le 13:00 verso il Miur, dove era annunciata la presenza del ministro, che non si è fatto vedere. Dopo una breve occupazione degli uffici del ministero contro tagli e riforma dell’università – un ddl che svende l’università ai privati e diminuisce gli spazi di democrazia negli atenei – un corteo si è diretto alla sede del Pdl, dove era prevista una tappa della Gelmini. Qui i è avvicinato all’ingresso per portare la contestazione alle politiche del ministro e del suo partito, ma è stato aggredito da alcuni esponenti del Pdl con pugni e cinghie. Tra loro spiccavano il consigliere Ravello, Malan e il poco onorevole Ghiglia, sempre in cerca della provocazione e della rissa per attaccare gli studenti che contestano le loro politiche. Non ci stupiranno le loro sicure strumentalizzazioni.

Dopo l’aggressione di Ravello e Ghiglia, quest’ultimo armato di cinghia nell’atto di gridare “io non vi picchio, io vi sciolgo nell’acido” (wow! Le “istituzioni”…), giungevano sul luogo una ventina di agenti della celere che, correndo verso il portone, spingevano gli studenti nell’androne del palazzo e iniziavano a manganellare e a prendere a calci studentesse e studenti (e persino qualche giornalista), alcuni ai primi anni del liceo, nello sconcerto generale.
L’ennesima dimostrazione del fatto che in questo paese – si pensi agli arresti di Milano a danno di studenti medi e universitari – non è più possibile il dissenso studentesco: l’unica risposta del governo e del ministro è la violenza. Anche in questo caso la Gelmini non si è fatta vedere.

Dopo questo episodio un corteo anche più numeroso ha raggiunto la Fondazione S.Paolo per la Scuola in via Lagrange, dove secondo fonti giornalistiche il ministro avrebbe fatto tappa, ma anche qui ha dato forfait. Il bilancio della giornata è quindi quello di un ministro fantasma, che fugge agli studenti – che fanno comodo, evidentemente, solo da morti – di politici locali cinquantenni di destra armati di cinghia contro i liceali, di cariche folli e indiscriminate contro gli studenti, con un bilancio, tra di noi, di diversi feriti.

CHIEDIAMO CAMBIAMENTI CI DANNO POLIZIA

QUESTA E’ LA LORO DEMOCRAZIA
Studentesse e studenti medi, dell’università e del politecnico contro il ministro Gelmini

>Ministro Fantasma

>

Quello che segue è il racconto della giornata di di venerdì 20 novembre a Torino. Mentre sotto il Miur una donna ringrazia ed abbraccia uno studente in protesta, l’onorevole Ghiglia così commenta i fatti accaduti alla sede Pdl: “Questi finti studenti ma sicuri delinquenti hanno dimostrato ancora una volta il loro vero volto e se non fosse stato per il tempestivo intervento delle forze di polizia avrebbero assaltato la sede del Pdl”. (Adnkronos) [Grassetto mio].
Discorso divino, mano creatrice, onorevole Ghiglia, l’ente oltre-umano, che tutto conosce, tutto identifica (finti studenti, sicuri delinquenti, loro vero volto), che tutto racconta [Commento mio].
Da Adestra arriva invece il commento di una “Torino come a Stalingrado.” (?)
Nel fare riferimento ad una “donna incinta di 4 mesi” come ministro (Gelmini), Adestra descrive gli studenti alla sede Pdl come “una cinquantina di squatter“.

Rughe-verovolto-squatter-fintostudente-verodelinquente

FOTO1 [corso Vittorio Emanuele II, sede Pdl, 20 novembre 2009 onorevole Ghiglia]

FOTO2 [corso Vittorio Emanuele II, sede Pdl, 20 novembre 2009 Ravello e Ghiglia]

FOTO2 [Immagine pubblicata con l’articolo di Adestra] (?)

Oggi, 20 novembre 2009, circa 200 studenti medi ed universitari si sono radunati a palazzo nuovo dalla mattina per contestare la presenza del ministro Gelmini nella nostra città. Erano presenti giovani di diverse scuole superiori e studenti dell’università e del politecnico. Il primo dato della giornata è stato il tentativo del ministro di mantenere il segreto su ogni suo spostamento, fatto che dimostra l’estrema impopolarità delle sue politiche, dei suoi tagli e delle sue riforme, che producono contestazioni in tutta Italia, come è avvenuto il 17 novembre, e rendono la sua presenza sgradita a studenti, insegnanti e precari di ogni città.

Il tour gelminiano è iniziato da Rivoli, dove il ministro è andato a cercare i flash dei fotografi per un puro risvolto di immagine; in realtà sappiamo bene di chi sono le responsabilità della morte di Vito, cioè precisamente di chi rende impossibile, con i tagli e l’attacco alla scuola pubblica, una reale manutenzione degli edifici scolastici. Non basterà certo dare a Vito il nome di una scuola per riparare il crimine di chi mette a repentaglio giorno per giorno le vite degli studenti.

Il presidio studentesco si è mosso verso le 13:00 verso il Miur, dove era annunciata la presenza del ministro, che non si è fatto vedere. Dopo una breve occupazione degli uffici del ministero contro tagli e riforma dell’università – un ddl che svende l’università ai privati e diminuisce gli spazi di democrazia negli atenei – un corteo si è diretto alla sede del Pdl, dove era prevista una tappa della Gelmini. Qui i è avvicinato all’ingresso per portare la contestazione alle politiche del ministro e del suo partito, ma è stato aggredito da alcuni esponenti del Pdl con pugni e cinghie. Tra loro spiccavano il consigliere Ravello, Malan e il poco onorevole Ghiglia, sempre in cerca della provocazione e della rissa per attaccare gli studenti che contestano le loro politiche. Non ci stupiranno le loro sicure strumentalizzazioni.

Dopo l’aggressione di Ravello e Ghiglia, quest’ultimo armato di cinghia nell’atto di gridare “io non vi picchio, io vi sciolgo nell’acido” (wow! Le “istituzioni”…), giungevano sul luogo una ventina di agenti della celere che, correndo verso il portone, spingevano gli studenti nell’androne del palazzo e iniziavano a manganellare e a prendere a calci studentesse e studenti (e persino qualche giornalista), alcuni ai primi anni del liceo, nello sconcerto generale.
L’ennesima dimostrazione del fatto che in questo paese – si pensi agli arresti di Milano a danno di studenti medi e universitari – non è più possibile il dissenso studentesco: l’unica risposta del governo e del ministro è la violenza. Anche in questo caso la Gelmini non si è fatta vedere.

Dopo questo episodio un corteo anche più numeroso ha raggiunto la Fondazione S.Paolo per la Scuola in via Lagrange, dove secondo fonti giornalistiche il ministro avrebbe fatto tappa, ma anche qui ha dato forfait. Il bilancio della giornata è quindi quello di un ministro fantasma, che fugge agli studenti – che fanno comodo, evidentemente, solo da morti – di politici locali cinquantenni di destra armati di cinghia contro i liceali, di cariche folli e indiscriminate contro gli studenti, con un bilancio, tra di noi, di diversi feriti.

CHIEDIAMO CAMBIAMENTI CI DANNO POLIZIA

QUESTA E’ LA LORO DEMOCRAZIA
Studentesse e studenti medi, dell’università e del politecnico contro il ministro Gelmini

>Lo spettacolino imbarazzante

>

Per quanto sul sito web dell’Università di Verona non fosse stato pubblicato alcun comunicato e avviso, lunedì 16 novembre 2009, alle ore 17,30 nell’Aula Magna del Polo Zanotto, si è tenuta una conferenza dal titolo “Italia, rissa continua. Come se ne esce?”, incontro affidato alle voci di Vittorio Feltri, direttore de “Il Giornale”, Flavio Tosi, sindaco della Città di Verona e moderato da Stefano Lorenzetto. Organizzata dalla Associazione Imprenditori e Professionisti Veronesi (Ass.Im.P.) e patrocinata oltre che da Calzedonia dalla stessa Università, l’iniziativa è stata inspiegabilmente tenuta nell’ombra fino all’ultimo momento agli studenti e alle studentesse. L’Aula Magna è infatti gremita di signorotti in giacca e cravatta accompagnati dalle loro signore ingioiellate. Qua e là qualche studente, un po’ meno elegante.

L’incontro si apre con gli interventi del presidente dell’associazione organizzatrice, Galbusera e del Magnifico Rettore Mazzucco che dopo essersi vicendevolmente ringraziati colgono l’occasione per elogiare il disastroso disegno di legge del ministro Gelmini ed una riforma che, ci dicono, farà finalmente dell’Italia un “Paese normale”. Questa è solo la prima delle diverse occasioni in cui, durante la serata, verrà fatto riferimento ad una non ben definita idea di normalità. Si evince infatti fin dai primissimi interventi dei due ospiti che se l’Italia è perennemente in rissa, come il titolo della conferenza suggerisce, è perché la situazione, evidentemente, è anomala. In cosa consista l’anomalia lo chiarisce subito Feltri: l’antiberlusconismo.

L’incontro slitta immediatamente in una lunga apologia di Berlusconi, fossilizzandosi in un allucinante rimbalzo di dichiarazioni ed invettive adatte forse ad una sede di partito o a qualche bar, non certo ad un’Aula Magna. Argomento della discussione diventa la difficile situazione in cui una cospirazione di magistrati politicizzati, Presidente del Senato, Presidente della Repubblica, giornalisti analfabeti e fotografi daltonici ha premeditatamente fatto cadere Berlusconi.

Le argomentazioni di Feltri nulla hanno da invidiare alle prime pagine della testata di cui è direttore e di cui, è il caso di ricordarlo, è proprietaria la famiglia Berlusconi. Si parla di Fini e Napolitano? Feltri profetizza: «so che si sentono tutti i giorni. Credo che entro dicembre assisteremo ad un regolamento di conti». Si parla di Magistratura? Feltri, dopo aver sentenziato sulla radice comunista del suo operato, si improvvisa in un improbabile accento partenopeo per dipingere l’oziosità inefficiente di tutti quei magistrati che lui più di una volta ha incrociato nei corridoi dei tribunali mentre “parlano del Napòli del Millàn e dell’Innttèr”.

Incalzato dal moderatore Feltri ci parla anche della crisi: «i media disegnano una realtà tragica: disoccupati, gente che muore per strada. Adesso, io non ho mai visto cadaveri per strada. Anche i giornali, non segnalano cadaveri. Ma allora se non riesci ad arrivare alla fine del mese, perché non muori?».

E così Feltri parla e parla, e le sue parole rendono quelle di Tosi quasi diplomatiche.

Il pubblico ride e applaude divertito ad ogni intervento sapendo evidentemente di non dover rendere conto a nessuna controparte. Solo all’apertura del dibattito alcuni dei pochi studenti presenti chiedono la parola per poter esporre qualche critica e denunciare il basso, bassissimo livello della conferenza a cui avevano appena assistito. Digos, Polizia e le varie guardie del corpo entrano immediatamente in allerta. Non fanno a tempo a cominciare gli interventi che dalla platea si levano urla, fischi ed insulti: “andate a lavorare!”, “avanzi di galera!”, “nessuno vi ha invitati!”.

A questo punto, mentre qualcuno tenta di aprire uno striscione con scritto “Oggi docenti d’eccezione: intolleranza e repressione”, più di qualche signorotto si alza livoroso dalla propria poltroncina per arrivare a contatto con gli studenti. Viene trattenuto a stento dalla moglie in pelliccia o qualche agente. Gli studenti assistono increduli. Feltri abbandona il suo posto. Il Rettore viene scortato fuori dall’aula. Il moderatore coglie l’occasione per dichiarare frettolosamente la chiusura dell’incontro.

Ci chiediamo quale idea di “confronto sereno e privo di pregiudizi” possano avere persone che arrivano a togliere la parola in questa maniera a chi anche solo tenta di argomentare un punto di vista differente. Ci chiediamo quale idea di “Paese normale” condividano queste persone. Evidentemente la condizione sottointesa per arrivare a superare la rissosità nel confronto politico è la sopressione di ogni forma di dissenso e la messa a tacere delle voci non allineate.

Ci sarebbe piaciuto interrogare Feltri sulla sua credibilità come giornalista e interlocutore in un dibattito che si auspicava di trovare soluzioni per uscire dalla rissosità, lui che negli anni si è distinto per la provocatorietà, il cinismo e il linguaggio becero. Avremmo voluto chiedere a Tosi della speculazione edilizia in Passalacqua, della disastrosa situzione dei parcheggi in Veronetta, delle motivazioni per cui rifiuta di dare ascolto ai dubbi dei cittadini sul progetto del traforo; ci sarebbe piaciuto sentire la sua opinione sugli ultimi sviluppi dell’omicidio di Tommasoli. Come studentesse e studenti dell’Università di Verona riteniamo sarebbe stato nostro diritto poterlo fare.

Ci siamo invece ritrovati spintonati e insultati da una platea livorosa degna della curva di uno stadio, circondati da agenti della digos che paradossalmente chiedono i nostri documenti e minacciano di portarci in questura. La situazione è talmente assurda che interviene perfino il Sindaco. Dice che in fondo siamo solo ragazzi e che non c’è bisogno di identificazione. Siamo salvi. Abbiamo rischiato grosso, noi e le nostre domande impertinenti.

Questo breve comunicato vuole essere un appello alla decenza. Siamo schifati da ciò che è successo lunedì, dal modo in cui è stato condotto l’incontro, da ciò che è stato affermato da parte dei relatori, dalla complicità del Rettore. L’Università dovrebbe essere luogo di ricerca e di cultura, non merita spettacolini imbarazzanti di questo tipo. Chiediamo che iniziative di così basso profilo culturale non trovino ospitalità nel nostro Ateneo. Pensiamo che l’Università non debba offrire i propri spazi alle scorribande di qualche provocatore di professione e tantomeno debba ospitare, pur di racimolare qualche soldo, comizi politici e meeting imprenditoriali. Se l’incontro di lunedì è stato un modo per inaugurare le future relazioni tra Università e privati, come studentesse e studenti siamo pronti
a dare battaglia.

Collettivo Facoltà Umanistiche
http://studiareconlentezza.noblogs.org
Tutti i materiali su questo spettacolino.

Lo spettacolino imbarazzante

Per quanto sul sito web dell’Università di Verona non fosse stato pubblicato alcun comunicato e avviso, lunedì 16 novembre 2009, alle ore 17,30 nell’Aula Magna del Polo Zanotto, si è tenuta una conferenza dal titolo “Italia, rissa continua. Come se ne esce?”, incontro affidato alle voci di Vittorio Feltri, direttore de “Il Giornale”, Flavio Tosi, sindaco della Città di Verona e moderato da Stefano Lorenzetto. Organizzata dalla Associazione Imprenditori e Professionisti Veronesi (Ass.Im.P.) e patrocinata oltre che da Calzedonia dalla stessa Università, l’iniziativa è stata inspiegabilmente tenuta nell’ombra fino all’ultimo momento agli studenti e alle studentesse. L’Aula Magna è infatti gremita di signorotti in giacca e cravatta accompagnati dalle loro signore ingioiellate. Qua e là qualche studente, un po’ meno elegante.

L’incontro si apre con gli interventi del presidente dell’associazione organizzatrice, Galbusera e del Magnifico Rettore Mazzucco che dopo essersi vicendevolmente ringraziati colgono l’occasione per elogiare il disastroso disegno di legge del ministro Gelmini ed una riforma che, ci dicono, farà finalmente dell’Italia un “Paese normale”. Questa è solo la prima delle diverse occasioni in cui, durante la serata, verrà fatto riferimento ad una non ben definita idea di normalità. Si evince infatti fin dai primissimi interventi dei due ospiti che se l’Italia è perennemente in rissa, come il titolo della conferenza suggerisce, è perché la situazione, evidentemente, è anomala. In cosa consista l’anomalia lo chiarisce subito Feltri: l’antiberlusconismo.

L’incontro slitta immediatamente in una lunga apologia di Berlusconi, fossilizzandosi in un allucinante rimbalzo di dichiarazioni ed invettive adatte forse ad una sede di partito o a qualche bar, non certo ad un’Aula Magna. Argomento della discussione diventa la difficile situazione in cui una cospirazione di magistrati politicizzati, Presidente del Senato, Presidente della Repubblica, giornalisti analfabeti e fotografi daltonici ha premeditatamente fatto cadere Berlusconi.

Le argomentazioni di Feltri nulla hanno da invidiare alle prime pagine della testata di cui è direttore e di cui, è il caso di ricordarlo, è proprietaria la famiglia Berlusconi. Si parla di Fini e Napolitano? Feltri profetizza: «so che si sentono tutti i giorni. Credo che entro dicembre assisteremo ad un regolamento di conti». Si parla di Magistratura? Feltri, dopo aver sentenziato sulla radice comunista del suo operato, si improvvisa in un improbabile accento partenopeo per dipingere l’oziosità inefficiente di tutti quei magistrati che lui più di una volta ha incrociato nei corridoi dei tribunali mentre “parlano del Napòli del Millàn e dell’Innttèr”.

Incalzato dal moderatore Feltri ci parla anche della crisi: «i media disegnano una realtà tragica: disoccupati, gente che muore per strada. Adesso, io non ho mai visto cadaveri per strada. Anche i giornali, non segnalano cadaveri. Ma allora se non riesci ad arrivare alla fine del mese, perché non muori?».

E così Feltri parla e parla, e le sue parole rendono quelle di Tosi quasi diplomatiche.

Il pubblico ride e applaude divertito ad ogni intervento sapendo evidentemente di non dover rendere conto a nessuna controparte. Solo all’apertura del dibattito alcuni dei pochi studenti presenti chiedono la parola per poter esporre qualche critica e denunciare il basso, bassissimo livello della conferenza a cui avevano appena assistito. Digos, Polizia e le varie guardie del corpo entrano immediatamente in allerta. Non fanno a tempo a cominciare gli interventi che dalla platea si levano urla, fischi ed insulti: “andate a lavorare!”, “avanzi di galera!”, “nessuno vi ha invitati!”.

A questo punto, mentre qualcuno tenta di aprire uno striscione con scritto “Oggi docenti d’eccezione: intolleranza e repressione”, più di qualche signorotto si alza livoroso dalla propria poltroncina per arrivare a contatto con gli studenti. Viene trattenuto a stento dalla moglie in pelliccia o qualche agente. Gli studenti assistono increduli. Feltri abbandona il suo posto. Il Rettore viene scortato fuori dall’aula. Il moderatore coglie l’occasione per dichiarare frettolosamente la chiusura dell’incontro.

Ci chiediamo quale idea di “confronto sereno e privo di pregiudizi” possano avere persone che arrivano a togliere la parola in questa maniera a chi anche solo tenta di argomentare un punto di vista differente. Ci chiediamo quale idea di “Paese normale” condividano queste persone. Evidentemente la condizione sottointesa per arrivare a superare la rissosità nel confronto politico è la sopressione di ogni forma di dissenso e la messa a tacere delle voci non allineate.

Ci sarebbe piaciuto interrogare Feltri sulla sua credibilità come giornalista e interlocutore in un dibattito che si auspicava di trovare soluzioni per uscire dalla rissosità, lui che negli anni si è distinto per la provocatorietà, il cinismo e il linguaggio becero. Avremmo voluto chiedere a Tosi della speculazione edilizia in Passalacqua, della disastrosa situzione dei parcheggi in Veronetta, delle motivazioni per cui rifiuta di dare ascolto ai dubbi dei cittadini sul progetto del traforo; ci sarebbe piaciuto sentire la sua opinione sugli ultimi sviluppi dell’omicidio di Tommasoli. Come studentesse e studenti dell’Università di Verona riteniamo sarebbe stato nostro diritto poterlo fare.

Ci siamo invece ritrovati spintonati e insultati da una platea livorosa degna della curva di uno stadio, circondati da agenti della digos che paradossalmente chiedono i nostri documenti e minacciano di portarci in questura. La situazione è talmente assurda che interviene perfino il Sindaco. Dice che in fondo siamo solo ragazzi e che non c’è bisogno di identificazione. Siamo salvi. Abbiamo rischiato grosso, noi e le nostre domande impertinenti.

Questo breve comunicato vuole essere un appello alla decenza. Siamo schifati da ciò che è successo lunedì, dal modo in cui è stato condotto l’incontro, da ciò che è stato affermato da parte dei relatori, dalla complicità del Rettore. L’Università dovrebbe essere luogo di ricerca e di cultura, non merita spettacolini imbarazzanti di questo tipo. Chiediamo che iniziative di così basso profilo culturale non trovino ospitalità nel nostro Ateneo. Pensiamo che l’Università non debba offrire i propri spazi alle scorribande di qualche provocatore di professione e tantomeno debba ospitare, pur di racimolare qualche soldo, comizi politici e meeting imprenditoriali. Se l’incontro di lunedì è stato un modo per inaugurare le future relazioni tra Università e privati, come studentesse e studenti siamo pronti
a dare battaglia.

Collettivo Facoltà Umanistiche
http://studiareconlentezza.noblogs.org
Tutti i materiali su questo spettacolino.

Nessuno più vuole finire in prigione

No, non si tratta di un incitamento al crimine, ne tantomeno della triste confidenza di un secondino in cassa integrazione. Il titolo di questa riflessione è infatti parte del testo di uno dei primi, forse proprio il primo, successo dei Clash: White Riot.
Strummer, nella canzone, si lamenta del fatto che agli uomini bianchi non importa più niente di agire fuori dagli schemi, senza tenere conto delle conseguenze dei propri atti, anche quando queste concernono addirittura il carcere.
Come possiamo risignificare oggi questa frase? Joe non voleva dire, credo, che dobbiamo metterci a fare la prima cosa che ci passa in testa, perché se non abbiamo mai fatto una notte in gattabuia non siamo degni partecipanti della nostra personale rivoluzione.
Il suo messaggio potrebbe anche suonare a questa maniera: “hey amico, ti gira per la testa qualcosa di buono? Fallo! E poi sia quel che sia… la galera, il fallimento, l’oblio… che importa?”
In breve: smuovere una situazione statica e intollerabile, anche a rischio di fallire.
Capisco che un messaggio del genere porta con se un’eco assai affievolita degli anni in cui fu scritto in versi dai Clash. Come ci può essere utile in chiave odierna?
Ripartiamo dalla staticità di una situazione.
Sappiamo che, ogni tentativo di uscirne produce alla lunga effetti che, dopo un primo tempo dinamico, tendono a stabilizzarsi e a ripristinare un equilibrio, forse differente da quello di partenza, ma comunque nuovamente statico.
L’infrazione alla norma che riscuote successo diviene la nuova norma, e la coerenza con la scelta fatta in principio non fa altro che legittimare il nuovo regime immobilistico.
La nuova norma, come quella vecchia, crea poi i propri soggetti, e questi, una volta riconosciuti, non possono non portarne il marchio.
Ne consegue che le nuove norme non liberano i soggetti da quel marchio, ma ne creano semplicemente di nuovi.
Le implicazioni di ciò sono molteplici, ma quella più immediata concerne “l’autonomia”. Non è infatti possibile, una volta riconosciutosi come tale, per il soggetto poter fare scelte autonome.
L’unica autonomia che ci è permessa non è la possibilità di fare scelte autonome, ma quella di poter essere autonomi rispetto alle scelte fatte.
Si, sembrerebbe un cane che si morde la coda, ma non è proprio così: le scelte fatte non sono mai autonome, perciò nemmeno la scelta di rendermi autonomo da una precedente scelta lo é.
In realtà, ciò che differenzia questi due tipi di scelta è l’orizzonte di libertà in cui si muovono: mentre le scelte di primo impatto si muovono in buona parte nell’emisfero della necessità, quelle di “misconoscimento”, “abbandono” o del semplice”lasciar che sia” restano a mio avviso più legate all’emisfero concettuale della possibilità. Ora; non sto dicendo che una scelta sia necessaria e una possibile, tutt’al più che alcune scelte sono molto necessarie e altre sufficientemente possibili.
Ci sono momenti in cui è necessario fare certi discorsi, e altri momenti, proprio sulla soglia della loro cementificazione semantica, in cui c’é la possibilità di discostarsene.
Introdurre un discorso politico in un certo contesto, e restare coerenti con esso, anche quando non produce più movimento e si è fatto norma, generando soggetti identitari, significa accettare il gioco dei ruoli, ed è ciò che più si allontana da una qualsiasi idea di autonomia.
Certo è che misconoscere certe scelte a noi care costa, proprio in termini di identità, e non è facile abbandonarle, proprio perché in esse c’è qualcosa che parla ancora di noi, ma che al tempo stesso ci tiene legati, sedimentati, unitari, soggetti.
Ecco perché abbandonare un percorso politico che ti ha dato molto, ma oramai ti da solo quello, può sembrare un fallimento, ed in qualche modo non apparire più come il soggetto-ruolo in cui ti sei riconosciuto, in cui la gente ti riconosce, è un po’ come sparire, non essere più visibile.
Sparito come sparisce chi viene rinchiuso in galera.
Sarebbe bello sentire cosa ne penserebbe il vecchio Joe, forse me la potrei cavare con un caldo invito ad andare a tirare un mattone ad una banca e pensare di meno, oppure potrebbe ammonire dicendo: visto che non puoi in alcuna maniera essere autonomo, rendi autonome le tue scelte: falle, e al momento giusto abbi il coraggio di andartene in galera. Compile, e quando è ora fallisci nel tentativo di slegarti da esse.

“Fallire, provare di nuovo, fallire meglio” (S. Beckett)

Ale B.

>Nessuno più vuole finire in prigione

>

No, non si tratta di un incitamento al crimine, ne tantomeno della triste confidenza di un secondino in cassa integrazione. Il titolo di questa riflessione è infatti parte del testo di uno dei primi, forse proprio il primo, successo dei Clash: White Riot.
Strummer, nella canzone, si lamenta del fatto che agli uomini bianchi non importa più niente di agire fuori dagli schemi, senza tenere conto delle conseguenze dei propri atti, anche quando queste concernono addirittura il carcere.
Come possiamo risignificare oggi questa frase? Joe non voleva dire, credo, che dobbiamo metterci a fare la prima cosa che ci passa in testa, perché se non abbiamo mai fatto una notte in gattabuia non siamo degni partecipanti della nostra personale rivoluzione.
Il suo messaggio potrebbe anche suonare a questa maniera: “hey amico, ti gira per la testa qualcosa di buono? Fallo! E poi sia quel che sia… la galera, il fallimento, l’oblio… che importa?”
In breve: smuovere una situazione statica e intollerabile, anche a rischio di fallire.
Capisco che un messaggio del genere porta con se un’eco assai affievolita degli anni in cui fu scritto in versi dai Clash. Come ci può essere utile in chiave odierna?
Ripartiamo dalla staticità di una situazione.
Sappiamo che, ogni tentativo di uscirne produce alla lunga effetti che, dopo un primo tempo dinamico, tendono a stabilizzarsi e a ripristinare un equilibrio, forse differente da quello di partenza, ma comunque nuovamente statico.
L’infrazione alla norma che riscuote successo diviene la nuova norma, e la coerenza con la scelta fatta in principio non fa altro che legittimare il nuovo regime immobilistico.
La nuova norma, come quella vecchia, crea poi i propri soggetti, e questi, una volta riconosciuti, non possono non portarne il marchio.
Ne consegue che le nuove norme non liberano i soggetti da quel marchio, ma ne creano semplicemente di nuovi.
Le implicazioni di ciò sono molteplici, ma quella più immediata concerne “l’autonomia”. Non è infatti possibile, una volta riconosciutosi come tale, per il soggetto poter fare scelte autonome.
L’unica autonomia che ci è permessa non è la possibilità di fare scelte autonome, ma quella di poter essere autonomi rispetto alle scelte fatte.
Si, sembrerebbe un cane che si morde la coda, ma non è proprio così: le scelte fatte non sono mai autonome, perciò nemmeno la scelta di rendermi autonomo da una precedente scelta lo é.
In realtà, ciò che differenzia questi due tipi di scelta è l’orizzonte di libertà in cui si muovono: mentre le scelte di primo impatto si muovono in buona parte nell’emisfero della necessità, quelle di “misconoscimento”, “abbandono” o del semplice”lasciar che sia” restano a mio avviso più legate all’emisfero concettuale della possibilità. Ora; non sto dicendo che una scelta sia necessaria e una possibile, tutt’al più che alcune scelte sono molto necessarie e altre sufficientemente possibili.
Ci sono momenti in cui è necessario fare certi discorsi, e altri momenti, proprio sulla soglia della loro cementificazione semantica, in cui c’é la possibilità di discostarsene.
Introdurre un discorso politico in un certo contesto, e restare coerenti con esso, anche quando non produce più movimento e si è fatto norma, generando soggetti identitari, significa accettare il gioco dei ruoli, ed è ciò che più si allontana da una qualsiasi idea di autonomia.
Certo è che misconoscere certe scelte a noi care costa, proprio in termini di identità, e non è facile abbandonarle, proprio perché in esse c’è qualcosa che parla ancora di noi, ma che al tempo stesso ci tiene legati, sedimentati, unitari, soggetti.
Ecco perché abbandonare un percorso politico che ti ha dato molto, ma oramai ti da solo quello, può sembrare un fallimento, ed in qualche modo non apparire più come il soggetto-ruolo in cui ti sei riconosciuto, in cui la gente ti riconosce, è un po’ come sparire, non essere più visibile.
Sparito come sparisce chi viene rinchiuso in galera.
Sarebbe bello sentire cosa ne penserebbe il vecchio Joe, forse me la potrei cavare con un caldo invito ad andare a tirare un mattone ad una banca e pensare di meno, oppure potrebbe ammonire dicendo: visto che non puoi in alcuna maniera essere autonomo, rendi autonome le tue scelte: falle, e al momento giusto abbi il coraggio di andartene in galera. Compile, e quando è ora fallisci nel tentativo di slegarti da esse.

“Fallire, provare di nuovo, fallire meglio” (S. Beckett)

Ale B.

Dal Rettorato Occupato


Torino.
E’ mezzogiorno quando gli studenti in protesta entrano nel cortile del rettorato dell’università. Lo sciopero della cultura si muove con il corteo e poi prosegue nell’assemblea tra i portici della struttura amministrativa. Negli interventi della gente che popola l’università di Torino, emerge la decisione dell’occupazione. C’è ancora il sole mentre qualcuno comincia a mangiare; tavoli vengono posti per animare una lezione, e lo studio. Ovunque, spazi di incontro.
Nel tardo pomeriggio, con il buio viene preparata la polenta, si comincia a suonare, e l’afflusso di gente aumenta.
Nella notte rimangono aperte due stanze in cui gli occupanti ritagliano spazi per il sonno, tra banchi, piastrelle e cartoni.
La mattina di ieri (il giorno dopo la manifestazione) la nebbia copre il cortile del rettorato. Alle due del pomeriggio, l’assemblea decide di interrompere l’occupazione. A partire dai prossimi incontri nei corridoi e nelle aule autogestite delle facoltà, la mobilitazione torinese si spinge verso il 26 e 30 novembre, giornate di pressione al rettore. Ciò che si vuole, è ottenere una forte presa di posizione contraria al ddl Gelmini del rettore Pelizzetti, oppure le dimissioni.
Continuano gli incontri.

Rughe

>Dal Rettorato Occupato

>
Torino.
E’ mezzogiorno quando gli studenti in protesta entrano nel cortile del rettorato dell’università. Lo sciopero della cultura si muove con il corteo e poi prosegue nell’assemblea tra i portici della struttura amministrativa. Negli interventi della gente che popola l’università di Torino, emerge la decisione dell’occupazione. C’è ancora il sole mentre qualcuno comincia a mangiare; tavoli vengono posti per animare una lezione, e lo studio. Ovunque, spazi di incontro.
Nel tardo pomeriggio, con il buio viene preparata la polenta, si comincia a suonare, e l’afflusso di gente aumenta.
Nella notte rimangono aperte due stanze in cui gli occupanti ritagliano spazi per il sonno, tra banchi, piastrelle e cartoni.
La mattina di ieri (il giorno dopo la manifestazione) la nebbia copre il cortile del rettorato. Alle due del pomeriggio, l’assemblea decide di interrompere l’occupazione. A partire dai prossimi incontri nei corridoi e nelle aule autogestite delle facoltà, la mobilitazione torinese si spinge verso il 26 e 30 novembre, giornate di pressione al rettore. Ciò che si vuole, è ottenere una forte presa di posizione contraria al ddl Gelmini del rettore Pelizzetti, oppure le dimissioni.
Continuano gli incontri.

Rughe