>La colla delle Immagini

>

“Le immagini necessitano di un’operazione che sappia portarle al chiarore della lettura, ma così rischiarate esse restano come invisibili sotto la luminosità accecante di ciò che si proietta su di esse.”
Si tratta quindi di una luminosità accecante. O meglio di una proiezione luminosa, accecante. La didascalia, il montaggio.
Sembra crearsi la forzatura di una dialettica artificiosa tra immagine-didascalia, illustrazione-parola. Lo scambio è imposto nel momento in cui la parola si incolla unilateralmente all’immagine. Il dialogo (il “TRA”, taglio, tra discorsi; discorso-TRA-discorso) è fittizio, o mancante. Al discorso dell’illustrazione (oscuro, opaco, indefinibile, ma comunque traccia) si pone dall’altro lato del TRA una spiegazione di tale discorso, la sua illuminazione, la didascalia. Questa didascalia non è discorso (proprio) ma lampada sul discorso inscritto nell’illustrazione. Nel taglio che è dialogo dunque, le regioni dell’immagine e della parola non comunicano in forza della cecità prodotta dalla seconda.
Decade la comunicazione. Il resto è la colla tra i due capi di questa.
Nel luogo di questa reciprocità perversa, è già presente lo sguardo del voyeur; l’Io-guardante. Questi, questo-Io è la cabina di ricezione posta nel mezzo dello pseudo-dialogo immagine-parola. Il luogo del TRA dialogico è dunque svuotato dall’illuminazione (di cui sopra) e riempito dall’Io-che-guarda l’immagine. La fonte della proiezione luminosa è alle sue spalle; l’immagine davanti, rettilinea allo sguardo (l’illustrazione arriva prima della parola). La luminosità che filtra di-oltre-le-spalle (le mie spalle) didascalizza l’immagine osservata (che osservo).
Ma cosa significa questo passaggio? Questa inalazione luminosa che l’Io-guardante respira nel trovarsi nel luogo di mezzo della comunicazione fallita tra immagine-parola? Cosa questa indignazione-sofferenza-assuefazione davanti l’immagine?
Il porsi di mezzo dell’Io-guardante nel processo diapositivo illustrazione-didascalia, coincide con una (2)de-soggettivazione mascherata da (1)Io-sento. In altre parole, nel momento in cui Io-guardo una immagine che ritrae un “corpo martoriato”, sento. (1)Questo sentire (sofferenza, indignazione, neutralità, repulsione, eccitazione) è già presunzione di identificazione, lo è per me stesso. “Io ho sentito questo. Ne sono sicuro. Io”. (2) Se tuttavia, sento la certezza di questo Io-sento, il luogo in questo accade è già un luogo perverso, in cui ottengo il mio nome (l’idea di nome è qui identica al sostenere l’idea del Io-sento di sopra) nel posto in cui lo ottiene una ampia generalità di persone. Il TRA è riempito da una estesa quantità di persone, di Io-guardante (Io-sento).
Immagine-Io(sento)-didascalia.
Accade qui che il stesso processo di attribuzione che agisce dalla parola all’immagine, si compie nei confronti dell’Io, colpendolo nel momento in cui maggiormente si soggettivizza. Il momento della “sensazione”. Identificazione manipolata, condotta, didascalizzata. Ha luogo la marca: sofferente, indignata, neutra, eccitata. Il resto è la colla tra le immagini.

Rughe

La colla delle Immagini

“Le immagini necessitano di un’operazione che sappia portarle al chiarore della lettura, ma così rischiarate esse restano come invisibili sotto la luminosità accecante di ciò che si proietta su di esse.”
Si tratta quindi di una luminosità accecante. O meglio di una proiezione luminosa, accecante. La didascalia, il montaggio.
Sembra crearsi la forzatura di una dialettica artificiosa tra immagine-didascalia, illustrazione-parola. Lo scambio è imposto nel momento in cui la parola si incolla unilateralmente all’immagine. Il dialogo (il “TRA”, taglio, tra discorsi; discorso-TRA-discorso) è fittizio, o mancante. Al discorso dell’illustrazione (oscuro, opaco, indefinibile, ma comunque traccia) si pone dall’altro lato del TRA una spiegazione di tale discorso, la sua illuminazione, la didascalia. Questa didascalia non è discorso (proprio) ma lampada sul discorso inscritto nell’illustrazione. Nel taglio che è dialogo dunque, le regioni dell’immagine e della parola non comunicano in forza della cecità prodotta dalla seconda.
Decade la comunicazione. Il resto è la colla tra i due capi di questa.
Nel luogo di questa reciprocità perversa, è già presente lo sguardo del voyeur; l’Io-guardante. Questi, questo-Io è la cabina di ricezione posta nel mezzo dello pseudo-dialogo immagine-parola. Il luogo del TRA dialogico è dunque svuotato dall’illuminazione (di cui sopra) e riempito dall’Io-che-guarda l’immagine. La fonte della proiezione luminosa è alle sue spalle; l’immagine davanti, rettilinea allo sguardo (l’illustrazione arriva prima della parola). La luminosità che filtra di-oltre-le-spalle (le mie spalle) didascalizza l’immagine osservata (che osservo).
Ma cosa significa questo passaggio? Questa inalazione luminosa che l’Io-guardante respira nel trovarsi nel luogo di mezzo della comunicazione fallita tra immagine-parola? Cosa questa indignazione-sofferenza-assuefazione davanti l’immagine?
Il porsi di mezzo dell’Io-guardante nel processo diapositivo illustrazione-didascalia, coincide con una (2)de-soggettivazione mascherata da (1)Io-sento. In altre parole, nel momento in cui Io-guardo una immagine che ritrae un “corpo martoriato”, sento. (1)Questo sentire (sofferenza, indignazione, neutralità, repulsione, eccitazione) è già presunzione di identificazione, lo è per me stesso. “Io ho sentito questo. Ne sono sicuro. Io”. (2) Se tuttavia, sento la certezza di questo Io-sento, il luogo in questo accade è già un luogo perverso, in cui ottengo il mio nome (l’idea di nome è qui identica al sostenere l’idea del Io-sento di sopra) nel posto in cui lo ottiene una ampia generalità di persone. Il TRA è riempito da una estesa quantità di persone, di Io-guardante (Io-sento).
Immagine-Io(sento)-didascalia.
Accade qui che il stesso processo di attribuzione che agisce dalla parola all’immagine, si compie nei confronti dell’Io, colpendolo nel momento in cui maggiormente si soggettivizza. Il momento della “sensazione”. Identificazione manipolata, condotta, didascalizzata. Ha luogo la marca: sofferente, indignata, neutra, eccitata. Il resto è la colla tra le immagini.

Rughe

Vogliono sgomberare l’asilosquat

Lo sgombero dell’Asilo Occupato di Via Alessandria è stato deciso. Non si tratta ormai di sapere più se ma solo quando. Alcune voci dai palazzi del potere affermano si tratti solo di una questione di comodità, se cioè eseguire lo sgombero nelle prossime giornate oppure agire di sorpresa tra qualche settimana, finita la canea mediatica di questi giorni.

Fatto sta che la decisione è stata presa: un altro pezzo di città libera viene sacrificato da Chiamparino per zittire una destra sempre più idrofoba ed assetata di repressione. Repressione che il sindaco ha sempre pubblicamente evocato e sostenuto a sua volta, sia chiaro.

Viene invocato, da entrambi gli schieramenti politici, ed all’unanimità, “il ripristino della legalità”. La stessa legalità che
viene bellamente ignorata in Sala Rossa, quando si tratta di intervenire contro il lavoro nero , le case affittate per centinaia di euro ai poveri ed agli stranieri senza alcuno straccio di contratto), il mancato rispetto delle leggi di sicurezza sul lavoro che ogni giorno mietono decine di vittime tra morti e feriti.

Per tutto questo c’è tempo. Invece, quando si tratta di una libera esperienza di autogestione ecco allora che la sete di legalità scatena un’ansia incontenibile tra i potenti che corrono subito ad invocare repressione, arresti e manganellate.

Si vogliono cancellare 14 anni di autogestione a Porta Palazzo per mascherare le vere magagne di una Torino sull’orlo del collasso: disoccupazione crescente, debiti miliardari per la kermesse olimpica, strade e piazze militarizzate per reprimere con la violenza il malcontento sempre più diffuso e dilagante.

Lo sgombero dell’Asilo Occupato si prefigge come uno dei tanti fallimenti di una giunta di sinistra che dopo aver depauperato la città per conto dei padroni delle olimpiadi (gli stessi che prima dominavano le ferriere), ed aver aperto la strada al disastro ecologico del TAV, ora si appresta a voler consegnare alla destra fascista una città “ripulita” dei pochi che ancora osavano andare in piazza a smascherare i nuovi fascisti, ormai sempre meno paurosi di mostrarsi in pubblico.

Fermiamo le fasulle pretese legalitarie di un potere corrotto e nocivo!

Impediamo lo sgombero dell’Asilo Occupato, non permettiamogli di reprimere un’esperienza di autogestione.

Orecchie ed occhi ben aperti per le iniziative di risposta che ci saranno a breve!

Sabato 7 novembre ore 11 assemblea aperta all’asilosquat
ore 13 dal Balon corteo in quartiere

Gli occupanti dell’Asilosquat
Via Alessandria 12
Porta Palazzo Turin

>Vogliono sgomberare l’asilosquat

>

Lo sgombero dell’Asilo Occupato di Via Alessandria è stato deciso. Non si tratta ormai di sapere più se ma solo quando. Alcune voci dai palazzi del potere affermano si tratti solo di una questione di comodità, se cioè eseguire lo sgombero nelle prossime giornate oppure agire di sorpresa tra qualche settimana, finita la canea mediatica di questi giorni.

Fatto sta che la decisione è stata presa: un altro pezzo di città libera viene sacrificato da Chiamparino per zittire una destra sempre più idrofoba ed assetata di repressione. Repressione che il sindaco ha sempre pubblicamente evocato e sostenuto a sua volta, sia chiaro.

Viene invocato, da entrambi gli schieramenti politici, ed all’unanimità, “il ripristino della legalità”. La stessa legalità che
viene bellamente ignorata in Sala Rossa, quando si tratta di intervenire contro il lavoro nero , le case affittate per centinaia di euro ai poveri ed agli stranieri senza alcuno straccio di contratto), il mancato rispetto delle leggi di sicurezza sul lavoro che ogni giorno mietono decine di vittime tra morti e feriti.

Per tutto questo c’è tempo. Invece, quando si tratta di una libera esperienza di autogestione ecco allora che la sete di legalità scatena un’ansia incontenibile tra i potenti che corrono subito ad invocare repressione, arresti e manganellate.

Si vogliono cancellare 14 anni di autogestione a Porta Palazzo per mascherare le vere magagne di una Torino sull’orlo del collasso: disoccupazione crescente, debiti miliardari per la kermesse olimpica, strade e piazze militarizzate per reprimere con la violenza il malcontento sempre più diffuso e dilagante.

Lo sgombero dell’Asilo Occupato si prefigge come uno dei tanti fallimenti di una giunta di sinistra che dopo aver depauperato la città per conto dei padroni delle olimpiadi (gli stessi che prima dominavano le ferriere), ed aver aperto la strada al disastro ecologico del TAV, ora si appresta a voler consegnare alla destra fascista una città “ripulita” dei pochi che ancora osavano andare in piazza a smascherare i nuovi fascisti, ormai sempre meno paurosi di mostrarsi in pubblico.

Fermiamo le fasulle pretese legalitarie di un potere corrotto e nocivo!

Impediamo lo sgombero dell’Asilo Occupato, non permettiamogli di reprimere un’esperienza di autogestione.

Orecchie ed occhi ben aperti per le iniziative di risposta che ci saranno a breve!

Sabato 7 novembre ore 11 assemblea aperta all’asilosquat
ore 13 dal Balon corteo in quartiere

Gli occupanti dell’Asilosquat
Via Alessandria 12
Porta Palazzo Turin

>Assuefatti…

>

Viviamo in un epoca in cui l’informazione si basa soprattutto sull’immagine. Viviamo ormai in una sorta di grande fratello, perennemente sorvegliati, ripresi, spiati. Viviamo nell’epoca in cui l’immagine conta più della parola. Siamo così perennemente bombardati di immagini di ogni genere e sorta da esserne ormai assuefatti. Siamo ormai talmente abituati a vedere ogni tipo di immagini, che siano vere o finte, da rimanere indifferenti anche nel momento stesso in cui siamo noi ad entrare e a vivere una certa situazione che abbiamo già visto da qualche parte. Emblematico il caso del video shock del 3 maggio scorso che documenta l’uccisione di Mariano Bacioterracino a Napoli, per mano di un killer, recentemente identificato, killer che risulta irrintracciabile. Il video mostra l’esecuzione di Bacioterracino nell’indifferenza totale delle persone lì intorno, ora va bene che da quelle parti, se non si vogliono avere problemi, vige la regola delle tre scimmiette, non vedo non sento e non parlo ma, scavalcare il corpo privo di vita dell’uomo, quasi come non ci fosse o passarci affianco ignorandolo completamente mi sembra eccessivo.
Ancora più scioccante però è sentire la moglie dell’ucciso che dichiara di non essere sconvolta per la tragica fine del suo compagno, d’altronde si sa che a Napoli prima o poi certe persone muoiono in un certo modo.
Assuefatti alla violenza, persino alla morte. Immagini di soldati uccisi, corpi sepolti da macerie, corpi maciullati, ridotti talmente male da sembrare il corpo di un maiale, incidenti, uccisioni e tante altre immagini ci passano ogni giorno davanti agli occhi e ormai non ci facciamo neanche quasi più caso.
Assuefatti a causa della nuova società, assuefatti a causa della nuova cultura da voyeur che media e non solo ci impongono. Noi siamo il prodotto di televisione, con tutti i suoi reality e non solo, ed internet, il cui esempio lampante è Youtube. Siamo ormai così talmente assuefatti da tutte queste immagini che ormai ogni qualsiasi emozione ha lasciato il posto alla rassegnazione e all’apatia.
Come uscire da questo mondo privo di emozioni? Difficile a dirsi, cominciare già a spegnere TV e computer potrebbe essere un passo avanti ma, non decisivo anche perché, l’impressione è che orami siamo arrivati ad un punto di non ritorno.

Matte

Assuefatti…

Viviamo in un epoca in cui l’informazione si basa soprattutto sull’immagine. Viviamo ormai in una sorta di grande fratello, perennemente sorvegliati, ripresi, spiati. Viviamo nell’epoca in cui l’immagine conta più della parola. Siamo così perennemente bombardati di immagini di ogni genere e sorta da esserne ormai assuefatti. Siamo ormai talmente abituati a vedere ogni tipo di immagini, che siano vere o finte, da rimanere indifferenti anche nel momento stesso in cui siamo noi ad entrare e a vivere una certa situazione che abbiamo già visto da qualche parte. Emblematico il caso del video shock del 3 maggio scorso che documenta l’uccisione di Mariano Bacioterracino a Napoli, per mano di un killer, recentemente identificato, killer che risulta irrintracciabile. Il video mostra l’esecuzione di Bacioterracino nell’indifferenza totale delle persone lì intorno, ora va bene che da quelle parti, se non si vogliono avere problemi, vige la regola delle tre scimmiette, non vedo non sento e non parlo ma, scavalcare il corpo privo di vita dell’uomo, quasi come non ci fosse o passarci affianco ignorandolo completamente mi sembra eccessivo.
Ancora più scioccante però è sentire la moglie dell’ucciso che dichiara di non essere sconvolta per la tragica fine del suo compagno, d’altronde si sa che a Napoli prima o poi certe persone muoiono in un certo modo.
Assuefatti alla violenza, persino alla morte. Immagini di soldati uccisi, corpi sepolti da macerie, corpi maciullati, ridotti talmente male da sembrare il corpo di un maiale, incidenti, uccisioni e tante altre immagini ci passano ogni giorno davanti agli occhi e ormai non ci facciamo neanche quasi più caso.
Assuefatti a causa della nuova società, assuefatti a causa della nuova cultura da voyeur che media e non solo ci impongono. Noi siamo il prodotto di televisione, con tutti i suoi reality e non solo, ed internet, il cui esempio lampante è Youtube. Siamo ormai così talmente assuefatti da tutte queste immagini che ormai ogni qualsiasi emozione ha lasciato il posto alla rassegnazione e all’apatia.
Come uscire da questo mondo privo di emozioni? Difficile a dirsi, cominciare già a spegnere TV e computer potrebbe essere un passo avanti ma, non decisivo anche perché, l’impressione è che orami siamo arrivati ad un punto di non ritorno.

Matte

>OMICIDIO: Una storia di cronaca italiana

>

Dopo la morte, a Ferrara, del diciottenne Federico Aldrovandi, ucciso letteralmente di botte –il capo pattuglia alla centrale, “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto” – da tre poliziotti (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani) e una poliziotta (Monica Segatto) per nessuna ragione plausibile (era in un parco a farsi gli affari suoi), beh, la polizia di Roma, non poteva esimersi dal mettersi in competizione coi colleghi più tosti. Se i poliziotti di Ferrara erano arrivati a spezzare due manganelli su Federico, causandogli lesioni in tutto il corpo, un testicolo schiacciato e un arresto cardiocircolatorio per compressione della zona toracica –leggasi ammanettato pancia a terra , esanime, e con qualcuno sopra a impedirgli di respirare– i colleghi di Roma, non potevano certo essere da meno.
Questa storia, però, è più complessa dell’omicidio Aldrovandi; l’omicidio di Stefano Cucchi è un vero e proprio giallo. Andiamo con ordine. La notte fra il 15 e il 16 ottobre, Stefano Cucchi, 31 anni, viene fermato per un controllo dai carabinieri di Roma. Viene trovato con addosso 20 grammi di marijuana. Vista la pericolosità del soggetto –un ragazzo di 43 chili affetto da epilessia a cui piaceva farsi una canna ogni tanto– , i carabinieri decidono di farsi portare a casa sua, al fine di perquisire la sua camera. Il risultato è che non trovano nulla. Quella sarà anche l’ultima volta in cui i familiari di Stefano Cucchi lo vedranno in salute.
A questo punto i carabinieri lo riportano alla camera di sicurezza della caserma della compagnia Casilina, in attesa che l’indomani venga processato per direttissima.
Alle 12 del 16 ottobre, all’udienza del processo, i genitori vedono Stefano per l’ultima volta. E’ sofferente, il volto gonfio come se qualcuno l’avesse picchiato. Alle 14, viene visitato presso l’ambulatorio di Palazzo di Giustizia.
Vengono accertate “lesioni in regione palpebrale, alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Insomma, non si dormono sonni tranquilli nella camera di sicurezza della caserma della compagnia Casilina, a Roma. I carabinieri forniscono la seguente spiegazione: “quando Stefano si trovava nella camera di sicurezza, ha accusato dei malori. Subito è stata chiamata un’ambulanza del 118, il cui medico ha fatto una accurata visita stilando un referto che parla di epilessia e tremori senza, però, riscontrare ecchimosi o lesioni. L’uomo ha rifiutato ogni cura ed eventualmente anche il ricovero. Dopo la visita Cucchi s’è girato dall’altra parte e ha detto che voleva continuare a dormire. E così ha fatto finché è stato portato in tribunale”. Rimane da chiarire il come, esattamente, passare una notte a dormire possa causare le lesioni accertate in sede di ambulatorio del Palazzo di Giustizia. Un’inchiesta interna dei carabinieri sta tentando di risolvere questo mistero, nella maniera migliore, si suppone. Forse chiameranno i Ris, forse no.
Torniamo all’aula di tribunale. Il giudice fissa l’udienza successiva per il 13 di Novembre, e dispone che Stefano rimanga in carcere fino a tale data, per pericolo di reiterazione del reato. Viene assegnato a Regina Coeli. I suoi genitori non lo rivedranno più, le loro strade si dividono.
Per Stefano comincia il calvario che lo porterà alla morte. A Regina Coeli si accorgono subito della precarietà delle sue condizioni di salute e lo mandano al Fatebenefratelli per esami. Lo riportano a Regina Coeli e di nuovo al Fatebenefratelli. Da qui l’ultima destinazione sarà il reparto carcerario dell’ospedale Sandro Pertini, dove morirà, il 22 Ottobre, in seguito a cause ancora da definire.
Per i genitori comincia invece un altro tipo di sofferenza, quella che solo la burocrazia italiana può infliggere a due persone, la cui unica colpa, è di voler conoscere lo stato di salute del figlio. Sabato 17, verso sera, ricevono una visita dai Carabinieri che li informano che Stefano è stato ricoverato con urgenza presso la struttura del Sandro Pertini. Dopo essersi recati sul posto, per sapere qualcosa di più, vengono informati che “assolutamente no, questo è un carcere, tornate lunedì in orario di visita e parlerete coi medici”. Lunedì tornano, all’orario giusto. Qualcuno gli registra i documenti, loro aspettano in sala d’attesa. Dopo un po’ una responsabile li informa che non è arrivata l’autorizzazione del carcere. Non vi preoccupate, aggiunge, il ragazzo è tranquillo. Il ragazzo è tranquillo.
Il giorno dopo tornano di nuovo. Questa volta il reparto carcerario del Sandro Pertini neanche li fa entrare: gli comunicano dal citofono che devono chiederla loro l’autorizzazione, per poter vedere loro figlio. Chiedono l’autorizzazione, gli viene accordata per giovedì 22.
All’alba di giovedì 22 Stefano è morto, i genitori verranno avvisati alle 12:30, con la notifica del decreto con il quale il Pubblico Ministero autorizza l’esecuzione dell’autopsia, in seguito al decesso di Cucchi Stefano. Gliela portano i Carabinieri, la notifica.
Quando vedono il volto tumefatto, completamente irriconoscibile –la mandibola fratturata, ecchimosi ovunque, l’occhio sinistro distrutto– non possono credere ad una morte naturale, legittima, inevitabile. Non possono credere che le istituzioni, cui hanno consegnato loro figlio in salute solo una settimana prima, ora gli restituiscano un cadavere di 37 chili con il coccige e due vertebre fratturate. Un cadavere sofferente e martoriato.
Non perdono tempo, diffondono le immagini di Stefano, e le reazioni si moltiplicano. I politici si dividono in due fronti. Uniti i parlamentari di Idv e Pd chiedono che si faccia chiarezza sulla situazione, insieme ad alcuni esponenti del Pdl. I nostri ministri, invece, si distinguono per mancanza di sensibilità, dando prova di una totale assenza di logica e raziocinio, nelle loro dichiarazioni.
La Russa, ministro della Difesa, si contraddice da solo. Dichiara: “Non ho strumenti per dire come sono andate le cose, ma sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”. Nessuno capisce come riesca a essere certo di qualcosa, pur ammettendo di non avere gli strumenti per conoscere quella cosa. Qualcuno suppone che abbia il dono dell’onniscienza, ma molti rimangono scettici.
Fra questi il Garante dei detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni, il quale asserisce che “il giovane è entrato nel carcere di Regina Coeli già malmenato”. Circostanza che viene confermata da un infuriato Donato Capace, segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria: “Il ministro della Difesa ha perso una buona occasione per tacere. Ha detto che non ha elementi per dire come andarono i fatti connessi all’arresto di Stefano Cucchi, però sostiene che l’intervento dei carabinieri è stato corretto. Su quale basi lo dice? Chi sarebbe stato scorretto, allora?”. Sembra ci sia uno strano gioco di scaricabarile fra Carabinieri e Polizia Penitenziaria.
Le dichiarazioni più stupefacenti arrivano, però, dalla versione ufficiale del governo, per bocca del ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Interrogato, alla Camera il ministro fornisce la seguente versione: “La visita al Regina Coeli ha evidenziato la presenza di ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione e arti inferiori”. “Il medico del carcere – ha aggiunto il ministro – ha poi dato atto nel referto di quanto riferito dal detenuto: Stefano Cucchi ha detto di una caduta accidentale dalle scale. La certificazione rilasciata dai medici è ‘Presunta morte naturale’”.
Prima cade dalle scale accidentalmente, poi muore di ‘Presunta morte naturale’. Questo è quello che ha spiegato il nostro Ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
E adesso? Adesso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per ricostruire la vicenda ed eventualmente dare un nome e un volto al killer di Stefano. E magari capire il perché della sua morte, ammesso che esista.
La giustizia farà il suo lentissimo corso, sperando che non si ripeta lo stesso percorso a cui abbiamo assistito dopo la morte di Federico Aldrovandi. I maggiori organi d’informazioni di Ferrara uniti con i controllori dell’ordine pubblico nel concordare che il ragazzo fosse semplicemente morto di overdose. Bastarono delle semplici, quanto lunghe, analisi cliniche di routine a dimostrare che l’unica cosa degna di nota era un tasso alcolemico addirittura inferiore al limite per mettersi al volante. Ci vollero anni di battaglie, da parte della famiglia di Federico, per riuscire a portare i colpevoli davanti ad un tribunale, e a farli parlare. La sentenza di primo grado li ha condannati a poco più di tre anni di carcere, che, grazie all’indulto, non hanno neanche dovuto scontare. In questo momento stanno ricorrendo in appello, e l’unica cosa negativa che hanno dovuto sopportare è stato il trasferimento in altro luogo. Non li hanno neanche sospesi: da qualche parte ci sono quattro divise blu con la licenza di uccidere, e la voglia di farlo.
Conclude Donato Capace: “quello che ho detto, più volte, è di stare attenti, vigili: al momento dell’arresto e in carcere, può succedere. In alcuni casi – purtroppo – succede. Sono momenti violenti di per sé. E con questo non voglio dire che le forze dell’ordine siano violente. La polizia penitenziaria del Lazio sta facendo molto, nonostante la situazione del sovraffollamento in carcere.”
Bisogna stare attenti, vigili, al momento dell’arresto e in carcere, se non si vuol morire.
Federico e Stefano, purtroppo, non se ne possono più far nulla di questa grande perla di saggezza.
Peccato.
f.

OMICIDIO: Una storia di cronaca italiana

Dopo la morte, a Ferrara, del diciottenne Federico Aldrovandi, ucciso letteralmente di botte –il capo pattuglia alla centrale, “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto” – da tre poliziotti (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani) e una poliziotta (Monica Segatto) per nessuna ragione plausibile (era in un parco a farsi gli affari suoi), beh, la polizia di Roma, non poteva esimersi dal mettersi in competizione coi colleghi più tosti. Se i poliziotti di Ferrara erano arrivati a spezzare due manganelli su Federico, causandogli lesioni in tutto il corpo, un testicolo schiacciato e un arresto cardiocircolatorio per compressione della zona toracica –leggasi ammanettato pancia a terra , esanime, e con qualcuno sopra a impedirgli di respirare– i colleghi di Roma, non potevano certo essere da meno.
Questa storia, però, è più complessa dell’omicidio Aldrovandi; l’omicidio di Stefano Cucchi è un vero e proprio giallo. Andiamo con ordine. La notte fra il 15 e il 16 ottobre, Stefano Cucchi, 31 anni, viene fermato per un controllo dai carabinieri di Roma. Viene trovato con addosso 20 grammi di marijuana. Vista la pericolosità del soggetto –un ragazzo di 43 chili affetto da epilessia a cui piaceva farsi una canna ogni tanto– , i carabinieri decidono di farsi portare a casa sua, al fine di perquisire la sua camera. Il risultato è che non trovano nulla. Quella sarà anche l’ultima volta in cui i familiari di Stefano Cucchi lo vedranno in salute.
A questo punto i carabinieri lo riportano alla camera di sicurezza della caserma della compagnia Casilina, in attesa che l’indomani venga processato per direttissima.
Alle 12 del 16 ottobre, all’udienza del processo, i genitori vedono Stefano per l’ultima volta. E’ sofferente, il volto gonfio come se qualcuno l’avesse picchiato. Alle 14, viene visitato presso l’ambulatorio di Palazzo di Giustizia.
Vengono accertate “lesioni in regione palpebrale, alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Insomma, non si dormono sonni tranquilli nella camera di sicurezza della caserma della compagnia Casilina, a Roma. I carabinieri forniscono la seguente spiegazione: “quando Stefano si trovava nella camera di sicurezza, ha accusato dei malori. Subito è stata chiamata un’ambulanza del 118, il cui medico ha fatto una accurata visita stilando un referto che parla di epilessia e tremori senza, però, riscontrare ecchimosi o lesioni. L’uomo ha rifiutato ogni cura ed eventualmente anche il ricovero. Dopo la visita Cucchi s’è girato dall’altra parte e ha detto che voleva continuare a dormire. E così ha fatto finché è stato portato in tribunale”. Rimane da chiarire il come, esattamente, passare una notte a dormire possa causare le lesioni accertate in sede di ambulatorio del Palazzo di Giustizia. Un’inchiesta interna dei carabinieri sta tentando di risolvere questo mistero, nella maniera migliore, si suppone. Forse chiameranno i Ris, forse no.
Torniamo all’aula di tribunale. Il giudice fissa l’udienza successiva per il 13 di Novembre, e dispone che Stefano rimanga in carcere fino a tale data, per pericolo di reiterazione del reato. Viene assegnato a Regina Coeli. I suoi genitori non lo rivedranno più, le loro strade si dividono.
Per Stefano comincia il calvario che lo porterà alla morte. A Regina Coeli si accorgono subito della precarietà delle sue condizioni di salute e lo mandano al Fatebenefratelli per esami. Lo riportano a Regina Coeli e di nuovo al Fatebenefratelli. Da qui l’ultima destinazione sarà il reparto carcerario dell’ospedale Sandro Pertini, dove morirà, il 22 Ottobre, in seguito a cause ancora da definire.
Per i genitori comincia invece un altro tipo di sofferenza, quella che solo la burocrazia italiana può infliggere a due persone, la cui unica colpa, è di voler conoscere lo stato di salute del figlio. Sabato 17, verso sera, ricevono una visita dai Carabinieri che li informano che Stefano è stato ricoverato con urgenza presso la struttura del Sandro Pertini. Dopo essersi recati sul posto, per sapere qualcosa di più, vengono informati che “assolutamente no, questo è un carcere, tornate lunedì in orario di visita e parlerete coi medici”. Lunedì tornano, all’orario giusto. Qualcuno gli registra i documenti, loro aspettano in sala d’attesa. Dopo un po’ una responsabile li informa che non è arrivata l’autorizzazione del carcere. Non vi preoccupate, aggiunge, il ragazzo è tranquillo. Il ragazzo è tranquillo.
Il giorno dopo tornano di nuovo. Questa volta il reparto carcerario del Sandro Pertini neanche li fa entrare: gli comunicano dal citofono che devono chiederla loro l’autorizzazione, per poter vedere loro figlio. Chiedono l’autorizzazione, gli viene accordata per giovedì 22.
All’alba di giovedì 22 Stefano è morto, i genitori verranno avvisati alle 12:30, con la notifica del decreto con il quale il Pubblico Ministero autorizza l’esecuzione dell’autopsia, in seguito al decesso di Cucchi Stefano. Gliela portano i Carabinieri, la notifica.
Quando vedono il volto tumefatto, completamente irriconoscibile –la mandibola fratturata, ecchimosi ovunque, l’occhio sinistro distrutto– non possono credere ad una morte naturale, legittima, inevitabile. Non possono credere che le istituzioni, cui hanno consegnato loro figlio in salute solo una settimana prima, ora gli restituiscano un cadavere di 37 chili con il coccige e due vertebre fratturate. Un cadavere sofferente e martoriato.
Non perdono tempo, diffondono le immagini di Stefano, e le reazioni si moltiplicano. I politici si dividono in due fronti. Uniti i parlamentari di Idv e Pd chiedono che si faccia chiarezza sulla situazione, insieme ad alcuni esponenti del Pdl. I nostri ministri, invece, si distinguono per mancanza di sensibilità, dando prova di una totale assenza di logica e raziocinio, nelle loro dichiarazioni.
La Russa, ministro della Difesa, si contraddice da solo. Dichiara: “Non ho strumenti per dire come sono andate le cose, ma sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”. Nessuno capisce come riesca a essere certo di qualcosa, pur ammettendo di non avere gli strumenti per conoscere quella cosa. Qualcuno suppone che abbia il dono dell’onniscienza, ma molti rimangono scettici.
Fra questi il Garante dei detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni, il quale asserisce che “il giovane è entrato nel carcere di Regina Coeli già malmenato”. Circostanza che viene confermata da un infuriato Donato Capace, segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria: “Il ministro della Difesa ha perso una buona occasione per tacere. Ha detto che non ha elementi per dire come andarono i fatti connessi all’arresto di Stefano Cucchi, però sostiene che l’intervento dei carabinieri è stato corretto. Su quale basi lo dice? Chi sarebbe stato scorretto, allora?”. Sembra ci sia uno strano gioco di scaricabarile fra Carabinieri e Polizia Penitenziaria.
Le dichiarazioni più stupefacenti arrivano, però, dalla versione ufficiale del governo, per bocca del ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Interrogato, alla Camera il ministro fornisce la seguente versione: “La visita al Regina Coeli ha evidenziato la presenza di ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione e arti inferiori”. “Il medico del carcere – ha aggiunto il ministro – ha poi dato atto nel referto di quanto riferito dal detenuto: Stefano Cucchi ha detto di una caduta accidentale dalle scale. La certificazione rilasciata dai medici è ‘Presunta morte naturale’”.
Prima cade dalle scale accidentalmente, poi muore di ‘Presunta morte naturale’. Questo è quello che ha spiegato il nostro Ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
E adesso? Adesso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per ricostruire la vicenda ed eventualmente dare un nome e un volto al killer di Stefano. E magari capire il perché della sua morte, ammesso che esista.
La giustizia farà il suo lentissimo corso, sperando che non si ripeta lo stesso percorso a cui abbiamo assistito dopo la morte di Federico Aldrovandi. I maggiori organi d’informazioni di Ferrara uniti con i controllori dell’ordine pubblico nel concordare che il ragazzo fosse semplicemente morto di overdose. Bastarono delle semplici, quanto lunghe, analisi cliniche di routine a dimostrare che l’unica cosa degna di nota era un tasso alcolemico addirittura inferiore al limite per mettersi al volante. Ci vollero anni di battaglie, da parte della famiglia di Federico, per riuscire a portare i colpevoli davanti ad un tribunale, e a farli parlare. La sentenza di primo grado li ha condannati a poco più di tre anni di carcere, che, grazie all’indulto, non hanno neanche dovuto scontare. In questo momento stanno ricorrendo in appello, e l’unica cosa negativa che hanno dovuto sopportare è stato il trasferimento in altro luogo. Non li hanno neanche sospesi: da qualche parte ci sono quattro divise blu con la licenza di uccidere, e la voglia di farlo.
Conclude Donato Capace: “quello che ho detto, più volte, è di stare attenti, vigili: al momento dell’arresto e in carcere, può succedere. In alcuni casi – purtroppo – succede. Sono momenti violenti di per sé. E con questo non voglio dire che le forze dell’ordine siano violente. La polizia penitenziaria del Lazio sta facendo molto, nonostante la situazione del sovraffollamento in carcere.”
Bisogna stare attenti, vigili, al momento dell’arresto e in carcere, se non si vuol morire.
Federico e Stefano, purtroppo, non se ne possono più far nulla di questa grande perla di saggezza.
Peccato.
f.

>Qualcosa sul ddl: Onda anomala Padova

>Domenica 1 Novembre l’Onda anomala Padova pubblica sul suo portale una “Nota sulla riforma di un Ministro in affanno”. Il documento propone una riflessione sul ddl approvato settimana scorsa circa la ristrutturazione della governance universitaria, la meritocrazia e il reclutamento del personale accademico. Per quanto l’intero testo sia ancora un’analisi grossolana del disegno di legge, propongo qui una lettura del primo punto del loro lavoro. Lettura come spunto o come stimolo per un possibile discorso. Qui.
Ristrutturazione della governance universitaria: La prima parte del disegno di legge si occupa del riassetto dei principali organi di potere degli atenei, andando a colpire duramente il Senato Accademico, che potrà solo formulare proposte o pareri in materia di didattica e ricerca, dequalificandolo e svuotandolo completamente di ogni potere decisionale (a proposito di razionalizzazione delle risorse ed eliminazione degli sprechi!). Al suo posto l’istituzione di un Consiglio di Amministrazione composto per almeno il 40% da membri esterni non elettivi che, colmando il vuoto di potere lasciato da un ormai inutile Senato, regala di fatto la gestione dell’Università pubblica ad aziende, banche e partiti, che sono tenuti solo a gestire e non ad investire. Verrebbe da chiedersi come in tempo di crisi questi enti esterni possano impiegare capitali nell’Università, a partire dal fatto che in Italia il privato ha sempre visto nel pubblico una facile occasione di profitti immediati anziché di investimenti a lungo periodo (come ad esempio è successo per Alitalia, Enel, Trenitalia, …). Inoltre la figura del direttore amministrativo viene sostituita da un direttore generale che, proprio come se l’Università fosse un’azienda, avrà il compito di gestire ed organizzare i servizi, le risorse e il personale. Insomma, un vero e proprio manager d’ateneo, a sottolineare ancora una volta la direzione in cui questa riforma si muove.
Tratto da Onda anomala Padova.
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