Le favole di Veronetta

Personaggio 2
Fëdor / Il guardiano dei ponti
Sono anni che i miei studi mi hanno portato ad abbandonare le mie lande desolate e innevate per trasferirmi a Verona. Sono anni che abito in Veronetta, forse troppi. Sono anni che vedo, osservo e continuo a scoprire i personaggi che bazzicano per questo “magico” quartiere. Sono anni che incontro il “doganiere” di Veronetta, anche soprannominato Dostoevskij. L’avrete visto senz’altro anche voi almeno una volta, difficilmente passa inosservato. Alto, magro, capelli lunghi castani, sempre legati a coda ed una lunga e folta barba che nasconde la sua bocca. Per quanto riguarda l’abbigliamento poi, come i personaggi dei cartoni animati, è sempre vestito uguale, polo rosa salmone e pantaloni beige. È talmente affezionato al suo abbigliamento, che anche nelle stagioni più fredde, nonostante abbia una giacca per coprirsi, è possibile notare la sua polo rosa salmone, fare capolino da sotto i suoi indumenti invernali. Il nostro Dostoevskij è un doganiere perchè è possibile trovarlo nel bel mezzo di ponte navi o ponte nuovo, fermo a scrutare le persone che lasciano la zona bene di Verona per entrare nella tanto bistrattata Veronetta. Vigile e attento osserva la persone che passano, senza proferire mai una parola, tant’è che fino a qualche mese fa mi era venuto addirittura il dubbio che fosse muto. In una giornata anonima di settembre i miei dubbi sono stati smentiti. Stavo entrando in Veronetta passando su ponte nuovo ed eccomi comparire davanti il nostro Fëdor, non era solo. Era con una donna con la quale stava intrattenendo una conversazione! Dopo anni che lo vedevo sempre silenzioso e solitario, per la prima volta l’ho visto e sentito parlare e la cosa più sconvolgente è che ha una voce giovanile! È proprio vero che la barba invecchia le persone, infatti credevo che avesse più di quarant’anni, mentre invece il suo timbro di voce si avvicinava di più a quella di un trentenne.
Abitanti di Veronetta dormite pure sogni tranquilli, a vigilare su di noi c’è sempre presente il nostro Fëdor Dostoevskij che controlla chi entra e chi esce dal quartiere.
Matte

>Le favole di Veronetta

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Personaggio 2
Fëdor / Il guardiano dei ponti
Sono anni che i miei studi mi hanno portato ad abbandonare le mie lande desolate e innevate per trasferirmi a Verona. Sono anni che abito in Veronetta, forse troppi. Sono anni che vedo, osservo e continuo a scoprire i personaggi che bazzicano per questo “magico” quartiere. Sono anni che incontro il “doganiere” di Veronetta, anche soprannominato Dostoevskij. L’avrete visto senz’altro anche voi almeno una volta, difficilmente passa inosservato. Alto, magro, capelli lunghi castani, sempre legati a coda ed una lunga e folta barba che nasconde la sua bocca. Per quanto riguarda l’abbigliamento poi, come i personaggi dei cartoni animati, è sempre vestito uguale, polo rosa salmone e pantaloni beige. È talmente affezionato al suo abbigliamento, che anche nelle stagioni più fredde, nonostante abbia una giacca per coprirsi, è possibile notare la sua polo rosa salmone, fare capolino da sotto i suoi indumenti invernali. Il nostro Dostoevskij è un doganiere perchè è possibile trovarlo nel bel mezzo di ponte navi o ponte nuovo, fermo a scrutare le persone che lasciano la zona bene di Verona per entrare nella tanto bistrattata Veronetta. Vigile e attento osserva la persone che passano, senza proferire mai una parola, tant’è che fino a qualche mese fa mi era venuto addirittura il dubbio che fosse muto. In una giornata anonima di settembre i miei dubbi sono stati smentiti. Stavo entrando in Veronetta passando su ponte nuovo ed eccomi comparire davanti il nostro Fëdor, non era solo. Era con una donna con la quale stava intrattenendo una conversazione! Dopo anni che lo vedevo sempre silenzioso e solitario, per la prima volta l’ho visto e sentito parlare e la cosa più sconvolgente è che ha una voce giovanile! È proprio vero che la barba invecchia le persone, infatti credevo che avesse più di quarant’anni, mentre invece il suo timbro di voce si avvicinava di più a quella di un trentenne.
Abitanti di Veronetta dormite pure sogni tranquilli, a vigilare su di noi c’è sempre presente il nostro Fëdor Dostoevskij che controlla chi entra e chi esce dal quartiere.
Matte

>Bulgagov*

>

Avevo fame. Tanta fame, troppa fame. Quella fame che ti alzi dalla sedia ed inizi ad aprire tutte le ante e gli stipi e gli armadietti e il frigorifero e non c’è mai un cazzo, per intenderci. E quindi ti aggiri, nuovamente, per casa, rabbioso, aprendo ante, stipi, armadietti e frigorifero e ancora una volta non c’è niente sebbene tu abbia sperato di trovare quanto meno delle fette biscottate da mangiare così, a secco. E invece neanche quelle.
– Compro qualcosa!- urli. – un kebab!- urli più forte.
Prendi il portafoglio, lo apri, e le tue finanze si aggirano intorno ai 70 centesimi, arrotondando.
Imprechi, però puoi andare sempre a prelevare al bancomat, in piazza, sotto casa.
Poi vedi la tua immagine riflessa nello specchio della camera e ti rendi conto che hai l’espressione di un fumatore d’oppio e il pigiama con i puffi.
– No. Effettivamente non ho nessuna voglia di cambiarmi, né di uscire di casa. Ho fame adesso. La mia fame è qui, ora. –
Apri di nuovo il frigo.
– dai! Non è possibile che non ci sia nulla!-
I ripiani dei miei coinquilini, partiti per Amsterdarm, stì stronzi, vuoti, come i loro cervelli, in questo momento probabilmente. Sento persino le loro risate fastidiose, in lontananza, distorte, prolungate, con gli angoli della bocca che gli arrivano alle orecchie.
– ma andate a cagare. –
Poi, ecco che improvvisamente cambia tutto. Provate ad ascoltare la canzone don’t be light degli Air e capirete di quale atmosfera parlo.
Eccolo, il Santo Gral degli affamati. Una busta in fondo al frigo. Un sacchetto di plastica, bianco e immacolato come la Vergine Maria.
Afferro subito il mio tesoro egizio avvolto nella plastica. Chiudo il frigo con il piede mentre apro la fatidica busta.
Lo sgomento e il terrore. Delle stramaledette u o v a. Quattro uova racchiuse in una scatola di cartone grigia recante la dicitura: L’uovo Biologico! La natura direttamente a casa tua!
– ma andate a cagare! – ripeto, di nuovo.
Ho un problema con le uova. E non è colpa mia, bensì della mia immaginazione. Quando rompo le uova credo sempre di trovarvi qualcosa di strano e orribile. Feti di pulcini, zampette di qualcosa, mostri vari, macchie strane, bolle altrettanto strane. Una volta, osservando bene una di queste macchiette mi ero convinta che ci fosse qualcosa di assolutamente alieno tanto da buttare l’uovo.
Solitamente quando racconto questa cosa agli amici, sorgono due scuole di pensiero. La prima, quella degli scettici mi guarda male e risponde:
– Ok. Sei imbecille. –
La seconda, quella dei curiosi, sebbene mi guardi comunque male, risponde:
– Effettivamente potrebbe accadere…-
La mancanza di un’idea precisa e dati scientifici sull’argomento mi impedisce di pensare in maniera razionale quando mi trovo dinanzi ad un uovo.
Sperando di poterle buttare, controllo la data di scadenza ma questa è ben lungi dall’essere vicina.
Sono veramente costretta a mangiarle. Almeno due. Potrei fare una frittatina, o farle bollire, giusto per sopravvivere a questa domenica di Ottobre. Eppure l’idea di aprirle, di sentire quel “crack” del guscio che si infrange sul bordo del piatto, il bianco lattescente che si spande lento e il tuorlo che si piazza lì, al centro, ballando un po’…
Non posso più esitare però, ho troppa fame. E dunque, prendo un piatto, una forchetta, afferro queste uova fatali* le guardo, con calma, cerco di prendere aria, chiudo gli occhi, il guscio sta per rompersi….
2 GIORNI DOPO.
– Ma come? Non l’hai saputo?-
– No. Cosa?-
– è scoppiata la caldaia, domenica. C’era solo lei in casa, gli altri erano ad Amsterdam, pare che in mezzo al macello abbiano trovato un sacchetto con delle uova, integro. Assurdo.
Kafka’s colpa

Bulgagov*

Avevo fame. Tanta fame, troppa fame. Quella fame che ti alzi dalla sedia ed inizi ad aprire tutte le ante e gli stipi e gli armadietti e il frigorifero e non c’è mai un cazzo, per intenderci. E quindi ti aggiri, nuovamente, per casa, rabbioso, aprendo ante, stipi, armadietti e frigorifero e ancora una volta non c’è niente sebbene tu abbia sperato di trovare quanto meno delle fette biscottate da mangiare così, a secco. E invece neanche quelle.
– Compro qualcosa!- urli. – un kebab!- urli più forte.
Prendi il portafoglio, lo apri, e le tue finanze si aggirano intorno ai 70 centesimi, arrotondando.
Imprechi, però puoi andare sempre a prelevare al bancomat, in piazza, sotto casa.
Poi vedi la tua immagine riflessa nello specchio della camera e ti rendi conto che hai l’espressione di un fumatore d’oppio e il pigiama con i puffi.
– No. Effettivamente non ho nessuna voglia di cambiarmi, né di uscire di casa. Ho fame adesso. La mia fame è qui, ora. –
Apri di nuovo il frigo.
– dai! Non è possibile che non ci sia nulla!-
I ripiani dei miei coinquilini, partiti per Amsterdarm, stì stronzi, vuoti, come i loro cervelli, in questo momento probabilmente. Sento persino le loro risate fastidiose, in lontananza, distorte, prolungate, con gli angoli della bocca che gli arrivano alle orecchie.
– ma andate a cagare. –
Poi, ecco che improvvisamente cambia tutto. Provate ad ascoltare la canzone don’t be light degli Air e capirete di quale atmosfera parlo.
Eccolo, il Santo Gral degli affamati. Una busta in fondo al frigo. Un sacchetto di plastica, bianco e immacolato come la Vergine Maria.
Afferro subito il mio tesoro egizio avvolto nella plastica. Chiudo il frigo con il piede mentre apro la fatidica busta.
Lo sgomento e il terrore. Delle stramaledette u o v a. Quattro uova racchiuse in una scatola di cartone grigia recante la dicitura: L’uovo Biologico! La natura direttamente a casa tua!
– ma andate a cagare! – ripeto, di nuovo.
Ho un problema con le uova. E non è colpa mia, bensì della mia immaginazione. Quando rompo le uova credo sempre di trovarvi qualcosa di strano e orribile. Feti di pulcini, zampette di qualcosa, mostri vari, macchie strane, bolle altrettanto strane. Una volta, osservando bene una di queste macchiette mi ero convinta che ci fosse qualcosa di assolutamente alieno tanto da buttare l’uovo.
Solitamente quando racconto questa cosa agli amici, sorgono due scuole di pensiero. La prima, quella degli scettici mi guarda male e risponde:
– Ok. Sei imbecille. –
La seconda, quella dei curiosi, sebbene mi guardi comunque male, risponde:
– Effettivamente potrebbe accadere…-
La mancanza di un’idea precisa e dati scientifici sull’argomento mi impedisce di pensare in maniera razionale quando mi trovo dinanzi ad un uovo.
Sperando di poterle buttare, controllo la data di scadenza ma questa è ben lungi dall’essere vicina.
Sono veramente costretta a mangiarle. Almeno due. Potrei fare una frittatina, o farle bollire, giusto per sopravvivere a questa domenica di Ottobre. Eppure l’idea di aprirle, di sentire quel “crack” del guscio che si infrange sul bordo del piatto, il bianco lattescente che si spande lento e il tuorlo che si piazza lì, al centro, ballando un po’…
Non posso più esitare però, ho troppa fame. E dunque, prendo un piatto, una forchetta, afferro queste uova fatali* le guardo, con calma, cerco di prendere aria, chiudo gli occhi, il guscio sta per rompersi….
2 GIORNI DOPO.
– Ma come? Non l’hai saputo?-
– No. Cosa?-
– è scoppiata la caldaia, domenica. C’era solo lei in casa, gli altri erano ad Amsterdam, pare che in mezzo al macello abbiano trovato un sacchetto con delle uova, integro. Assurdo.
Kafka’s colpa

10 maggio 1994 – 12 novembre 2011

Quest’uomo vogliamo ricordarlo così:
nato povero, si è costruito da solo, che si interessa di calcio, amante della vita e del divertimento (ah quante donne ha ammaliato, e quante ne ha fatte felici a suon di spicci), simpatico (come dimenticare le sue insuperabili battute e barzellette ed i suoi divertenti scherzi a figure politiche nostrane e straniere), con un po’ di grano (Gates, Zuckerberg, russi e sceicchi, magari son più ricchi di lui, ma si difende bene lo stesso, poi se non avesse così tante spese legali…) e le leggende narrano che ci sappia fare. Un torero impavido, niente e nessuno poteva anche solo impensierirlo. Per questo una sera, facendosi annusare la mano da Vespa, disse che quello che stava annusando il portiere di porta a porta era odore di santità. È stato modesto quella sera, d’altronde un invincibile, beh potrebbe essere benissimo una divinità, non un semplice santo. Invece si è rivelato un mortale. È stato sconfitto ed ha dovuto abdicare…Grazie, e ora anche tutti gli altri politici ti seguano e anche loro se ne tornino a casa. Tutti, ma proprio tutti. C’è bisogno di fare tabula rasa e di trovare qualche persona nuova, nella speranza che arrivino anche idee nuove, rivoluzionarie. C’è davvero la necessità di rinnovare in toto la classe dirigente. I personaggi dei Monti della Goldman Sachs non sono una soluzione accettabile, i ristoranti si svuoteranno e si riempiranno le bare dei disperati, dei senza lavoro, dei licenziati, degli studenti, degli ospedali…grazie alla loro politica di tagli ad occhi chiusi.
M.

>10 maggio 1994 – 12 novembre 2011

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Quest’uomo vogliamo ricordarlo così:
nato povero, si è costruito da solo, che si interessa di calcio, amante della vita e del divertimento (ah quante donne ha ammaliato, e quante ne ha fatte felici a suon di spicci), simpatico (come dimenticare le sue insuperabili battute e barzellette ed i suoi divertenti scherzi a figure politiche nostrane e straniere), con un po’ di grano (Gates, Zuckerberg, russi e sceicchi, magari son più ricchi di lui, ma si difende bene lo stesso, poi se non avesse così tante spese legali…) e le leggende narrano che ci sappia fare. Un torero impavido, niente e nessuno poteva anche solo impensierirlo. Per questo una sera, facendosi annusare la mano da Vespa, disse che quello che stava annusando il portiere di porta a porta era odore di santità. È stato modesto quella sera, d’altronde un invincibile, beh potrebbe essere benissimo una divinità, non un semplice santo. Invece si è rivelato un mortale. È stato sconfitto ed ha dovuto abdicare…Grazie, e ora anche tutti gli altri politici ti seguano e anche loro se ne tornino a casa. Tutti, ma proprio tutti. C’è bisogno di fare tabula rasa e di trovare qualche persona nuova, nella speranza che arrivino anche idee nuove, rivoluzionarie. C’è davvero la necessità di rinnovare in toto la classe dirigente. I personaggi dei Monti della Goldman Sachs non sono una soluzione accettabile, i ristoranti si svuoteranno e si riempiranno le bare dei disperati, dei senza lavoro, dei licenziati, degli studenti, degli ospedali…grazie alla loro politica di tagli ad occhi chiusi.
M.

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La prospettiva è parziale: ad ogni svolgimento di fatti, ai fatti s’incasellano gli uomini, le cose, i luoghi, i momenti. Sembra davvero difficile riuscire ad affiancarsi agli accadimenti senza la pretesa di inquadrarli in cornici più grandi. Rimanere parti parziali degli svolgimenti e non curatori, tutori di essi.
Se una folla si muove da una piazza ad un altra, bruciando i margini della strada, svellendo il cemento ed i sassi per farne un’arma; se degli uomini in un angolo pregano ed insieme coprono con la bandiera di un paese arabo; se le donne urlano a bocca scoperta oppure attendono in casa il ritorno del marito con il cibo pronto. Ci sono cortili di intonaco che divengono moschee, dove al mattino, alla sera si odono le invocazioni; nella piazza al calare del sole svaniscono le donne, le porte delle case rimangono socchiuse, il rumore finisce.
I movimenti delle mamme giunte in solidarietà ad una famiglia in sfratto sembrano quelli dei galleggianti nel mare: prima sotto, vicini ai muri e ai bambini, poi sopra riemergono, si allontanano timorose, di un codice civile e penale (poliziesco) e di un confine religioso e familiare che ha dei margini estremamente chiari.
Le città italiane che cominciano a sperimentare l’immigrazione devono aprirsi. Non esiste più alcuna categoria valida per rinchiudere in maniera anche solo approssimativa i generi del cittadino. Non può dirsi studente senza riguardare l’immigrato, non può chiamare rivolta se non con gente totalmente straniera ed ignota. E chi lavora, come lavora, che lavoro, come si intende l’impiego che dona sussistenza quando la sussistenza stessa non è intesa al pari dal cittadino.
Se al di sotto delle categorie urbane si crea un vuoto, perché il vuoto è già nelle città (nel momento in cui alla popolazione esistente non esiste una controparte esattamente contabilizzata), allora forse è in quel punto che c’è da farsi parte.
Senza pretese, archi tesi e frecce scagliate al centro, di dargli un volto (che sia disagio, che sia sicurezza, che sia rivolta, che sia periferie) ma mescolando il proprio volto in quell’ignoto, che è presupposto per l’avvicinamento, e forse, per la massa.
Rughe

Zen Circus – “Nati per subire”. Analisi semiseria di un album.

Io ci provo, non è detto che il risultato sia da prendere in considerazione.
Tratto male l’album, lo spezzetto, lo considero solo come un mero contenitore.
Parlo solo delle singole canzoni (e tratto male anche quelle), finita una, inizia l’altra, e così via fino alla fine.
Chiedo perdono se ho peccato.
| Traccia 1, “Nel paese che sembra una scarpa”: un testo che coinvolge, interpretato con rabbia. La storia di “un amore disperato per tutta questa farsa”, di cui anche noi siamo i protagonisti, ogni giorno. Il sottofondo western è perfetto, accompagna molto bene il testo, le acustiche nei ritornelli spingono al punto giusto e l’intro composto da Enrico Gabrielli impacchetta il tutto. La fissazione del ragazzo per la nonna che regala i guanti è preoccupante, bisognerà aiutarlo a superarla.
| Traccia 2, “L’amorale”: a mia nonna non piace. Fatto sta che il coro “dio non esiste, lasciatelo dire”, cantato assieme ai Ministri, è forse quello che urli di più di tutto l’album, è una sorta di liberazione, in tutti i sensi, che ti fa stare meglio. Per il resto la canzone è semplice, giocata sempre tra acustiche e riff (altrettanto semplici) di elettrica, ma va bene così, perché complicarla?
| Traccia 3, “Nati per subire”: Appino racconta storie di donne e uomini con vite non propriamente felici. Sotto Karim con suono sporco infila rullate rabbiose e molto azzeccate. Ufo come sempre accompagna di sottecchi il tutto. La canzone cresce due volte, per arrivare a sfatare altrettanti luoghi comuni con due esclamazioni che si fanno cantare, sopra un ritmo fortemente scandito in quarti, che sembrano fare da colonna sonora al destino impietoso di gente nata per subire ed “incazzata come solo certi ebrei”.
| Traccia 4, “Atto secondo”: per concludere il discorso iniziato nello scorso album con “Andate tutti affanculo”, gli Zen invocano un gommone per andarsene da questa città (perché pensi subito a Verona? Loro parlano in generale dai…) Il ritmo dell’acustica sorregge la canzone, che finisce con due bei minuti di parte strumentale in cui entrano anche i bonghi che danno il tocco in più. “Agli sceriffi di paese, con la casetta verde / che fa rima con ‘merde’ ma noi siamo educati”.
| Traccia 5, “I qualunquisti”: forse la parte cantata delle strofe può sembrare tanto ripetitiva e alla lunga può stancare. Ma è anche la parte cantata in cui si dice “e come disse Gandhi: vincere e vinceremo!”, quindi recupera senza dubbio lo svantaggio. Il ritornello poi scivola via liscio che lo si canta molto volentieri, e la canzone finisce senza prendersi troppo sul serio.
| Traccia 6, “La democrazia semplicemente non funziona”: sì, forse è vero, però forse non funziona nemmeno la canzone…
| Traccia 7, “Il mattino ha l’oro in bocca”: bella la musicalità. Gli arpeggi, anche se semplici, sono piacevoli. Carini gli archi che accompagnano e terminano il pezzo e la batteria “sotterrata”, però mi è già capitato, arrivato a questo punto, di premere il tasto ‘avanti’ dello stereo, non riuscendo a comprenderne il senso. Le frasi sembrano sconnesse. Può anche essere che sia io a non capirle, ma finchè Appino non viene e me le spiega, io passo alla 8, embè.
| Traccia 8, “Franco”: Alessandro Fiori è fantastico, dice quelle quattro frasi, a metà e alla fine, e cambia il volto della canzone. Non che diventi il pezzo più bello dell’album, ma assume sicuramente una connotazione più definita.
| Traccia 9, “Milanesi al mare”: anche qui storco il naso. Perché milanesi al mare? Perché?? Ma, a parte questo e il mio chiodo fisso sulla comprensione dei testi, anche la parte strumentale lascia un po’ a desiderare. Il ritornello non alza la voce quando invece sembra poterlo, ma soprattutto doverlo fare, lasciando la canzone sospesa in un limbo di incompiutezza. Sono troppo cattivo? Ditemelo eh…
| Traccia 10, “Ragazzo eroe”: la linea di voce è molto cadenzata e particolare. L’accompagnamento ha un’ottima ritmica, che si esaspera nel ritornello con accenti molto forti richiamati dal testo, e l’assolo finale non è messo lì solo per riempire (finalmente) ma è invece molto ben studiato. Tra tutti i ragazzi citati, ne manca uno… “Vieni con me, ragazzo eroe veronese, dai tuoi padri hai imparato che ad accettare l’altro non c’è gusto”.
| Traccia 11, “Cattivo pagatore”: “Chissà che cos’è che non ha funzionato / il futuro te l’han pignorato, è andata così” …è andata così.
Qualcuno mi chiederà se dopo tutte le critiche e gli elogi, dopo tutte queste noiose analisi, nonostante il prezzo dei cd e della benzina, e malgrado la candidatura di Monti, abbia senso accaparrarsi questo pezzo di plastica. Orbene, le/gli risponderò di sì, sottovoce.

Chopin Hauer

>Zen Circus – “Nati per subire”. Analisi semiseria di un album.

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Io ci provo, non è detto che il risultato sia da prendere in considerazione.
Tratto male l’album, lo spezzetto, lo considero solo come un mero contenitore.
Parlo solo delle singole canzoni (e tratto male anche quelle), finita una, inizia l’altra, e così via fino alla fine.
Chiedo perdono se ho peccato.
| Traccia 1, “Nel paese che sembra una scarpa”: un testo che coinvolge, interpretato con rabbia. La storia di “un amore disperato per tutta questa farsa”, di cui anche noi siamo i protagonisti, ogni giorno. Il sottofondo western è perfetto, accompagna molto bene il testo, le acustiche nei ritornelli spingono al punto giusto e l’intro composto da Enrico Gabrielli impacchetta il tutto. La fissazione del ragazzo per la nonna che regala i guanti è preoccupante, bisognerà aiutarlo a superarla.
| Traccia 2, “L’amorale”: a mia nonna non piace. Fatto sta che il coro “dio non esiste, lasciatelo dire”, cantato assieme ai Ministri, è forse quello che urli di più di tutto l’album, è una sorta di liberazione, in tutti i sensi, che ti fa stare meglio. Per il resto la canzone è semplice, giocata sempre tra acustiche e riff (altrettanto semplici) di elettrica, ma va bene così, perché complicarla?
| Traccia 3, “Nati per subire”: Appino racconta storie di donne e uomini con vite non propriamente felici. Sotto Karim con suono sporco infila rullate rabbiose e molto azzeccate. Ufo come sempre accompagna di sottecchi il tutto. La canzone cresce due volte, per arrivare a sfatare altrettanti luoghi comuni con due esclamazioni che si fanno cantare, sopra un ritmo fortemente scandito in quarti, che sembrano fare da colonna sonora al destino impietoso di gente nata per subire ed “incazzata come solo certi ebrei”.
| Traccia 4, “Atto secondo”: per concludere il discorso iniziato nello scorso album con “Andate tutti affanculo”, gli Zen invocano un gommone per andarsene da questa città (perché pensi subito a Verona? Loro parlano in generale dai…) Il ritmo dell’acustica sorregge la canzone, che finisce con due bei minuti di parte strumentale in cui entrano anche i bonghi che danno il tocco in più. “Agli sceriffi di paese, con la casetta verde / che fa rima con ‘merde’ ma noi siamo educati”.
| Traccia 5, “I qualunquisti”: forse la parte cantata delle strofe può sembrare tanto ripetitiva e alla lunga può stancare. Ma è anche la parte cantata in cui si dice “e come disse Gandhi: vincere e vinceremo!”, quindi recupera senza dubbio lo svantaggio. Il ritornello poi scivola via liscio che lo si canta molto volentieri, e la canzone finisce senza prendersi troppo sul serio.
| Traccia 6, “La democrazia semplicemente non funziona”: sì, forse è vero, però forse non funziona nemmeno la canzone…
| Traccia 7, “Il mattino ha l’oro in bocca”: bella la musicalità. Gli arpeggi, anche se semplici, sono piacevoli. Carini gli archi che accompagnano e terminano il pezzo e la batteria “sotterrata”, però mi è già capitato, arrivato a questo punto, di premere il tasto ‘avanti’ dello stereo, non riuscendo a comprenderne il senso. Le frasi sembrano sconnesse. Può anche essere che sia io a non capirle, ma finchè Appino non viene e me le spiega, io passo alla 8, embè.
| Traccia 8, “Franco”: Alessandro Fiori è fantastico, dice quelle quattro frasi, a metà e alla fine, e cambia il volto della canzone. Non che diventi il pezzo più bello dell’album, ma assume sicuramente una connotazione più definita.
| Traccia 9, “Milanesi al mare”: anche qui storco il naso. Perché milanesi al mare? Perché?? Ma, a parte questo e il mio chiodo fisso sulla comprensione dei testi, anche la parte strumentale lascia un po’ a desiderare. Il ritornello non alza la voce quando invece sembra poterlo, ma soprattutto doverlo fare, lasciando la canzone sospesa in un limbo di incompiutezza. Sono troppo cattivo? Ditemelo eh…
| Traccia 10, “Ragazzo eroe”: la linea di voce è molto cadenzata e particolare. L’accompagnamento ha un’ottima ritmica, che si esaspera nel ritornello con accenti molto forti richiamati dal testo, e l’assolo finale non è messo lì solo per riempire (finalmente) ma è invece molto ben studiato. Tra tutti i ragazzi citati, ne manca uno… “Vieni con me, ragazzo eroe veronese, dai tuoi padri hai imparato che ad accettare l’altro non c’è gusto”.
| Traccia 11, “Cattivo pagatore”: “Chissà che cos’è che non ha funzionato / il futuro te l’han pignorato, è andata così” …è andata così.
Qualcuno mi chiederà se dopo tutte le critiche e gli elogi, dopo tutte queste noiose analisi, nonostante il prezzo dei cd e della benzina, e malgrado la candidatura di Monti, abbia senso accaparrarsi questo pezzo di plastica. Orbene, le/gli risponderò di sì, sottovoce.

Chopin Hauer