>Quanti saremo? Centomila! Che? Centomila? 100.000!

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Quanti saremo? Centomila! Che? Centomila? 100.000!
Hai mai visto centomila persone radunate in una piazza? No. E tu? No. E questa città l’hai mai vista in questa maniera? No! E tu? io nemmeno per una vittoria del Milan o dell’Inter. Centomila persone in piazza del Duomo a Milano le ha portate solamente Manu Chao, e la sua strampalata idea di farci un concerto gratuito ad un mese dal G8 di Genova.
Ma riesci a vederlo? E’ solo un punto giallo lontano, al di là di tutto, un punto lucente che si sgola, salta, balla, suona, impreca e invoca. E’ il suo tour europeo delle piazze, con Radio Bemba Sound System al completo, c’è pure Roy Paci alla tromba.
Non c’è invece via libera verso alcun dove. Si sgomita con chiunque in maniera incredibile per far solamente due passi. In galleria Vittorio Emanuele non si passa. Tutti i wc dei locali ai lati della piazza sono intasati. Il piscio trabocca dalle porte dei fast-food e scende sul lastricato marmoreo della passeggiata. E’ Giugno inoltrato e non piove da settimane. Non spira un soffio d’aria.
Pronto, dove sei? Quasi sotto il palco e voi? Noi no. Non riusciamo ad andare più avanti di così, dovremo fermarci. Dove siete? Siamo a Genova. Lo saremo. Mi sa che non ce la facciamo a raggiungervi… Spintonate!
La folla salta, o salti con lei o sei solo d’impiccio. La folla poga, o poghi più della gente vicino a te o devi incassare senza lamentarti. Non si respira. Ma io non pensavo… Non si respira cristo! Io non credevo… c’era veramente bisogno di andar così in mezzo? Bisogna avvicinarsi il più possibile al palco ragazzi. La gente è troppa, nel mezzo non si vede più la fine. La piazza si eclissa, il palco, il Duomo, la galleria. Quei palazzacci in stile fascio sullo sfondo…
“Proxima estación Genova!” C’è pesino Zulù a gridarlo forte dal microfono insieme al piccolo folletto ed al siculo. Dopo la seconda esortazione è tutta la piazza a gridarlo forte e ripetutamente. Centomila persone lo stanno gridando! Cosa dice? Dice che dobbiamo andarci per forza a Genova! Cosa? Che dobbiamo andare a Genova! Tutti quanti? Anche di più! E’? Saremo anche di più, e saremo incazzatissimi! Chi? Noi! Noi chi? Noi tutti! Wellcome to Tiquana! Ma chi ci ferma?
Saltiamo, balliamo come se fossimo posseduti, ed i realtà è così. Non ci rendiamo più conto di dove siamo e perché stiamo agendo in quella maniera. C’è la convinzione diffusa che tutto ciò che stiamo facendo sia giusto, che tutto ciò che faremo sarà giusto! Ci abbandoniamo alla marea festante e ondeggiamo con lei. Le nostre voci si confondono nel canto. I nostri movimenti sono sincroni a quelli della massa di persone che ci circonda. La musica incalza, il ritmo si fa più frenetico. Non ci accorgiamo che la folla ci sta trascinando verso il palco. Le danze si fanno più incalzanti verso la fine della canzone. Oramai non siamo più in grado di coordinare azione e pensiero. C’è puzzo di sudore e di fiato. L’aria calda e fetida mi costringe a volgere il capo verso il cielo in cerca di refrigerio, ma se non guardo dove vado a sbattere sono botte nelle reni. BAM. Andiamocene da qua! E come? BAM. Non lo so! Andiamocene che sto soffocando! Cazzo, balla! BAM. Co.. Cosa? Che figata! Io me ne vado. Cosa? Wellcome to Tiqua… BAM.
La folla danzante ci disperde. Ora anche noi siamo folla, e questa si fa indistinta. Ogni singolo non conta più per sé. Ogni sé è parte di un noi con una volontà collettiva che salta, canta, impreca e balla. Ma…. Ma.
Sento che sto per stremare. Non ho più forze e mi rendo conto di essere arrivato alla soglia massima di sopportazione. Se non voglio rischiare di svenire in mezzo al pogo devo abbandonare i miei amici dispersi e dirigermi verso il lato sud del Duomo, il punto deciso per il ritrovo finale.
Ad un tratto ecco che scorgo Carlo. Carlo!!! Io vado! Intravedo la sagoma dell’amico che ha ancora energie da vendere e non sembra intenzionato a mollare. Carlo io me ne esco, non ce la faccio più! Non riesco nemmeno a respirare… Carlo!! Non mi sente. Mi vede, mi sorride, ma la distanza non ci permette di comprenderci. Eppure lo vedo così sereno, come fa? La sua sicurezza mi confonde, io avevo già deciso. Carlo!! Niente da fare.
Smetto di ballare e non resto più a ritmo con la folla, lo fisso. Lui fissa me. Gli sorrido, immobile perché vederlo ballare attorniato da tutta quella gente è uno spettacolo pazzesco. Sorrido nuovamente. Noi tutti questa sera siamo uno spettacolo memorabile. Ma ad un tratto il colpo. BAAAAM! Improvviso, tremendo, fortissimo. Un dolore sordo al fianco del ventre mi toglie definitivamente quel poco di respiro che mi era rimasto. Sento il diaframma contorcersi. Non vedo più. Chi mi ha colpito? Chi sei? Dove sono i miei occhiali? Capisco in un attimo che qualcuno nella foga di passare mi è entrato nel costato con tutto l’impeto di cui disponeva. Chi? Chi tra centomila persone? Il colpo mi trova impreparato, eppure avrei dovuto aspettarmelo. Il colpo mi fa cadere gli occhiali, ed io non riesco più a vedere le cose per come stanno. Respiro male, lacrimo, vedo sfuocato, e la cosa più istintiva che mi vien da fare è richiamare Carlo. Carlo!!! Ma non riesco a scorgerlo, lo chiamo ma non è più possibile vederlo. Gli occhiali! Certo, gli occhiali! Faccio largo con violenza e tento il disperato recupero. Fermi, fermi!! Cosa? Fermi ho detto!! E’??
Li ritrovo ma troppo tardi. Purtroppo è troppo tardi!! la montatura contorta non è riuscita a difendere dal ballo altrui le lenti, che ora rimangono frammentarie all’interno del metallo da cornice. Inutilizzabili, come ora i miei occhi ed io non vedo più. Dov’era Carlo? Come faccio per uscir da qua? Dove sono tutti? Cazzo! Noi siamo tutti! Tutti chi? Tutti è qui, ora! Non si vede più! Non vedete che non si vede più? Smettetela diocristo! Che hai? Non vedo più! Non vedo più niente e la folla continua a cantare e saltare. Canta e salta anche tu! NO. Non vedo più, non vedo più! Dove siete? Dov’è Carlo? Carlo!!
Lo chiamo e lo cerco, ma lui non c’è più o io non lo vedo.
Buio.
Tempo dopo capii che Carlo era invece da un’altra parte e stava bene. Io invece no, vedevo male, lacrimavo ed il fianco mi doleva. Rantolavo, passo dopo passo, verso il punto di ritrovo senza pensare ad altro che alla mia vista perduta.
Pensai che con degli occhiali nuovi, con delle lenti nuove, niente sarebbe mai stato più come prima ed in effetti niente più lo è stato.
Poi ci fu Genova.
Ale B.

Quanti saremo? Centomila! Che? Centomila? 100.000!

Quanti saremo? Centomila! Che? Centomila? 100.000!
Hai mai visto centomila persone radunate in una piazza? No. E tu? No. E questa città l’hai mai vista in questa maniera? No! E tu? io nemmeno per una vittoria del Milan o dell’Inter. Centomila persone in piazza del Duomo a Milano le ha portate solamente Manu Chao, e la sua strampalata idea di farci un concerto gratuito ad un mese dal G8 di Genova.
Ma riesci a vederlo? E’ solo un punto giallo lontano, al di là di tutto, un punto lucente che si sgola, salta, balla, suona, impreca e invoca. E’ il suo tour europeo delle piazze, con Radio Bemba Sound System al completo, c’è pure Roy Paci alla tromba.
Non c’è invece via libera verso alcun dove. Si sgomita con chiunque in maniera incredibile per far solamente due passi. In galleria Vittorio Emanuele non si passa. Tutti i wc dei locali ai lati della piazza sono intasati. Il piscio trabocca dalle porte dei fast-food e scende sul lastricato marmoreo della passeggiata. E’ Giugno inoltrato e non piove da settimane. Non spira un soffio d’aria.
Pronto, dove sei? Quasi sotto il palco e voi? Noi no. Non riusciamo ad andare più avanti di così, dovremo fermarci. Dove siete? Siamo a Genova. Lo saremo. Mi sa che non ce la facciamo a raggiungervi… Spintonate!
La folla salta, o salti con lei o sei solo d’impiccio. La folla poga, o poghi più della gente vicino a te o devi incassare senza lamentarti. Non si respira. Ma io non pensavo… Non si respira cristo! Io non credevo… c’era veramente bisogno di andar così in mezzo? Bisogna avvicinarsi il più possibile al palco ragazzi. La gente è troppa, nel mezzo non si vede più la fine. La piazza si eclissa, il palco, il Duomo, la galleria. Quei palazzacci in stile fascio sullo sfondo…
“Proxima estación Genova!” C’è pesino Zulù a gridarlo forte dal microfono insieme al piccolo folletto ed al siculo. Dopo la seconda esortazione è tutta la piazza a gridarlo forte e ripetutamente. Centomila persone lo stanno gridando! Cosa dice? Dice che dobbiamo andarci per forza a Genova! Cosa? Che dobbiamo andare a Genova! Tutti quanti? Anche di più! E’? Saremo anche di più, e saremo incazzatissimi! Chi? Noi! Noi chi? Noi tutti! Wellcome to Tiquana! Ma chi ci ferma?
Saltiamo, balliamo come se fossimo posseduti, ed i realtà è così. Non ci rendiamo più conto di dove siamo e perché stiamo agendo in quella maniera. C’è la convinzione diffusa che tutto ciò che stiamo facendo sia giusto, che tutto ciò che faremo sarà giusto! Ci abbandoniamo alla marea festante e ondeggiamo con lei. Le nostre voci si confondono nel canto. I nostri movimenti sono sincroni a quelli della massa di persone che ci circonda. La musica incalza, il ritmo si fa più frenetico. Non ci accorgiamo che la folla ci sta trascinando verso il palco. Le danze si fanno più incalzanti verso la fine della canzone. Oramai non siamo più in grado di coordinare azione e pensiero. C’è puzzo di sudore e di fiato. L’aria calda e fetida mi costringe a volgere il capo verso il cielo in cerca di refrigerio, ma se non guardo dove vado a sbattere sono botte nelle reni. BAM. Andiamocene da qua! E come? BAM. Non lo so! Andiamocene che sto soffocando! Cazzo, balla! BAM. Co.. Cosa? Che figata! Io me ne vado. Cosa? Wellcome to Tiqua… BAM.
La folla danzante ci disperde. Ora anche noi siamo folla, e questa si fa indistinta. Ogni singolo non conta più per sé. Ogni sé è parte di un noi con una volontà collettiva che salta, canta, impreca e balla. Ma…. Ma.
Sento che sto per stremare. Non ho più forze e mi rendo conto di essere arrivato alla soglia massima di sopportazione. Se non voglio rischiare di svenire in mezzo al pogo devo abbandonare i miei amici dispersi e dirigermi verso il lato sud del Duomo, il punto deciso per il ritrovo finale.
Ad un tratto ecco che scorgo Carlo. Carlo!!! Io vado! Intravedo la sagoma dell’amico che ha ancora energie da vendere e non sembra intenzionato a mollare. Carlo io me ne esco, non ce la faccio più! Non riesco nemmeno a respirare… Carlo!! Non mi sente. Mi vede, mi sorride, ma la distanza non ci permette di comprenderci. Eppure lo vedo così sereno, come fa? La sua sicurezza mi confonde, io avevo già deciso. Carlo!! Niente da fare.
Smetto di ballare e non resto più a ritmo con la folla, lo fisso. Lui fissa me. Gli sorrido, immobile perché vederlo ballare attorniato da tutta quella gente è uno spettacolo pazzesco. Sorrido nuovamente. Noi tutti questa sera siamo uno spettacolo memorabile. Ma ad un tratto il colpo. BAAAAM! Improvviso, tremendo, fortissimo. Un dolore sordo al fianco del ventre mi toglie definitivamente quel poco di respiro che mi era rimasto. Sento il diaframma contorcersi. Non vedo più. Chi mi ha colpito? Chi sei? Dove sono i miei occhiali? Capisco in un attimo che qualcuno nella foga di passare mi è entrato nel costato con tutto l’impeto di cui disponeva. Chi? Chi tra centomila persone? Il colpo mi trova impreparato, eppure avrei dovuto aspettarmelo. Il colpo mi fa cadere gli occhiali, ed io non riesco più a vedere le cose per come stanno. Respiro male, lacrimo, vedo sfuocato, e la cosa più istintiva che mi vien da fare è richiamare Carlo. Carlo!!! Ma non riesco a scorgerlo, lo chiamo ma non è più possibile vederlo. Gli occhiali! Certo, gli occhiali! Faccio largo con violenza e tento il disperato recupero. Fermi, fermi!! Cosa? Fermi ho detto!! E’??
Li ritrovo ma troppo tardi. Purtroppo è troppo tardi!! la montatura contorta non è riuscita a difendere dal ballo altrui le lenti, che ora rimangono frammentarie all’interno del metallo da cornice. Inutilizzabili, come ora i miei occhi ed io non vedo più. Dov’era Carlo? Come faccio per uscir da qua? Dove sono tutti? Cazzo! Noi siamo tutti! Tutti chi? Tutti è qui, ora! Non si vede più! Non vedete che non si vede più? Smettetela diocristo! Che hai? Non vedo più! Non vedo più niente e la folla continua a cantare e saltare. Canta e salta anche tu! NO. Non vedo più, non vedo più! Dove siete? Dov’è Carlo? Carlo!!
Lo chiamo e lo cerco, ma lui non c’è più o io non lo vedo.
Buio.
Tempo dopo capii che Carlo era invece da un’altra parte e stava bene. Io invece no, vedevo male, lacrimavo ed il fianco mi doleva. Rantolavo, passo dopo passo, verso il punto di ritrovo senza pensare ad altro che alla mia vista perduta.
Pensai che con degli occhiali nuovi, con delle lenti nuove, niente sarebbe mai stato più come prima ed in effetti niente più lo è stato.
Poi ci fu Genova.
Ale B.

>Carlo Giuliani

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Genova è un’idea, un sospiro: uno di quei pensieri che ami fare e rifiuti, invece, quando li tieni stretti tra le dita. Genova, la dominante dei mari. Genova e il suo porto, la sua lanterna e la sua scuola di cantastorie. Genova, una città di mare, col culo schiacciato dai monti.
Quella mattina Carlo voleva proprio andarci, al mare. Bagnare ed asciugare al sole quella vita tutta da costruire. Poi la radio, notizie che rimbalzano di scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, nuove che arrivano dal corteo delle tute bianche. Chissà se poi Carlo l’ha detto a sua madre, che aveva cambiato idea. Chissà se Carlo l’ha salutata, mentre raggiungeva le migliaia di ragazze e ragazzi che assediavano la Zona Rossa, quel 20 luglio di dieci anni fa. Migliaia di cittadini assediati in una città, la loro, in stato di guerra. Migliaia di esseri umani strattonati, spinti, picchiati brutalmente solamente per pensare. Migliaia di manganelli, lacrimogeni, caschi: il braccio armato del potere a strenua difesa della zona rossa. I capi di stato dei principali paesi industrializzati del mondo, là dentro. Là fuori, ai piedi della chiesa di Nostra Signora del Rimedio c’è il corpo di un ragazzo. C’è una jeep delle forze dell’ordine che passa due volte su quel corpo esangue, e c’è chi si chiede se fosse ancora vivo, se fosse già morto. C’è una vita spezzata. Ci sono le grida della gente che corre, che scappa da tutte le parti. C’è il cielo, sopra piazza Alimonda, e migliaia di penne che scrivon parole e migliaia di voci che urlano dietro a microfoni e registratori e tutti raccontano di Carlo: punkabbestia, blackblock, antagonista, picchiatore, selvaggio e altre nefandezze rimbalzano la sera dagli schermi televisivi mentre milioni di uomini stanchi mangiano pane e verità. Là sotto, fra occhiali e zainetti e telefonini e orecchini e cappelli rimasti abbandonati, l’epicentro è quel buco che il proiettile sparato da una mano senza corpo protesa a difesa del nord del mondo ha creato sullo zigomo di Carlo Giuliani, 23 anni, solamente per aver pensato. Solamente un ragazzo.
Poli

Carlo Giuliani

Genova è un’idea, un sospiro: uno di quei pensieri che ami fare e rifiuti, invece, quando li tieni stretti tra le dita. Genova, la dominante dei mari. Genova e il suo porto, la sua lanterna e la sua scuola di cantastorie. Genova, una città di mare, col culo schiacciato dai monti.
Quella mattina Carlo voleva proprio andarci, al mare. Bagnare ed asciugare al sole quella vita tutta da costruire. Poi la radio, notizie che rimbalzano di scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, nuove che arrivano dal corteo delle tute bianche. Chissà se poi Carlo l’ha detto a sua madre, che aveva cambiato idea. Chissà se Carlo l’ha salutata, mentre raggiungeva le migliaia di ragazze e ragazzi che assediavano la Zona Rossa, quel 20 luglio di dieci anni fa. Migliaia di cittadini assediati in una città, la loro, in stato di guerra. Migliaia di esseri umani strattonati, spinti, picchiati brutalmente solamente per pensare. Migliaia di manganelli, lacrimogeni, caschi: il braccio armato del potere a strenua difesa della zona rossa. I capi di stato dei principali paesi industrializzati del mondo, là dentro. Là fuori, ai piedi della chiesa di Nostra Signora del Rimedio c’è il corpo di un ragazzo. C’è una jeep delle forze dell’ordine che passa due volte su quel corpo esangue, e c’è chi si chiede se fosse ancora vivo, se fosse già morto. C’è una vita spezzata. Ci sono le grida della gente che corre, che scappa da tutte le parti. C’è il cielo, sopra piazza Alimonda, e migliaia di penne che scrivon parole e migliaia di voci che urlano dietro a microfoni e registratori e tutti raccontano di Carlo: punkabbestia, blackblock, antagonista, picchiatore, selvaggio e altre nefandezze rimbalzano la sera dagli schermi televisivi mentre milioni di uomini stanchi mangiano pane e verità. Là sotto, fra occhiali e zainetti e telefonini e orecchini e cappelli rimasti abbandonati, l’epicentro è quel buco che il proiettile sparato da una mano senza corpo protesa a difesa del nord del mondo ha creato sullo zigomo di Carlo Giuliani, 23 anni, solamente per aver pensato. Solamente un ragazzo.
Poli

>I SANTI

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L’Italia è un paese le cui radici sono cristiane, dato non indubitabile, più di quell’altro fatto chiamato laicità, a vedere quanto i politici si siano impegnati in difesa del primo e a sentire il silenzio che hanno gettato sul secondo. E così noi, per una volta, in ossequio all’autorità di chi ci governa, ci affidiamo al loro esempio e per iniziare citiamo la Bibbia. O meglio, parliamo di Paolo, che tra i santi della Bibbia è di certo tra i più importanti. Proprio Paolo, in una delle sue tredici lettere che troviamo nel Nuovo Testamento, disse che era diventato uomo di ogni sorta per predicare la buona novella a persone di ogni sorta. Questa metamorfosi, hanno commentato alcuni, era una faccenda di esempio, perchè per convertire era necessario che i pagani vedessero nei cristiani un esempio da seguire, ma perchè l’esempio venga seguito sempre nei cristiani dovevano trovare un qualcosa in comune. Per questo Paolo travestiva la sua fede, non per opportunismo, ma per una sorta di teologia della partecipazione altrui. Certo, l’esempio è una strada a due corsie, e a senso opposto. Infatti quando noi diciamo che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, intendiamo proprio che stando con chi fa il male è più facile finire con l’agire nella stessa maniera. Per questo, sempre nella Bibbia, si dice ai genitori di essere un buon modello per i figli, quasi ci fosse una sorta di simmetria tra ciò che vediamo fare e quello che facciamo.
Ora, sempre in ossequio alle nostre radici cristiane, parliamo di Roma, che a detta del ministro Carfagna prima di essere la capitale italiana è la capitale della cristianità. A Roma, qualche mese fa, era il 29 ottobre, e c’era una manifestazione dell’Onda, e in Piazza Navona arrivò un camioncino pieno di ragazzi armati che, col tacito lasciapassare della polizia, si divertì a malmenare chi armato non era. Qualcuno notò pure che a Roma, lì, proprio a Piazza Navona, la presenza di un camioncino è plausibile quanto quella di un’astronave aliena perchè in quel luogo, zona pedonale da decenni, è assolutamente impossibile entrare con qualsivoglia veicolo nei giorni normali: occorrono permessi, tanti euro per i permessi, ore di fila in uffci e pregare in ginocchio per ottenere un permessino di 3 minuti al carico-scarico. Considerato questo e il fatto che il tratto, per la manifestazione, era completamente blindato, la faccenda del camioncino aveva qualcosa di non identificato, di alieno. O forse, se era alieno alla logica del traffico, non lo era in quella di un governo che già aveva minacciato l’intervento della polizia in università di fronte alle prime occupazioni. E così, infatti, tra alienazioni logiche e contraddizioni politiche, né a chi picchiò né a chi lasciò picchiare – le forze dell’ordine – nulla fu fatto.
A distanza di qualche mese, il 6 luglio 2009, ventun ragazzi del movimento studentesco vengono arrestati. Motivazione? Secondo la Procura, sono loro che durante il g8 universitario di Torino dello scorso 19 maggio hanno rovesciato cassonetti; tirato uova e lacrimogeni contro gli agenti; bloccato il traffico; ferito 24 agenti e danneggiato i negozi. “Hanno usato una violenta paramilitare premeditata”, ha detto Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino. “Hanno usato mazze e picozze. Ci sono prove video e fotografiche inconfutabili”.
Ammesso anche che tutto questo sia vero, e davvero così documentato, vien da pensare che il problema sia che non avessero un camioncino e che non si sian messi a picchiare chi armato non era. Perchè per il resto, cristianamente parlando, non stavan facendo altro che seguire il buon esempio che qualcun altro già aveva dato. Ma il nostro Stato, come il buon Dio, prima detta i comandamenti e poi si elegge il popolo eletto, e così non è scandalo se il settimo dice di non ammazzare e se poi il Signore degli eserciti comanda a Israele di andare e conquistare sette nazioni che devono essere “votate alla distruzione” (a chi fosse curioso leggersi Deutoronomio). Accade quando la giustificazione del credo è fondata sulle assurdità, per il resto è soltanto contesto. Per questo, cristianamente parlando, dico che questi ventun ragazzi sono stati giustamente arrestati, perchè hanno seguito l’esempio del dio giusto ma hanno agito in nome di dei pagani, e poi avevano i capelli troppo lunghi. Li avessero avuti rasati, fossero stati a Roma e con le mazze colorate a tricolore avessero picchettato le teste dei blasfemi – perchè le onde, si sa, non sono mai state ortodosse – tutto si sarebbe risolto con un assoluzione. E magari dio li avrebbe pure benedetti. Sia sempre lodato. O come dicono oggi, “per fortuna che c’è”…

Paolino

I SANTI

L’Italia è un paese le cui radici sono cristiane, dato non indubitabile, più di quell’altro fatto chiamato laicità, a vedere quanto i politici si siano impegnati in difesa del primo e a sentire il silenzio che hanno gettato sul secondo. E così noi, per una volta, in ossequio all’autorità di chi ci governa, ci affidiamo al loro esempio e per iniziare citiamo la Bibbia. O meglio, parliamo di Paolo, che tra i santi della Bibbia è di certo tra i più importanti. Proprio Paolo, in una delle sue tredici lettere che troviamo nel Nuovo Testamento, disse che era diventato uomo di ogni sorta per predicare la buona novella a persone di ogni sorta. Questa metamorfosi, hanno commentato alcuni, era una faccenda di esempio, perchè per convertire era necessario che i pagani vedessero nei cristiani un esempio da seguire, ma perchè l’esempio venga seguito sempre nei cristiani dovevano trovare un qualcosa in comune. Per questo Paolo travestiva la sua fede, non per opportunismo, ma per una sorta di teologia della partecipazione altrui. Certo, l’esempio è una strada a due corsie, e a senso opposto. Infatti quando noi diciamo che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, intendiamo proprio che stando con chi fa il male è più facile finire con l’agire nella stessa maniera. Per questo, sempre nella Bibbia, si dice ai genitori di essere un buon modello per i figli, quasi ci fosse una sorta di simmetria tra ciò che vediamo fare e quello che facciamo.
Ora, sempre in ossequio alle nostre radici cristiane, parliamo di Roma, che a detta del ministro Carfagna prima di essere la capitale italiana è la capitale della cristianità. A Roma, qualche mese fa, era il 29 ottobre, e c’era una manifestazione dell’Onda, e in Piazza Navona arrivò un camioncino pieno di ragazzi armati che, col tacito lasciapassare della polizia, si divertì a malmenare chi armato non era. Qualcuno notò pure che a Roma, lì, proprio a Piazza Navona, la presenza di un camioncino è plausibile quanto quella di un’astronave aliena perchè in quel luogo, zona pedonale da decenni, è assolutamente impossibile entrare con qualsivoglia veicolo nei giorni normali: occorrono permessi, tanti euro per i permessi, ore di fila in uffci e pregare in ginocchio per ottenere un permessino di 3 minuti al carico-scarico. Considerato questo e il fatto che il tratto, per la manifestazione, era completamente blindato, la faccenda del camioncino aveva qualcosa di non identificato, di alieno. O forse, se era alieno alla logica del traffico, non lo era in quella di un governo che già aveva minacciato l’intervento della polizia in università di fronte alle prime occupazioni. E così, infatti, tra alienazioni logiche e contraddizioni politiche, né a chi picchiò né a chi lasciò picchiare – le forze dell’ordine – nulla fu fatto.
A distanza di qualche mese, il 6 luglio 2009, ventun ragazzi del movimento studentesco vengono arrestati. Motivazione? Secondo la Procura, sono loro che durante il g8 universitario di Torino dello scorso 19 maggio hanno rovesciato cassonetti; tirato uova e lacrimogeni contro gli agenti; bloccato il traffico; ferito 24 agenti e danneggiato i negozi. “Hanno usato una violenta paramilitare premeditata”, ha detto Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino. “Hanno usato mazze e picozze. Ci sono prove video e fotografiche inconfutabili”.
Ammesso anche che tutto questo sia vero, e davvero così documentato, vien da pensare che il problema sia che non avessero un camioncino e che non si sian messi a picchiare chi armato non era. Perchè per il resto, cristianamente parlando, non stavan facendo altro che seguire il buon esempio che qualcun altro già aveva dato. Ma il nostro Stato, come il buon Dio, prima detta i comandamenti e poi si elegge il popolo eletto, e così non è scandalo se il settimo dice di non ammazzare e se poi il Signore degli eserciti comanda a Israele di andare e conquistare sette nazioni che devono essere “votate alla distruzione” (a chi fosse curioso leggersi Deutoronomio). Accade quando la giustificazione del credo è fondata sulle assurdità, per il resto è soltanto contesto. Per questo, cristianamente parlando, dico che questi ventun ragazzi sono stati giustamente arrestati, perchè hanno seguito l’esempio del dio giusto ma hanno agito in nome di dei pagani, e poi avevano i capelli troppo lunghi. Li avessero avuti rasati, fossero stati a Roma e con le mazze colorate a tricolore avessero picchettato le teste dei blasfemi – perchè le onde, si sa, non sono mai state ortodosse – tutto si sarebbe risolto con un assoluzione. E magari dio li avrebbe pure benedetti. Sia sempre lodato. O come dicono oggi, “per fortuna che c’è”…

Paolino

>Siamo studenti, vogliamo l’impossibile!

>Otto anni sono passati dal G8 di Genova. Alcuni di noi erano lì, altri erano poco più che bambini. Ma nessuno ha dimenticato quelle trecentomila persone venute da tutto il mondo a manifestare per un altro mondo possibile, per la libertà dalla schiavitù del profitto, per la giustizia e la pace. Nessuno ha dimenticato l’assassinio di Carlo, il massacro di centinaia di manifestanti, le torture a Bolzaneto, la macelleria della Diaz, né il sadismo delle guardie, l’arbitrio di un potere che si assolve, i compagni perseguitati e ingiustamente condannati…

Otto anni sono lunghi, e molte cose sono cambiate. L’agenda della politica mondiale, che avevamo quasi strappato ai segretari del Capitale, ha ricominciato a segnare gli stessi appuntamenti: guerra, sfruttamento, fame, distruzione del pianeta, “lotta al terrorismo”. L’Afghanistan, l’Iraq, la Palestina, le vene aperte dell’America Latina, dell’Asia, dell’Africa, delle banlieue e delle nostre periferie, dei tanti Sud che ci assediano: il sangue di miliardi di persone che stilla senza senso, giorno dopo giorno, per la ricchezza di sempre più pochi, per l’ignoranza e l’indifferenza di troppi.

Anche noi siamo cambiati. Un po’ più deboli, un po’ più incerti. Un po’ più impauriti, forse. Ma anche più maturi, consapevoli che la nostra lotta ha tempi lunghi, sempre più convinti che, se non è quest’altro mondo possibile – il socialismo – sarà la barbarie. Ormai adulti, non rinneghiamo la nostra infanzia. Guardiamo i volti dei nostri nemici e sappiamo che sono gli stessi di Genova. Sappiamo anche che sono diventati più violenti, più aggressivi. Che sono pericolosi, perché ora più che mai non sanno quel che fanno.

2009, il G8 torna in Italia. Torna in tempo di crisi, quando il PIL in Occidente ha un vistoso segno meno, la disoccupazione è in aumento, e non si vede nessuna via di uscita. Torna in un paese socialmente e culturalmente devastato, con i salari più bassi d’Europa, un sistema politico bloccato, l’informazione controllata; un paese incattivito da una guerra che, scatenata dall’alto, è diventata guerra fra poveri, razzismo, sessismo, omofobia, disprezzo per chi è diverso. Il G8 arriva in Abruzzo, un territorio che ha pagato con il sangue proprio quelle logiche di profitto, di speculazione, di corruzione che regolano il capitalismo ovunque; un territorio che da quasi tre mesi sta sperimentando inedite forme di controllo e di militarizzazione.

Pur di non farci essere il Governo le ha provate tutte. Ha suddiviso il vertice, in tanti, troppi incontri. Difficili da seguire per chi deve studiare, lavorare, badare alla sopravvivenza quotidiana. Impossibili da contestare per chi deve già scendere in piazza per difendere il proprio lavoro. Eppure il movimento in questi mesi c’è stato. A Roma, contro lo smantellamento del Welfare; a Siracusa, contro la devastazione ambientale; a Torino, per un’Università non asservita agli interessi privati; ancora a Roma, contro una “sicurezza” che è espulsione dei migranti, strategia della paura e repressione delle lotte. E infine a Lecce, quando i Ministri dell’Economia si sono incontrati per decidere di dare ancora altri soldi alle banche, e spacciare i loro vecchi fallimenti per una nuova ricetta salvifica.

Ora è tempo di rimettere assieme ciò che è stato separato. È tempo di incontrarsi, di esserci tutti. Di non lasciare che l’ultima parola l’abbia chi specula su una tragedia come il terremoto, trasformando le persone in voti, facendo sporchi affari proprio mentre dilaziona la ricostruzione fino al 2033. È su una popolazione distrutta e abbandonata che i “grandi” verranno a fare la loro passerella. Davanti alle telecamere, a dirci che tutto va bene. Noi però sappiamo che non è così. E lo dobbiamo gridare forte.

Hanno detto che non avremo il cuore di esserci. Ma noi, per stare dalla parte di chi lotta e soffre, il cuore lo abbiamo sempre. In quei giorni saremo ad agitare le strade. Ed il 10 verremo al corteo nazionale, per portare le nostre ragioni, quelle degli oppressi e delle popolazioni in lotta. Per dimostrare che non ci hanno piegati, per rovinargli la passerella.

Siamo cresciuti, ma il futuro è ancora roba nostra. Ci vediamo a l’Aquila.

Collettivo Autoorganizzato Napoli – C.A.U.

Siamo studenti, vogliamo l’impossibile!

Otto anni sono passati dal G8 di Genova. Alcuni di noi erano lì, altri erano poco più che bambini. Ma nessuno ha dimenticato quelle trecentomila persone venute da tutto il mondo a manifestare per un altro mondo possibile, per la libertà dalla schiavitù del profitto, per la giustizia e la pace. Nessuno ha dimenticato l’assassinio di Carlo, il massacro di centinaia di manifestanti, le torture a Bolzaneto, la macelleria della Diaz, né il sadismo delle guardie, l’arbitrio di un potere che si assolve, i compagni perseguitati e ingiustamente condannati…

Otto anni sono lunghi, e molte cose sono cambiate. L’agenda della politica mondiale, che avevamo quasi strappato ai segretari del Capitale, ha ricominciato a segnare gli stessi appuntamenti: guerra, sfruttamento, fame, distruzione del pianeta, “lotta al terrorismo”. L’Afghanistan, l’Iraq, la Palestina, le vene aperte dell’America Latina, dell’Asia, dell’Africa, delle banlieue e delle nostre periferie, dei tanti Sud che ci assediano: il sangue di miliardi di persone che stilla senza senso, giorno dopo giorno, per la ricchezza di sempre più pochi, per l’ignoranza e l’indifferenza di troppi.

Anche noi siamo cambiati. Un po’ più deboli, un po’ più incerti. Un po’ più impauriti, forse. Ma anche più maturi, consapevoli che la nostra lotta ha tempi lunghi, sempre più convinti che, se non è quest’altro mondo possibile – il socialismo – sarà la barbarie. Ormai adulti, non rinneghiamo la nostra infanzia. Guardiamo i volti dei nostri nemici e sappiamo che sono gli stessi di Genova. Sappiamo anche che sono diventati più violenti, più aggressivi. Che sono pericolosi, perché ora più che mai non sanno quel che fanno.

2009, il G8 torna in Italia. Torna in tempo di crisi, quando il PIL in Occidente ha un vistoso segno meno, la disoccupazione è in aumento, e non si vede nessuna via di uscita. Torna in un paese socialmente e culturalmente devastato, con i salari più bassi d’Europa, un sistema politico bloccato, l’informazione controllata; un paese incattivito da una guerra che, scatenata dall’alto, è diventata guerra fra poveri, razzismo, sessismo, omofobia, disprezzo per chi è diverso. Il G8 arriva in Abruzzo, un territorio che ha pagato con il sangue proprio quelle logiche di profitto, di speculazione, di corruzione che regolano il capitalismo ovunque; un territorio che da quasi tre mesi sta sperimentando inedite forme di controllo e di militarizzazione.

Pur di non farci essere il Governo le ha provate tutte. Ha suddiviso il vertice, in tanti, troppi incontri. Difficili da seguire per chi deve studiare, lavorare, badare alla sopravvivenza quotidiana. Impossibili da contestare per chi deve già scendere in piazza per difendere il proprio lavoro. Eppure il movimento in questi mesi c’è stato. A Roma, contro lo smantellamento del Welfare; a Siracusa, contro la devastazione ambientale; a Torino, per un’Università non asservita agli interessi privati; ancora a Roma, contro una “sicurezza” che è espulsione dei migranti, strategia della paura e repressione delle lotte. E infine a Lecce, quando i Ministri dell’Economia si sono incontrati per decidere di dare ancora altri soldi alle banche, e spacciare i loro vecchi fallimenti per una nuova ricetta salvifica.

Ora è tempo di rimettere assieme ciò che è stato separato. È tempo di incontrarsi, di esserci tutti. Di non lasciare che l’ultima parola l’abbia chi specula su una tragedia come il terremoto, trasformando le persone in voti, facendo sporchi affari proprio mentre dilaziona la ricostruzione fino al 2033. È su una popolazione distrutta e abbandonata che i “grandi” verranno a fare la loro passerella. Davanti alle telecamere, a dirci che tutto va bene. Noi però sappiamo che non è così. E lo dobbiamo gridare forte.

Hanno detto che non avremo il cuore di esserci. Ma noi, per stare dalla parte di chi lotta e soffre, il cuore lo abbiamo sempre. In quei giorni saremo ad agitare le strade. Ed il 10 verremo al corteo nazionale, per portare le nostre ragioni, quelle degli oppressi e delle popolazioni in lotta. Per dimostrare che non ci hanno piegati, per rovinargli la passerella.

Siamo cresciuti, ma il futuro è ancora roba nostra. Ci vediamo a l’Aquila.

Collettivo Autoorganizzato Napoli – C.A.U.

>AFGHANISTAN, la guerra di italiani ed americani…

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Pare che ieri il piazzista di Arcore si sia presentato a Washington con un pacchetto di cravatte Marinella. Non era l’unico regalo che portava a Obama: dovendo far ben fruttare quei dieci minuti che il l’“abbronzato” leader statunitense gli ha sdegnosamente concesso, il premier ci ha messo anche, fra leccate di culo, assicurazioni in vista del G8, disponibilità a “ospitare” detenuti di Guantanamo, la promessa di mandare in Afghanistan altri 300-500 soldati e due arei Tornado. Così, fra tanta simpatia e strette di mano, l’Italia è tornata a casa con la gioia demente di essere definita anche da Obama – e non solo da quell’alcolizzato/visionario/fondamentalista di Bush – “un alleato cruciale”.
Con quest’ultimo accordo, il nostro paese arriva a schierare sul fronte afghano ben 1.000 combattenti e più di 2.000 uomini di supporto, combattendo fianco a fianco dei marines. È la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che l’Italia schiera una simile quantità di militari operativi. A fronte di un costo che quest’anno oltrepassa mezzo miliardo per la sola spedizione armata, i finanziamenti disponibili per attività umanitarie sono di poche decine di milioni. Persino il nostro Governo di incapaci, ipocriti e tragattini di vario tipo si rende ormai conto che la menzogna del peace-keeping non è più sostenibile. Così il “colonnello” La Russa propone di cambiare le regole di ingaggio, ovviamente per il bene dei nostri soldati…
Ma di cosa parliamo quando parliamo di Afghanistan? Questo video pubblicato oggi da El Mundo ci dà qualche piccola risposta: mostrandoci una delle battaglie in corso in queste ore, a Bala Murghab. Il comandante statunitense illustra l’operazione congiunta dei suoi soldati e dei parà della Folgore. Si vedono gli elicotteri Mangusta mitragliare a poca distanza dal centro abitato, i nostri soldati fare fuoco per aprirsi la strada. In mezzo a tutto questo, i bambini. E l’esercito regolare afghano, davvero malridotto, che prende supinamente ordini, senza capirli, senza capire nulla, abbrutito anche lui dalla fame e dall’ignoranza.
Sono ormai quasi 8 anni che siamo lì coprendoci di un bel po’ di sangue innocente. Con quali risultati? Secondo le stime dell’ICOS (International Council On Security and development), il 72% del territorio vede una pesante presenza talebana, il 21% una notevole presenza e solo il 7% una presenza leggera… E ora, dopo quasi centomila vittime civili, più di un milione di rifugiati, il fronte si è allargato anche al Pakistan.
Pare che al G8 dell’Aquila parleranno degli effetti della crisi globale su quell’area. E dei possibili investimenti, accordi, spartizione di rischi e opportunità fra le potenze euroasiatiche. È un motivo in più per il movimento, un’altra ragione alla nostra rabbia. Bisogna far arrivare in quella sede una voce di denuncia delle politiche imperialiste in solidarietà con i popoli oppressi in Medioriente come in Africa, nel nostro Mediterraneo come in Sudamerica. Bisogna iniziare a mettere in piazza le nostre vergogne, a combattere l’imperialismo di casa nostra…
Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli