>Una famiglia italiana

>

Lo scrive la stressa Franca Magnani: Una famiglia italiana non è né un saggio storico né tanto meno un saggio politico, bensì una semplice testimonianza. Ho riflettuto su questo termine perché, al di là della catalogazione letteraria – o forse ancora prima, la lettura di questo libro ha comportato, forse più di quanto non avrebbe potuto un puntuale saggio, un apprendimento altalenante tra storia e politica. Parlo di quello stesso apprendimento orizzontale che si ha attraverso la gente che vive affianco, o che condivide la vita nello stesso quartiere, nella stessa frazione, nella stessa città. O sulle stesse pagine. Insegnamento che si interiorizza non da cattedra a banco ma da persona a persona, attraverso le tracce di cui si fanno carico i racconti, le descrizioni, i riferimenti e le espressioni.
È su questo piano che si pone l’intero racconto, che da un lato restituisce al libro la sua caratteristica di diacronico spazio d’incontro tra scrittore e lettore, e dall’altra lascia trapelare qualcosa del percorso famigliare degli Schiavetti. Qualcosa che Franca lucidamente teneva a lasciare in eredità: la cifra antifascista che l’ha accompagnata per tutta la vita. Il ritiro all’estero, il francese e il tedesco, i discorsi a scuola e i discorsi a casa, le vacanze in Italia, la guerra in Etiopia e la situazione in Spagna: in tempi di regime, l’antifascismo aveva un nemico preciso; la grinta sapeva dove incanalarsi. Per la famiglia Schiavetti – e per tutti gli emigrati italiani antifascisti, la stessa condizione di esuli comportava una vita inventata e con modulazioni d’allerta, impegnata a preparare l’ambito ritorno attraverso la formazione culturale degli espatriati.
Poi d’improvviso, in una calda Zurigo di luglio, una voce fuoricampo: “L’hanno mandato via!”. All’incredulità si sommano fulminei i volti dei prigionieri, degli esuli e dei morti “per mandarlo via”. Parole attese, cercate e desiderate da tutta la vita, tanto da pensare che la vita, quella vera, sarebbe cominciata solo da queste parole in poi. Eppure il momento non sembra soddisfare le aspettative di un’intera esistenza. «Avevo imparato a conoscere e ad amare l’Italia attraverso la nostalgia e la dedizione ad essa dei miei genitori. Gli italiani che avevo frequentato in esilio non erano “gli” italiani. L’impatto con il paese reale mi presentò un’immagine diversa di quella che mi ero fatta. Da un lato, mi inebriavano la bellezza della terra, il clima, la luce, il calore umano della gente, lo spirito beffardo del popolino; dall’altro, avvertii un qualunquismo diffuso – non solo riguardo alla politica -, una mancanza di senso civico, una esaltazione della furbizia come metodo di vita, che prima mi stupirono, in seguito mi addolorarono, per ultimo mi indignarono.» Poi la guerra fredda, la Jugoslavia, il comunismo, i “magnacucchi”, lo Stato-guida e, prima del rapporto di Kruscev, la difficile interazione tra la generazione dei vecchi antifascisti e quella seguente. La lenta comprensione che l’antifascismo non ha solo – ma già da sempre – a che fare con un dittatore in carne ed ossa da “mandare via”, ma con una molteplicità di fascismi diffusi, di comportamenti, di attitudini, di condotte quotidiane. In tal senso, nel 1951, rivolto alla generazione che l’ha preceduto, Valdo Magnani poté scrivere: «Noi il fascismo l’abbiamo ereditato, compreso e sofferto nella logica del suo avvento, combattuto e vinto non per il gusto di una rivincita per la quale è buona qualsiasi forza, ma per un ideale sociale e umano che non è semplice ‘anti’, che non è un’altra dittatura, e che non accetta imposizioni di miti da nessuno.»

Una famiglia italiana

Lo scrive la stressa Franca Magnani: Una famiglia italiana non è né un saggio storico né tanto meno un saggio politico, bensì una semplice testimonianza. Ho riflettuto su questo termine perché, al di là della catalogazione letteraria – o forse ancora prima, la lettura di questo libro ha comportato, forse più di quanto non avrebbe potuto un puntuale saggio, un apprendimento altalenante tra storia e politica. Parlo di quello stesso apprendimento orizzontale che si ha attraverso la gente che vive affianco, o che condivide la vita nello stesso quartiere, nella stessa frazione, nella stessa città. O sulle stesse pagine. Insegnamento che si interiorizza non da cattedra a banco ma da persona a persona, attraverso le tracce di cui si fanno carico i racconti, le descrizioni, i riferimenti e le espressioni.
È su questo piano che si pone l’intero racconto, che da un lato restituisce al libro la sua caratteristica di diacronico spazio d’incontro tra scrittore e lettore, e dall’altra lascia trapelare qualcosa del percorso famigliare degli Schiavetti. Qualcosa che Franca lucidamente teneva a lasciare in eredità: la cifra antifascista che l’ha accompagnata per tutta la vita. Il ritiro all’estero, il francese e il tedesco, i discorsi a scuola e i discorsi a casa, le vacanze in Italia, la guerra in Etiopia e la situazione in Spagna: in tempi di regime, l’antifascismo aveva un nemico preciso; la grinta sapeva dove incanalarsi. Per la famiglia Schiavetti – e per tutti gli emigrati italiani antifascisti, la stessa condizione di esuli comportava una vita inventata e con modulazioni d’allerta, impegnata a preparare l’ambito ritorno attraverso la formazione culturale degli espatriati.
Poi d’improvviso, in una calda Zurigo di luglio, una voce fuoricampo: “L’hanno mandato via!”. All’incredulità si sommano fulminei i volti dei prigionieri, degli esuli e dei morti “per mandarlo via”. Parole attese, cercate e desiderate da tutta la vita, tanto da pensare che la vita, quella vera, sarebbe cominciata solo da queste parole in poi. Eppure il momento non sembra soddisfare le aspettative di un’intera esistenza. «Avevo imparato a conoscere e ad amare l’Italia attraverso la nostalgia e la dedizione ad essa dei miei genitori. Gli italiani che avevo frequentato in esilio non erano “gli” italiani. L’impatto con il paese reale mi presentò un’immagine diversa di quella che mi ero fatta. Da un lato, mi inebriavano la bellezza della terra, il clima, la luce, il calore umano della gente, lo spirito beffardo del popolino; dall’altro, avvertii un qualunquismo diffuso – non solo riguardo alla politica -, una mancanza di senso civico, una esaltazione della furbizia come metodo di vita, che prima mi stupirono, in seguito mi addolorarono, per ultimo mi indignarono.» Poi la guerra fredda, la Jugoslavia, il comunismo, i “magnacucchi”, lo Stato-guida e, prima del rapporto di Kruscev, la difficile interazione tra la generazione dei vecchi antifascisti e quella seguente. La lenta comprensione che l’antifascismo non ha solo – ma già da sempre – a che fare con un dittatore in carne ed ossa da “mandare via”, ma con una molteplicità di fascismi diffusi, di comportamenti, di attitudini, di condotte quotidiane. In tal senso, nel 1951, rivolto alla generazione che l’ha preceduto, Valdo Magnani poté scrivere: «Noi il fascismo l’abbiamo ereditato, compreso e sofferto nella logica del suo avvento, combattuto e vinto non per il gusto di una rivincita per la quale è buona qualsiasi forza, ma per un ideale sociale e umano che non è semplice ‘anti’, che non è un’altra dittatura, e che non accetta imposizioni di miti da nessuno.»

>Non mi uccise la morte

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Una narrazione di ciò che è accaduto alla famiglia Cucchi, una illustrazione di questa e un saggio finale che arriva a sfiorare alcune riflessioni a partire dai casi italiani di violenza da parte di corpi di polizia verso corpi non di polizia. 

E forse è quest’ultimo ad avere maggiore risonanza una volta finito di leggere il libro; narrare ciò che è accaduto a Stefano, ma nella misura in cui questo si faccia ulteriore punto di partenza, insieme agli altri casi, per una urgente riflessione sui corpi di polizia e soprattutto su tutto ciò che li performa incessantemente. Partendo dalla funzione dei ruoli stessi, ad un livello sociale, già Zimbardo ci suggeriva una maggiore attenzione alla struttura guardia/detenuto. Foucault stesso si chiedeva da dove venisse la singolare pretesa di rinchiudere per correggere. La struttura attuale certo non favorisce la genuina messa in questione di certi costrutti storici, dalle istituzioni (carceri, cie, ecc) alle leggi (armi da fuoco ai vigili urbani, tso, legge Reale, ecc.) passando inevitabilmente e soprattutto per il linguaggio, attraverso ciò che da un piano sociale s’è poi prodotto nell’immaginario (la sicurezza, la trasparenza, il clandestino, ecc). Ruoli e posizioni dunque, ma anche linguaggi e immaginari che trasversalmente li attraversano, in un movimento performativo che produce poi i suoi sfoghi cutanei. Ciò che non si può più fare è lasciare che questi sfoghi vengano curati solo in superficie – ammesso che almeno questo si riesca a fare, tramite la giustizia. Esiste una malattia, o meglio, un certo tipo di sanità, che circola in continuazione e che ha la capacità di creare i più disparati sintomi, da Stefano a Gabriele, passando per la violenza sulle prostitute o per le cariche di Brescia degli ultimi giorni. L’urgenza è forse quella di ammalare questa sanità, almeno nella misura in cui le sia data la possibilità di mettere in discussione il suo stesso concetto di natura.


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Non mi uccise la morte

Una narrazione di ciò che è accaduto alla famiglia Cucchi, una illustrazione di questa e un saggio finale che arriva a sfiorare alcune riflessioni a partire dai casi italiani di violenza da parte di corpi di polizia verso corpi non di polizia. 

E forse è quest’ultimo ad avere maggiore risonanza una volta finito di leggere il libro; narrare ciò che è accaduto a Stefano, ma nella misura in cui questo si faccia ulteriore punto di partenza, insieme agli altri casi, per una urgente riflessione sui corpi di polizia e soprattutto su tutto ciò che li performa incessantemente. Partendo dalla funzione dei ruoli stessi, ad un livello sociale, già Zimbardo ci suggeriva una maggiore attenzione alla struttura guardia/detenuto. Foucault stesso si chiedeva da dove venisse la singolare pretesa di rinchiudere per correggere. La struttura attuale certo non favorisce la genuina messa in questione di certi costrutti storici, dalle istituzioni (carceri, cie, ecc) alle leggi (armi da fuoco ai vigili urbani, tso, legge Reale, ecc.) passando inevitabilmente e soprattutto per il linguaggio, attraverso ciò che da un piano sociale s’è poi prodotto nell’immaginario (la sicurezza, la trasparenza, il clandestino, ecc). Ruoli e posizioni dunque, ma anche linguaggi e immaginari che trasversalmente li attraversano, in un movimento performativo che produce poi i suoi sfoghi cutanei. Ciò che non si può più fare è lasciare che questi sfoghi vengano curati solo in superficie – ammesso che almeno questo si riesca a fare, tramite la giustizia. Esiste una malattia, o meglio, un certo tipo di sanità, che circola in continuazione e che ha la capacità di creare i più disparati sintomi, da Stefano a Gabriele, passando per la violenza sulle prostitute o per le cariche di Brescia degli ultimi giorni. L’urgenza è forse quella di ammalare questa sanità, almeno nella misura in cui le sia data la possibilità di mettere in discussione il suo stesso concetto di natura.


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>L’anti-edipo

>

Macchinari in fuzionamento. E così il desiderio, porzioni desideranti, al di là di ogni significazione, oltre il significante trascendente: il luogo da cui ogni cosa viene disposta, nominata, incasellata. Da qui il patologico, lo schizofrenico. 

A questo posizionamento si può far corrispondere il sabotaggio della schizoanalisi, il taglio del tessuto psicanalitico attraverso i flussi, le intensità, le connessioni e le disgiunzioni. Formicolare di una fabbrica che è al di là di ogni forzatura di rappresentazione. Non si rappresenta il desiderio (“entra e fatti edipizzare”) non desidera l’incesto perchè non sa cosa sia. 

Il baffo del padre, la mano della madre si perdono tra i macchinari, e non c’è resto per la messa in scena della rappresentazione: tutto è resto.


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L’anti-edipo

Macchinari in fuzionamento. E così il desiderio, porzioni desideranti, al di là di ogni significazione, oltre il significante trascendente: il luogo da cui ogni cosa viene disposta, nominata, incasellata. Da qui il patologico, lo schizofrenico. 

A questo posizionamento si può far corrispondere il sabotaggio della schizoanalisi, il taglio del tessuto psicanalitico attraverso i flussi, le intensità, le connessioni e le disgiunzioni. Formicolare di una fabbrica che è al di là di ogni forzatura di rappresentazione. Non si rappresenta il desiderio (“entra e fatti edipizzare”) non desidera l’incesto perchè non sa cosa sia. 

Il baffo del padre, la mano della madre si perdono tra i macchinari, e non c’è resto per la messa in scena della rappresentazione: tutto è resto.


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>New Italian Epic

>

New Italian Epic è una interessante riflessione sulla scrittura italiana compresa a grandi linee fra il 1993 e il 2008. Una riflessione che mette in gioco già da subito la condizione degli scrittori: trovarsi di fronte ad una proliferazione di metafore morte, al cimitero dei discorsi. Leggendo pensavo a Luisa Muraro, quando raccontava – partendo da Jackobson – il linguaggio come risultante di due grandi movimenti: quello metaforico e quello metonimico. Il primo che crea, seleziona le parole, il secondo che le combina tra di loro. Banalizzando, il primo – seppur necessario – come qualcosa che fa perdere concretezza, che produce segni e ne carica il significato, il secondo come qualcosa che si fa strada fra i segni che già ha a disposizione per trovarne una risultante combinatoria. Parlava dunque del regime di ipermetaforicità, quella situazione in cui l’asse metaforico vien fatto prevalere sul metonimico. Qui si passerà il tempo a inventare parole di enorme significazione e mai equivoche, a deframmentare esperienze, a correggere connessioni, a chiarire sinonimi. Si interpreteranno e capiranno segni che proprio per questo agiranno come segni, con una traduzione ogni volta più metaforica e di contenuto, piuttosto che metonimica e d’espressione. Una produzione simbolica disincarnante capace di far raggiungere le più estreme conseguenze del pensiero senza sentirne il peso [si potrebbe aprire una bella parentesi su casapound]. Un vicolo cieco. In questi termini lo scrittore italiano è chiamato a fare i conti con questa realtà che non è altro che il suo quotidiano. Ecco dunque come potrebbe delinearsi la New Italian Epic: un rimettersi in gioco, un lasciar fluire l’asse metonimico, l’espressione – qualcuno diceva che è l’espressione che trascina il contenuto – nell’impossibilità di scrivere se non con strizzate d’occhio, alibi o escamotage.

Matrice della nebulosa New Italian Epic sembra essere un’irreparabile saldatura tra narrativa e comunità, riflessa in una certa compartecipazione allegorica. Questa presenza di allegorie non si riduce ad essere un mero dire qualcosa per dire qualcos’altro. Se l’evocazione di un passato porta inevitabilmente con sé una cifra del presente; se la narrazione di un accaduto è necessariamente la risultante di un adesso che scrive, il carattere allegorico delle opere New Italian Epic si presenta come una serie di produzioni metastoriche, prive di una chiave da trovare una volta per tutte. In questo punto che Wu Ming intravede la sfida dell’allegoritmo, ossia la ricerca di un algoritmo che faccia da trama alle allegorie presenti dei romanzi, paragonando con auspicio tale ricerca a quella sul Dna: uno studio che possa portare a risultati che la normale critica sui generi di certo non riuscirà mai a raggiungere.
Appunto personale (o dialogo con il primo saggio): credo invece si debba ripartire dalla metafora – abusata in un regime ipermetaforico del linguaggio – pensandola come derivato dell’analogia. Se infatti quest’ultima può essere definita come un confronto di relazioni, la metafora ne è il superamento attraverso il legame simbolico tra queste. Ora, lungi dall’essere una metafora, l’allegoria è il preciso rifiuto di questo legame; essa, più che consacrare il confronto fra le relazioni che mette in gioco l’analogia, fa svolgere una duplice catena in cui le due relazioni hanno un minimo di contatti, cristallizzando la loro somiglianza senza ridurne la distanza. In questo modo l’allegoria stessa sembra essere la risposta implicita al regime di ipermetaforicità postmoderno, impedendo la metaforizzazione disimpegnata. L’allegoria non produce immagini. Essa piuttosto convoglia le tensioni estetico-politiche contemporanee della sua scrittura. Se esiste dunque una matrice comune alle allegorie della nuova epica italiana, questa sarà da ricercare, secondo me, in ciò che tra scrittori e lettori – passando per tutti gli altri – si rivela come collettività. Collettività che circola nelle narrazioni quotidiane fino a farsi singola vita. E che a ripartire da questa racconta, legge e scrive storie, in un presente che perde la sua immagine di passaggio per rivelarsi arresto ed equilibrio con il passato; valenza politica di un’immedesimazione emotiva.

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New Italian Epic

New Italian Epic è una interessante riflessione sulla scrittura italiana compresa a grandi linee fra il 1993 e il 2008. Una riflessione che mette in gioco già da subito la condizione degli scrittori: trovarsi di fronte ad una proliferazione di metafore morte, al cimitero dei discorsi. Leggendo pensavo a Luisa Muraro, quando raccontava – partendo da Jackobson – il linguaggio come risultante di due grandi movimenti: quello metaforico e quello metonimico. Il primo che crea, seleziona le parole, il secondo che le combina tra di loro. Banalizzando, il primo – seppur necessario – come qualcosa che fa perdere concretezza, che produce segni e ne carica il significato, il secondo come qualcosa che si fa strada fra i segni che già ha a disposizione per trovarne una risultante combinatoria. Parlava dunque del regime di ipermetaforicità, quella situazione in cui l’asse metaforico vien fatto prevalere sul metonimico. Qui si passerà il tempo a inventare parole di enorme significazione e mai equivoche, a deframmentare esperienze, a correggere connessioni, a chiarire sinonimi. Si interpreteranno e capiranno segni che proprio per questo agiranno come segni, con una traduzione ogni volta più metaforica e di contenuto, piuttosto che metonimica e d’espressione. Una produzione simbolica disincarnante capace di far raggiungere le più estreme conseguenze del pensiero senza sentirne il peso [si potrebbe aprire una bella parentesi su casapound]. Un vicolo cieco. In questi termini lo scrittore italiano è chiamato a fare i conti con questa realtà che non è altro che il suo quotidiano. Ecco dunque come potrebbe delinearsi la New Italian Epic: un rimettersi in gioco, un lasciar fluire l’asse metonimico, l’espressione – qualcuno diceva che è l’espressione che trascina il contenuto – nell’impossibilità di scrivere se non con strizzate d’occhio, alibi o escamotage.

Matrice della nebulosa New Italian Epic sembra essere un’irreparabile saldatura tra narrativa e comunità, riflessa in una certa compartecipazione allegorica. Questa presenza di allegorie non si riduce ad essere un mero dire qualcosa per dire qualcos’altro. Se l’evocazione di un passato porta inevitabilmente con sé una cifra del presente; se la narrazione di un accaduto è necessariamente la risultante di un adesso che scrive, il carattere allegorico delle opere New Italian Epic si presenta come una serie di produzioni metastoriche, prive di una chiave da trovare una volta per tutte. In questo punto che Wu Ming intravede la sfida dell’allegoritmo, ossia la ricerca di un algoritmo che faccia da trama alle allegorie presenti dei romanzi, paragonando con auspicio tale ricerca a quella sul Dna: uno studio che possa portare a risultati che la normale critica sui generi di certo non riuscirà mai a raggiungere.
Appunto personale (o dialogo con il primo saggio): credo invece si debba ripartire dalla metafora – abusata in un regime ipermetaforico del linguaggio – pensandola come derivato dell’analogia. Se infatti quest’ultima può essere definita come un confronto di relazioni, la metafora ne è il superamento attraverso il legame simbolico tra queste. Ora, lungi dall’essere una metafora, l’allegoria è il preciso rifiuto di questo legame; essa, più che consacrare il confronto fra le relazioni che mette in gioco l’analogia, fa svolgere una duplice catena in cui le due relazioni hanno un minimo di contatti, cristallizzando la loro somiglianza senza ridurne la distanza. In questo modo l’allegoria stessa sembra essere la risposta implicita al regime di ipermetaforicità postmoderno, impedendo la metaforizzazione disimpegnata. L’allegoria non produce immagini. Essa piuttosto convoglia le tensioni estetico-politiche contemporanee della sua scrittura. Se esiste dunque una matrice comune alle allegorie della nuova epica italiana, questa sarà da ricercare, secondo me, in ciò che tra scrittori e lettori – passando per tutti gli altri – si rivela come collettività. Collettività che circola nelle narrazioni quotidiane fino a farsi singola vita. E che a ripartire da questa racconta, legge e scrive storie, in un presente che perde la sua immagine di passaggio per rivelarsi arresto ed equilibrio con il passato; valenza politica di un’immedesimazione emotiva.

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