>Comunicato dei ricercatori in mobilitazione agli studenti e alle loro famiglie

>La maggioranza dei Ricercatori delle Facoltà di Lettere e Filosofia, Scienze della Formazione, Lingue e Letterature Straniere e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, assieme ad altri 10.000 Ricercatori in Italia (tutti i dati in www.rete29aprile.it):

  • Si è dichiarata indisponibile a svolgere per l’a.a. 2010-2011 attività didattica non prevista per legge;
  • Ritiene doveroso informare gli Studenti, le loro Famiglie e l’intera opinione pubblica delle ragioni di una scelta dolorosa ma inevitabile di fronte a una situazione gravissima per l’intera Università italiana.


CHI È IL RICERCATORE

Nell’Università italiana lavorano molte persone, fra queste i professori di I fascia (Ordinari), i professori di II fascia (Associati), i Ricercatori. Ai Professori Ordinari e Associati compete la didattica; ai Ricercatori, fin dalla nascita di questa figura 30 anni fa, competono la ricerca e solo attività di didattica integrativa, come di recente ribadito dal Consiglio Universitario Nazionale. Nel corso degli anni, con l’aumento dei corsi e la diminuzione delle risorse, ai Ricercatori si è chiesto di fare di più: di tenere interi corsi a titolo gratuito. La crescente ristrettezza di risorse ha infatti costretto gli Atenei ad attivarli ‘a costo zero’. I Ricercatori, con pieno senso di responsabilità, hanno accettato di svolgere tale attività didattica – non dovuta ai termini di legge – senza ricevere una retribuzione aggiuntiva pur facendo un lavoro aggiuntivo (le lezioni).

LE RAGIONI DELLA PROTESTA DEI RICERCATORI CONTRO IL DDL GELMINI

Il DDL Gelmini sull’Università e la recente Manovra Finanziaria hanno fissato misure pesantissime che penalizzano tutto il settore Universitario:

  • Taglio progressivo delle risorse: per il FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario: i soldi che lo Stato dà alle Università) i tagli sono i seguenti: 2010-2012: –1 miliardo e 433 milioni di € (= un taglio del 20% circa sul FFO 2009, che era di 7485 milioni di euro). Tale stato di cose porterà a un inevitabile aumento delle tasse universitarie, con evidente danno per gli Studenti.
  • Allontanamento dell’Italia dagli standard europei nel rapporto numerico Studenti/Docenti (in virtù del drastico taglio al necessario ricambio generazionale – di fatto bloccato fino al 2014 – imposto dalla recente Manovra Finanziaria) e nell’investimento pubblico sulla ricerca, con grave danno per la varietà e la qualità della didattica offerta agli Studenti.
  • Inadeguatezza del DDL in discussione nel designare quel nuovo assetto dell’Università pubblica auspicato da tutte le componenti ‘di base’ dell’Università.
  • Creazione di una nuova categoria di precari della ricerca e della didattica con l’introduzione della figura del Ricercatore a tempo determinato, destinato per contratto a svolgere attività didattica ma senza alcuna garanzia di stabilizzazione, con l’apparente intento di immettere forze giovani nel sistema.
  • Messa ad esaurimento e progressiva marginalizzazione del Ricercatore a tempo indeterminato, componente essenziale non soltanto per lo svolgimento dell’attività di ricerca ma fino ad oggi elemento altrettanto essenziale per aver garantito un’offerta didattica di qualità. A ciò si aggiunga il grave danno economico derivato dal congelamento degli scatti stipendiali per il prossimo triennio determinante una decurtazione che nel tempo sarà ovviamente più alta per chi ora è più giovane e appartiene alla fascia economicamente più debole (i Ricercatori).
  • Rischio reale di esporre l’Università pubblica agli interessi di soggetti privati inserendoli come parte sempre più attiva nella governance, cioè nella gestione degli atenei pubblici, ed esclusione dei Ricercatori dagli organi decisionali di Ateneo. I Ricercatori indisponibili hanno recentemente raccolto l’appoggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale lo scorso 4 agosto in una lettera al Ministro Gelmini ha auspicato che si instauri una reale discussione con il mondo della ricerca sui punti sopra esposti.

PERCHÉ GLI STUDENTI DOVREBBERO PROTESTARE

  1. Perché vi troverete di fronte a un sistema universitario che non avrà più i fondi statali per il diritto allo studio.
  2. Perché chi in tre anni taglia più di un miliardo di euro al mondo dell’Università e della Ricerca (l’attuale Governo) deve essere chiamato a un atto di responsabilità nei confronti di Studenti e Famiglie.
  3. Perché la nuova legge introduce la figura del ‘Ricercatore a tempo determinato’, che potrà avere un massimo di otto anni di contratto (anche non consecutivi e prestati in sedi diverse) per svolgere attività didattica obbligatoria, senza alcuna garanzia di assunzione, indipendentemente dal merito: chi di voi si sentirebbe di intraprendere una ‘carriera’ universitaria con questa prospettiva di fronte a sé?

COSA CHIEDIAMO

  • Che si fermi l’iter parlamentare del DDL;
  • In caso contrario, che vengano apportate sostanziali modifiche al testo e che si instauri una reale discussione con le parti attive del mondo dell’Università e della Ricerca per risolvere le questioni richiamate sopra.

I Ricercatori rimarranno indisponibili, in coordinamento con la mobilitazione nazionale (in molti atenei l’inizio dell’anno accademico è stato rinviato), finché l’iter parlamentare del DDL 3687C non si sia concluso.

I Ricercatori indisponibili dell’Ateneo di Verona

Ulteriori informazioni sono reperibili ai siti
Facebook: CERVELLI IN FOGA – ricercatori UNIVR in mobilitazione contro il DDL Gelmini
www.rete29aprile.it

Mozione approvata dal Consiglio di Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Padova

Dal 19 al 22 maggio sono stati giorni di mobilitazione dei ricercatori e delle ricercatrici. Di seguito pubblichiamo una mozione del 12 maggio proveniente da Padova che chiarisce alcuni punti del malcontento. Nel nostro ateneo le ricercatrici e i ricercatori hanno già fatto due assemblee per [conoscersi e] darsi un coordinamento. Sembrerebbe infatti che nel caso al ddl non fosse messo un freno, l’intero corpo ricercatori [a parte rari casi di smarrimento metafisico] rifiuterà per l’anno prossimo gli incarichi didattici. Per dirla diversamente: un bastone fra le ruote di una bici in discesa verso un oceano di merda. Magari fa un gran male nella caduta, ma almeno salva baracca e burattini dall’irreparabile.
***

Il momento in cui versa l’Europa, in questo inizio di maggio 2010, mostra in tutta la sua chiarezza che le condizioni economiche e di benessere dei paesi non possono fondarsi su basi finanziarie aleatorie, esposte a speculazioni di livello mondiale, o basate su scambi tra mercati virtuali; c’è infatti la necessità di avere alle spalle strutture produttive, solide conoscenze e tecnologie proprie, in grado di guidare lo sviluppo nei cicli di crisi: perché tutto questo esista, è indispensabile che un paese si fondi su forti basi di ricerca, innovazione e formazione. La miopia di politiche che non sanno discernere tra costi riducibili e parti del bilancio dello stato su cui è necessario investire (ricerca scientifica in tutti i campi del sapere, innovazione, formazione di ogni ordine e grado) rischia di portare anche l’Italia alla condizione di paese che non ha una struttura produttiva, sociale e culturale adeguata a reggere i momenti di crisi.
In questa situazione economica, tagliare fondi alle università e alla ricerca (come fa il disegno di legge attualmente in discussione al parlamento, in linea con altri provvedimenti degli ultimi anni) risulta una politica autolesionistica, contro gli interessi dell’intero paese.
Per questo il Consiglio di facoltà esprime piena opposizione al disegno di legge di riordino dell’università, tanto più che nella parte relativa alla governance delle università prospetta scelte chiaramente rifiutate dall’ateneo patavino, che ha di recente approvato, dopo ampia discussione, il nuovo statuto di ateneo. Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia chiede al Senato accademico di condividere tale contrarietà e al Magnifico Rettore di farsene portavoce nell’ambito della CRUI.
In particolare, nel momento in cui programma la propria attività per il prossimo anno accademico, il Consiglio di facoltà rileva che attualmente le scarse risorse costringono di fatto le facoltà a utilizzare ampiamente il contributo dei ricercatori nell’attività didattica, senza che questo sia né previsto dal loro ruolo né riconosciuto economicamente. In questo quadro, il Consiglio condanna la soppressione del ruolo stabile dei ricercatori in università e la precarizzazione della ricerca nella fase iniziale della carriera, che rischiano di scoraggiare gli studiosi più capaci a intraprendere le vie della ricerca e di danneggiare irrimediabilmente le figure non strutturate che hanno lavorato nella facoltà in questi anni. Il Consiglio di facoltà fa propria, a questo proposito, la mozione approvata dall’assemblea di assegnisti, borsisti e altre figure non strutturate della facoltà.
Il Consiglio di facoltà prende atto che i ricercatori hanno manifestato l’intenzione di aderire ad iniziative di protesta in corso in altri atenei e nel nostro, finalizzate a contrastare la totale precarizzazione della ricerca e del ruolo dei ricercatori nell’università pubblica italiana, riservandosi di non accettare per il prossimo a.a. 2010/11 incarichi didattici non obbligatori per legge. Prende atto, inoltre, che molti professori associati e ordinari hanno dichiarato di non essere disponibili ad accettare incarichi didattici eventualmente vacanti a
causa dell’indisponibilità dei ricercatori. Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia dichiara di condividere le ragioni della protesta e denuncia che, senza l’assunzione da parte di ricercatori, professori associati e professori ordinari di compiti aggiuntivi rispetto a quelli obbligatori per legge, sarà impossibile garantire il normale svolgimento del prossimo anno accademico per tutti i corsi di laurea triennali e magistrali della facoltà.
Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia e tutti i suoi componenti si impegnano a dare la più ampia diffusione al presente documento nei luoghi e con i mezzi più adatti a sensibilizzare il mondo della ricerca e l’opinione pubblica.

>Mozione approvata dal Consiglio di Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Padova

>

Dal 19 al 22 maggio sono stati giorni di mobilitazione dei ricercatori e delle ricercatrici. Di seguito pubblichiamo una mozione del 12 maggio proveniente da Padova che chiarisce alcuni punti del malcontento. Nel nostro ateneo le ricercatrici e i ricercatori hanno già fatto due assemblee per [conoscersi e] darsi un coordinamento. Sembrerebbe infatti che nel caso al ddl non fosse messo un freno, l’intero corpo ricercatori [a parte rari casi di smarrimento metafisico] rifiuterà per l’anno prossimo gli incarichi didattici. Per dirla diversamente: un bastone fra le ruote di una bici in discesa verso un oceano di merda. Magari fa un gran male nella caduta, ma almeno salva baracca e burattini dall’irreparabile.
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Il momento in cui versa l’Europa, in questo inizio di maggio 2010, mostra in tutta la sua chiarezza che le condizioni economiche e di benessere dei paesi non possono fondarsi su basi finanziarie aleatorie, esposte a speculazioni di livello mondiale, o basate su scambi tra mercati virtuali; c’è infatti la necessità di avere alle spalle strutture produttive, solide conoscenze e tecnologie proprie, in grado di guidare lo sviluppo nei cicli di crisi: perché tutto questo esista, è indispensabile che un paese si fondi su forti basi di ricerca, innovazione e formazione. La miopia di politiche che non sanno discernere tra costi riducibili e parti del bilancio dello stato su cui è necessario investire (ricerca scientifica in tutti i campi del sapere, innovazione, formazione di ogni ordine e grado) rischia di portare anche l’Italia alla condizione di paese che non ha una struttura produttiva, sociale e culturale adeguata a reggere i momenti di crisi.
In questa situazione economica, tagliare fondi alle università e alla ricerca (come fa il disegno di legge attualmente in discussione al parlamento, in linea con altri provvedimenti degli ultimi anni) risulta una politica autolesionistica, contro gli interessi dell’intero paese.
Per questo il Consiglio di facoltà esprime piena opposizione al disegno di legge di riordino dell’università, tanto più che nella parte relativa alla governance delle università prospetta scelte chiaramente rifiutate dall’ateneo patavino, che ha di recente approvato, dopo ampia discussione, il nuovo statuto di ateneo. Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia chiede al Senato accademico di condividere tale contrarietà e al Magnifico Rettore di farsene portavoce nell’ambito della CRUI.
In particolare, nel momento in cui programma la propria attività per il prossimo anno accademico, il Consiglio di facoltà rileva che attualmente le scarse risorse costringono di fatto le facoltà a utilizzare ampiamente il contributo dei ricercatori nell’attività didattica, senza che questo sia né previsto dal loro ruolo né riconosciuto economicamente. In questo quadro, il Consiglio condanna la soppressione del ruolo stabile dei ricercatori in università e la precarizzazione della ricerca nella fase iniziale della carriera, che rischiano di scoraggiare gli studiosi più capaci a intraprendere le vie della ricerca e di danneggiare irrimediabilmente le figure non strutturate che hanno lavorato nella facoltà in questi anni. Il Consiglio di facoltà fa propria, a questo proposito, la mozione approvata dall’assemblea di assegnisti, borsisti e altre figure non strutturate della facoltà.
Il Consiglio di facoltà prende atto che i ricercatori hanno manifestato l’intenzione di aderire ad iniziative di protesta in corso in altri atenei e nel nostro, finalizzate a contrastare la totale precarizzazione della ricerca e del ruolo dei ricercatori nell’università pubblica italiana, riservandosi di non accettare per il prossimo a.a. 2010/11 incarichi didattici non obbligatori per legge. Prende atto, inoltre, che molti professori associati e ordinari hanno dichiarato di non essere disponibili ad accettare incarichi didattici eventualmente vacanti a
causa dell’indisponibilità dei ricercatori. Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia dichiara di condividere le ragioni della protesta e denuncia che, senza l’assunzione da parte di ricercatori, professori associati e professori ordinari di compiti aggiuntivi rispetto a quelli obbligatori per legge, sarà impossibile garantire il normale svolgimento del prossimo anno accademico per tutti i corsi di laurea triennali e magistrali della facoltà.
Il Consiglio della Facoltà di Lettere e filosofia e tutti i suoi componenti si impegnano a dare la più ampia diffusione al presente documento nei luoghi e con i mezzi più adatti a sensibilizzare il mondo della ricerca e l’opinione pubblica.

>Ministro Fantasma

>

Quello che segue è il racconto della giornata di di venerdì 20 novembre a Torino. Mentre sotto il Miur una donna ringrazia ed abbraccia uno studente in protesta, l’onorevole Ghiglia così commenta i fatti accaduti alla sede Pdl: “Questi finti studenti ma sicuri delinquenti hanno dimostrato ancora una volta il loro vero volto e se non fosse stato per il tempestivo intervento delle forze di polizia avrebbero assaltato la sede del Pdl”. (Adnkronos) [Grassetto mio].
Discorso divino, mano creatrice, onorevole Ghiglia, l’ente oltre-umano, che tutto conosce, tutto identifica (finti studenti, sicuri delinquenti, loro vero volto), che tutto racconta [Commento mio].
Da Adestra arriva invece il commento di una “Torino come a Stalingrado.” (?)
Nel fare riferimento ad una “donna incinta di 4 mesi” come ministro (Gelmini), Adestra descrive gli studenti alla sede Pdl come “una cinquantina di squatter“.

Rughe-verovolto-squatter-fintostudente-verodelinquente

FOTO1 [corso Vittorio Emanuele II, sede Pdl, 20 novembre 2009 onorevole Ghiglia]

FOTO2 [corso Vittorio Emanuele II, sede Pdl, 20 novembre 2009 Ravello e Ghiglia]

FOTO2 [Immagine pubblicata con l’articolo di Adestra] (?)

Oggi, 20 novembre 2009, circa 200 studenti medi ed universitari si sono radunati a palazzo nuovo dalla mattina per contestare la presenza del ministro Gelmini nella nostra città. Erano presenti giovani di diverse scuole superiori e studenti dell’università e del politecnico. Il primo dato della giornata è stato il tentativo del ministro di mantenere il segreto su ogni suo spostamento, fatto che dimostra l’estrema impopolarità delle sue politiche, dei suoi tagli e delle sue riforme, che producono contestazioni in tutta Italia, come è avvenuto il 17 novembre, e rendono la sua presenza sgradita a studenti, insegnanti e precari di ogni città.

Il tour gelminiano è iniziato da Rivoli, dove il ministro è andato a cercare i flash dei fotografi per un puro risvolto di immagine; in realtà sappiamo bene di chi sono le responsabilità della morte di Vito, cioè precisamente di chi rende impossibile, con i tagli e l’attacco alla scuola pubblica, una reale manutenzione degli edifici scolastici. Non basterà certo dare a Vito il nome di una scuola per riparare il crimine di chi mette a repentaglio giorno per giorno le vite degli studenti.

Il presidio studentesco si è mosso verso le 13:00 verso il Miur, dove era annunciata la presenza del ministro, che non si è fatto vedere. Dopo una breve occupazione degli uffici del ministero contro tagli e riforma dell’università – un ddl che svende l’università ai privati e diminuisce gli spazi di democrazia negli atenei – un corteo si è diretto alla sede del Pdl, dove era prevista una tappa della Gelmini. Qui i è avvicinato all’ingresso per portare la contestazione alle politiche del ministro e del suo partito, ma è stato aggredito da alcuni esponenti del Pdl con pugni e cinghie. Tra loro spiccavano il consigliere Ravello, Malan e il poco onorevole Ghiglia, sempre in cerca della provocazione e della rissa per attaccare gli studenti che contestano le loro politiche. Non ci stupiranno le loro sicure strumentalizzazioni.

Dopo l’aggressione di Ravello e Ghiglia, quest’ultimo armato di cinghia nell’atto di gridare “io non vi picchio, io vi sciolgo nell’acido” (wow! Le “istituzioni”…), giungevano sul luogo una ventina di agenti della celere che, correndo verso il portone, spingevano gli studenti nell’androne del palazzo e iniziavano a manganellare e a prendere a calci studentesse e studenti (e persino qualche giornalista), alcuni ai primi anni del liceo, nello sconcerto generale.
L’ennesima dimostrazione del fatto che in questo paese – si pensi agli arresti di Milano a danno di studenti medi e universitari – non è più possibile il dissenso studentesco: l’unica risposta del governo e del ministro è la violenza. Anche in questo caso la Gelmini non si è fatta vedere.

Dopo questo episodio un corteo anche più numeroso ha raggiunto la Fondazione S.Paolo per la Scuola in via Lagrange, dove secondo fonti giornalistiche il ministro avrebbe fatto tappa, ma anche qui ha dato forfait. Il bilancio della giornata è quindi quello di un ministro fantasma, che fugge agli studenti – che fanno comodo, evidentemente, solo da morti – di politici locali cinquantenni di destra armati di cinghia contro i liceali, di cariche folli e indiscriminate contro gli studenti, con un bilancio, tra di noi, di diversi feriti.

CHIEDIAMO CAMBIAMENTI CI DANNO POLIZIA

QUESTA E’ LA LORO DEMOCRAZIA
Studentesse e studenti medi, dell’università e del politecnico contro il ministro Gelmini

Ministro Fantasma

Quello che segue è il racconto della giornata di di venerdì 20 novembre a Torino. Mentre sotto il Miur una donna ringrazia ed abbraccia uno studente in protesta, l’onorevole Ghiglia così commenta i fatti accaduti alla sede Pdl: “Questi finti studenti ma sicuri delinquenti hanno dimostrato ancora una volta il loro vero volto e se non fosse stato per il tempestivo intervento delle forze di polizia avrebbero assaltato la sede del Pdl”. (Adnkronos) [Grassetto mio].
Discorso divino, mano creatrice, onorevole Ghiglia, l’ente oltre-umano, che tutto conosce, tutto identifica (finti studenti, sicuri delinquenti, loro vero volto), che tutto racconta [Commento mio].
Da Adestra arriva invece il commento di una “Torino come a Stalingrado.” (?)
Nel fare riferimento ad una “donna incinta di 4 mesi” come ministro (Gelmini), Adestra descrive gli studenti alla sede Pdl come “una cinquantina di squatter“.

Rughe-verovolto-squatter-fintostudente-verodelinquente

FOTO1 [corso Vittorio Emanuele II, sede Pdl, 20 novembre 2009 onorevole Ghiglia]

FOTO2 [corso Vittorio Emanuele II, sede Pdl, 20 novembre 2009 Ravello e Ghiglia]

FOTO2 [Immagine pubblicata con l’articolo di Adestra] (?)

Oggi, 20 novembre 2009, circa 200 studenti medi ed universitari si sono radunati a palazzo nuovo dalla mattina per contestare la presenza del ministro Gelmini nella nostra città. Erano presenti giovani di diverse scuole superiori e studenti dell’università e del politecnico. Il primo dato della giornata è stato il tentativo del ministro di mantenere il segreto su ogni suo spostamento, fatto che dimostra l’estrema impopolarità delle sue politiche, dei suoi tagli e delle sue riforme, che producono contestazioni in tutta Italia, come è avvenuto il 17 novembre, e rendono la sua presenza sgradita a studenti, insegnanti e precari di ogni città.

Il tour gelminiano è iniziato da Rivoli, dove il ministro è andato a cercare i flash dei fotografi per un puro risvolto di immagine; in realtà sappiamo bene di chi sono le responsabilità della morte di Vito, cioè precisamente di chi rende impossibile, con i tagli e l’attacco alla scuola pubblica, una reale manutenzione degli edifici scolastici. Non basterà certo dare a Vito il nome di una scuola per riparare il crimine di chi mette a repentaglio giorno per giorno le vite degli studenti.

Il presidio studentesco si è mosso verso le 13:00 verso il Miur, dove era annunciata la presenza del ministro, che non si è fatto vedere. Dopo una breve occupazione degli uffici del ministero contro tagli e riforma dell’università – un ddl che svende l’università ai privati e diminuisce gli spazi di democrazia negli atenei – un corteo si è diretto alla sede del Pdl, dove era prevista una tappa della Gelmini. Qui i è avvicinato all’ingresso per portare la contestazione alle politiche del ministro e del suo partito, ma è stato aggredito da alcuni esponenti del Pdl con pugni e cinghie. Tra loro spiccavano il consigliere Ravello, Malan e il poco onorevole Ghiglia, sempre in cerca della provocazione e della rissa per attaccare gli studenti che contestano le loro politiche. Non ci stupiranno le loro sicure strumentalizzazioni.

Dopo l’aggressione di Ravello e Ghiglia, quest’ultimo armato di cinghia nell’atto di gridare “io non vi picchio, io vi sciolgo nell’acido” (wow! Le “istituzioni”…), giungevano sul luogo una ventina di agenti della celere che, correndo verso il portone, spingevano gli studenti nell’androne del palazzo e iniziavano a manganellare e a prendere a calci studentesse e studenti (e persino qualche giornalista), alcuni ai primi anni del liceo, nello sconcerto generale.
L’ennesima dimostrazione del fatto che in questo paese – si pensi agli arresti di Milano a danno di studenti medi e universitari – non è più possibile il dissenso studentesco: l’unica risposta del governo e del ministro è la violenza. Anche in questo caso la Gelmini non si è fatta vedere.

Dopo questo episodio un corteo anche più numeroso ha raggiunto la Fondazione S.Paolo per la Scuola in via Lagrange, dove secondo fonti giornalistiche il ministro avrebbe fatto tappa, ma anche qui ha dato forfait. Il bilancio della giornata è quindi quello di un ministro fantasma, che fugge agli studenti – che fanno comodo, evidentemente, solo da morti – di politici locali cinquantenni di destra armati di cinghia contro i liceali, di cariche folli e indiscriminate contro gli studenti, con un bilancio, tra di noi, di diversi feriti.

CHIEDIAMO CAMBIAMENTI CI DANNO POLIZIA

QUESTA E’ LA LORO DEMOCRAZIA
Studentesse e studenti medi, dell’università e del politecnico contro il ministro Gelmini

Appello in difesa dell’università pubblica

Noi, docenti universitari di ruolo attivi in diversi atenei e facoltà, seguiamo con crescente apprensione le vicende dell’università italiana e le scelte assunte in proposito dal governo in carica. Oggi decidiamo di prendere pubblicamente la parola dopo avere letto il ddl di riforma dell’università approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 28 ottobre, un progetto che ci sembra giustificare le più vive preoccupazioni soprattutto per quanto attiene alla governance degli atenei (per il previsto accentramento di potere in capo ai rettori e a consigli di amministrazione non elettivi, fortemente esposti agli interessi privati) e per ciò che concerne la componente più debole della docenza: decine di migliaia di studiosi, giovani e meno giovani, che da molti anni prestano la propria opera gratuitamente o, nel migliore dei casi, in qualità di assegnisti o borsisti, nel quadro di rapporti di collaborazione precari.
Le novità che il governo prospetta in materia di governance degli atenei ci paiono prive di qualsiasi ambizione culturale e di ogni volontà di risanare effettivamente i problemi dell’università pubblica, e ispirate esclusivamente a una logica autoritaria e privatistica, tesa a una marcata verticalizzazione del processo di formazione delle decisioni a discapito dell’autonomia degli atenei. Riteniamo che l’università debba cambiare, ma occorre a nostro giudizio procedere in tutt’altra direzione, salvaguardando il carattere pubblico dell’università e favorendo la partecipazione democratica di tutte le componenti del sistema universitario.
Quanto previsto per la vasta area del precariato ci sembra profondamente iniquo e irrazionale, tale da mettere a repentaglio la funzionalità di molti dipartimenti. I tagli alle finanze degli atenei e la nuova normativa per l’accesso alla docenza preludono all’espulsione in massa dal sistema universitario di persone meritevoli, stimate anche in ambito internazionale, che da tempo lavorano nell’università italiana, tra le ultime in Europa per quantità di docenti di ruolo e tra le più sfavorite per rapporto docenti/studenti. Al di là della retorica sul valore strategico della conoscenza e della ricerca, il governo – ostacolando i nuovi accessi, conservando le vecchie logiche baronali e non introducendo alcuna misura preventiva contro il malcostume accademico – pianifica un enorme spreco di risorse finanziarie, impiegate per la formazione di tanti studiosi ai quali sarà impedito l’accesso ai ruoli dell’università, e una perdita secca in termini di capacità, competenza ed esperienza, che rischia di determinare un incolmabile divario tra l’Italia e i Paesi più avanzati.
Chiediamo al governo di fermarsi, ma ci rivolgiamo anche al mondo universitario affinché faccia sentire la propria voce e manifesti con forza le proprie ragioni e preoccupazioni. Non difendiamo lo status quo: invochiamo una riforma seria che ampli gli spazi di partecipazione, salvaguardi il carattere pubblico dell’università e tuteli l’autonomia della didattica e della ricerca. Non ignoriamo l’esigenza di verificare la qualità dell’insegnamento e del lavoro scientifico di ciascun docente: esigiamo l’adozione di rigorose procedure di valutazione, non graduatorie improvvisate e funzionali a campagne di stampa più o meno denigratorie, ma criteri oggettivi, adeguati alle diverse specificità disciplinari e capaci di rilevare anche i pregi, internazionalmente riconosciuti, della ricerca italiana. Non auspichiamo un reclutamento ope legis: chiediamo lo stanziamento delle risorse necessarie a consentire l’accesso ai ruoli, previo concorso, di quanti abbiano acquisito, negli anni del precariato, comprovate competenze e attitudini professionali.
L’università pubblica non può essere governata in modo autoritario né gestita con criteri ragionieristici. Il lavoro di quanti ne garantiscono l’attività deve essere riconosciuto e tutelato. La conoscenza è una risorsa del Paese e un diritto fondamentale che la Costituzione riconosce a ciascun cittadino della Repubblica.

A breve aprirà il sito: www.perluniversitapubblica.it
Per adesioni: perluniversitapubblica@gmail.com

da http//www.ateneinrivolta.org/

>Appello in difesa dell’università pubblica

>

Noi, docenti universitari di ruolo attivi in diversi atenei e facoltà, seguiamo con crescente apprensione le vicende dell’università italiana e le scelte assunte in proposito dal governo in carica. Oggi decidiamo di prendere pubblicamente la parola dopo avere letto il ddl di riforma dell’università approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 28 ottobre, un progetto che ci sembra giustificare le più vive preoccupazioni soprattutto per quanto attiene alla governance degli atenei (per il previsto accentramento di potere in capo ai rettori e a consigli di amministrazione non elettivi, fortemente esposti agli interessi privati) e per ciò che concerne la componente più debole della docenza: decine di migliaia di studiosi, giovani e meno giovani, che da molti anni prestano la propria opera gratuitamente o, nel migliore dei casi, in qualità di assegnisti o borsisti, nel quadro di rapporti di collaborazione precari.
Le novità che il governo prospetta in materia di governance degli atenei ci paiono prive di qualsiasi ambizione culturale e di ogni volontà di risanare effettivamente i problemi dell’università pubblica, e ispirate esclusivamente a una logica autoritaria e privatistica, tesa a una marcata verticalizzazione del processo di formazione delle decisioni a discapito dell’autonomia degli atenei. Riteniamo che l’università debba cambiare, ma occorre a nostro giudizio procedere in tutt’altra direzione, salvaguardando il carattere pubblico dell’università e favorendo la partecipazione democratica di tutte le componenti del sistema universitario.
Quanto previsto per la vasta area del precariato ci sembra profondamente iniquo e irrazionale, tale da mettere a repentaglio la funzionalità di molti dipartimenti. I tagli alle finanze degli atenei e la nuova normativa per l’accesso alla docenza preludono all’espulsione in massa dal sistema universitario di persone meritevoli, stimate anche in ambito internazionale, che da tempo lavorano nell’università italiana, tra le ultime in Europa per quantità di docenti di ruolo e tra le più sfavorite per rapporto docenti/studenti. Al di là della retorica sul valore strategico della conoscenza e della ricerca, il governo – ostacolando i nuovi accessi, conservando le vecchie logiche baronali e non introducendo alcuna misura preventiva contro il malcostume accademico – pianifica un enorme spreco di risorse finanziarie, impiegate per la formazione di tanti studiosi ai quali sarà impedito l’accesso ai ruoli dell’università, e una perdita secca in termini di capacità, competenza ed esperienza, che rischia di determinare un incolmabile divario tra l’Italia e i Paesi più avanzati.
Chiediamo al governo di fermarsi, ma ci rivolgiamo anche al mondo universitario affinché faccia sentire la propria voce e manifesti con forza le proprie ragioni e preoccupazioni. Non difendiamo lo status quo: invochiamo una riforma seria che ampli gli spazi di partecipazione, salvaguardi il carattere pubblico dell’università e tuteli l’autonomia della didattica e della ricerca. Non ignoriamo l’esigenza di verificare la qualità dell’insegnamento e del lavoro scientifico di ciascun docente: esigiamo l’adozione di rigorose procedure di valutazione, non graduatorie improvvisate e funzionali a campagne di stampa più o meno denigratorie, ma criteri oggettivi, adeguati alle diverse specificità disciplinari e capaci di rilevare anche i pregi, internazionalmente riconosciuti, della ricerca italiana. Non auspichiamo un reclutamento ope legis: chiediamo lo stanziamento delle risorse necessarie a consentire l’accesso ai ruoli, previo concorso, di quanti abbiano acquisito, negli anni del precariato, comprovate competenze e attitudini professionali.
L’università pubblica non può essere governata in modo autoritario né gestita con criteri ragionieristici. Il lavoro di quanti ne garantiscono l’attività deve essere riconosciuto e tutelato. La conoscenza è una risorsa del Paese e un diritto fondamentale che la Costituzione riconosce a ciascun cittadino della Repubblica.

A breve aprirà il sito: www.perluniversitapubblica.it
Per adesioni: perluniversitapubblica@gmail.com

da http//www.ateneinrivolta.org/

>MIUR: 65.000 euro la condanna alle spese

>Altri 7.000 docenti precari dovranno essere iscritti a pettine nelle graduatorie provinciali. TAR Lazio commissaria nuovamente il ministro Gelmini su richiesta dell’ANIEF.

Ad un mese dal primo commissariamento, mentre il Decreto Legge 134/09 sui precari è ancora in discussione al Senato con le modifiche volute dal Ministro Gelmini per sfuggire alle pronunce della magistratura, dopo che i giudici del Consiglio di Stato hanno respinto altri due appelli del MIUR (nn. 5338-5339 del 27.10), i giudici del Tar Lazio accolgono le nuove richieste di ottemperanza delle ordinanze positive ottenute dai legali dell’ANIEF (avv. Ganci, Miceli e Tarsia), avviano altre 13 procedure di commissariamento del MIUR (nn. 5140-5150/09, 5177-5178 del 6.11) per inserire a pettine nelle graduatorie gli oltre 7.000 docenti patrocinati dall’ANIEF, ovvero in base al loro punteggio maturato senza alcuna riserva, e condannano al pagamento delle spese di lite, pari a 65.000 euro, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Dopo il commissariamento del 9 ottobre (n. 4581/09), il Ministro per correre ai ripari aveva proposto di modificare il Decreto legge sulla continuità didattica, in corso di esame in un ramo del Parlamento. La Camera dei Deputati ha così approvato un emendamento (comma 4bis dell’articolo 1) che, però, nel collocare in coda i docenti inseriti in altre province per il biennio 2009-2011, ha disposto esattamente l’opposto per l’avvenire, fornendo un’interpretazione autentica in tema di trasferimenti nelle graduatorie ad esaurimento, che autorizza lo spostamento a pettine in altra provincia nel 2011-2013, così come avvenuto nel 2007-2009, e così come la giurisprudenza ha avuto modo di interpretare correttamente. E’ chiaro, dunque, – dichiara il presidente Marcello Pacifico -, che, nonostante la trasformazione delle graduatorie da permanenti ad esaurimento, il legislatore continua ad autorizzare il trasferimento all’atto dell’aggiornamento delle graduatorie e a pettine come la legge 143/2004 impone. Allora perché nel 2009, il ministro ha impedito il trasferimento? E’ evidente che una norma, apparentemente incoerente, tesa a soltanto a bloccare le corrette decisioni dei giudici riguardanti le vigenti graduatorie sarebbe non conforme ai più elementari principi costituzionali (art. 1, 51, 97), porrebbe un conflitto tra poteri dello Stato e creerebbe un ulteriore contenzioso destinato soltanto a pesare sulle tasche dei contribuenti, proprio mentre si tagliano le cattedre per risparmiare gli sprechi.
Nel frattempo, dal 9 novembre i primi 300 ricorrenti saranno inseriti a pettine dal commissario ad acta nelle graduatorie di tutte le province italiane. Speriamo che quest’ennesima pronuncia della giustizia amministrativa sia finalmente da stimolo per una corretta gestione delle graduatorie ad esaurimento, nel rispetto delle più elementari regole del buonsenso, della nostra legislazione e della nostra Costituzione.
Bisogna stabilizzare tutti i precari per assicurare la continuità didattica. E’ necessario garantire al personale precario gli stessi diritti del personale di ruolo come una direttiva del 1999 dell’Europa ci impone.
E’ doveroso assegnare un contratto a tempo indeterminato, nel rispetto della legge, per quei 67.000 docenti inserite nelle graduatorie viste le 100.000 cattedre date in supplenza ogni anno.
E’ opportuno sbloccare i 4.000 concorsi per ricercatore a tempo indeterminato promessi, senza precarizzarne la figura con l’istituzione dei contratti a tempo determinato.
E’ giusto favorire la mobilità di tutti i docenti come stabilito dai contratti collettivi vigenti. Soltanto così si possono dare le prime risposte all’enorme precariato che gravita intorno alla conoscenza e che dovrebbe costituire una risorsa e non un peso per il nostro Paese. Per tutte queste ragioni abbiamo proclamato uno sciopero del personale docente delle scuole per l’intera giornata del 9 novembre 2009.

(anief)

MIUR: 65.000 euro la condanna alle spese

Altri 7.000 docenti precari dovranno essere iscritti a pettine nelle graduatorie provinciali. TAR Lazio commissaria nuovamente il ministro Gelmini su richiesta dell’ANIEF.

Ad un mese dal primo commissariamento, mentre il Decreto Legge 134/09 sui precari è ancora in discussione al Senato con le modifiche volute dal Ministro Gelmini per sfuggire alle pronunce della magistratura, dopo che i giudici del Consiglio di Stato hanno respinto altri due appelli del MIUR (nn. 5338-5339 del 27.10), i giudici del Tar Lazio accolgono le nuove richieste di ottemperanza delle ordinanze positive ottenute dai legali dell’ANIEF (avv. Ganci, Miceli e Tarsia), avviano altre 13 procedure di commissariamento del MIUR (nn. 5140-5150/09, 5177-5178 del 6.11) per inserire a pettine nelle graduatorie gli oltre 7.000 docenti patrocinati dall’ANIEF, ovvero in base al loro punteggio maturato senza alcuna riserva, e condannano al pagamento delle spese di lite, pari a 65.000 euro, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Dopo il commissariamento del 9 ottobre (n. 4581/09), il Ministro per correre ai ripari aveva proposto di modificare il Decreto legge sulla continuità didattica, in corso di esame in un ramo del Parlamento. La Camera dei Deputati ha così approvato un emendamento (comma 4bis dell’articolo 1) che, però, nel collocare in coda i docenti inseriti in altre province per il biennio 2009-2011, ha disposto esattamente l’opposto per l’avvenire, fornendo un’interpretazione autentica in tema di trasferimenti nelle graduatorie ad esaurimento, che autorizza lo spostamento a pettine in altra provincia nel 2011-2013, così come avvenuto nel 2007-2009, e così come la giurisprudenza ha avuto modo di interpretare correttamente. E’ chiaro, dunque, – dichiara il presidente Marcello Pacifico -, che, nonostante la trasformazione delle graduatorie da permanenti ad esaurimento, il legislatore continua ad autorizzare il trasferimento all’atto dell’aggiornamento delle graduatorie e a pettine come la legge 143/2004 impone. Allora perché nel 2009, il ministro ha impedito il trasferimento? E’ evidente che una norma, apparentemente incoerente, tesa a soltanto a bloccare le corrette decisioni dei giudici riguardanti le vigenti graduatorie sarebbe non conforme ai più elementari principi costituzionali (art. 1, 51, 97), porrebbe un conflitto tra poteri dello Stato e creerebbe un ulteriore contenzioso destinato soltanto a pesare sulle tasche dei contribuenti, proprio mentre si tagliano le cattedre per risparmiare gli sprechi.
Nel frattempo, dal 9 novembre i primi 300 ricorrenti saranno inseriti a pettine dal commissario ad acta nelle graduatorie di tutte le province italiane. Speriamo che quest’ennesima pronuncia della giustizia amministrativa sia finalmente da stimolo per una corretta gestione delle graduatorie ad esaurimento, nel rispetto delle più elementari regole del buonsenso, della nostra legislazione e della nostra Costituzione.
Bisogna stabilizzare tutti i precari per assicurare la continuità didattica. E’ necessario garantire al personale precario gli stessi diritti del personale di ruolo come una direttiva del 1999 dell’Europa ci impone.
E’ doveroso assegnare un contratto a tempo indeterminato, nel rispetto della legge, per quei 67.000 docenti inserite nelle graduatorie viste le 100.000 cattedre date in supplenza ogni anno.
E’ opportuno sbloccare i 4.000 concorsi per ricercatore a tempo indeterminato promessi, senza precarizzarne la figura con l’istituzione dei contratti a tempo determinato.
E’ giusto favorire la mobilità di tutti i docenti come stabilito dai contratti collettivi vigenti. Soltanto così si possono dare le prime risposte all’enorme precariato che gravita intorno alla conoscenza e che dovrebbe costituire una risorsa e non un peso per il nostro Paese. Per tutte queste ragioni abbiamo proclamato uno sciopero del personale docente delle scuole per l’intera giornata del 9 novembre 2009.

(anief)