>Istigazione a delinquere!

>

Istigato, invio il testo di un volantino che si sta distribuedo a Lecce in questi giorni. L’internamento nei CIE, come anche solo la mera esistenza di questi, non ha alcuna giustificazione medica, giuridica, politica e men che meno storica. La realtà che all’interno di queste mura si produce -grazie ad una struttura che la suggerisce e ad esercizi discorsivi che la legittimano- è una delle cose più deprecabili di questa società della cura. Quali sono le finalità dei Centri di Identificazione ed Espulsione? Quali sono i requisiti minimi per finirci internato? Quali le ragioni per rimanerci? Quali saperi si sviluppano -e a loro volta sviluppano- le pratiche al suo interno? E ancora, il CIE è un intervento a livello nazionale – o meglio europeo. Con quale pretesa si erigono le sue mura e si impongono le sue pratiche al di là di qualsiasi contingenza geografica e storico-sociale?

 ale

Testo del volantino:

La contestazione di questo reato è il perno su cui è ruotato il teorema accusatorio della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, servito a condannare per associazione sovversiva 12 anarchici, con pene comprese tra un anno e cinque anni e cinque mesi. Siamo stati accusati di aver istigato gli immigrati internati nell’ex CPT “Regina Pacis” di San Foca affinché dessero vita a rivolte, evasioni, distruzioni del centro. È convincimento utile allo Stato e ai suoi servitori quello di credere che le rivolte nei CPT (ora chiamati CIE) siano frutto di un lavoro di istigazione svolto da pochi sovversivi, e non già pratica endemica alla stessa condizione di reclusione: quando un essere vivente è rinchiuso, spesso si ribella. La storia dei CIE, dalla loro nascita nel 1998 ad oggi, è la dimostrazione più chiara di questa affermazione.
Il “Regina Pacis” è stato un campo di internamento per stranieri poveri come tutti gli altri campi. Al suo interno veniva praticata ogni sorta di nefandezza: somministrazione massiva di psicofarmaci nei pasti per sedare gli internati, pugno di ferro nei loro confronti, pestaggi contro chi si ribellava o provava ad evadere. Non erano anomalie, né pratiche svolte da poche “mele marce”, bensì prassi normale svolte da tutti: dal direttore, don Cesare Lodeserto, ai carabinieri che erano di guardia, agli operatori, passando per i medici che coprivano i massacri sistematici con falsi referti medici. Tutto ciò è anche venuto fuori pubblicamente, suscitando un po’ di scandalo e tanto imbarazzo nella curia leccese che gestiva il centro e nel mondo della politica che lo sorreggeva ideologicamente e lo difendeva pubblicamente. Affinché calasse il silenzio su queste nefandezze e questo imbarazzo, è stato necessario mandare don Cesare a fare il missionario per conto di Dio. Ora è in Moldavia, dove continua a fare le sue porcate e a ingrassare i suoi conti e quelli della curia.
Davanti ad uno scenario del genere, è l’esistenza stessa di questi centri a rappresentare una “istigazione a delinquere”, perché non si possono chiudere gli occhi davanti alla vita reclusa in quanto priva del giusto documento in tasca, di fronte alle torture inflitte per mano democratica e statale. Non si può tacere quando centinaia di disgraziati periscono nel deserto, in migliaia annegano nei mari o muoiono sugli scogli appena sbarcati, mentre altri ingrassano su tutto ciò in nome dell’accoglienza. Chiunque dovrebbe sentirsi istigato davanti ad una situazione del genere, per fermare questo abominio. Chi non lo fa e resta nel silenzio si rende complice, come la maggioranza silenziosa dei tedeschi era complice di Auschwitz. Noi abbiamo raccolto questa istigazione e abbiamo reagito, e la discriminante non è stata il codice penale, bensì l’etica individuale.
Essere sovversivi, di fronte a tutto ciò, è davvero solamente il minimo…
Sovversivi senza Associazione 
Lunedì ore 17, Ateneo dell’Università di Lecce, Aula B1
Non abbiamo un avvenire da vendere, solo un presente in cui giocare
Lotta ai lager, vendetta statale, strategie repressive e urgenza della rivolta.

Istigazione a delinquere!

Istigato, invio il testo di un volantino che si sta distribuedo a Lecce in questi giorni. L’internamento nei CIE, come anche solo la mera esistenza di questi, non ha alcuna giustificazione medica, giuridica, politica e men che meno storica. La realtà che all’interno di queste mura si produce -grazie ad una struttura che la suggerisce e ad esercizi discorsivi che la legittimano- è una delle cose più deprecabili di questa società della cura. Quali sono le finalità dei Centri di Identificazione ed Espulsione? Quali sono i requisiti minimi per finirci internato? Quali le ragioni per rimanerci? Quali saperi si sviluppano -e a loro volta sviluppano- le pratiche al suo interno? E ancora, il CIE è un intervento a livello nazionale – o meglio europeo. Con quale pretesa si erigono le sue mura e si impongono le sue pratiche al di là di qualsiasi contingenza geografica e storico-sociale?

 ale

Testo del volantino:

La contestazione di questo reato è il perno su cui è ruotato il teorema accusatorio della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, servito a condannare per associazione sovversiva 12 anarchici, con pene comprese tra un anno e cinque anni e cinque mesi. Siamo stati accusati di aver istigato gli immigrati internati nell’ex CPT “Regina Pacis” di San Foca affinché dessero vita a rivolte, evasioni, distruzioni del centro. È convincimento utile allo Stato e ai suoi servitori quello di credere che le rivolte nei CPT (ora chiamati CIE) siano frutto di un lavoro di istigazione svolto da pochi sovversivi, e non già pratica endemica alla stessa condizione di reclusione: quando un essere vivente è rinchiuso, spesso si ribella. La storia dei CIE, dalla loro nascita nel 1998 ad oggi, è la dimostrazione più chiara di questa affermazione.
Il “Regina Pacis” è stato un campo di internamento per stranieri poveri come tutti gli altri campi. Al suo interno veniva praticata ogni sorta di nefandezza: somministrazione massiva di psicofarmaci nei pasti per sedare gli internati, pugno di ferro nei loro confronti, pestaggi contro chi si ribellava o provava ad evadere. Non erano anomalie, né pratiche svolte da poche “mele marce”, bensì prassi normale svolte da tutti: dal direttore, don Cesare Lodeserto, ai carabinieri che erano di guardia, agli operatori, passando per i medici che coprivano i massacri sistematici con falsi referti medici. Tutto ciò è anche venuto fuori pubblicamente, suscitando un po’ di scandalo e tanto imbarazzo nella curia leccese che gestiva il centro e nel mondo della politica che lo sorreggeva ideologicamente e lo difendeva pubblicamente. Affinché calasse il silenzio su queste nefandezze e questo imbarazzo, è stato necessario mandare don Cesare a fare il missionario per conto di Dio. Ora è in Moldavia, dove continua a fare le sue porcate e a ingrassare i suoi conti e quelli della curia.
Davanti ad uno scenario del genere, è l’esistenza stessa di questi centri a rappresentare una “istigazione a delinquere”, perché non si possono chiudere gli occhi davanti alla vita reclusa in quanto priva del giusto documento in tasca, di fronte alle torture inflitte per mano democratica e statale. Non si può tacere quando centinaia di disgraziati periscono nel deserto, in migliaia annegano nei mari o muoiono sugli scogli appena sbarcati, mentre altri ingrassano su tutto ciò in nome dell’accoglienza. Chiunque dovrebbe sentirsi istigato davanti ad una situazione del genere, per fermare questo abominio. Chi non lo fa e resta nel silenzio si rende complice, come la maggioranza silenziosa dei tedeschi era complice di Auschwitz. Noi abbiamo raccolto questa istigazione e abbiamo reagito, e la discriminante non è stata il codice penale, bensì l’etica individuale.
Essere sovversivi, di fronte a tutto ciò, è davvero solamente il minimo…
Sovversivi senza Associazione 
Lunedì ore 17, Ateneo dell’Università di Lecce, Aula B1
Non abbiamo un avvenire da vendere, solo un presente in cui giocare
Lotta ai lager, vendetta statale, strategie repressive e urgenza della rivolta.

>OMICIDIO: Una storia di cronaca italiana

>

Dopo la morte, a Ferrara, del diciottenne Federico Aldrovandi, ucciso letteralmente di botte –il capo pattuglia alla centrale, “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto” – da tre poliziotti (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani) e una poliziotta (Monica Segatto) per nessuna ragione plausibile (era in un parco a farsi gli affari suoi), beh, la polizia di Roma, non poteva esimersi dal mettersi in competizione coi colleghi più tosti. Se i poliziotti di Ferrara erano arrivati a spezzare due manganelli su Federico, causandogli lesioni in tutto il corpo, un testicolo schiacciato e un arresto cardiocircolatorio per compressione della zona toracica –leggasi ammanettato pancia a terra , esanime, e con qualcuno sopra a impedirgli di respirare– i colleghi di Roma, non potevano certo essere da meno.
Questa storia, però, è più complessa dell’omicidio Aldrovandi; l’omicidio di Stefano Cucchi è un vero e proprio giallo. Andiamo con ordine. La notte fra il 15 e il 16 ottobre, Stefano Cucchi, 31 anni, viene fermato per un controllo dai carabinieri di Roma. Viene trovato con addosso 20 grammi di marijuana. Vista la pericolosità del soggetto –un ragazzo di 43 chili affetto da epilessia a cui piaceva farsi una canna ogni tanto– , i carabinieri decidono di farsi portare a casa sua, al fine di perquisire la sua camera. Il risultato è che non trovano nulla. Quella sarà anche l’ultima volta in cui i familiari di Stefano Cucchi lo vedranno in salute.
A questo punto i carabinieri lo riportano alla camera di sicurezza della caserma della compagnia Casilina, in attesa che l’indomani venga processato per direttissima.
Alle 12 del 16 ottobre, all’udienza del processo, i genitori vedono Stefano per l’ultima volta. E’ sofferente, il volto gonfio come se qualcuno l’avesse picchiato. Alle 14, viene visitato presso l’ambulatorio di Palazzo di Giustizia.
Vengono accertate “lesioni in regione palpebrale, alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Insomma, non si dormono sonni tranquilli nella camera di sicurezza della caserma della compagnia Casilina, a Roma. I carabinieri forniscono la seguente spiegazione: “quando Stefano si trovava nella camera di sicurezza, ha accusato dei malori. Subito è stata chiamata un’ambulanza del 118, il cui medico ha fatto una accurata visita stilando un referto che parla di epilessia e tremori senza, però, riscontrare ecchimosi o lesioni. L’uomo ha rifiutato ogni cura ed eventualmente anche il ricovero. Dopo la visita Cucchi s’è girato dall’altra parte e ha detto che voleva continuare a dormire. E così ha fatto finché è stato portato in tribunale”. Rimane da chiarire il come, esattamente, passare una notte a dormire possa causare le lesioni accertate in sede di ambulatorio del Palazzo di Giustizia. Un’inchiesta interna dei carabinieri sta tentando di risolvere questo mistero, nella maniera migliore, si suppone. Forse chiameranno i Ris, forse no.
Torniamo all’aula di tribunale. Il giudice fissa l’udienza successiva per il 13 di Novembre, e dispone che Stefano rimanga in carcere fino a tale data, per pericolo di reiterazione del reato. Viene assegnato a Regina Coeli. I suoi genitori non lo rivedranno più, le loro strade si dividono.
Per Stefano comincia il calvario che lo porterà alla morte. A Regina Coeli si accorgono subito della precarietà delle sue condizioni di salute e lo mandano al Fatebenefratelli per esami. Lo riportano a Regina Coeli e di nuovo al Fatebenefratelli. Da qui l’ultima destinazione sarà il reparto carcerario dell’ospedale Sandro Pertini, dove morirà, il 22 Ottobre, in seguito a cause ancora da definire.
Per i genitori comincia invece un altro tipo di sofferenza, quella che solo la burocrazia italiana può infliggere a due persone, la cui unica colpa, è di voler conoscere lo stato di salute del figlio. Sabato 17, verso sera, ricevono una visita dai Carabinieri che li informano che Stefano è stato ricoverato con urgenza presso la struttura del Sandro Pertini. Dopo essersi recati sul posto, per sapere qualcosa di più, vengono informati che “assolutamente no, questo è un carcere, tornate lunedì in orario di visita e parlerete coi medici”. Lunedì tornano, all’orario giusto. Qualcuno gli registra i documenti, loro aspettano in sala d’attesa. Dopo un po’ una responsabile li informa che non è arrivata l’autorizzazione del carcere. Non vi preoccupate, aggiunge, il ragazzo è tranquillo. Il ragazzo è tranquillo.
Il giorno dopo tornano di nuovo. Questa volta il reparto carcerario del Sandro Pertini neanche li fa entrare: gli comunicano dal citofono che devono chiederla loro l’autorizzazione, per poter vedere loro figlio. Chiedono l’autorizzazione, gli viene accordata per giovedì 22.
All’alba di giovedì 22 Stefano è morto, i genitori verranno avvisati alle 12:30, con la notifica del decreto con il quale il Pubblico Ministero autorizza l’esecuzione dell’autopsia, in seguito al decesso di Cucchi Stefano. Gliela portano i Carabinieri, la notifica.
Quando vedono il volto tumefatto, completamente irriconoscibile –la mandibola fratturata, ecchimosi ovunque, l’occhio sinistro distrutto– non possono credere ad una morte naturale, legittima, inevitabile. Non possono credere che le istituzioni, cui hanno consegnato loro figlio in salute solo una settimana prima, ora gli restituiscano un cadavere di 37 chili con il coccige e due vertebre fratturate. Un cadavere sofferente e martoriato.
Non perdono tempo, diffondono le immagini di Stefano, e le reazioni si moltiplicano. I politici si dividono in due fronti. Uniti i parlamentari di Idv e Pd chiedono che si faccia chiarezza sulla situazione, insieme ad alcuni esponenti del Pdl. I nostri ministri, invece, si distinguono per mancanza di sensibilità, dando prova di una totale assenza di logica e raziocinio, nelle loro dichiarazioni.
La Russa, ministro della Difesa, si contraddice da solo. Dichiara: “Non ho strumenti per dire come sono andate le cose, ma sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”. Nessuno capisce come riesca a essere certo di qualcosa, pur ammettendo di non avere gli strumenti per conoscere quella cosa. Qualcuno suppone che abbia il dono dell’onniscienza, ma molti rimangono scettici.
Fra questi il Garante dei detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni, il quale asserisce che “il giovane è entrato nel carcere di Regina Coeli già malmenato”. Circostanza che viene confermata da un infuriato Donato Capace, segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria: “Il ministro della Difesa ha perso una buona occasione per tacere. Ha detto che non ha elementi per dire come andarono i fatti connessi all’arresto di Stefano Cucchi, però sostiene che l’intervento dei carabinieri è stato corretto. Su quale basi lo dice? Chi sarebbe stato scorretto, allora?”. Sembra ci sia uno strano gioco di scaricabarile fra Carabinieri e Polizia Penitenziaria.
Le dichiarazioni più stupefacenti arrivano, però, dalla versione ufficiale del governo, per bocca del ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Interrogato, alla Camera il ministro fornisce la seguente versione: “La visita al Regina Coeli ha evidenziato la presenza di ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione e arti inferiori”. “Il medico del carcere – ha aggiunto il ministro – ha poi dato atto nel referto di quanto riferito dal detenuto: Stefano Cucchi ha detto di una caduta accidentale dalle scale. La certificazione rilasciata dai medici è ‘Presunta morte naturale’”.
Prima cade dalle scale accidentalmente, poi muore di ‘Presunta morte naturale’. Questo è quello che ha spiegato il nostro Ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
E adesso? Adesso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per ricostruire la vicenda ed eventualmente dare un nome e un volto al killer di Stefano. E magari capire il perché della sua morte, ammesso che esista.
La giustizia farà il suo lentissimo corso, sperando che non si ripeta lo stesso percorso a cui abbiamo assistito dopo la morte di Federico Aldrovandi. I maggiori organi d’informazioni di Ferrara uniti con i controllori dell’ordine pubblico nel concordare che il ragazzo fosse semplicemente morto di overdose. Bastarono delle semplici, quanto lunghe, analisi cliniche di routine a dimostrare che l’unica cosa degna di nota era un tasso alcolemico addirittura inferiore al limite per mettersi al volante. Ci vollero anni di battaglie, da parte della famiglia di Federico, per riuscire a portare i colpevoli davanti ad un tribunale, e a farli parlare. La sentenza di primo grado li ha condannati a poco più di tre anni di carcere, che, grazie all’indulto, non hanno neanche dovuto scontare. In questo momento stanno ricorrendo in appello, e l’unica cosa negativa che hanno dovuto sopportare è stato il trasferimento in altro luogo. Non li hanno neanche sospesi: da qualche parte ci sono quattro divise blu con la licenza di uccidere, e la voglia di farlo.
Conclude Donato Capace: “quello che ho detto, più volte, è di stare attenti, vigili: al momento dell’arresto e in carcere, può succedere. In alcuni casi – purtroppo – succede. Sono momenti violenti di per sé. E con questo non voglio dire che le forze dell’ordine siano violente. La polizia penitenziaria del Lazio sta facendo molto, nonostante la situazione del sovraffollamento in carcere.”
Bisogna stare attenti, vigili, al momento dell’arresto e in carcere, se non si vuol morire.
Federico e Stefano, purtroppo, non se ne possono più far nulla di questa grande perla di saggezza.
Peccato.
f.

OMICIDIO: Una storia di cronaca italiana

Dopo la morte, a Ferrara, del diciottenne Federico Aldrovandi, ucciso letteralmente di botte –il capo pattuglia alla centrale, “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto” – da tre poliziotti (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani) e una poliziotta (Monica Segatto) per nessuna ragione plausibile (era in un parco a farsi gli affari suoi), beh, la polizia di Roma, non poteva esimersi dal mettersi in competizione coi colleghi più tosti. Se i poliziotti di Ferrara erano arrivati a spezzare due manganelli su Federico, causandogli lesioni in tutto il corpo, un testicolo schiacciato e un arresto cardiocircolatorio per compressione della zona toracica –leggasi ammanettato pancia a terra , esanime, e con qualcuno sopra a impedirgli di respirare– i colleghi di Roma, non potevano certo essere da meno.
Questa storia, però, è più complessa dell’omicidio Aldrovandi; l’omicidio di Stefano Cucchi è un vero e proprio giallo. Andiamo con ordine. La notte fra il 15 e il 16 ottobre, Stefano Cucchi, 31 anni, viene fermato per un controllo dai carabinieri di Roma. Viene trovato con addosso 20 grammi di marijuana. Vista la pericolosità del soggetto –un ragazzo di 43 chili affetto da epilessia a cui piaceva farsi una canna ogni tanto– , i carabinieri decidono di farsi portare a casa sua, al fine di perquisire la sua camera. Il risultato è che non trovano nulla. Quella sarà anche l’ultima volta in cui i familiari di Stefano Cucchi lo vedranno in salute.
A questo punto i carabinieri lo riportano alla camera di sicurezza della caserma della compagnia Casilina, in attesa che l’indomani venga processato per direttissima.
Alle 12 del 16 ottobre, all’udienza del processo, i genitori vedono Stefano per l’ultima volta. E’ sofferente, il volto gonfio come se qualcuno l’avesse picchiato. Alle 14, viene visitato presso l’ambulatorio di Palazzo di Giustizia.
Vengono accertate “lesioni in regione palpebrale, alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Insomma, non si dormono sonni tranquilli nella camera di sicurezza della caserma della compagnia Casilina, a Roma. I carabinieri forniscono la seguente spiegazione: “quando Stefano si trovava nella camera di sicurezza, ha accusato dei malori. Subito è stata chiamata un’ambulanza del 118, il cui medico ha fatto una accurata visita stilando un referto che parla di epilessia e tremori senza, però, riscontrare ecchimosi o lesioni. L’uomo ha rifiutato ogni cura ed eventualmente anche il ricovero. Dopo la visita Cucchi s’è girato dall’altra parte e ha detto che voleva continuare a dormire. E così ha fatto finché è stato portato in tribunale”. Rimane da chiarire il come, esattamente, passare una notte a dormire possa causare le lesioni accertate in sede di ambulatorio del Palazzo di Giustizia. Un’inchiesta interna dei carabinieri sta tentando di risolvere questo mistero, nella maniera migliore, si suppone. Forse chiameranno i Ris, forse no.
Torniamo all’aula di tribunale. Il giudice fissa l’udienza successiva per il 13 di Novembre, e dispone che Stefano rimanga in carcere fino a tale data, per pericolo di reiterazione del reato. Viene assegnato a Regina Coeli. I suoi genitori non lo rivedranno più, le loro strade si dividono.
Per Stefano comincia il calvario che lo porterà alla morte. A Regina Coeli si accorgono subito della precarietà delle sue condizioni di salute e lo mandano al Fatebenefratelli per esami. Lo riportano a Regina Coeli e di nuovo al Fatebenefratelli. Da qui l’ultima destinazione sarà il reparto carcerario dell’ospedale Sandro Pertini, dove morirà, il 22 Ottobre, in seguito a cause ancora da definire.
Per i genitori comincia invece un altro tipo di sofferenza, quella che solo la burocrazia italiana può infliggere a due persone, la cui unica colpa, è di voler conoscere lo stato di salute del figlio. Sabato 17, verso sera, ricevono una visita dai Carabinieri che li informano che Stefano è stato ricoverato con urgenza presso la struttura del Sandro Pertini. Dopo essersi recati sul posto, per sapere qualcosa di più, vengono informati che “assolutamente no, questo è un carcere, tornate lunedì in orario di visita e parlerete coi medici”. Lunedì tornano, all’orario giusto. Qualcuno gli registra i documenti, loro aspettano in sala d’attesa. Dopo un po’ una responsabile li informa che non è arrivata l’autorizzazione del carcere. Non vi preoccupate, aggiunge, il ragazzo è tranquillo. Il ragazzo è tranquillo.
Il giorno dopo tornano di nuovo. Questa volta il reparto carcerario del Sandro Pertini neanche li fa entrare: gli comunicano dal citofono che devono chiederla loro l’autorizzazione, per poter vedere loro figlio. Chiedono l’autorizzazione, gli viene accordata per giovedì 22.
All’alba di giovedì 22 Stefano è morto, i genitori verranno avvisati alle 12:30, con la notifica del decreto con il quale il Pubblico Ministero autorizza l’esecuzione dell’autopsia, in seguito al decesso di Cucchi Stefano. Gliela portano i Carabinieri, la notifica.
Quando vedono il volto tumefatto, completamente irriconoscibile –la mandibola fratturata, ecchimosi ovunque, l’occhio sinistro distrutto– non possono credere ad una morte naturale, legittima, inevitabile. Non possono credere che le istituzioni, cui hanno consegnato loro figlio in salute solo una settimana prima, ora gli restituiscano un cadavere di 37 chili con il coccige e due vertebre fratturate. Un cadavere sofferente e martoriato.
Non perdono tempo, diffondono le immagini di Stefano, e le reazioni si moltiplicano. I politici si dividono in due fronti. Uniti i parlamentari di Idv e Pd chiedono che si faccia chiarezza sulla situazione, insieme ad alcuni esponenti del Pdl. I nostri ministri, invece, si distinguono per mancanza di sensibilità, dando prova di una totale assenza di logica e raziocinio, nelle loro dichiarazioni.
La Russa, ministro della Difesa, si contraddice da solo. Dichiara: “Non ho strumenti per dire come sono andate le cose, ma sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”. Nessuno capisce come riesca a essere certo di qualcosa, pur ammettendo di non avere gli strumenti per conoscere quella cosa. Qualcuno suppone che abbia il dono dell’onniscienza, ma molti rimangono scettici.
Fra questi il Garante dei detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni, il quale asserisce che “il giovane è entrato nel carcere di Regina Coeli già malmenato”. Circostanza che viene confermata da un infuriato Donato Capace, segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria: “Il ministro della Difesa ha perso una buona occasione per tacere. Ha detto che non ha elementi per dire come andarono i fatti connessi all’arresto di Stefano Cucchi, però sostiene che l’intervento dei carabinieri è stato corretto. Su quale basi lo dice? Chi sarebbe stato scorretto, allora?”. Sembra ci sia uno strano gioco di scaricabarile fra Carabinieri e Polizia Penitenziaria.
Le dichiarazioni più stupefacenti arrivano, però, dalla versione ufficiale del governo, per bocca del ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Interrogato, alla Camera il ministro fornisce la seguente versione: “La visita al Regina Coeli ha evidenziato la presenza di ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione e arti inferiori”. “Il medico del carcere – ha aggiunto il ministro – ha poi dato atto nel referto di quanto riferito dal detenuto: Stefano Cucchi ha detto di una caduta accidentale dalle scale. La certificazione rilasciata dai medici è ‘Presunta morte naturale’”.
Prima cade dalle scale accidentalmente, poi muore di ‘Presunta morte naturale’. Questo è quello che ha spiegato il nostro Ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
E adesso? Adesso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per ricostruire la vicenda ed eventualmente dare un nome e un volto al killer di Stefano. E magari capire il perché della sua morte, ammesso che esista.
La giustizia farà il suo lentissimo corso, sperando che non si ripeta lo stesso percorso a cui abbiamo assistito dopo la morte di Federico Aldrovandi. I maggiori organi d’informazioni di Ferrara uniti con i controllori dell’ordine pubblico nel concordare che il ragazzo fosse semplicemente morto di overdose. Bastarono delle semplici, quanto lunghe, analisi cliniche di routine a dimostrare che l’unica cosa degna di nota era un tasso alcolemico addirittura inferiore al limite per mettersi al volante. Ci vollero anni di battaglie, da parte della famiglia di Federico, per riuscire a portare i colpevoli davanti ad un tribunale, e a farli parlare. La sentenza di primo grado li ha condannati a poco più di tre anni di carcere, che, grazie all’indulto, non hanno neanche dovuto scontare. In questo momento stanno ricorrendo in appello, e l’unica cosa negativa che hanno dovuto sopportare è stato il trasferimento in altro luogo. Non li hanno neanche sospesi: da qualche parte ci sono quattro divise blu con la licenza di uccidere, e la voglia di farlo.
Conclude Donato Capace: “quello che ho detto, più volte, è di stare attenti, vigili: al momento dell’arresto e in carcere, può succedere. In alcuni casi – purtroppo – succede. Sono momenti violenti di per sé. E con questo non voglio dire che le forze dell’ordine siano violente. La polizia penitenziaria del Lazio sta facendo molto, nonostante la situazione del sovraffollamento in carcere.”
Bisogna stare attenti, vigili, al momento dell’arresto e in carcere, se non si vuol morire.
Federico e Stefano, purtroppo, non se ne possono più far nulla di questa grande perla di saggezza.
Peccato.
f.