Buona crisi a tutti

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Chi l’ha detto che dalla crisi non si può uscire in modo diverso? Le ragioni di chi sostiene che “non c’è alternativa”, sono fuori dalla logica di ogni buon senso, anche se rispondo alla logica del pensiero unico che ha dominato negli ultimi trent’anni (non c’è sistema economico e sociale migliore di quello esistente). Davvero non c’è alternativa? Rimaniamo coi piedi per terra: parliamo di patrimoniale. Oppure di lotta all’evasione fiscale (120 MILIARDI L’ANNO). Oppure di tetto di 5000 mila euro alle pensioni. Oppure di abbandono di opere inutili come il TAV. Non stiamo parlando di rivoluzioni, ma semplicemente di manovre volte a prelevare un po’ di denaro da chi in questi anni si è arricchito sulle spalle della maggior parte della popolazione. Chiediamo troppo? Evidentemente sì, visto che la manovra Monti prevede più tasse per i soliti noti, aumento dell’età pensionabile (giusto per aumentare il conflitto generazionale e NON risolvere il problema della disoccupazione giovanile, 30%) e smantellamento dei diritti dei lavoratori. Una manovra di classe costruita su misura per non dar troppe noie a padroni e potenti, speculatori e banchieri.
Perché non si prendono mai i soldi dai ricchi, viene da chiedersi. La risposta non può che andare contro ai luoghi comuni che dipingono Monti come il professore che fa il bene di tutti perché è un tecnico e non un politico, contro alle falsità che è l’unica manovra possibile, all’arroganza di chi ci racconta che il problema è che non si può licenziare a tutto spiano. La verità è che Monti e la sua squadra rappresentano gli interessi del mondo padronale-confindustriale e finanziario. Il potere di chi in questi anni ha portato il mondo al collasso, non deve essere minacciato, ma deve essere implementato, ripondendo alle logiche neoliberiste per cui il mercato va lasciato libero e lo Stato deve fare da garante perchè questo avvenga senza intoppi. E allora i sindacati vanno indeboliti, i lavoratori frammentati e resi flessibili, la ricchezza deve spostarsi nelle mani dei padroni per compensare il periodo di scarsa profittabilità (in 20 anni in Italia l’8% del Pil è passato dai salari ai profitti)…Non serve continuare il discorso, è chiaro: la crisi è il modo migliore per spostare potere economico e sociale da un blocco (quello dei lavoratori) a un altro (la corporazione capitalistica europea). In tutto questo ci rimette la democrazia, cioè il potere di decisione da parte delle persone: in Italia e in Grecia, il governo tecnico è stato lo strumento per impedire che le persone potesser esprimersi in merito alle politiche imposte dalla BCE.
Una parte della soluzione sarebbe prendere consapevolezza di chi sono i veri nemici: non gli immigrati, non i lavoratori con più privilegi (che poi sarebbero diritti), non quello che sta sul gradino inferiore della scala sociale. Ma chi ha il potere, chi ci raccontana frottole ammantandone di verità suprema, chi licenzia i lavoratori e chi vuole togliere l’articolo 18. Una come la Marcegaglia ad esempio, per la quale bisogna vendere i beni pubblici, diminuire la spesa pubblica, liberalizzare e aumentare l’età pensionabile, che caso, quello che pensa Monti…
…tratto da: http://sottoban.co/Sottobanco:Lottadura_%28gennaio_2012%29#pg_03
Francesca Leonardi

Le profezie di Noam

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In questi giorni sono incappato in un interessante saggio di Noam Chomsky del 1990 intitolato “Contenere la minaccia della democrazia”. In questo breve scritto l’autore prende le mosse dalle riflessioni del filosofo illuminista David Hume, il quale, cercando di interpretare le origini e i principi delle forme di governo, riteneva che «siccome la forza sta sempre dalla parte dei governati, i governatori non hanno altro per sostenersi che l’opinione. E’ perciò solamente sull’opinione che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militarizzati, nonché a quelli più liberi e popolari».
Per Chomsky la realtà è però ben più arcigna e la storia ci mostra come l’idea secondo cui la forza stia dalla parte dei governati sia per lo meno discutibile. Malgrado ciò, il Noam, ritiene interessante l’intuizione di Hume e sostiene che essa riveli un “paradosso” reale: «perfino il governo tirannico si fonda in certa misura sul consenso e la cessione dei diritti è il segno distintivo anche di società più libere». Inoltre, ed è questo un aspetto centrale del saggio, ai nostri giorni la concezione del David è stata rielaborata con una cruciale innovazione: «il controllo del pensiero è più importante per i governi liberi e popolari di quanto lo sia per i governi tirannici e militarizzati». La logica è del resto molto semplice. Mentre una tirannia può controllare il nemico interno con la forza bruta, ad un governo (presunto) libero serviranno altri strumenti per impedire che le masse interferiscano nella sfera pubblica e tutti gli sforzi saranno orientati a ridurre il popolo in condizioni di passività politica. Perché ciò accada servirà che, come sostiene lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, «la maggioranza deve rassegnarsi a consumare fantasia. Si vendono illusioni di ricchezza ai poveri, illusioni di libertà agli oppressi, sogni di vittoria agli sconfitti e di potere ai deboli».
Va detto che quello che abbiamo definito il “paradosso” di Hume sorge solo nel momento in cui accettiamo, come premessa, che l’istinto per la libertà sia una caratteristica della natura umana. E’ infatti l’impossibilità ad agire in base a quest’istinto che spinse Rousseau a formulare la classica doglianza dell’uomo che nasce libero ma si trova ovunque in catene. Sicuramente non concorderà con questi discorsi chi esclude che la libertà sia un diritto, ma per chi adotta la norma di buon senso secondo cui la libertà è un bisogno essenziale si troverà sostanzialmente d’accordo con il filosofo Bertrand Russell quando sostiene che l’anarchia è «l’ideale supremo a cui dovrebbe avvicinarsi la società». Torniamo però al paradosso e alla sua declinazione contemporanea per cui il controllo politico e culturale è più importante per i governi non dispotici. «Diventando la società sempre più libera e diversificata», sostiene Chomsky, «indurre alla sottomissione è sempre più complicato e svelare i meccanismi di indottrinamento diventa ancor più difficile».
Abbiamo già detto che Noam non è convinto, come David, rispetto al possesso della forza e si chiede fino a che punto essa sia davvero dalla parte dei governati. Spesso si ritiene che le società siano libere e democratiche nella misura in cui è ridotta la coercizione statale. Questa è però la classica illusione liberale e se così fosse gli Usa sarebbero di gran lunga il paese più libero, ma è chiaro come lo stato sia solo un segmento del nesso di potere. «Il controllo su investimenti, produzione, commercio, finanza, condizioni lavorative ed altri aspetti di politica sociale risiedono in mani private, e lo stesso vale per l’espressione retorica, ampiamente dominata dalle grandi società che vendono il pubblico agli inserzionisti pubblicitari e che riflettono ovviamente gli interessi dei loro proprietari e dei loro mercati»…
…continua sul prossimo numero di Pagina/13
Rifiuto

Terzo piano

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Matteo se ne sta seduto nel divano, come uno che deve prendere una qualche decisione importante. Il divano guarda il mobile e il muro che ci sta dietro, Matteo guarda un piattino di dieci centimetri di diametro sul proprio sostegno, il piattino è storto, gli dà fastidio come per i quadri, sul piattino c’è l’immagine di una città, sopra un nome. Il corpo è affossato nel divano, Maria va avanti indietro nella stanza facendo le sue cose. Ad un certo punto Matteo fa un grosso sospiro, di quelli che quando arrivi in cima al fiato il cuore ha un sussulto, forse spinto dal polmone dilatato o forse chissà. Forse non è il cuore, ma il polmone che spinge sulla cassa toracica. Finito il sospiro Maria è ancora lì che va avanti indietro. Per un attimo Matteo ci ha sperato. Ma non è successo. Nella stanza manca un orologio a muro, si sente che manca perché l’orecchio lo cerca, in compenso ci sono i passi pesanti di Maria (è leggera però lei) e le sue soste al tavolo, Matteo suppone, visto che non la vede, dalla sedia che si sposta, l’allontanarsi per un luogo remoto oltre la porta e il suo tornare. Ineluttabile. Matteo pensa a questo. Ineluttabile. Il viso si contrae in una smorfia misurata, Maria respira e si muove, manca un orologio nella stanza, Maria non vale un orologio. Quando poi si siede è silenzio completo. Dentro. Tra una macchina e un’altra è silenzio. Da dentro. Da fuori no. Le macchine passano irregolari e fanno diversi rumori, poi i motorini, qualche camion. Non sono prevedibili, per cui distolgono. Matteo cerca di allontanarle da sé, ma più ci pensa più le sente dentro, le sente passare da un orecchio all’altro, dentro la testa (e sentirle è niente, è collegare al rumore qualcosa, che frega). Come si fa a decidere qualcosa in queste condizioni? Maria tossisce, Matteo cerca di dire qualcosa; le prime parole gli muoiono nella gola secca.
“Che palazzo strano. C’è un tizio che si chiama Montale. L’avevi notato? Sta su credo, al piano delle famiglie proprietarie. E’ sposato con una che si chiama Mereghetti. Come fai a chiamarti Montale? Credo anche di averlo visto l’altro ieri. Non poteva che essere lui. Già.” Silenzio. Maria sembra alzarsi dalla sedia diversamente che prima. I passi si allontanano verso il balcone, apre la porta ed esce. Entra rumore più forte, Matteo non può resistere, si volta. “Che c’è?” “Si sono fermati i Carabinieri sotto casa… Stanno andando all’altro ingresso.” “Lasciali perdere. Ti stavo dicendo” “Avevi finito” “Ti stavo dicendo di Montale e la Mereghetti, ma non sembra che ti interessi” “Non mi interessa”.
Matteo torna a guardare il piattino, ma adesso non funziona più. “Prima stavo salendo dal garage, avevo appena messo via la bicicletta, ero piuttosto stanco, oggi fa caldo, ero un po’ storno, stavo salendo le due rampe di scale” “Scusa” “Che c’è?” “I carabinieri non hanno trovato chi cercavano. Stanno tornando in auto, ma non sembra che vogliano andar via. Ci sono anche i vicini sul balcone”. Le parole arrivano rotte dal rumore di fuori. “Ma mi ascolti o ti interessa solo di quei due lì sotto”. “Sono più di due”.
“Ero in cima alla seconda rampa di scale quando si apre l’ascensore ed esce quella ragazza carina che sta sua dalle famiglie, chissà forse è la figlia di Montale. Sarebbe divertente. Non so. Ci siamo quasi incrociati, dico quasi perché invece che passarla mi sono messo davanti a lei, l’ho fermata e l’ho salutata.” “Vengono di qua.” “L’ho salutata. Le ho chiesto come sta. Le ho detto che fa caldo. Poi le ho chiesto se le serve qualcosa. Mi sembrava affaticata, le ho sfiorato la mano, verso il polso, mi ha passato quasi di corsa, è uscita dalla porta e sono salito”. Il silenzio di dentro viene rotto violentemente dal campanello e il piccolo video sul citofono si accende. Il riflesso della lampadina sul piattino di dieci centimetri di diametro per un attimo si oscura, come se qualcuno avesse intercettato la traiettoria. “Vai tu ad aprire?”
Paugan

addio

>al cielo che si aggruma
ciglio con ciglio macellano
halalmente il pomeriggio
le insegne di un locale vuoto
nell’intermittente imbarazzo
di un addio in ritardo in difetto
fuori tempo massimo sempre
dilaniate le muse su
manifesti stracciati gli
intonaci senza più unghie
- perché era un addio,
lo sappiamo entrambi – impiccati
ad un telefono che è
la misura del nostro
essere precari perché
chi ora lavora crepa uguale

Niccolò

Montaggi del controllo

>1.

Non si dà invenzione tecnica o tecnologica, né tanto meno implementazione di servizi, senza che esse comportino una diretta evoluzione dei montaggi di controllo. Che il controllo avvenga, del resto, tramite montaggi, tramite la concatenazione di invenzioni tra loro tanto discontinue quanto funzionalmente compatibili e innestabili le une sulle altre, è la più evidente delle lezioni desumibili dalle tecnologie della rete: ogni nuovo servizio, ogni espediente tecnologico scivola surrettiziamente, quale nuovo inaspettato ingranaggio, nel grande montaggio adibito al controllo dei viventi. Sì assiste così ad una inversione senza precedenti: se solo fino a pochi anni fa era la ricerca militare a fornire alla società civile i propri ritrovati, estesi così al punto da perdere ogni originario riferimento bellico (è il caso di Internet), ora è la stessa società civile a costituire, attraverso la pletora in espansione dei propri servizi, il più micidiale arsenale del controllo biopolitico. Non
passa giorno senza che il più innocuo dispositivo, una delle tanti opzioni delle quali non siamo mai
abbastanza full, si riveli inaspettatamente quale strumento incaricato di serrare ancor più le maglie del controllo – non soltanto quello economico e nemmeno quello puramente libidinale, ma il controllo diretto dei corpi, dei loro incontri e delle loro traiettorie, delle loro migrazioni e delle loro bio-grafie.
La principale caratteristica di simili montaggi è il loro carattere tanto intempestivo quanto in anticipabile, a fronte del quale ogni critica o lettura possibili risultano sempre sul punto di essere ridicolizzate dalle inaspettate pieghe dei montaggi, così come dai drastici cambiamenti funzionali. Del resto, è per lo stesso motivo che letture e critiche, decise a cogliere tali montaggi con la forza dell’evidenza, non possono che mancare costantemente tale movimento spesso aleatorio, appiattendosi così in complottismo, o in apocalittica. Sia il caso del dispositivo-autostrada: se le prime critiche ad esso rivolte miravano in particolare a stigmatizzarne la funzione di coercizione delle rotte e delle direzioni (la quale non si sarebbe data senza instaurare un nuovo partage psico- geografico), mai ci si sarebbe aspettati che un piccolo servizio quale il telepass – funzionale all’incremento della viabilità e delle performance di velocità – avrebbe implicato l’ennesimo salto di qualità del dispositivo, assurto ora a gigantesco registratore, ad archivio degli spostamenti di merci e individui.

[continua]

Fondamenta Sant’Angelo

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Sull’ultimo ciglio del lago oscuro
stanno case dipinte che mai
furono abitate.
E i locandieri dissepolti
nelle fondamenta dove adornano le onde
riparano ogni notte nelle
cantine, dagli urli dei gabbiani
della Laguna.
In calle Larga della Chiesa in Saca
i ripiani di luci e terrazze
s’incastrano tra i rami ad una
stella cometa distante.
Calle Larga dei Lavraneri.
Fra fili tesi nei ponti
sciacquano di mareggiate
i marmi chini del canale
secondini a riposo di notte.
Rughe

Con la luna piena

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Quella sera il tramonto aveva colorato l’Adige, ca era nu pantànu d’acqua róssa. Assunta si aggirava tranquilla dalle parti di Ponte Pietra, sperando di incontrarlo, di conoscerlo. In realtà, si sarebbe accontentata di guardarlo da lontano, di amarlo da lontano. Voci le avevano raccontato la sua clandestinità, il suo camminare leggero per rendersi invisibile ad occhi giudicanti, i suoi vestiti anonimi per non catturare l’attenzione di persone ostili. Non aveva idea di quale fosse il suo paese di provenienza. Sai che a 20 metri in linea d’aria da casa mia abitava una signora che trovarono morta massacrata sulle scale della cantina? Le piacevano i suoi capelli nerissimi, gli occhi che poche volte era riuscita ad incontrare con i suoi (abbassandoli subito per l’imbarazzo), la corporatura un po’ smilza per i pasti saltati, la bicicletta da oliare con cui girava per il centro. Festività s.f., invar. – CALENDARIO Giorno di festa in cui si celebra solennemente una ricorrenza religiosa o civile S festa, ricorrenza, vacanze (pl.): le festività natalizie; la festività del primo maggio. 
Si diceva che volesse volare ma non ci riuscì, e non so per quale motivo…fu così che si fracassò sulle scale. Non so se sia vero, comunque io ero piccolo quando lei era viva. Ad un certo punto apparve e si diresse proprio verso di lei. No, non si fermò, la guardò solamente per qualche istante e proseguì. Si fermò invece poco dopo. Si voltò e le fece cenno di avvicinarsi. Quindi successe realmente, più o meno una quindicina di anni fa e il figlio, attualmente vivo, ha modi barbari, è un personaggio particolare… si dice ancora che la madre fosse una janara. Scopa s.f. – UTENSILI Attrezzo per la pulizia dei pavimenti, costituito da un mazzo di filamenti in fibre naturali o sintetiche, fissato all’estremità di un lungo manico: prendi la scopa e aiutami a pulire il salotto. Assunta non sapeva nemmeno il suo nome, ma con estrema lentezza mosse un piede, poi l’altro, camminando con le gambe rigide per la tensione: e ‘ddrà l’aspittàva lu Cifru, cu li ccòrna lòngh’e tturciniàti e l’uócchji lucènt com’a lu ffuócu, ca pareva nu zurru viécchju; la ‘ncarzàva a lu trittu e la faceva cacà lu ssale*, senza alcun riguardo. Li arrestarono. Ma capirono che era meglio rilasciarli. La notizia del suo decesso ha fatto scalpore ma poi è morta lì. Le janare sono le streghe, si dice così nel nostro dialetto. Parecchie persone anziane qui, almeno fino a quando facevo le scuole medie, mettevano i chicchi di sale o una scopa davanti alla porta la sera, prima di andare a letto. Si diceva le janare entrassero in casa e si accanissero contro i neonati, storcendo loro i piedi e impedendone la crescita . Criniera s.f. ZOOLOGIA La frangia dei peli pendenti dal margine superiore del collo del cavallo e di altri animali, in particolare del leone maschio: il cavallo, nitrendo, scuoteva la criniera. Il giorno dopo si ripetè la scena. Non li arrestarono. Erano liberi di fare, con un guinzaglio al collo. Dovevano ringraziare, e ringraziare. Si amavano deturpati nelle loro azioni, loro che avevano osato oltrepassare i confini. Lui quelli terreni, geografici, lei quelli divini. O forse il contrario. O forse entrambi. Però ora potevano tutto, con un ago nel fegato. “Grazie, mio Signore”. Assunta era nata nella notte di Natale, e solo una maledizione poteva accogliere tutte le persone nate in quel momento, il momento dedicato esclusivamente a Cristo. Con il sale e la scopa non c’era pericolo: le streghe infatti dovevano contare i granelli di sale e i filamenti della scopa per intero prima di entrare, ma non riuscendoci mai prima dell’alba restavano fuori. Assunta era una creatura del male, una puttana sorella dei lupi mannari che calpestava ostie cu la luna chjéna. E faceva l’amore col diavolo, col diverso, un essere dalla fisionomia animalesca. Le piaceva inoltre, perversa, intrecciare le criniere dei cavalli. Era solita farlo anche a Verona, in ricordo del suo paese natìo beneventano. Non metteva il sale nell’impasto per il pane, “sciocco” come la sua vita da quel giorno. L’accuntàvun’a tiémp’antichi li viécchji di lu paese.
Giovanna Fucci
*”E là l’aspettava Lucifero, con le corna lunghe e attorcigliate e gli occhi lucenti come il fuoco, che sembrava un vecchio caprone, poi la metteva allo stretto e se la montava”

Le violenze razziste, la strage di Firenze, le responsabilità di CasaPound

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Pietro Grossi, scrittore fiorentino, scrive sul Corriere della Sera del 14 Dicembre che “il razzismo in Italia non esiste” e che il duplice assassinio di Firenze “è da ritenersi il gesto di un pazzo, non di un invasato razzista”. Scrive ancora che “il razzismo, quello vero, è un’altra cosa” e che “appiccicare alla strage di Firenze il cartellino di razzismo, significa contribuire all’esistenza del razzismo stesso”.
Il giorno precedente, lunedì, Gianluca Casseri, militante di CasaPound (associazione i cui membri e simpatizzanti si definiscono fascisti del terzo millennio, e le cui aggressioni di stampo politico, omofobo e razzista si succedono sin dall’anno della sua nascita), autore di scritti deliranti sulla razza bianca, antisemita e negazionista, aveva ucciso a colpi di pistola due ragazzi senegalesi, ferendone altri tre nella sparatoria, per poi suicidarsi nella sua auto.
Circa una settimana prima, a Torino, il campo nomadi della Continassa era stato dato alle fiamme per vendicare il presunto stupro di una ragazzina, che aveva indicato genericamente alcuni “zingari” come i responsabili dell’accaduto. Poco dopo la ragazzina avrebbe confessato che si era inventata tutto.
Quattro giorni dopo la strage di Firenze, a Verona, quattro ragazzini aggrediscono un tredicenne srilankese, prima spintonandolo, poi colpendolo con una spranga di ferro, ed infine versandogli addosso della birra da una bottiglia. Il giorno prima si erano rivolti al ragazzino con insulti razzisti.
A questo punto, bisogna innanzitutto capire che tipo di stupefacente avesse assunto Grossi prima di scrivere l’articolo, ma soprattutto (e l’analisi dell’articolo preso in considerazione serve proprio a questo) bisogna chiedersi per quale motivo, anche dopo gli ennesimi fatti di cronaca di questo tipo, una grossa fetta dell’opinione pubblica la pensi ancora come lo scrittore fiorentino, derubricando tali orrori come semplici ed imprevedibili atti di follia, che nulla hanno a che vedere con una “vera” violenza razzista.
Inoltre, nel caso specifico dei fatti di Firenze, il responsabile della strage non si può affatto definire una persona isolata dal mondo esterno, in quanto militante di un gruppo (CasaPound) che in questi ultimi anni (sul sito ideodromocasapound.org) aveva accolto a braccia aperte i suoi deliranti contributi “intellettuali” (Gianluca Iannone, leader di CasaPound, in un’intervista di Lucia Annunziata definisce Casseri proprio un intellettuale). Quindi, sostenere che il duplice assassinio è da considerare semplicemente il “gesto di un folle” (parole, queste, anche del sindaco di Firenze Matteo Renzi), significa chiudere gli occhi anche su questa realtà, la quale, mascherandosi da Associazione di Promozione Sociale, veicola e si fa portatrice di ideologie di chiara (e rivendicata) ispirazione fascista, che presentano, al loro interno, tutte le peggiori declinazioni e mitologie derivanti dal mondo dell’estrema destra.
Come scrive Saverio Ferrari sul Manifesto: “Ieri notte da Roma è stata indirizzata a tutti i responsabili locali di CasaPound la seguente email: «Comunicazione interna urgente e riservata. Fare quadrato ora significa: negare la sua (di Casseri, ndr) appartenenza al movimento, cancellare ogni traccia, stare zitti e far parlare solo i dirigenti autorizzati». Troppo tardi.”
Chopin Hauer

Gianpaolo Di Paola: che bel nome, decisamente simpatico

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Portrebbe entrare in una fiaba per bambini. In realtà, per ora, è entrato nel governo tecnico.
Essendo un valoroso servitore della patria, il generale Gianpaolo, è stato nominato ministro della difesa. Ecco qui: un militare al governo. Bello! Ministro e generale Gianpaolo Di Paola! Che ridere!
Pensate che Papandreou, dopo l’annuncio del referendum sulle politiche di austerity e prima dell’avvento di Papadimos (il Monti greco), ha licenziato i vertici delle forze armate.
Da noi, invece, è stato nominato ministro, tra applausi bipartisan, il buon Di Paola, generale organico alla Nato, il quale non crede nella riduzione delle spese militari.
Gianpaolo non crede. Così ha risposto a dei giornalisti che lo interrogavano sulla possibilità che il governo rinunci a nuovi strumenti di guerra. Ha detto testualmente: “non credo proprio”.
Subito mi sono detto: bè almeno è stato onesto. Poi però ho riflettutto sull’uso del verbo “credere”. Che significa credere o non credere nelle spese militari? Si tratta di un atto di fede?!
Io penso piuttosto che si tratti di volontà politica. Il Di Paola Gianpaolo generale e ministro avrebbe dovuto, secondo me, rispondere “non voglio proprio”. E che il ministro Di Paola generale Gianpaolo non voglia ridurre le spese militari è cosa assai plausibile. Tanto è vero che dei 131 nuovi caccia f-35, che la nostra marina sta per comprare, il ministro Gianpaolo è un fun della prima ora. Pensate infatti che nel lontano 2002 fu proprio lui, il Gianpaolo generale, a recarsi al Pentagono per firmare il secondo memorandum d’intesa per la fabbricazione degli f-35 per conto del governo Berlusconi. Il primo memorandum, nel ’98, fu una preoccupazione del D’alema. Riconfermata l’intesa nel 2007 dal Prodi le trattative si sono concluse nel 2009 con il Berlusconi che delibera l’acquisto di 131 aerei da combattimento per un ammontare di 15 miliardi di euro. 15 miliardi. Una cifra che da sola vale metà dell’austera manovra montiana. Il tecnico governo potrebbe ora rinunciarci, ma a quanto pare non ci crede, o per meglio dire, non vuole.
Non mi fa più ridere niente. Nemmeno tutte le possibili combinazioni delle parole Di Paola, Gianpaolo, ministro e generale.
per info sulle spese militari:
www.sbilanciamoci.org
www.disarmo.org
“Rifiuto”