L’università è qui, alzatevi

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La situazione che oggi stiamo vivendo è quella di uno slittamento di significati. I piani simbolici della realtà si stanno confondendo tra loro. Per questo ci sentiamo in difficoltà a dire quel che ci capita e di conseguenza a sapere come e dove aprire spazi con inventiva e su cosa concentrare la critica. La difficoltà è accresciuta, ci sembra, dal fatto che far emergere in questo momento esigenze e desideri sembra di aggiungere altri elementi in più agli slittamenti in atto. Eppure proprio mettere a fuoco il desiderio che abbiamo di una università che sia fedele ai momenti più vivi dell’insegnamento e del pensiero può rappresentare quel punto fermo di cui un po’ tutti avvertono la necessità.
Iniziamo dunque questo testo col descrivere quel particolare tessuto vivente che non solo crea l’università, ma da cui l’università viene alimentata, cioè la relazione studenti-docenti. Una relazione, che in genere sottovalutiamo perché è esperienza quotidiana, prevista e scontata nelle nostre mansioni, ma che ha una forte potenzialità di trasformazione. È movimento aperto verso qualcosa che si scopre nel processo. Chiama ad un rischio perché lo scambio è sempre esposto al fallimento della possibile creazione comune di senso.
Le relazioni con le/gli studenti, pur nel tempo limitato dei corsi, dei seminari, delle discussioni per la tesi di laurea, delle conversazioni orientate allo studio, aprono alla sperimentazione dell’insegnare e imparare. Attraverso questo scambio di pensiero studenti e docenti non solo danno parole alla direzione presa dalla realtà ma soprattutto discutono – direttamente e indirettamente – di come agire in rapporto ad essa.
Insegnare e imparare: si tratta di esperienze e non di fatti oggettivi, progettabili e costruibili. Le esperienze possono essere raccontate ma non programmate; trovano senso in processi, che sono solo in parte consapevoli e mostrabili agli altri. Eppure parlarne, cercare di capirle e confrontarci con gli altri fa crescere la nostra consapevolezza e la nostra capacità di agire con inventiva ed esattezza in aula e negli altri luoghi – non convenzionali – dell’insegnare e imparare a pensare.
L’incontro di differenti esperienze singolari stimola la circolazione di pensiero vivente. Ha una forza che ci impegna, ci mette in gioco nei confronti dell’altra e dell’altro. Non è affatto indifferente che i nostri interlocutori siano donne o uomini, porta anzi a numerose, diverse conseguenze. La presenza con altri ci dà una forza che ci fa andare oltre ciò che è definito e codificato nell’ordine del pensabile. Ha un potenziale di attrazione che assomiglia a quello della calamita. Attrae e respinge, sposta, disloca. È intessuta di relazioni che si modificano, si sgranano e si intensificano. È un punto vitale dell’insegnare e imparare a pensare. Non è un caso che le tecniche di potere tendano a risucchiare la presenza, a prenderla in ostaggio, ad adoperarla strumentalmente.
Al centro della nostra riflessione poniamo le pratiche di insegnare e imparare pensiero. Le pratiche hanno una forza istituente diversa e più solida di quella delle leggi amministrative di riforma dell’università. Sono le pratiche che danno inizio a una realtà sperimentale, e il loro valore dipende dalla capacità di durare nel tempo e da quello che le singole e i singoli riescono a portarvi. Non si tratta di avvenimenti isolati. Sarebbe interessante fare una mappa delle pratiche avviate nel nostro ateneo. Ad esempio ci sono laboratori per la scrittura e la discussione della tesi di laurea. Laboratori liberi, alcuni avviati da docenti, altri da studenti. Non hanno un riconoscimento istituzionale, né sono istituiti per legge, ma nascono per il desiderio di chi vi partecipa.
Le pratiche sono processi, dove sono in campo relazioni vive. È inevitabile che in esse si diano delle regole, che danno ordine ad un movimento contestuale. Però questo atto rimane vitale, se le regole vengono confrontate di volta in volta con esigenze, desideri, accadimenti e con le difficoltà che via via si presentano. Altrimenti è molto probabile che le regole diventino formali, vuote. Questo finisce per distruggere il tessuto vivente delle relazioni, che di per sé non è formalizzabile. Facciamo riferimento, per portare un esempio, all’esperienza del master sulla “Filosofia come via di trasformazione”, a cui stiamo collaborando. Desiderio, ascolto degli scacchi, imparare dall’esperienza già avuta: tutto ciò porta a modificare le regole stesse iniziali che ci siamo dati. Questo mantiene l’iniziativa coinvolgente per noi che vi partecipiamo.
Perché insistiamo così tanto sulle pratiche? Le trasformazioni in atto hanno cancellato le divisioni tradizionali dell’università. È venuta meno l’identità precostituita dei luoghi del sapere accademico. Le maglie sono state disfatte. Per questo ci troviamo confrontati direttamente con la questione di cosa sia pensare la realtà e che cosa significhi saper fare ricchezza simbolica delle esperienze vissute assieme. Ragionare sulle pratiche condivise ne è venuto di conseguenza.
Di tutt’altro registro è il modo di intervenire del ministero su questa smagliatura intenzionalmente provocata. Infatti le linee guida ministeriali consistono nel favorire l’organizzazione di centri di ricerca che concentrino più forze, più finanziamenti, più risorse, più gerarchia, dando un ordine centralizzato e spingendo ai margini tutti coloro che creano relazioni di ricerca fluide e legate ad una reale affinità. La mossa che ci sta a cuore non consiste soltanto nel criticare questo, ma soprattutto nel mostrare che l’università vive perché fa anche molto altro rispetto ai codici disciplinari, alle indicazioni ministeriali, all’apparato gestionale pesantemente burocratico, i cui fini sono oggi dettati da un’agenda esterna alla riflessione, conoscenza, sperimentazione che chi lavora nell’università ha delle proprie pratiche di insegnamento e di ricerca di pensiero.
Il rapporto tra esperienza e pratica consente di “far altro” perché è in grado di valorizzare le differenze attive sul campo. Queste, benché vengano spesso recepite in una società tecnocratica come un fattore di disturbo e di rallentamento delle procedure, costituiscono un valore aggiunto su cui riteniamo che sia imprescindibile investire. Rispetto all’idea di armonizzazione dei conflitti e alla conseguente cancellazione delle differenze, crediamo sia possibile “fare altro” ovvero fare università come situazione in cui succede dell’altro: succede formazione non solo come trasmissione, ma anche come trasformazione; ha luogo l’elaborazione singolare di un pensiero; si creano relazioni di scambio e di crescita.
Tutto questo si articola in tre momenti decisivi: 1) nella valorizzazione della conoscenza in quanto conoscenza critica e condivisa; 2) nell’apertura a pratiche che consentano di vivere i luoghi decisionali dell’università come altrettanti luoghi di discussione e di partecipazione in prima persona (a iniziare dal dipartimento); 3) in una pratica della didattica in cui ogni docente è libero di proporre tematiche e modalità che reputa più idonee alla formazione dei suoi studenti. Benché questa idea della lezione rappresenti un’anomalia tutta italiana, noi riteniamo che costituisca un elemento di valore all’interno del panorama europeo. Si tratta del rapporto tra libertà di insegnamento e libertà di apprendimento.
In particolar modo può essere interessante soffermarsi sul secondo punto, quello relativo alle strutture di governo dell’università. Queste strutture, e in particolar modo quella del dipartimento come struttura in cui a valere è la presenza diretta e non la rappresentanza, possono essere il luogo di un confronto sulle esigenze della didattica, sul senso dell’insegnamento, sulle scelte politiche di governo di ateneo. Il dipartimento, in quanto luogo di una politica in presenza, ci sembra essere il luogo in cui rendere pubbliche le richieste, le esigenze, le mancanze, le stesse ricerche esistenti. È qui che è possibile non solo amministrare la vita universitaria, ma anche creare una mappatura che renda conto di una vita (scientifica, didattica, di formazione) che non si lascia formalizzare, ma che occorre tenere in considerazione come la risorsa più importante per l’università.
Se occorre rendere conto di ciò che è formalizzato, non è possibile trascurare ciò che non è formalizzabile. Il sapere non si fa discreditando le capacità singolari, e quindi le altrettanto singolari differenze, che hanno un valore intrinseco indecidibile, ma unicamente valorizzando la capacità dei singoli di farsi carico di se stessi e del contesto nel quale operano.
Questa esigenza prevede una assunzione e una appropriazione effettivamente politica del dipartimento, affinché questo non sia più solo il luogo in cui le decisioni vengono assunte in base a un principio di esclusione della partecipazione, per cerchie ristrette, ma diventi un luogo di senso in cui la discussione sia possibile. Sembra parlare in questo senso anche la recente esperienza del movimento dei ricercatori che, nato nel segno della protesta contro la riforma ministeriale del sistema universitario, è diventato un momento di conflitto e di crisi capace di aprire un’elaborazione autonoma di pensiero e di relazioni, un momento di interlocuzione tra chi, pur lavorando in uno stesso contesto, non aveva mai avuto occasione di scambio nella normalità del funzionamento delle strutture universitarie e dell’insegnamento in genere. Vediamo qui l’esistenza di potenzialità che sono da rigiocare. Rispetto alla natura tendenzialmente statica della gerarchia, i ricercatori si sono dimostrati in grado di un altro livello di mobilità. Inoltre la riforma prevista dalla Legge 240 ha portato in Italia alla creazione di nuovi organismi che rompono con l’omogeneità di area e di disciplina. Rispetto alle storie dei singoli dipartimenti, spesso improntati a un criterio di sostanziale uniformità disciplinare, c’è stata qui l’occasione di ripensare la propria presenza dentro quel contesto. Questo implica una trasformazione che non si arresta allo scambio disciplinare o interdisciplinare, ma comporta anche la rimessa in gioco della propria situazione in un contesto mutato. È possibile vedere qui lo spazio per l’emergere di forme di conoscenza e di discorso che cambiano i rapporti di forza e che perciò non si limitano a un ambito particolare (quello dei ricercatori, per esempio), ma si trasmettono come istanze di cambiamenti alle aree circostanti. In questo senso, è augurabile che queste trasformazioni in atto non si traducano poi tanto in nuove forme di rappresentanza di tipo sindacale, quanto piuttosto in una inedita partecipazione, capace di andare al di là della pura logica della rivendicazione di settore.
Esiste indubbiamente una differenza sostanziale dei movimenti politici rispetto a quelli corporativi. Se questi ultimi sono volti a salvaguardare gli interessi particolari di una ristretta fascia, nei primi è il sapere come istanza comune a crescere, cambiando i parametri vigenti e il panorama di ateneo.
Lo stesso movimento degli studenti è caratterizzato da analoghe potenzialità, rispetto alle modalità preacquisite di comportamento e di condotta. Nato anch’esso in opposizione alla Legge 240, il movimento studentesco è diventato occasione di elaborazione di un sapere vitale e di una maturità politica.
Sono esperienze che si trasmettono da generazione a generazione, in modalità eterogenee rispetto a quelle abituali della trasmissione del sapere. Noi riteniamo che esse siano in grado di cambiare l’ambiente universitario, e quindi non solo la relazione tra studenti ma anche quella tra studenti e docenti. L’aver imparato a pensare e ad agire l’università diversamente ha significato farsi portatori e portatrici di una trasformazione in termini di autonomia della riflessione e dell’agire. Al di là delle logiche di subordinazione, è solo questa trasformazione a poter far diventare l’università un luogo di formazione politica.
Abbiamo scritto questo testo perché vorremmo trovarci per discuterlo assieme. Il nostro desiderio è che sia punto d’avvio di una riflessione con studentesse e studenti, con docenti e con tutti coloro che hanno a cuore l’università come uno dei luoghi più importanti per la vita comune.
Questo ci sembra il momento giusto per farlo.
Invitiamo all’assemblea il 26 marzo alle ore 9,30 avendo tempo fino alle 12 per discutere assieme. L’aula è la 1.5 del Polo Zanotto.
Gianluca Solla e Chiara Zamboni

>Zerbini

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Guardati dall’esterno noi italiani siamo sempre etichettati con lo stereotipo dei mafiosi. Uno stereotipo che facciamo fatica a toglierci di dosso perché per sua stessa definizione è un’immagine rigida e noi tra l’altro non facciamo nulla per migliorare la situazione, anzi. A volte l’unico modo per ottenere qualcosa, dalla più piccola alla più grossa ed in ogni contesto, nel nostro paese è appunto attuare una sorta di mafietta, il più comune e utilizzato è la raccomandazione. Ridursi alla spintarella, all’aiutino è l’unico modo per andare avanti, nel nostro paese la parola meritocrazia non esiste, come nel dizionario di Napoleone non esiste la parola “impossible”. A volte però possono capitare anche le eccezioni, ma esse esistono solo per confermare la regola della “spintarella”. La raccomandazione la vediamo tutti i giorni passarci davanti agli occhi però non diciamo mai nulla “perché tanto si sa che è un meccanismo ormai oliato e radicato e non ci si può far nulla per cambiarlo”. Dai avanti, cercate di pensare al vostro passato e cercate di ricordare quante volte avete visto applicato il “sistema” raccomandazione, magari l’avrete anche subito di persona e vi sarà capitato di approfittare dell’aiuto della spintarella, immagino che la risposta sia molteplici volte. Ormai è un processo assodato e forse l’unico per avere dei risultati, quindi non sta a me giudicare se ne avete beneficiato perché magari ciò che avete ottenuto ve lo siete meritato, anche se avete avuto bisogno di una mano per ottenerlo. Basta quindi con questi falsi moralismi fatti da persone che sono nel bel mezzo degli ingranaggi della “macchina” raccomandazione e contribuiscono a oliarla. Abbassarsi alle regole del gioco a volte si può fare, nessuno è perfetto, basta che non diventi la consuetudine e soprattutto, se sei dentro questo sistema stai zitto o quantomeno non ostentare la tua “finta” lotta contro queste mafiette perché se no diventi un ipocrita. Zitto appunto, perché anche nell’essere aiutati ci deve essere umiltà e omertà. Zerbini si diventa, non si nasce, ma è spaventoso a volte notare quanto sono in grado di abbassarsi e farsi calpestare persone che ritenevi un tempo al di fuori di questi giochetti e tutto solo per riuscire ad ottenere qualcosa. Onestamente però ormai non c’è più da stupirsi di nulla è strano notare come le persone che credi di conoscere sono in grado di cambiare da un giorno all’altro buttando nel cesso tutta l’immagine che ti eri fatto di loro. Non ci si può far nulla, nessuno rimane mai uguale a se stesso per tutto il percorso della sua vita. Invece l’unica cosa da fare è cercare di metter in luce queste mafiette, questi infimi giochetti, di denunciarli, in modo che siano condannati e cancellati dalla nostra quotidianità, cercando di premiare chi se lo merita, non l’amico dell’amico, magari le persone non cambierebbero, non diventerebbero degli zerbini.
Rupert

Zerbini

Guardati dall’esterno noi italiani siamo sempre etichettati con lo stereotipo dei mafiosi. Uno stereotipo che facciamo fatica a toglierci di dosso perché per sua stessa definizione è un’immagine rigida e noi tra l’altro non facciamo nulla per migliorare la situazione, anzi. A volte l’unico modo per ottenere qualcosa, dalla più piccola alla più grossa ed in ogni contesto, nel nostro paese è appunto attuare una sorta di mafietta, il più comune e utilizzato è la raccomandazione. Ridursi alla spintarella, all’aiutino è l’unico modo per andare avanti, nel nostro paese la parola meritocrazia non esiste, come nel dizionario di Napoleone non esiste la parola “impossible”. A volte però possono capitare anche le eccezioni, ma esse esistono solo per confermare la regola della “spintarella”. La raccomandazione la vediamo tutti i giorni passarci davanti agli occhi però non diciamo mai nulla “perché tanto si sa che è un meccanismo ormai oliato e radicato e non ci si può far nulla per cambiarlo”. Dai avanti, cercate di pensare al vostro passato e cercate di ricordare quante volte avete visto applicato il “sistema” raccomandazione, magari l’avrete anche subito di persona e vi sarà capitato di approfittare dell’aiuto della spintarella, immagino che la risposta sia molteplici volte. Ormai è un processo assodato e forse l’unico per avere dei risultati, quindi non sta a me giudicare se ne avete beneficiato perché magari ciò che avete ottenuto ve lo siete meritato, anche se avete avuto bisogno di una mano per ottenerlo. Basta quindi con questi falsi moralismi fatti da persone che sono nel bel mezzo degli ingranaggi della “macchina” raccomandazione e contribuiscono a oliarla. Abbassarsi alle regole del gioco a volte si può fare, nessuno è perfetto, basta che non diventi la consuetudine e soprattutto, se sei dentro questo sistema stai zitto o quantomeno non ostentare la tua “finta” lotta contro queste mafiette perché se no diventi un ipocrita. Zitto appunto, perché anche nell’essere aiutati ci deve essere umiltà e omertà. Zerbini si diventa, non si nasce, ma è spaventoso a volte notare quanto sono in grado di abbassarsi e farsi calpestare persone che ritenevi un tempo al di fuori di questi giochetti e tutto solo per riuscire ad ottenere qualcosa. Onestamente però ormai non c’è più da stupirsi di nulla è strano notare come le persone che credi di conoscere sono in grado di cambiare da un giorno all’altro buttando nel cesso tutta l’immagine che ti eri fatto di loro. Non ci si può far nulla, nessuno rimane mai uguale a se stesso per tutto il percorso della sua vita. Invece l’unica cosa da fare è cercare di metter in luce queste mafiette, questi infimi giochetti, di denunciarli, in modo che siano condannati e cancellati dalla nostra quotidianità, cercando di premiare chi se lo merita, non l’amico dell’amico, magari le persone non cambierebbero, non diventerebbero degli zerbini.
Rupert

>L’aumento delle tasse (e della pressione).

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In un’afosa mattinata di fine giugno il postino bussandò alla mia porta, profetizzò:
Aumenteranno le tasse universitarie! I professori lo sanno, i rappresentanti degli studenti anche.
Poi il postino sparì, dimenticando di lasciarmi la bolletta del telefono.
Pare che i rappresentanti degli studenti siano d’accordo, con l’aumento, dato che in sede di consiglio non hanno fiatato, forse non respirano proprio questi. Se gli chiedessero di mettere l’ossigeno tra i crediti a scelta probabilmente direbbero di si. Questi vasi di coccio tra vasi di ferro. Ebbene si, vasi o rappresentanti non pare ci sia molta differenza poiché il fine ultimo sembra essere il medesimo, la vuotezza da riempire; ma mentre un certo tipo di vasi può accogliere terra, semi e relativa pianta e consequenziali fiori, i nostri “vasi universitari” sono vuoti e tali restano.
Anzi, non si sforzano neanche di andare a cercare la terra. Non riescono neanche ad avere scopo di abbellimento come i loro cugini sui balconi. Quasi incoraggiano, l’abbruttimento della nostra università, al di là dei loro smorti colori (bianco-rosso-nero, che importa a questo punto) e dunque cosa sono questi rappresentanti? Marketing. Potrebbero essere qui come alla Fiera Cavalli.
E pensare che noi ci siamo messi a battibeccare su cosa è e cosa non è libertà e censura.
La censura è esattamente questa, mio caro amico Burocrate. Impedire conferenze, impedire una qualsiasi attività non-strettamente didattica se non è patrocinata da Tizio, con i soldi di Caio e con ospite Sempronio, impedire ai propri studenti di sapere anticipatamente che la prossima rata delle tasse verrà aumentata. È impedire di muoversi.
E poi si grida allo scandalo, ci si appella alla “norma” se le richieste non sono “formali”, se si costruisce un’aula in mezzo all’università, se si chiedono spazi da svariati anni,se si stilano appelli, se si chiede gentilmente, educatamente, formalmente un’assemblea e puntualmente o si rimbalza da un ufficio all’altro o da un ricevimento all’altro. E infine? Il Nulla. Neanche l’abbozzo di una risposta. Anzi adesso ti aumentiamo le tasse, caro studente, così senza sapere come ne perché.
Allora perchè non gridare alla presa per il culo?! Ops. L’ho detto. Non vi piace? Lo ripeto: presa-per-il-culo. No, non scriverò “presa per i fondelli”, userò proprio quella parolina lì “culo”.
Ma è volgare! Basso!Turpe!
E allora? Trovate un altro modo per esprimere il concetto.
Prendi l’eloquenza e torcile il collo disse qualcuno.

Le chele dell’aragosta

L’aumento delle tasse (e della pressione).

In un’afosa mattinata di fine giugno il postino bussandò alla mia porta, profetizzò:
Aumenteranno le tasse universitarie! I professori lo sanno, i rappresentanti degli studenti anche.
Poi il postino sparì, dimenticando di lasciarmi la bolletta del telefono.
Pare che i rappresentanti degli studenti siano d’accordo, con l’aumento, dato che in sede di consiglio non hanno fiatato, forse non respirano proprio questi. Se gli chiedessero di mettere l’ossigeno tra i crediti a scelta probabilmente direbbero di si. Questi vasi di coccio tra vasi di ferro. Ebbene si, vasi o rappresentanti non pare ci sia molta differenza poiché il fine ultimo sembra essere il medesimo, la vuotezza da riempire; ma mentre un certo tipo di vasi può accogliere terra, semi e relativa pianta e consequenziali fiori, i nostri “vasi universitari” sono vuoti e tali restano.
Anzi, non si sforzano neanche di andare a cercare la terra. Non riescono neanche ad avere scopo di abbellimento come i loro cugini sui balconi. Quasi incoraggiano, l’abbruttimento della nostra università, al di là dei loro smorti colori (bianco-rosso-nero, che importa a questo punto) e dunque cosa sono questi rappresentanti? Marketing. Potrebbero essere qui come alla Fiera Cavalli.
E pensare che noi ci siamo messi a battibeccare su cosa è e cosa non è libertà e censura.
La censura è esattamente questa, mio caro amico Burocrate. Impedire conferenze, impedire una qualsiasi attività non-strettamente didattica se non è patrocinata da Tizio, con i soldi di Caio e con ospite Sempronio, impedire ai propri studenti di sapere anticipatamente che la prossima rata delle tasse verrà aumentata. È impedire di muoversi.
E poi si grida allo scandalo, ci si appella alla “norma” se le richieste non sono “formali”, se si costruisce un’aula in mezzo all’università, se si chiedono spazi da svariati anni,se si stilano appelli, se si chiede gentilmente, educatamente, formalmente un’assemblea e puntualmente o si rimbalza da un ufficio all’altro o da un ricevimento all’altro. E infine? Il Nulla. Neanche l’abbozzo di una risposta. Anzi adesso ti aumentiamo le tasse, caro studente, così senza sapere come ne perché.
Allora perchè non gridare alla presa per il culo?! Ops. L’ho detto. Non vi piace? Lo ripeto: presa-per-il-culo. No, non scriverò “presa per i fondelli”, userò proprio quella parolina lì “culo”.
Ma è volgare! Basso!Turpe!
E allora? Trovate un altro modo per esprimere il concetto.
Prendi l’eloquenza e torcile il collo disse qualcuno.

Le chele dell’aragosta

>Piegarsi

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A volte la fiducia non basta, la gente merita di più, a volte le persone hanno bisogno che la propria fiducia venga ricompensata. Il rifiutare la richiesta di un’assemblea richiesta da oltre 2300 firme, unite non sotto una bandiera o un simbolo politico, ma unite solo dalla voglia di avere un momento di discussione, di un confronto dialettico per parlare del ddl Gelmini è stato, da parte di Mazzucco, un gesto irrispettoso. Irrispettoso nei riguardi di quanti si sono impegnati per  una settimana a roccogliere firme, irrispettoso nei riguardi di coloro che hanno firmato son il solo scopo di avere un’assemblea in cui venisse spiegato che cosa accadrà con l’applicazione della riforma.
Il gesto di Mazzucco è stato fatto solo per dimostrare che sul trono dell’ateneo veronese c’è seduto lui e grazie a lui a Verona “va tutto bene”, nessuno è scontento a causa della riforma Gelmini. La sua dimostrazione di potere è stato solo un atto per farsi vedere a Roma da chi di dovere e spianarsi la strada per io suo futuro lavorativo quando scadrà il suo mandato di rettore. Questa è solo la mia personale opinione, ma la sua giustificazione per non concedere l’assemblea è stata effimera, è la giustificazione contradditoria di un uomo politico che dice tutto e niente e che cerca di “accontentare” le varie parti in gioco. Peccato che non ci sia riuscito, anzi.
Ora l’assemblea si farà e questo perchè i 2300 hanno dovuto abbassare la testa e tapparsi il naso a causa del “giochino” delle parti. Ovvero hanno (abbiamo) dovuto accettare il fatto che, se volevamo un’assemblea, la richiesta dovesse essere supportata da quella dei rappresentanti degli studenti ovvero Blocco studentesco, ovvero Casa Pound ovvero neofascisti. I membri di Blocco studentesco però, a detta loro, non sono fascisti, peccato che commettano un reato facendo apologia del fascismo distribuendo in università il loro “giornaletto” sul cui primo numero c’era stampata l’immagine di un graffito che recitava: “il fascismo è rock’n’roll”. “No, ma non siamo fascisti, quell’immagine è stata messa per goliardia”. Mah, sarà, peccato che se chiedi loro il significato del termine goliardico non sanno risponderti. Ma si in realtà il fascismo era un movimento goliardico e anche i deportati nei campi di concentramento o i morti ammazzati perchè erano contro il fascismo avranno preso le violenze subite come dei fatti goliardici.
Ringraziamo i “non fascisti” di Blocco studentesco che in quanto a rappresentanti degli studenti non hanno fatto nulla per mesi ed un bel giorno si sono svegliati e si sono auto eretti paladini della giustizia e grazie alla loro dimostrazione di forza hanno fatto sì che Mazzucco prima desse un’apertura all’organizzazione di un’assemblea e poi la concedesse (per chi non sapesse leggere tra le righe il tono è ironico).
Abbassarsi alle regole del gioco per un fine più importante ogni tanto si può anche fare, anche se sto giro abbassarsi è equivalso a farsi aiutare dai rappresentanti degli studenti che però fanno parte di Blocco studentesco ed in quanto tale “non sono fascisti”. Però se loro sono lì la colpa è anche nostra che snobbiamo sempre le elezioni dei rappresentanti degli studenti. Ora però non bisogna permettere agli studenti di Blocco di non prendere il sopravvento durante l’assemblea.
Matte

Piegarsi

A volte la fiducia non basta, la gente merita di più, a volte le persone hanno bisogno che la propria fiducia venga ricompensata. Il rifiutare la richiesta di un’assemblea richiesta da oltre 2300 firme, unite non sotto una bandiera o un simbolo politico, ma unite solo dalla voglia di avere un momento di discussione, di un confronto dialettico per parlare del ddl Gelmini è stato, da parte di Mazzucco, un gesto irrispettoso. Irrispettoso nei riguardi di quanti si sono impegnati per  una settimana a roccogliere firme, irrispettoso nei riguardi di coloro che hanno firmato son il solo scopo di avere un’assemblea in cui venisse spiegato che cosa accadrà con l’applicazione della riforma.
Il gesto di Mazzucco è stato fatto solo per dimostrare che sul trono dell’ateneo veronese c’è seduto lui e grazie a lui a Verona “va tutto bene”, nessuno è scontento a causa della riforma Gelmini. La sua dimostrazione di potere è stato solo un atto per farsi vedere a Roma da chi di dovere e spianarsi la strada per io suo futuro lavorativo quando scadrà il suo mandato di rettore. Questa è solo la mia personale opinione, ma la sua giustificazione per non concedere l’assemblea è stata effimera, è la giustificazione contradditoria di un uomo politico che dice tutto e niente e che cerca di “accontentare” le varie parti in gioco. Peccato che non ci sia riuscito, anzi.
Ora l’assemblea si farà e questo perchè i 2300 hanno dovuto abbassare la testa e tapparsi il naso a causa del “giochino” delle parti. Ovvero hanno (abbiamo) dovuto accettare il fatto che, se volevamo un’assemblea, la richiesta dovesse essere supportata da quella dei rappresentanti degli studenti ovvero Blocco studentesco, ovvero Casa Pound ovvero neofascisti. I membri di Blocco studentesco però, a detta loro, non sono fascisti, peccato che commettano un reato facendo apologia del fascismo distribuendo in università il loro “giornaletto” sul cui primo numero c’era stampata l’immagine di un graffito che recitava: “il fascismo è rock’n’roll”. “No, ma non siamo fascisti, quell’immagine è stata messa per goliardia”. Mah, sarà, peccato che se chiedi loro il significato del termine goliardico non sanno risponderti. Ma si in realtà il fascismo era un movimento goliardico e anche i deportati nei campi di concentramento o i morti ammazzati perchè erano contro il fascismo avranno preso le violenze subite come dei fatti goliardici.
Ringraziamo i “non fascisti” di Blocco studentesco che in quanto a rappresentanti degli studenti non hanno fatto nulla per mesi ed un bel giorno si sono svegliati e si sono auto eretti paladini della giustizia e grazie alla loro dimostrazione di forza hanno fatto sì che Mazzucco prima desse un’apertura all’organizzazione di un’assemblea e poi la concedesse (per chi non sapesse leggere tra le righe il tono è ironico).
Abbassarsi alle regole del gioco per un fine più importante ogni tanto si può anche fare, anche se sto giro abbassarsi è equivalso a farsi aiutare dai rappresentanti degli studenti che però fanno parte di Blocco studentesco ed in quanto tale “non sono fascisti”. Però se loro sono lì la colpa è anche nostra che snobbiamo sempre le elezioni dei rappresentanti degli studenti. Ora però non bisogna permettere agli studenti di Blocco di non prendere il sopravvento durante l’assemblea.
Matte

>Il buon uso dello studente: il caso Mazzucco

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Il quotidiano La Stampa riportava, lo scorso mercoledì, un breve ma illuminante scorcio sulla spaccatura con cui oggi noi dobbiamo confrontarci: lo zelante opinionista di turno ricordava tempestivamente agli studenti che, se avessero continuato a protestante invece di studiare, non sarebbero mai diventati come Berlusconi. Una simile formulazione ha un importante pregio, e tuttavia anche un enorme errore di impostazione. Con poche parole, lo zelante opinionista ha saputo suggerire allo studente – e con lui, naturalmente, al ricercatore e al professore – che la protesta è lo strumento più efficace che egli ancora possiede per opporsi al berlusconismo, e per frenare quello scivolamento, così apparentemente inesorabile, che porta le singolarità a coincidere puntualmente con i figuranti funzionali allo Spettacolo. Di cosa Berlusconi sia il nome in questo discorso, è presto detto:
esso è il punto d’arrivo, il giusto scopo al cui raggiungimento ogni cosa deve tendere per poter essere accettabile e coerente. Per poter essere compiuta, per essere socialmente vincente, boriosamente realizzata a spese degli altri. Berlusconi è così metafora valida tanto per lo studente che china la testa e studia, indifferente ai movimenti incontenibili dei corpi, indifferente agli incontri disinteressati dei pensieri, affinché il suo divenire coincida senza resti con il suo dover essere. Fortunatamente, ci ricorda il solito opinionista, noi studenti abbiamo ancora la protesta quale mezzo per sfuggire, pur passando per il rotto della cuffia, alla violenza di tale sovrapposizione. Protestando, rivoltandosi, gli studenti riuscirebbero così, almeno per una volta, ad attraversare pienamente l’università senza lasciarsi annullare nella propria funzione. Almeno per una volta perché, nonostante la permanenza pluriennale all’interno del dispositivo universitario, lo studente medio difficilmente saprebbe elencare i fattori che lo costringono a trascorrere, tra un’aula e l’altra, un’esistenza quanto più simile ad un pascolo, disciplinata nelle minime attività, regolata fino alla feccia dei discorsi disponibili. Sia ad esempio il caso Mazzucco, il rettore che, di fronte alla richiesta di circa 2300 tra studenti, ricercatori, professori e presidi di facoltà, ha avuto il coraggio, la fermezza e l’incoscienza di rifiutare un’assemblea generale. Con un tale gesto, Mazzucco ha ribadito fermamente come lo studente debba – berlusconianamente… – solo studiare, senza doversi o potersi informare di come vengano decisi e gestiti gli spazi in cui vive, i discorsi che ascolta e che prontamente ripete, il denaro che versa costantemente, gli stessi docenti con cui condivide tempi e luoghi per anni. Ritenendo intempestiva e dunque negando un’assemblea che avrebbe nei fatti anticipato l’approvazione della riforma Gelmini, Mazzucco ha dichiarato che tali questioni non pertengono allo studente, che questi deve limitarsi all’in-formazione ed all’accettazione dei discorsi altrui: «Continuate a studiare se volete realizzarvi. Al resto, al decidere delle vostre vite, ci penseranno loro: di questo verrete debitamente informati».
* * *
Su un solo punto il nostro opinionista si è tuttavia sbagliato: nell’aver contrapposto protesta e studio, egli ha palesemente mancato tanto la natura della prima quanto quella del secondo. Gli studenti non hanno da scegliere l’una o l’altra cosa: essi invece possono, insieme, protestare per poter ancora garantire uno studio degno di tale nome, e studiare per garantire sempre nuove forme di protesta, sempre nuovi ed ingegnose difese contro ogni deriva despotica del dispositivo universitario.

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Il buon uso dello studente: il caso Mazzucco

Il quotidiano La Stampa riportava, lo scorso mercoledì, un breve ma illuminante scorcio sulla spaccatura con cui oggi noi dobbiamo confrontarci: lo zelante opinionista di turno ricordava tempestivamente agli studenti che, se avessero continuato a protestante invece di studiare, non sarebbero mai diventati come Berlusconi. Una simile formulazione ha un importante pregio, e tuttavia anche un enorme errore di impostazione. Con poche parole, lo zelante opinionista ha saputo suggerire allo studente – e con lui, naturalmente, al ricercatore e al professore – che la protesta è lo strumento più efficace che egli ancora possiede per opporsi al berlusconismo, e per frenare quello scivolamento, così apparentemente inesorabile, che porta le singolarità a coincidere puntualmente con i figuranti funzionali allo Spettacolo. Di cosa Berlusconi sia il nome in questo discorso, è presto detto:
esso è il punto d’arrivo, il giusto scopo al cui raggiungimento ogni cosa deve tendere per poter essere accettabile e coerente. Per poter essere compiuta, per essere socialmente vincente, boriosamente realizzata a spese degli altri. Berlusconi è così metafora valida tanto per lo studente che china la testa e studia, indifferente ai movimenti incontenibili dei corpi, indifferente agli incontri disinteressati dei pensieri, affinché il suo divenire coincida senza resti con il suo dover essere. Fortunatamente, ci ricorda il solito opinionista, noi studenti abbiamo ancora la protesta quale mezzo per sfuggire, pur passando per il rotto della cuffia, alla violenza di tale sovrapposizione. Protestando, rivoltandosi, gli studenti riuscirebbero così, almeno per una volta, ad attraversare pienamente l’università senza lasciarsi annullare nella propria funzione. Almeno per una volta perché, nonostante la permanenza pluriennale all’interno del dispositivo universitario, lo studente medio difficilmente saprebbe elencare i fattori che lo costringono a trascorrere, tra un’aula e l’altra, un’esistenza quanto più simile ad un pascolo, disciplinata nelle minime attività, regolata fino alla feccia dei discorsi disponibili. Sia ad esempio il caso Mazzucco, il rettore che, di fronte alla richiesta di circa 2300 tra studenti, ricercatori, professori e presidi di facoltà, ha avuto il coraggio, la fermezza e l’incoscienza di rifiutare un’assemblea generale. Con un tale gesto, Mazzucco ha ribadito fermamente come lo studente debba – berlusconianamente… – solo studiare, senza doversi o potersi informare di come vengano decisi e gestiti gli spazi in cui vive, i discorsi che ascolta e che prontamente ripete, il denaro che versa costantemente, gli stessi docenti con cui condivide tempi e luoghi per anni. Ritenendo intempestiva e dunque negando un’assemblea che avrebbe nei fatti anticipato l’approvazione della riforma Gelmini, Mazzucco ha dichiarato che tali questioni non pertengono allo studente, che questi deve limitarsi all’in-formazione ed all’accettazione dei discorsi altrui: «Continuate a studiare se volete realizzarvi. Al resto, al decidere delle vostre vite, ci penseranno loro: di questo verrete debitamente informati».
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Su un solo punto il nostro opinionista si è tuttavia sbagliato: nell’aver contrapposto protesta e studio, egli ha palesemente mancato tanto la natura della prima quanto quella del secondo. Gli studenti non hanno da scegliere l’una o l’altra cosa: essi invece possono, insieme, protestare per poter ancora garantire uno studio degno di tale nome, e studiare per garantire sempre nuove forme di protesta, sempre nuovi ed ingegnose difese contro ogni deriva despotica del dispositivo universitario.

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