Del reclutamento universitario a Verona

Sentenza del TAR Veneto sulla “cooptazione” nel reclutamento universitario

Il 14 Gennaio 2009, mentre su pagina/13 si scrive qualcosa sull’aula 1.6 e sulla censura, sull’essere tenuti all’oscuro, l’Università degli studi di Verona era rappresentata e difesa a Venezia dall’Avvocatura distrettuale. Si trattava di un ricorso al TAR avanzato da “B.D.”, “P. F.” e “D.B. M.” contro appunto l’Università di Verona, il Ministro dell’Istruzione e un certo “P.D.” per l’annullamento di un concorso circa il reclutamento universitario. La sentenza è stata pubblicata il 10 Marzo su http://www.costituzionalismo.it/aggiornamento.asp?id=457 e, insieme ad un altro sito che rende disponibile la sentenza in formato .doc, non ha avuto altro canale. Nemmeno sul portale dell’Ateneo.
Trascrivo fedelmente, in quanto questa sentenza informa più di qualsiasi possibile articolo che si possa derivare [mio tra le quadre]:
“I ricorsi in epigrafe vanno riuniti [perché son stati 3 diversi ricorsi per lo stesso concorso], in quanto recanti una richiesta di annullamento degli stessi atti.
Tali impugnative vanno accolte avuto riguardo – in via del tutto assorbente – alla dedotta violazione dell’art. 4 del D.P.R. 23 marzo 2000 n. 117 [pagina 7: http://www.unipg.it/ugrl/wwwnew/concdoc/doc/DPR-117-2000.pdf], invero citato nei verbali della Commissione d’esame e ivi riprodotto, ma materialmente mai applicato, non essendo stati dalla Commissione medesima elaborati criteri contemplanti attribuzioni di punteggi ovvero giudizi graduati che consentissero una puntuale comparazione tra i diversi titoli posseduti dai ricorrenti.
Peraltro, neppure va sottaciuto – anche al di là della sin qui riscontrata assenza nella giurisprudenza di puntuali applicazioni dei principi discendenti dall’art. 51 c.p.c. alle commissioni concorsuali universitarie – l’indubbio vizio per l’imparzialità del giudizio della Commissione costituito, nella specie, dall’assunzione della presidenza di tale organo da parte del docente sia relatore della tesi di dottorato svolta dal vincitore del concorso, sia curatore di pubblicazioni da quest’ultimo presentate quale titolo di valutazione del concorso per cui è causa.
Il Collegio reputa che, ove si seguitasse a legittimare tale circostanza, risulterebbe di fatto operante nel nostro ordinamento un sistema di accesso alla carriera universitaria non già fondato sull’obbligo del pubblico concorso, a’ sensi dell’art. 97, terzo comma Cost., ma sulla mera cooptazione del candidato da parte della c.d. “comunità scientifica”.”

Credo ci sia poco da aggiungere. Ah! Dimenticavo, la condanna:
“Il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, prima Sezione, definitivamente pronunciando sui ricorsi in epigrafe, previa riunione, li accoglie e, per l’effetto, annulla gli atti impugnati.
Condanna l’Università di Verona alla rifusione delle spese di causa a favore dei ricorrenti, liquidandole in complessivi € 3.000,00 (eurotremila), oltre a i.v.a. e c.p.a., nel mentre compensa integralmente ogni ragione di lite tra i ricorrenti medesimi e il controinteressato.”

ale,6

>Ancora il linguaggio

>Martedì e Mercoledì alcuni studenti studianti in aula 1.6 del polo Zanotto sono stati accusati – da due professori – di antisemitismo a causa dell’affissione di un articolo circa il boicottaggio di prodotti israeliani fuori dalla porta dell’aula.
Assodato che esistono innumerevoli gruppi e associazioni di ebrei fortemente critici nei confronti della occupazione israeliana e a favore del boicottaggio, questa accusa dimostra una stolta superficialità nel presupporre che esista una sorta di identità tra il Governo di Israele e tutti gli ebrei del mondo.
Accusare di antisemitismo la critica alla politica coloniale di Israele è una meschinità che mostra la incapacità a confrontarsi sui fatti e sulle idee. Un tale atteggiamento finisce per svalutare profondamente il significato stesso di antisemitismo, di questo potente termine da riservare soltanto a chi mostra disprezzo e pregiudizio contro gli Ebrei come gruppo e come individui, dovunque essi risiedano, non tanto per quello che fanno ma per quello che sono. L’abuso di questa parola porta pericolosamente alla progressiva diluizione del suo significato e della sua forza simbolica dirompente.
Ale,6

Ancora il linguaggio

Martedì e Mercoledì alcuni studenti studianti in aula 1.6 del polo Zanotto sono stati accusati – da due professori – di antisemitismo a causa dell’affissione di un articolo circa il boicottaggio di prodotti israeliani fuori dalla porta dell’aula.
Assodato che esistono innumerevoli gruppi e associazioni di ebrei fortemente critici nei confronti della occupazione israeliana e a favore del boicottaggio, questa accusa dimostra una stolta superficialità nel presupporre che esista una sorta di identità tra il Governo di Israele e tutti gli ebrei del mondo.
Accusare di antisemitismo la critica alla politica coloniale di Israele è una meschinità che mostra la incapacità a confrontarsi sui fatti e sulle idee. Un tale atteggiamento finisce per svalutare profondamente il significato stesso di antisemitismo, di questo potente termine da riservare soltanto a chi mostra disprezzo e pregiudizio contro gli Ebrei come gruppo e come individui, dovunque essi risiedano, non tanto per quello che fanno ma per quello che sono. L’abuso di questa parola porta pericolosamente alla progressiva diluizione del suo significato e della sua forza simbolica dirompente.
Ale,6

>Lo scacciapensieri

>Ieri il dottor Salvini (direttore amministrativo) e il dottor Rebonato (direttore dell’economato) si sono presentati nell’aula 1.6 per chiarire alcuni aspetti sull’utilizzo della stessa. In buona sostanza nel periodo esami l’aula resterà autogestita dagli studenti – già adibita ad aula studio in risposta al puntuale problema del tutto-esaurito. Alcuni studenti si sono proposti come responsabili detentori delle chiavi ma il dottor Rebonato, solitamente molto pacato, d’improvviso s’è quasi adirato – lo ricordo visibilmente disorientato – e con poche parole ha dimostrato quanto tutto questo lo senta come una sfida a braccio di ferro: «darvi una copia delle chiavi significherebbe fare quattro passi indietro». Tralasciando la palese serenità del clima – che non legittima certo una lettura simile della situazione – mi sorge spontanea una domanda: da quando in qua un esecutore parla di significati?
Ma mentre Rebonato dimostra quant’è tenero, Flavio Tosi non smette di dimostrare quant’è sindaco. «E’ assurdo, Tosi fa un’ordinanza e noi presentiamo ricorso, e lo vinciamo. E allora Tosi fa un’altra ordinanza e noi ripresentiamo ricorso» tuona Carla Corsi, presidente del comitato per i diritti civili delle prostitute. «Non sappiamo ancora di preciso in che termini interverremo, dobbiamo ancora confrontarci con i nostri avvocati. Intanto speriamo nell’intervento di qualche magistrato, che prenda dei provvedimenti e interrompa la follia di Tosi». Gianni Zardini, presidente del circolo Pink, focalizza la critica sull’ordinanza: «Il problema di questa ordinanza è che manca di volontà costruttiva, è solo repressiva. La prostituzione non è un problema ma una realtà. Non riusciranno a eliminarla. È il mestiere più vecchio del mondo, nel 600 al posto di palazzo Barbieri c’erano loro, le prostitute, che battevano negli arcovoli dell’Arena. Cosa pensa Tosi, di eliminarle con un’ordinanza?».
Nella prostituzione certo qualcosa non va ed in merito ribollono ancora le parole di Carol Pateman: “Quando i corpi delle donne vengono messi in vendita come merci sul mercato capitalistico, i termini del contratto originario non possono essere dimenticati; la legge del diritto sessuale maschile viene affermata pubblicamente, e gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne – ecco che cosa c’è che non va nella prostituzione”.
Intanto a Gaza si continua a morire.

Ale,6

Lo scacciapensieri

Ieri il dottor Salvini (direttore amministrativo) e il dottor Rebonato (direttore dell’economato) si sono presentati nell’aula 1.6 per chiarire alcuni aspetti sull’utilizzo della stessa. In buona sostanza nel periodo esami l’aula resterà autogestita dagli studenti – già adibita ad aula studio in risposta al puntuale problema del tutto-esaurito. Alcuni studenti si sono proposti come responsabili detentori delle chiavi ma il dottor Rebonato, solitamente molto pacato, d’improvviso s’è quasi adirato – lo ricordo visibilmente disorientato – e con poche parole ha dimostrato quanto tutto questo lo senta come una sfida a braccio di ferro: «darvi una copia delle chiavi significherebbe fare quattro passi indietro». Tralasciando la palese serenità del clima – che non legittima certo una lettura simile della situazione – mi sorge spontanea una domanda: da quando in qua un esecutore parla di significati?
Ma mentre Rebonato dimostra quant’è tenero, Flavio Tosi non smette di dimostrare quant’è sindaco. «E’ assurdo, Tosi fa un’ordinanza e noi presentiamo ricorso, e lo vinciamo. E allora Tosi fa un’altra ordinanza e noi ripresentiamo ricorso» tuona Carla Corsi, presidente del comitato per i diritti civili delle prostitute. «Non sappiamo ancora di preciso in che termini interverremo, dobbiamo ancora confrontarci con i nostri avvocati. Intanto speriamo nell’intervento di qualche magistrato, che prenda dei provvedimenti e interrompa la follia di Tosi». Gianni Zardini, presidente del circolo Pink, focalizza la critica sull’ordinanza: «Il problema di questa ordinanza è che manca di volontà costruttiva, è solo repressiva. La prostituzione non è un problema ma una realtà. Non riusciranno a eliminarla. È il mestiere più vecchio del mondo, nel 600 al posto di palazzo Barbieri c’erano loro, le prostitute, che battevano negli arcovoli dell’Arena. Cosa pensa Tosi, di eliminarle con un’ordinanza?».
Nella prostituzione certo qualcosa non va ed in merito ribollono ancora le parole di Carol Pateman: “Quando i corpi delle donne vengono messi in vendita come merci sul mercato capitalistico, i termini del contratto originario non possono essere dimenticati; la legge del diritto sessuale maschile viene affermata pubblicamente, e gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne – ecco che cosa c’è che non va nella prostituzione”.
Intanto a Gaza si continua a morire.

Ale,6

>Che cos’è una vita minuscola?

>Che cos’è una vita minuscola? E’ solo nell’insieme degli attraversamenti, dei contatti, delle relazioni e delle prossimità che essa intrattiene con le altre vite che qualcosa come una vita minuscola può darsi. Non semplicemente in un particolare rapporto gerarchico in cui essa può essere intrappolata. Una vita non è minuscola perché è costretta nella forma servo, nella forma impiegato, dipendente: il minuscolo non è il subordinato, il sottomesso. O almeno, non lo è se non in modo accidentale e come indeterminato. Minuscolo non sta ad una relazione duale (servo-padrone, suddito-sovrano, fedele-dio), ma ad un intero campo di relazioni, in costante movimento, dalle connessioni tanto plurali quanto mutevoli. In particolare, minuscola sarà quella vita che passerà a fianco delle altre senza lasciare una traccia di questo passaggio, scivolando nell’inapparenza senza una stonatura, senza un’attrito, come l’acqua che scorre sul vetro senza rigarlo o inciderlo. Minuscola è così quella vita che non ha toccato le altre, che piuttosto si è inserita negli interstizi lasciate da quelle. Una vita che ha preso il suo posto all’interno degli ingranaggi in cui avrebbe dovuto muoversi; un posto così a misura, così definito, con i suoi doveri, i suoi obblighi, i suoi privilegi particolari, la sua giusta retribuzione e i suoi giusti incarichi (“Sono solo un esecutore!”), da non volersi mai scontrare mai con le vite degli altri. Senza un incontro, senza un conflitto, come si deve. La prestazione specifica di questa vita è quella di essere senza essere, funzionare, paradossalmente, senza che la loro presenza si lasci percepire. Essi devono rendere efficace la macchina attraverso il loro lavoro, armoniosamente, evitare le interruzioni del movimento, le soste, gli inciampi che possono originarsi nei più diversi modi: un incontro, una relazione sentimentale, un impulso di ribellione, la deriva dell’individualità rispetto alla norma del funzionamento. Avvocati, questori, procuratori, segretari, responsabili, tutti si muovono secondo uno schema predefinito, seguendo movimenti minuziosamente prestabiliti; bulloni, piccole viti/e fabbricate ad arte per funzionare e girare assieme alle altre, con la sicurezza di essere parte di qualcosa di armonioso, comme il faut, senza la preoccupazione di stonare, di farsi dettaglio. A questo punto, è solo facendoci ingombranti, è solo lasciando sentire tutto l’eccessivo peso della nostra presenza, che potremo, in qualche modo, lasciar emergere ciò che non sta a questo dispositivo di riduzione ma che tuttavia resta come conficcato al suo cuore, e cioè proprio quello che noi siamo. Inciampo, ingombro, attrito.

Marco

Che cos’è una vita minuscola?

Che cos’è una vita minuscola? E’ solo nell’insieme degli attraversamenti, dei contatti, delle relazioni e delle prossimità che essa intrattiene con le altre vite che qualcosa come una vita minuscola può darsi. Non semplicemente in un particolare rapporto gerarchico in cui essa può essere intrappolata. Una vita non è minuscola perché è costretta nella forma servo, nella forma impiegato, dipendente: il minuscolo non è il subordinato, il sottomesso. O almeno, non lo è se non in modo accidentale e come indeterminato. Minuscolo non sta ad una relazione duale (servo-padrone, suddito-sovrano, fedele-dio), ma ad un intero campo di relazioni, in costante movimento, dalle connessioni tanto plurali quanto mutevoli. In particolare, minuscola sarà quella vita che passerà a fianco delle altre senza lasciare una traccia di questo passaggio, scivolando nell’inapparenza senza una stonatura, senza un’attrito, come l’acqua che scorre sul vetro senza rigarlo o inciderlo. Minuscola è così quella vita che non ha toccato le altre, che piuttosto si è inserita negli interstizi lasciate da quelle. Una vita che ha preso il suo posto all’interno degli ingranaggi in cui avrebbe dovuto muoversi; un posto così a misura, così definito, con i suoi doveri, i suoi obblighi, i suoi privilegi particolari, la sua giusta retribuzione e i suoi giusti incarichi (“Sono solo un esecutore!”), da non volersi mai scontrare mai con le vite degli altri. Senza un incontro, senza un conflitto, come si deve. La prestazione specifica di questa vita è quella di essere senza essere, funzionare, paradossalmente, senza che la loro presenza si lasci percepire. Essi devono rendere efficace la macchina attraverso il loro lavoro, armoniosamente, evitare le interruzioni del movimento, le soste, gli inciampi che possono originarsi nei più diversi modi: un incontro, una relazione sentimentale, un impulso di ribellione, la deriva dell’individualità rispetto alla norma del funzionamento. Avvocati, questori, procuratori, segretari, responsabili, tutti si muovono secondo uno schema predefinito, seguendo movimenti minuziosamente prestabiliti; bulloni, piccole viti/e fabbricate ad arte per funzionare e girare assieme alle altre, con la sicurezza di essere parte di qualcosa di armonioso, comme il faut, senza la preoccupazione di stonare, di farsi dettaglio. A questo punto, è solo facendoci ingombranti, è solo lasciando sentire tutto l’eccessivo peso della nostra presenza, che potremo, in qualche modo, lasciar emergere ciò che non sta a questo dispositivo di riduzione ma che tuttavia resta come conficcato al suo cuore, e cioè proprio quello che noi siamo. Inciampo, ingombro, attrito.

Marco

Se lo spazio si svuota

Per questa settimana l’aula 1.6 è aperta agli studenti. Tuttavia c’è un problema centrale: gli studenti rischiano di non avere più uno spazio. La decisione dal rettorato è infatti quella di restituire alla consueta programmazione protocollare l’aula 1.6. Didattica e non più autoformazione.
Accade un movimento interessante che coinvolge la rappresentanza. Alle rimostranze dello studente è infatti sovrapposta (dall’alto) la delegittimazione della rappresentanza.
Sono i rappresentanti a poter parlare; sono loro il canale per la costruzione propria di qualcosa nell’Ateneo. Lo studente diviene dunque prima muto, e poi numero, quantità che sostiene la rappresentanza.
Dopo il codice della matricola è calcato sulla pelle anche il numero statistico di contributo all’elezione.
E’ in questo modo che si prova a capovolgere il meccanismo che allontana – differenziato – lo studente dallo studente. Ulteriore lontananza che criticizza il dialogo.
Se la rappresentanza non si svuota con il dialogo che la costruisce, lo studente ha ancora identità propria nella partecipazione. Se lo spazio per gli studenti non si svuota con il dialogo che la costruisce, lo studente ha ancora una identità propria nella partecipazione.
Si tratta di un invito.
Rughe

>Se lo spazio si svuota

>

Per questa settimana l’aula 1.6 è aperta agli studenti. Tuttavia c’è un problema centrale: gli studenti rischiano di non avere più uno spazio. La decisione dal rettorato è infatti quella di restituire alla consueta programmazione protocollare l’aula 1.6. Didattica e non più autoformazione.
Accade un movimento interessante che coinvolge la rappresentanza. Alle rimostranze dello studente è infatti sovrapposta (dall’alto) la delegittimazione della rappresentanza.
Sono i rappresentanti a poter parlare; sono loro il canale per la costruzione propria di qualcosa nell’Ateneo. Lo studente diviene dunque prima muto, e poi numero, quantità che sostiene la rappresentanza.
Dopo il codice della matricola è calcato sulla pelle anche il numero statistico di contributo all’elezione.
E’ in questo modo che si prova a capovolgere il meccanismo che allontana – differenziato – lo studente dallo studente. Ulteriore lontananza che criticizza il dialogo.
Se la rappresentanza non si svuota con il dialogo che la costruisce, lo studente ha ancora identità propria nella partecipazione. Se lo spazio per gli studenti non si svuota con il dialogo che la costruisce, lo studente ha ancora una identità propria nella partecipazione.
Si tratta di un invito.
Rughe