Una notte a Torino

Notturno. Il passeggio tra lampioni ed ostacoli: marciapiedi, cestini, impalcature. Eravamo in cinque alle tre e mezza del mattino. Tornando verso la nostra casa. Stavamo, percorsi dalle conversazioni, divisi in due piccoli gruppi: davanti in tre e dietro in due. C’erano anche due amici che non abitano qui, ma ospiti da noi quella notte. La via che arriva fino all’enorme portone scuro è un rettilineo percorso da tram e dal vento, che da un fiume arriva all’altro. C’erano delle persone all’altro estremo della via: un gruppo di ragazzi, rumorosi, ma non ricordo altro. Come un mucchio di figure nere transita accanto, così stavano loro. Dicono che ci superarono, ed io non ricordo, fino al punto in cui le urla mi fermarono, insieme al mio passeggero, la persona che con me percorreva la strada, dietro, un pò lontano, dal terzetto più avanti. Ci siamo girati ed il mucchio è diventato una raffica di pugni. Non ricordo il momento, ma la testa ha cominciato a bruciare e mi sono chinato. Poi delle persone nervose mi hanno pregato di sdraiarmi, bagnandomi il volto. Poi stringevo una mano e mi preoccupavo di far capire che ero lucido. Il mio compagno aveva il ghiaccio al labbro, ed anche uno di quelli che stavano avanti, tornato in soccorso, è stato colpito al collo, alla gamba e poco sopra l’occhio. Il mucchio s’era allontanato, senza troppa fretta. Un pezzo di cintura, dove si stringono i pantaloni, era rimasto accanto a noi.
Rughe

Verona 20 febbraio

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Neanche un mese fa a Verona pioveva un sacco, tanto che di sera il mio Virgilio cercava di mostrarmi almeno piazza Dante, ma Cristo come pioveva, e poi c’avevo le Clark contraffatte, che non ci han pensato due volte a marcire all’istante. Però è bella piazza Dante, no? Si fanno tutti quei bellissimi aperitivi… Lo spritzino delle sei… Facile la vita eh? Con lo spritzino… Pioveva dunque e ho visto tutto come in carrellata, coi piedi zuppi, non si riusciva mica a godercisi la piazza Dante. Poi l’Adige, impetuoso, elegante, parabolico e l’ambra dei pezzi di Roma, le luci basse e calde, i riflessi delle luci basse e calde e dell’ambra dei pezzi di Roma giù lungo l’Adige, impetuoso, elegante, profondo. Pioveva ancora. E allora una birra, coi piedi bagnati. La deriva bagnata è particolare, alla fine ti incula.

Il giorno 2 c’erano un sacco di bandiere nere davanti all’Università e gente che si aizzava verso qualcosa. Poi altra gente vestita di scuro, questa volta più precisi, coordinati, con le armature e gli scudi, che premevano perché si mettessero giù i cartelli. Non so bene se per i neri del primo tipo o per quelli del secondo, ma mi si stringevano il petto e la gola, che quasi mi veniva da piangere. Gli altri sembrava che no, alla fine loro c’eran più abituati forse, e suonavan per terra con un pezzo di charleston.
C’è un bel dipartimento di filosofia poi, a Verona. Anzi forse non è un dipartimento di filosofia e basta, forse è spurio, però ci son gli armadietti con le opere di Kant in originale, a caratteri gotici. E un sacco di libri, vorrei proprio vedere chi se li legge quei libri, perdio, di Wolff, in tedesco anche quelli, mi sembra. L’opera completa. E poi si è aperta una porta lungo il corridoio di filosofia, e c’era la voce di uno, e cercavo di captare bene la voce, intanto, perché il resto non lo vedevo.

Una cassa di radicchio a Verona costa circa tre euro. Una cassa! Dopo però è un pò impegnativo cucinarlo tutto prima che marcisca, è una corsa contro il tempo. Per questo ci son dei ragazzi che hanno organizzato un aperitivo in osteria, così poi si poteva cucinare non dico tutta la cassa, ma almeno metà della cassa dei radicchi. Dopo l’aperitivo han suonato, i ragazzi, ma c’era un signore attempato e ubriaco che si è lamentato perché ci si divertiva senza architettura, troppo convivio e pochi accordi. Che la musica o la fai tutta la vita o non è che puoi improvvisare così. Perdio, va bene, lo puoi fare, son ragazzi, potran pure divertirsi, però vuoi mettere con chi ha dato la vita, alla musica? Lui l’aveva data la vita, alla musica, diceva. E allora te lo guardi e pensi: questo qua l’ha data la vita, alla musica, forse. Ma non sarà mica che la rivuole indietro adesso, da noi?

Aleinala

Anche se vien giù la tempesta

Selvaggi sulle colline si arrampicano, discendono, si disperdono tra i cipressi rimanendo per sempre visibili dalle case più base, lungo il fiume. Ombre oscurate al riparo dal sole tra le fronde. Poi, avvolti in corti grembiuli neri, corrono gli abitanti delle torri in numerose processioni pomeridiane; inseguono apparizioni di animali che, portati dal vento, sconvolgono i cespugli come temporali. L’uomo al tamburo sta fermo al pioppo che divide il colle, tra settentrione e meridione, in due discese tremende, alla campagna, ai ponti.

Il popolo della città abita silenziosamente, con i suoi fabbricati e le sue opere, le ore soleggiate del giorno, che la notte è ferma ed è dominata dalle case senza più luci.
Le pareti nei vicoli sono un lontano ricordo delle mura altissime sui colli, dove ogni istante percorrono, vigilanti identici alle prime avventuriere della pianura, così abituali al cammino sulle strade dei raccolti.
Sembra possibile confondere un passante con un altro, così come una torre all’altra, così come un ora con quella dopo.

Immoto pomeriggio e curve di case, mai troppo elevate, tra balconi a cui s’affacciano le governanti issate sul lento lavorio del giorno. Tavole riempite e svuotate, oggetti spostati e rimessi al loro posto, divise tolte, piegate e riaperte, prima che la notte fermi ogni cosa.

Ci sono gruppi di persone che a gruppi, a collettivi, camminano urlanti nella contrada del fiume. Bandiere nere s’aprono e s’innalzano, con i tumulti, scale e pulpiti e promontori, affatto diversi dal quotidiano farsi e disfarsi delle intenzioni. Il profeta calvo discute con i figli: di leoni che della preda fanno pasto. Ad un cenno di costui, tutti i cuori sono unanimi e combattenti: c’è da avanzare innanzi al nemico, come eroi che in schiere son tutti uguali e tutti valorosi.
La muta si compone e si muove a passo lesto, con le bandiere, gli araldi e le armi pronte. Cento leoni aizzati.

Dalle torri s’avvista tempo di burrasca e le vedette urlano nei canaloni che scendono a valle: corrono tutti, fuggono dal fiume e dalla contrada oltre i ponti. E così le belve perdono il loro comandante, caduto a terra dopo uno sbandamento dei fratelli. In pochi momenti, la piazza è svuotata, prima del notturno, tra le ali che formano lo spazio perduto del deserto.

Pare che a Verona, tra cornicioni e ringhiere, accrescano in urti e in mucchi, individui in corsa con bandiere nere sulla schiena. Il carro che sostenne il comando, è lanciato solitario, nel luogo dove la tempesta è più forte. E che nemmeno le tettoie riparino i credenti che lo seguono in lunghi balzi.

Tettoia

Le violenze razziste, la strage di Firenze, le responsabilità di CasaPound

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Pietro Grossi, scrittore fiorentino, scrive sul Corriere della Sera del 14 Dicembre che “il razzismo in Italia non esiste” e che il duplice assassinio di Firenze “è da ritenersi il gesto di un pazzo, non di un invasato razzista”. Scrive ancora che “il razzismo, quello vero, è un’altra cosa” e che “appiccicare alla strage di Firenze il cartellino di razzismo, significa contribuire all’esistenza del razzismo stesso”.
Il giorno precedente, lunedì, Gianluca Casseri, militante di CasaPound (associazione i cui membri e simpatizzanti si definiscono fascisti del terzo millennio, e le cui aggressioni di stampo politico, omofobo e razzista si succedono sin dall’anno della sua nascita), autore di scritti deliranti sulla razza bianca, antisemita e negazionista, aveva ucciso a colpi di pistola due ragazzi senegalesi, ferendone altri tre nella sparatoria, per poi suicidarsi nella sua auto.
Circa una settimana prima, a Torino, il campo nomadi della Continassa era stato dato alle fiamme per vendicare il presunto stupro di una ragazzina, che aveva indicato genericamente alcuni “zingari” come i responsabili dell’accaduto. Poco dopo la ragazzina avrebbe confessato che si era inventata tutto.
Quattro giorni dopo la strage di Firenze, a Verona, quattro ragazzini aggrediscono un tredicenne srilankese, prima spintonandolo, poi colpendolo con una spranga di ferro, ed infine versandogli addosso della birra da una bottiglia. Il giorno prima si erano rivolti al ragazzino con insulti razzisti.
A questo punto, bisogna innanzitutto capire che tipo di stupefacente avesse assunto Grossi prima di scrivere l’articolo, ma soprattutto (e l’analisi dell’articolo preso in considerazione serve proprio a questo) bisogna chiedersi per quale motivo, anche dopo gli ennesimi fatti di cronaca di questo tipo, una grossa fetta dell’opinione pubblica la pensi ancora come lo scrittore fiorentino, derubricando tali orrori come semplici ed imprevedibili atti di follia, che nulla hanno a che vedere con una “vera” violenza razzista.
Inoltre, nel caso specifico dei fatti di Firenze, il responsabile della strage non si può affatto definire una persona isolata dal mondo esterno, in quanto militante di un gruppo (CasaPound) che in questi ultimi anni (sul sito ideodromocasapound.org) aveva accolto a braccia aperte i suoi deliranti contributi “intellettuali” (Gianluca Iannone, leader di CasaPound, in un’intervista di Lucia Annunziata definisce Casseri proprio un intellettuale). Quindi, sostenere che il duplice assassinio è da considerare semplicemente il “gesto di un folle” (parole, queste, anche del sindaco di Firenze Matteo Renzi), significa chiudere gli occhi anche su questa realtà, la quale, mascherandosi da Associazione di Promozione Sociale, veicola e si fa portatrice di ideologie di chiara (e rivendicata) ispirazione fascista, che presentano, al loro interno, tutte le peggiori declinazioni e mitologie derivanti dal mondo dell’estrema destra.
Come scrive Saverio Ferrari sul Manifesto: “Ieri notte da Roma è stata indirizzata a tutti i responsabili locali di CasaPound la seguente email: «Comunicazione interna urgente e riservata. Fare quadrato ora significa: negare la sua (di Casseri, ndr) appartenenza al movimento, cancellare ogni traccia, stare zitti e far parlare solo i dirigenti autorizzati». Troppo tardi.”
Chopin Hauer