Verona 20 febbraio
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Il giorno 2 c’erano un sacco di bandiere nere davanti all’Università e gente che si aizzava verso qualcosa. Poi altra gente vestita di scuro, questa volta più precisi, coordinati, con le armature e gli scudi, che premevano perché si mettessero giù i cartelli. Non so bene se per i neri del primo tipo o per quelli del secondo, ma mi si stringevano il petto e la gola, che quasi mi veniva da piangere. Gli altri sembrava che no, alla fine loro c’eran più abituati forse, e suonavan per terra con un pezzo di charleston.
C’è un bel dipartimento di filosofia poi, a Verona. Anzi forse non è un dipartimento di filosofia e basta, forse è spurio, però ci son gli armadietti con le opere di Kant in originale, a caratteri gotici. E un sacco di libri, vorrei proprio vedere chi se li legge quei libri, perdio, di Wolff, in tedesco anche quelli, mi sembra. L’opera completa. E poi si è aperta una porta lungo il corridoio di filosofia, e c’era la voce di uno, e cercavo di captare bene la voce, intanto, perché il resto non lo vedevo.
Una cassa di radicchio a Verona costa circa tre euro. Una cassa! Dopo però è un pò impegnativo cucinarlo tutto prima che marcisca, è una corsa contro il tempo. Per questo ci son dei ragazzi che hanno organizzato un aperitivo in osteria, così poi si poteva cucinare non dico tutta la cassa, ma almeno metà della cassa dei radicchi. Dopo l’aperitivo han suonato, i ragazzi, ma c’era un signore attempato e ubriaco che si è lamentato perché ci si divertiva senza architettura, troppo convivio e pochi accordi. Che la musica o la fai tutta la vita o non è che puoi improvvisare così. Perdio, va bene, lo puoi fare, son ragazzi, potran pure divertirsi, però vuoi mettere con chi ha dato la vita, alla musica? Lui l’aveva data la vita, alla musica, diceva. E allora te lo guardi e pensi: questo qua l’ha data la vita, alla musica, forse. Ma non sarà mica che la rivuole indietro adesso, da noi?
Anche se vien giù la tempesta
Il popolo della città abita silenziosamente, con i suoi fabbricati e le sue opere, le ore soleggiate del giorno, che la notte è ferma ed è dominata dalle case senza più luci.
Le pareti nei vicoli sono un lontano ricordo delle mura altissime sui colli, dove ogni istante percorrono, vigilanti identici alle prime avventuriere della pianura, così abituali al cammino sulle strade dei raccolti.
Sembra possibile confondere un passante con un altro, così come una torre all’altra, così come un ora con quella dopo.
Immoto pomeriggio e curve di case, mai troppo elevate, tra balconi a cui s’affacciano le governanti issate sul lento lavorio del giorno. Tavole riempite e svuotate, oggetti spostati e rimessi al loro posto, divise tolte, piegate e riaperte, prima che la notte fermi ogni cosa.
Ci sono gruppi di persone che a gruppi, a collettivi, camminano urlanti nella contrada del fiume. Bandiere nere s’aprono e s’innalzano, con i tumulti, scale e pulpiti e promontori, affatto diversi dal quotidiano farsi e disfarsi delle intenzioni. Il profeta calvo discute con i figli: di leoni che della preda fanno pasto. Ad un cenno di costui, tutti i cuori sono unanimi e combattenti: c’è da avanzare innanzi al nemico, come eroi che in schiere son tutti uguali e tutti valorosi.
La muta si compone e si muove a passo lesto, con le bandiere, gli araldi e le armi pronte. Cento leoni aizzati.
Dalle torri s’avvista tempo di burrasca e le vedette urlano nei canaloni che scendono a valle: corrono tutti, fuggono dal fiume e dalla contrada oltre i ponti. E così le belve perdono il loro comandante, caduto a terra dopo uno sbandamento dei fratelli. In pochi momenti, la piazza è svuotata, prima del notturno, tra le ali che formano lo spazio perduto del deserto.
Pare che a Verona, tra cornicioni e ringhiere, accrescano in urti e in mucchi, individui in corsa con bandiere nere sulla schiena. Il carro che sostenne il comando, è lanciato solitario, nel luogo dove la tempesta è più forte. E che nemmeno le tettoie riparino i credenti che lo seguono in lunghi balzi.
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