Verona 20 febbraio

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Neanche un mese fa a Verona pioveva un sacco, tanto che di sera il mio Virgilio cercava di mostrarmi almeno piazza Dante, ma Cristo come pioveva, e poi c’avevo le Clark contraffatte, che non ci han pensato due volte a marcire all’istante. Però è bella piazza Dante, no? Si fanno tutti quei bellissimi aperitivi… Lo spritzino delle sei… Facile la vita eh? Con lo spritzino… Pioveva dunque e ho visto tutto come in carrellata, coi piedi zuppi, non si riusciva mica a godercisi la piazza Dante. Poi l’Adige, impetuoso, elegante, parabolico e l’ambra dei pezzi di Roma, le luci basse e calde, i riflessi delle luci basse e calde e dell’ambra dei pezzi di Roma giù lungo l’Adige, impetuoso, elegante, profondo. Pioveva ancora. E allora una birra, coi piedi bagnati. La deriva bagnata è particolare, alla fine ti incula.

Il giorno 2 c’erano un sacco di bandiere nere davanti all’Università e gente che si aizzava verso qualcosa. Poi altra gente vestita di scuro, questa volta più precisi, coordinati, con le armature e gli scudi, che premevano perché si mettessero giù i cartelli. Non so bene se per i neri del primo tipo o per quelli del secondo, ma mi si stringevano il petto e la gola, che quasi mi veniva da piangere. Gli altri sembrava che no, alla fine loro c’eran più abituati forse, e suonavan per terra con un pezzo di charleston.
C’è un bel dipartimento di filosofia poi, a Verona. Anzi forse non è un dipartimento di filosofia e basta, forse è spurio, però ci son gli armadietti con le opere di Kant in originale, a caratteri gotici. E un sacco di libri, vorrei proprio vedere chi se li legge quei libri, perdio, di Wolff, in tedesco anche quelli, mi sembra. L’opera completa. E poi si è aperta una porta lungo il corridoio di filosofia, e c’era la voce di uno, e cercavo di captare bene la voce, intanto, perché il resto non lo vedevo.

Una cassa di radicchio a Verona costa circa tre euro. Una cassa! Dopo però è un pò impegnativo cucinarlo tutto prima che marcisca, è una corsa contro il tempo. Per questo ci son dei ragazzi che hanno organizzato un aperitivo in osteria, così poi si poteva cucinare non dico tutta la cassa, ma almeno metà della cassa dei radicchi. Dopo l’aperitivo han suonato, i ragazzi, ma c’era un signore attempato e ubriaco che si è lamentato perché ci si divertiva senza architettura, troppo convivio e pochi accordi. Che la musica o la fai tutta la vita o non è che puoi improvvisare così. Perdio, va bene, lo puoi fare, son ragazzi, potran pure divertirsi, però vuoi mettere con chi ha dato la vita, alla musica? Lui l’aveva data la vita, alla musica, diceva. E allora te lo guardi e pensi: questo qua l’ha data la vita, alla musica, forse. Ma non sarà mica che la rivuole indietro adesso, da noi?

Aleinala

Anche se vien giù la tempesta

Selvaggi sulle colline si arrampicano, discendono, si disperdono tra i cipressi rimanendo per sempre visibili dalle case più base, lungo il fiume. Ombre oscurate al riparo dal sole tra le fronde. Poi, avvolti in corti grembiuli neri, corrono gli abitanti delle torri in numerose processioni pomeridiane; inseguono apparizioni di animali che, portati dal vento, sconvolgono i cespugli come temporali. L’uomo al tamburo sta fermo al pioppo che divide il colle, tra settentrione e meridione, in due discese tremende, alla campagna, ai ponti.

Il popolo della città abita silenziosamente, con i suoi fabbricati e le sue opere, le ore soleggiate del giorno, che la notte è ferma ed è dominata dalle case senza più luci.
Le pareti nei vicoli sono un lontano ricordo delle mura altissime sui colli, dove ogni istante percorrono, vigilanti identici alle prime avventuriere della pianura, così abituali al cammino sulle strade dei raccolti.
Sembra possibile confondere un passante con un altro, così come una torre all’altra, così come un ora con quella dopo.

Immoto pomeriggio e curve di case, mai troppo elevate, tra balconi a cui s’affacciano le governanti issate sul lento lavorio del giorno. Tavole riempite e svuotate, oggetti spostati e rimessi al loro posto, divise tolte, piegate e riaperte, prima che la notte fermi ogni cosa.

Ci sono gruppi di persone che a gruppi, a collettivi, camminano urlanti nella contrada del fiume. Bandiere nere s’aprono e s’innalzano, con i tumulti, scale e pulpiti e promontori, affatto diversi dal quotidiano farsi e disfarsi delle intenzioni. Il profeta calvo discute con i figli: di leoni che della preda fanno pasto. Ad un cenno di costui, tutti i cuori sono unanimi e combattenti: c’è da avanzare innanzi al nemico, come eroi che in schiere son tutti uguali e tutti valorosi.
La muta si compone e si muove a passo lesto, con le bandiere, gli araldi e le armi pronte. Cento leoni aizzati.

Dalle torri s’avvista tempo di burrasca e le vedette urlano nei canaloni che scendono a valle: corrono tutti, fuggono dal fiume e dalla contrada oltre i ponti. E così le belve perdono il loro comandante, caduto a terra dopo uno sbandamento dei fratelli. In pochi momenti, la piazza è svuotata, prima del notturno, tra le ali che formano lo spazio perduto del deserto.

Pare che a Verona, tra cornicioni e ringhiere, accrescano in urti e in mucchi, individui in corsa con bandiere nere sulla schiena. Il carro che sostenne il comando, è lanciato solitario, nel luogo dove la tempesta è più forte. E che nemmeno le tettoie riparino i credenti che lo seguono in lunghi balzi.

Tettoia

…cosa sta succedendo in Veronetta

Mercoledì 12 Ottobre ore 21.25: la polizia entra al circolo Arci Cañara dove è in corso la festa del collettivo StudiareConLentezza, a seguito di diverse segnalazioni arrivate (dice il poliziotto) a partire dalle ore 7 per il disturbo provocato dalla musica.
Punto primo: alle ore 7 la musica era spenta, perchè erano ancora in corso i preparativi.
Punto secondo: il locale ha il permesso di fare musica fino a tardi, ma nonostante questo la polizia ha ritenuto opportuno assecondare le lamentele di presunti vicini e segnalare il “reato” in centrale, minacciando la possibilità di una multa al locale. Erano le 9 e mezza.
Vogliono far chiudere il Malacarne. Nell’articolo sull’Arena uscito il 13 Ottobre si parla di un comitato di residenti che ha indicato il locale come il responsabile dell’invivibilità notturna di Veronetta e dello spaccio di droga che avviene nei dintorni. Il Comune sembrerebbe avere già un provvedimento pronto per farlo chiudere.
Chi frequenta il Malacarne avrà notato da subito l’assurdità di tali denunce (manovrate dall’alto?) sporte soltanto nei confronti di questo bar/associazione culturale, che rappresenta una delle poche resistenze nel panorama di bar e locali fighetto-universitari in continua proliferazione, che rimangono intoccabili visti gli agganci dei loro gestori con le persone che contano all’interno del Comune, e che invece, proprio per quanto riguarda il disturbo alla quiete pubblica e lo spaccio di droga, dovrebbero essere i primi nella lista dei controlli della polizia.
Ma si capisce come l’intento di Tosi e dei suoi colleghi leghisti sia quello di eliminare qualsiasi realtà ritenuta pericolosa e portatrice di pensieri non sintonizzati sui canali della cultura xenofobo-securitaria dominante. E purtroppo questo intento, se non ci si muove per fermarlo, lentamente raggiungerà i suoi risultati, in un’indifferenza come sempre sconcertante, tipica del veronese medio.
Bisogna muoversi, in tempo, contro queste politiche mafiose che questa giunta leghista continua a portare avanti per far tacere le voci del dissenso.
Saranno servite queste mie parole? Non lo so, ma sentivo di doverle scrivere.

Chopin Hauer

>…cosa sta succedendo in Veronetta

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Mercoledì 12 Ottobre ore 21.25: la polizia entra al circolo Arci Cañara dove è in corso la festa del collettivo StudiareConLentezza, a seguito di diverse segnalazioni arrivate (dice il poliziotto) a partire dalle ore 7 per il disturbo provocato dalla musica.
Punto primo: alle ore 7 la musica era spenta, perchè erano ancora in corso i preparativi.
Punto secondo: il locale ha il permesso di fare musica fino a tardi, ma nonostante questo la polizia ha ritenuto opportuno assecondare le lamentele di presunti vicini e segnalare il “reato” in centrale, minacciando la possibilità di una multa al locale. Erano le 9 e mezza.
Vogliono far chiudere il Malacarne. Nell’articolo sull’Arena uscito il 13 Ottobre si parla di un comitato di residenti che ha indicato il locale come il responsabile dell’invivibilità notturna di Veronetta e dello spaccio di droga che avviene nei dintorni. Il Comune sembrerebbe avere già un provvedimento pronto per farlo chiudere.
Chi frequenta il Malacarne avrà notato da subito l’assurdità di tali denunce (manovrate dall’alto?) sporte soltanto nei confronti di questo bar/associazione culturale, che rappresenta una delle poche resistenze nel panorama di bar e locali fighetto-universitari in continua proliferazione, che rimangono intoccabili visti gli agganci dei loro gestori con le persone che contano all’interno del Comune, e che invece, proprio per quanto riguarda il disturbo alla quiete pubblica e lo spaccio di droga, dovrebbero essere i primi nella lista dei controlli della polizia.
Ma si capisce come l’intento di Tosi e dei suoi colleghi leghisti sia quello di eliminare qualsiasi realtà ritenuta pericolosa e portatrice di pensieri non sintonizzati sui canali della cultura xenofobo-securitaria dominante. E purtroppo questo intento, se non ci si muove per fermarlo, lentamente raggiungerà i suoi risultati, in un’indifferenza come sempre sconcertante, tipica del veronese medio.
Bisogna muoversi, in tempo, contro queste politiche mafiose che questa giunta leghista continua a portare avanti per far tacere le voci del dissenso.
Saranno servite queste mie parole? Non lo so, ma sentivo di doverle scrivere.

Chopin Hauer

I luoghi della marca: città e immagini

“se ami qualcuno portalo a Verona…”

La città è impegnata in una costante produzione di immagini. Sono immagini di sé che ne costruiscono il suo apparire in un certo modo, ponendone in evidenza un’angolazione, un preciso sguardo viene attratto. Oppure immagini che sottolineano le sue diverse proposte: più che uno zoom su un dettaglio, si presentano come immagini totalizzanti della città, un preconfezionamento tendente al migliore dei consumi possibili. O ancora, immagini che ripropongono ciò che essa è già, nell’apparenza o nel “reale”, sedimentando così il corpo della città e le sue sfumature.

La città produce immagini e con queste si vende al prossimo. Sono immagini che riguardano una sua certa prospettiva, un mettere a fuoco un dettaglio e riproporlo totalizzante, in modo che tra questo, le altre immagini e il nome della città si intrecci un rimandarsi l’un l’altro immediato. Immagini che confluiscono nel nome stesso della città, ne producono il peso, l’appetibilità. Verona città romana partecipa alla Verona Romeo e Giulietta, ne prende parte. Così ogni città sotto il nome di Verona, piuttosto che essere in conflitto con tutte le altre, partecipa alla marca e ne va a delineare alcune curve, a smussare angolature in modo che ogni faccia abbia ancora più sex appeal. Un lavoro di spontanea precisione: nella stessa misura in cui un turista che va in Italia non può non vedere Roma o Venezia (o una qualsiasi città che compone la marca Italia), una città-marca non può scostarsi troppo da un suo flusso, da una sua inerzia, dal dover rispettare il percorso che essa stessa ha inaugurato. Meglio, non vuole. Tutto quello che ha è la sua inerzia e la sua attitudine a dare precisi ritocchi capaci di mantenerla sul mercato.

La città-marca, dunque: il suo governo non è altro che un grande gioco di marketing in cui la sfida è vendere al meglio il prodotto attraverso un’alchimia di segni, simboli, codici, macchine aleatorie, referenze culturali. Il tutto totalmente liberi dal problema della merce: non esiste il prodotto in realtà, esso si esaurisce nelle 1500 fotine scattate alla Sagrada Familia, nella coppetta di orxata o nella mano sulla tetta di Giulietta. Esiste solo la marca, fluida, multisfaccettata, serpeggiante, onnipresente, invadente. L’impianto della città non poggia più sulle fondamenta della produzione, ormai tenuta e trattenuta ai margini, ma sulla vendibilità della propria immagine – e dunque, ad esempio, sulla cura e conservazione della città stessa, o chirurgico rinnovo impregnato di tecnologia, arte contemporanea e futuro. Tendenza all’eterna novità, propulsione verso la sempre più vincente convenienza dell’offerta, massiccia occupazione di territorio, euforica messa in posa di sé stessa. Quali forze muovono tutto questo? Che vita si sta producendo nelle città? Non si tratta più di sola museificazione e spettacolarizzazione della storia: le “domeniche in bicicletta” promosse dalla sinistra ecologista, le zone pedonali chiuse alle autovetture, i parcheggi a pagamento lontani dal centro storico ma collegati ad esso attraverso i trasporti pubblici, ed altri lievi spostamenti del flusso continuo, in aggiunta alle offerte della marca, non seguono forse una strategia comune che si spinge ormai al di là della città-museo?

Nella città-marca c’è spazio per chiunque: essa riesce a (in)trattenere sia i turisti che i cittadini che disprezzano il turismo -o anche solo una sua parte- nella “propria” città. Turisti e cittadini dunque, ma anche chi rimane emarginato dalla città, dimenticato e oppresso, rientra in essa: se ne marca la sua marginalità, se ne traccia la distanza dall’offerta e la si percorre per mantenerla. Economie dell’eterodossia concessa e gestione dei diseredati rispondono ancora una volta a marche, immagini e simboli, addensati attorno alla città. Così mi chiedo: la città, proponendosi in un certo modo, non opera anche una “creazione” del cittadino? Non indirizza già il consumatore (presente in essa, ancora il cittadino), lungo le medesime direttive che essa percorre? Perché in alcune prospettive il cittadino di Verona è differente da quello di Torino? o Bologna? o Brescia? non è anche per questo modellare di cui è capace la città, lungo le traiettorie della marca? ed il turista stesso, non viene anch’esso modellato dalla città? Procede sorridente nelle strade della città che si propone attraente per lui e/o lei e qui ne viene ancor più marchiato, proprio come accade al cittadino.

Tra i passanti e la città sembra aprirsi un rapporto di tensione reciproca che ha nell’occhio stupefatto il punto d’arrivo e nell’occupazione totale e totalitaria il punto di partenza.

Oreste Zorzi

>I luoghi della marca: città e immagini

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“se ami qualcuno portalo a Verona…”

La città è impegnata in una costante produzione di immagini. Sono immagini di sé che ne costruiscono il suo apparire in un certo modo, ponendone in evidenza un’angolazione, un preciso sguardo viene attratto. Oppure immagini che sottolineano le sue diverse proposte: più che uno zoom su un dettaglio, si presentano come immagini totalizzanti della città, un preconfezionamento tendente al migliore dei consumi possibili. O ancora, immagini che ripropongono ciò che essa è già, nell’apparenza o nel “reale”, sedimentando così il corpo della città e le sue sfumature.

La città produce immagini e con queste si vende al prossimo. Sono immagini che riguardano una sua certa prospettiva, un mettere a fuoco un dettaglio e riproporlo totalizzante, in modo che tra questo, le altre immagini e il nome della città si intrecci un rimandarsi l’un l’altro immediato. Immagini che confluiscono nel nome stesso della città, ne producono il peso, l’appetibilità. Verona città romana partecipa alla Verona Romeo e Giulietta, ne prende parte. Così ogni città sotto il nome di Verona, piuttosto che essere in conflitto con tutte le altre, partecipa alla marca e ne va a delineare alcune curve, a smussare angolature in modo che ogni faccia abbia ancora più sex appeal. Un lavoro di spontanea precisione: nella stessa misura in cui un turista che va in Italia non può non vedere Roma o Venezia (o una qualsiasi città che compone la marca Italia), una città-marca non può scostarsi troppo da un suo flusso, da una sua inerzia, dal dover rispettare il percorso che essa stessa ha inaugurato. Meglio, non vuole. Tutto quello che ha è la sua inerzia e la sua attitudine a dare precisi ritocchi capaci di mantenerla sul mercato.

La città-marca, dunque: il suo governo non è altro che un grande gioco di marketing in cui la sfida è vendere al meglio il prodotto attraverso un’alchimia di segni, simboli, codici, macchine aleatorie, referenze culturali. Il tutto totalmente liberi dal problema della merce: non esiste il prodotto in realtà, esso si esaurisce nelle 1500 fotine scattate alla Sagrada Familia, nella coppetta di orxata o nella mano sulla tetta di Giulietta. Esiste solo la marca, fluida, multisfaccettata, serpeggiante, onnipresente, invadente. L’impianto della città non poggia più sulle fondamenta della produzione, ormai tenuta e trattenuta ai margini, ma sulla vendibilità della propria immagine – e dunque, ad esempio, sulla cura e conservazione della città stessa, o chirurgico rinnovo impregnato di tecnologia, arte contemporanea e futuro. Tendenza all’eterna novità, propulsione verso la sempre più vincente convenienza dell’offerta, massiccia occupazione di territorio, euforica messa in posa di sé stessa. Quali forze muovono tutto questo? Che vita si sta producendo nelle città? Non si tratta più di sola museificazione e spettacolarizzazione della storia: le “domeniche in bicicletta” promosse dalla sinistra ecologista, le zone pedonali chiuse alle autovetture, i parcheggi a pagamento lontani dal centro storico ma collegati ad esso attraverso i trasporti pubblici, ed altri lievi spostamenti del flusso continuo, in aggiunta alle offerte della marca, non seguono forse una strategia comune che si spinge ormai al di là della città-museo?

Nella città-marca c’è spazio per chiunque: essa riesce a (in)trattenere sia i turisti che i cittadini che disprezzano il turismo -o anche solo una sua parte- nella “propria” città. Turisti e cittadini dunque, ma anche chi rimane emarginato dalla città, dimenticato e oppresso, rientra in essa: se ne marca la sua marginalità, se ne traccia la distanza dall’offerta e la si percorre per mantenerla. Economie dell’eterodossia concessa e gestione dei diseredati rispondono ancora una volta a marche, immagini e simboli, addensati attorno alla città. Così mi chiedo: la città, proponendosi in un certo modo, non opera anche una “creazione” del cittadino? Non indirizza già il consumatore (presente in essa, ancora il cittadino), lungo le medesime direttive che essa percorre? Perché in alcune prospettive il cittadino di Verona è differente da quello di Torino? o Bologna? o Brescia? non è anche per questo modellare di cui è capace la città, lungo le traiettorie della marca? ed il turista stesso, non viene anch’esso modellato dalla città? Procede sorridente nelle strade della città che si propone attraente per lui e/o lei e qui ne viene ancor più marchiato, proprio come accade al cittadino.

Tra i passanti e la città sembra aprirsi un rapporto di tensione reciproca che ha nell’occhio stupefatto il punto d’arrivo e nell’occupazione totale e totalitaria il punto di partenza.

Oreste Zorzi

Zerbini

Guardati dall’esterno noi italiani siamo sempre etichettati con lo stereotipo dei mafiosi. Uno stereotipo che facciamo fatica a toglierci di dosso perché per sua stessa definizione è un’immagine rigida e noi tra l’altro non facciamo nulla per migliorare la situazione, anzi. A volte l’unico modo per ottenere qualcosa, dalla più piccola alla più grossa ed in ogni contesto, nel nostro paese è appunto attuare una sorta di mafietta, il più comune e utilizzato è la raccomandazione. Ridursi alla spintarella, all’aiutino è l’unico modo per andare avanti, nel nostro paese la parola meritocrazia non esiste, come nel dizionario di Napoleone non esiste la parola “impossible”. A volte però possono capitare anche le eccezioni, ma esse esistono solo per confermare la regola della “spintarella”. La raccomandazione la vediamo tutti i giorni passarci davanti agli occhi però non diciamo mai nulla “perché tanto si sa che è un meccanismo ormai oliato e radicato e non ci si può far nulla per cambiarlo”. Dai avanti, cercate di pensare al vostro passato e cercate di ricordare quante volte avete visto applicato il “sistema” raccomandazione, magari l’avrete anche subito di persona e vi sarà capitato di approfittare dell’aiuto della spintarella, immagino che la risposta sia molteplici volte. Ormai è un processo assodato e forse l’unico per avere dei risultati, quindi non sta a me giudicare se ne avete beneficiato perché magari ciò che avete ottenuto ve lo siete meritato, anche se avete avuto bisogno di una mano per ottenerlo. Basta quindi con questi falsi moralismi fatti da persone che sono nel bel mezzo degli ingranaggi della “macchina” raccomandazione e contribuiscono a oliarla. Abbassarsi alle regole del gioco a volte si può fare, nessuno è perfetto, basta che non diventi la consuetudine e soprattutto, se sei dentro questo sistema stai zitto o quantomeno non ostentare la tua “finta” lotta contro queste mafiette perché se no diventi un ipocrita. Zitto appunto, perché anche nell’essere aiutati ci deve essere umiltà e omertà. Zerbini si diventa, non si nasce, ma è spaventoso a volte notare quanto sono in grado di abbassarsi e farsi calpestare persone che ritenevi un tempo al di fuori di questi giochetti e tutto solo per riuscire ad ottenere qualcosa. Onestamente però ormai non c’è più da stupirsi di nulla è strano notare come le persone che credi di conoscere sono in grado di cambiare da un giorno all’altro buttando nel cesso tutta l’immagine che ti eri fatto di loro. Non ci si può far nulla, nessuno rimane mai uguale a se stesso per tutto il percorso della sua vita. Invece l’unica cosa da fare è cercare di metter in luce queste mafiette, questi infimi giochetti, di denunciarli, in modo che siano condannati e cancellati dalla nostra quotidianità, cercando di premiare chi se lo merita, non l’amico dell’amico, magari le persone non cambierebbero, non diventerebbero degli zerbini.
Rupert

>Zerbini

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Guardati dall’esterno noi italiani siamo sempre etichettati con lo stereotipo dei mafiosi. Uno stereotipo che facciamo fatica a toglierci di dosso perché per sua stessa definizione è un’immagine rigida e noi tra l’altro non facciamo nulla per migliorare la situazione, anzi. A volte l’unico modo per ottenere qualcosa, dalla più piccola alla più grossa ed in ogni contesto, nel nostro paese è appunto attuare una sorta di mafietta, il più comune e utilizzato è la raccomandazione. Ridursi alla spintarella, all’aiutino è l’unico modo per andare avanti, nel nostro paese la parola meritocrazia non esiste, come nel dizionario di Napoleone non esiste la parola “impossible”. A volte però possono capitare anche le eccezioni, ma esse esistono solo per confermare la regola della “spintarella”. La raccomandazione la vediamo tutti i giorni passarci davanti agli occhi però non diciamo mai nulla “perché tanto si sa che è un meccanismo ormai oliato e radicato e non ci si può far nulla per cambiarlo”. Dai avanti, cercate di pensare al vostro passato e cercate di ricordare quante volte avete visto applicato il “sistema” raccomandazione, magari l’avrete anche subito di persona e vi sarà capitato di approfittare dell’aiuto della spintarella, immagino che la risposta sia molteplici volte. Ormai è un processo assodato e forse l’unico per avere dei risultati, quindi non sta a me giudicare se ne avete beneficiato perché magari ciò che avete ottenuto ve lo siete meritato, anche se avete avuto bisogno di una mano per ottenerlo. Basta quindi con questi falsi moralismi fatti da persone che sono nel bel mezzo degli ingranaggi della “macchina” raccomandazione e contribuiscono a oliarla. Abbassarsi alle regole del gioco a volte si può fare, nessuno è perfetto, basta che non diventi la consuetudine e soprattutto, se sei dentro questo sistema stai zitto o quantomeno non ostentare la tua “finta” lotta contro queste mafiette perché se no diventi un ipocrita. Zitto appunto, perché anche nell’essere aiutati ci deve essere umiltà e omertà. Zerbini si diventa, non si nasce, ma è spaventoso a volte notare quanto sono in grado di abbassarsi e farsi calpestare persone che ritenevi un tempo al di fuori di questi giochetti e tutto solo per riuscire ad ottenere qualcosa. Onestamente però ormai non c’è più da stupirsi di nulla è strano notare come le persone che credi di conoscere sono in grado di cambiare da un giorno all’altro buttando nel cesso tutta l’immagine che ti eri fatto di loro. Non ci si può far nulla, nessuno rimane mai uguale a se stesso per tutto il percorso della sua vita. Invece l’unica cosa da fare è cercare di metter in luce queste mafiette, questi infimi giochetti, di denunciarli, in modo che siano condannati e cancellati dalla nostra quotidianità, cercando di premiare chi se lo merita, non l’amico dell’amico, magari le persone non cambierebbero, non diventerebbero degli zerbini.
Rupert

Dopo 4 anni di agonia, 8 di serie B

“Nel 2019 la serie A sarà nostra!”
E’ questa la promessa del sindaco di Verona Flavio Tosi che ha fatto esplodere la festa di centinaia di tifosi gialloblu in Piazza Bra, al termine della partita tra Salernitana e Verona.
“Dopo 4 anni di agonia in serie C”, prosegue Tosi, “l’impegno di lasciare la serie B in 8 anni è un punto fisso del programma della mia amministrazione, la cui scadenza non potrà essere prorogata”. Parole che hanno fatto letteralmente scoppiare di gioia il popolo dell’Hellas, incredulo davanti ad un progetto che vedrà la loro squadra del cuore raggiungere la serie maggiore in meno di un decennio.
“Una gioia incontenibile che non si vedeva dai tempi dell’annuncio delle panchine anti-barbone”, commenta Vittorio Emanuele in groppa al suo cavallo. E noi non possiamo che sottoscrivere le sue parole.

Sean Penn Hauer