FISSO QUESTO SIMBOLO

Verona. L’epidemia simbolica che colpisce ciclicamente la città in concomitanza delle elezioni – siano esse politiche o studentesche, non c’è differenza – manifesta lo stato di degrado del tessuto politico cittadino. Quando il conflitto cambia configurazione spostandosi dal piano dei discorsi a quello dei simboli, esso scivola inevitabilmente nella dimensione supervisionata dal mercato e accessibile soltanto tramite il consumo. Non tanto un consumo spettacolare, quanto un consumo più radicalmente (meta)fisico; non si tratta tanto della passività con cui spettatore osserva il teatrino dei simboli, quando piuttosto la collosità del simbolo, quella sua penetrazione massiccia in ogni faglia dell’esistenza.
***
Fisso questo simbolo, con un certo senso di dejà-vu. Nella novità delle sue forme non ritrovo altro ormai che la consueta ingiunzione al consumo: logo e marca leggermente differenti, ma la stessa funzionalità e la stessa sostituibilità di tutti gli altri. Sullo scaffale elettorale, così come sui muri dei vicoli della città, ecco susseguirsi le vedette della politica: fulmini, tartarughe, tricolori, gentili silouhettes ammiccanti, croci e qualche rara falce, una lettera cerchiata. Il simbolo, la protesi contemporanea per le identità politiche in crisi, la promessa più rassicurante e allo stesso modo più autoritaria (forse perché senza voce), perfettamente aderente al piccolo bloom zelante incamminatosi sulla strada dell’obbedienza… a cosa? Il simbolo, in questo, ha a che fare con la mitologia, e con una forma spettrale di ideologia. Esso non ci impartisce direttive, ma, complice la sua perfetta aderenza, ci invita a cercare proprio qui, in noi stessi, i modi più adeguati per confermare la nostra adesione alla sua promessa. Per accoglierlo come unico collante del sociale, a dispetto di ogni prossimità, di ogni esposizione, di ogni… (o forse proprio contro di esse, contro i nostri aspetti più comuni). E così il simbolo ha a che fare con il consumo, ma anche con il bricolage identitario, un certo fai-da-te dell’obbedienza, nelle sue forme più decondificate.
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E’ forse possibile consumare un simbolo? Nutrirsi di simboli? All’insistenza di questa domanda possiamo solo ribattere con la nostra convinzione, secondo la quale certo ci si può consumare attraverso di essi.

Marco

>FISSO QUESTO SIMBOLO

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Verona. L’epidemia simbolica che colpisce ciclicamente la città in concomitanza delle elezioni – siano esse politiche o studentesche, non c’è differenza – manifesta lo stato di degrado del tessuto politico cittadino. Quando il conflitto cambia configurazione spostandosi dal piano dei discorsi a quello dei simboli, esso scivola inevitabilmente nella dimensione supervisionata dal mercato e accessibile soltanto tramite il consumo. Non tanto un consumo spettacolare, quanto un consumo più radicalmente (meta)fisico; non si tratta tanto della passività con cui spettatore osserva il teatrino dei simboli, quando piuttosto la collosità del simbolo, quella sua penetrazione massiccia in ogni faglia dell’esistenza.
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Fisso questo simbolo, con un certo senso di dejà-vu. Nella novità delle sue forme non ritrovo altro ormai che la consueta ingiunzione al consumo: logo e marca leggermente differenti, ma la stessa funzionalità e la stessa sostituibilità di tutti gli altri. Sullo scaffale elettorale, così come sui muri dei vicoli della città, ecco susseguirsi le vedette della politica: fulmini, tartarughe, tricolori, gentili silouhettes ammiccanti, croci e qualche rara falce, una lettera cerchiata. Il simbolo, la protesi contemporanea per le identità politiche in crisi, la promessa più rassicurante e allo stesso modo più autoritaria (forse perché senza voce), perfettamente aderente al piccolo bloom zelante incamminatosi sulla strada dell’obbedienza… a cosa? Il simbolo, in questo, ha a che fare con la mitologia, e con una forma spettrale di ideologia. Esso non ci impartisce direttive, ma, complice la sua perfetta aderenza, ci invita a cercare proprio qui, in noi stessi, i modi più adeguati per confermare la nostra adesione alla sua promessa. Per accoglierlo come unico collante del sociale, a dispetto di ogni prossimità, di ogni esposizione, di ogni… (o forse proprio contro di esse, contro i nostri aspetti più comuni). E così il simbolo ha a che fare con il consumo, ma anche con il bricolage identitario, un certo fai-da-te dell’obbedienza, nelle sue forme più decondificate.
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E’ forse possibile consumare un simbolo? Nutrirsi di simboli? All’insistenza di questa domanda possiamo solo ribattere con la nostra convinzione, secondo la quale certo ci si può consumare attraverso di essi.

Marco

Non importa…

“L’omofobia e’ una malattia dalla quale si può guarire” è una delle frasi ad effetto della nuova campagna contro l’omofobia promossa dal Ministero delle Pari Opportunità. E’ proprio di questi giorni l’uscita del nuovo spot televisivo dal titolo “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”.
L’intento generale pare essere quello di promuovere una cultura non omofobica e tollerante. Ma in realtà lo spot ci sembra l’ennesima riprova della politica di questo governo fatta di immagini e frasi ad effetto ma con poca sostanza e prive di un’effetiva messa in pratica. Inoltre se andiamo ad analizzare i contenuti proposti in questo video notiamo un uso del concetto di “diverso” che solleva alcune problematiche. Lo spot ci suggerisce che “nella vita certe differenze non devono contare” come dire da una parte tu omosessuale nascondi la tua sessualità, d’altra a te eterosessuale non ti deve interessare l’orientamento sessuale della persona che hai davanti. Pare che il concetto di uguaglianza debba implicare un annullamento delle differenze viste sempre come negative. D’altra parte lo spot è ambientato in una situazione di emergenza nella quale le persone coinvolte vittime di un incidente hanno bisogno di assistenza medica. In questa situazione di certo non ti interessano le tendenze sessuale di chi eventualmente ti salva la vita proprio perchè devi usufruire di un servizio o competenza. Ma inserite/i nella reale relazione con un’altra persona quella crocetta sul “non importa”ha delle ripercussioni. Perchè non arricchirci attraverso i racconti di una persona che ha esperienze diverse dalle mie?Perchè nascondere le differenze?
Anche nell’ultimo slogan “non essere tu quello diverso”(non interessarti alla diversità) emerge una concezione della differenza come un qualcosa di esclusivamente negativo da cui fuggire.
Come a suggerire allo spettatore che se vuole essere (o rimanere) normale non solo non deve esprimere la sua omofobia ma nemmeno interessarsi all’orientamento sessuale di chi gli sta intorno.
Insomma, se la normalità prima era l’essere eterosessuali ora è l’essere totalmente indifferenti.
Resta il fatto che in questo paese gli omosessuali e transessuali vengono discriminati sia nella vita quotidiana che a livello legislativo ed istituzionale.
E’ evidente che in Italia c’è una grande differenza tra il portare il 42/43 di scarpe e l’essere etero o omosessuali,no?

http://www.youtube.com/watch?v=tJuY9UTcluY&feature=popular

Marti e Lu

>Non importa…

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“L’omofobia e’ una malattia dalla quale si può guarire” è una delle frasi ad effetto della nuova campagna contro l’omofobia promossa dal Ministero delle Pari Opportunità. E’ proprio di questi giorni l’uscita del nuovo spot televisivo dal titolo “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”.
L’intento generale pare essere quello di promuovere una cultura non omofobica e tollerante. Ma in realtà lo spot ci sembra l’ennesima riprova della politica di questo governo fatta di immagini e frasi ad effetto ma con poca sostanza e prive di un’effetiva messa in pratica. Inoltre se andiamo ad analizzare i contenuti proposti in questo video notiamo un uso del concetto di “diverso” che solleva alcune problematiche. Lo spot ci suggerisce che “nella vita certe differenze non devono contare” come dire da una parte tu omosessuale nascondi la tua sessualità, d’altra a te eterosessuale non ti deve interessare l’orientamento sessuale della persona che hai davanti. Pare che il concetto di uguaglianza debba implicare un annullamento delle differenze viste sempre come negative. D’altra parte lo spot è ambientato in una situazione di emergenza nella quale le persone coinvolte vittime di un incidente hanno bisogno di assistenza medica. In questa situazione di certo non ti interessano le tendenze sessuale di chi eventualmente ti salva la vita proprio perchè devi usufruire di un servizio o competenza. Ma inserite/i nella reale relazione con un’altra persona quella crocetta sul “non importa”ha delle ripercussioni. Perchè non arricchirci attraverso i racconti di una persona che ha esperienze diverse dalle mie?Perchè nascondere le differenze?
Anche nell’ultimo slogan “non essere tu quello diverso”(non interessarti alla diversità) emerge una concezione della differenza come un qualcosa di esclusivamente negativo da cui fuggire.
Come a suggerire allo spettatore che se vuole essere (o rimanere) normale non solo non deve esprimere la sua omofobia ma nemmeno interessarsi all’orientamento sessuale di chi gli sta intorno.
Insomma, se la normalità prima era l’essere eterosessuali ora è l’essere totalmente indifferenti.
Resta il fatto che in questo paese gli omosessuali e transessuali vengono discriminati sia nella vita quotidiana che a livello legislativo ed istituzionale.
E’ evidente che in Italia c’è una grande differenza tra il portare il 42/43 di scarpe e l’essere etero o omosessuali,no?

http://www.youtube.com/watch?v=tJuY9UTcluY&feature=popular

Marti e Lu

Patologia giudiziaria 1

La medicina e la biologia hanno da sempre fornito alla politica un’intero arsenale di concetti e di finzioni a tal punto efficaci da permettere ad ogni nuova applicazione una sempre diversa partizione del sensibile. Da questo punto di vista, la politica si è sempre attuata sotto quella forma biopolita con cui oggi ci confrontiamo quotidianamente. Dalla concezione del capo o del despota come testa di un organismo perfettamente funzionale e pacificato, all’utilizzo di termini quali “cellule terroristiche” per indicare i gruppi impazziti in seno al loro stesso tessuto sociale. Non stupisce quindi che Berlusconi, a proposito del caso Mills, ricorra ad un linguaggio biopolitico per individuare e colpire la magistratura incaricata di esaminare il caso. “La giustizia penale è una patologia nel nostro sistema” e come tale – semplice corollario – essa deve essere combattuta affinché l’intero sistema non conosca il degrado. A questo punto, sarebbe troppo semplice ricondurre queste parole al noto problema che concerne l’immunità delle alte cariche dello Stato: ben sappiamo che esse godono sempre più di un ottimo sistema immunitario nei confronti di qualsiasi evento perturbatore… Altrettanto semplice sarebbe però prendere l’accusa nei soli termini di una metafora. Ora, qualificare qualcosa come patologico, significa porre in atto una marcata divisione tra ciò che è sano, e dunque normale, degno di essere tale, e il patologico, costruito sulla basa di una degradazione rispetto al primo. A noi qui non interessa sapere di quale perverso crimine si sia macchiata la giustizia italiana per ricoprirsi di tale marchio di anormalità. Quel che ci preme davvero, è capire come questo marchio e questa demarcazione effettivamente funzionino. Identificare qualcosa come patologico significa ricondurre la sua alterità all’opposizione binaria tra ciò che è normale e ciò che è altro dalla norma, esterno al sistema stesso e, dunque, pericoloso per il solo fatto di esistere. Ben sappiamo infatti che ogni sistema, a differenza di ciò che potremmo chiamare “reale”, tollera malamente ogni contraddizione e si adopera il più rapidamente possibile nella ricerca di una cura, affinchè al reale possa sostituirsi senza resti il ben più rassicurante normale.

Marco

>Patologia giudiziaria 1

>La medicina e la biologia hanno da sempre fornito alla politica un’intero arsenale di concetti e di finzioni a tal punto efficaci da permettere ad ogni nuova applicazione una sempre diversa partizione del sensibile. Da questo punto di vista, la politica si è sempre attuata sotto quella forma biopolita con cui oggi ci confrontiamo quotidianamente. Dalla concezione del capo o del despota come testa di un organismo perfettamente funzionale e pacificato, all’utilizzo di termini quali “cellule terroristiche” per indicare i gruppi impazziti in seno al loro stesso tessuto sociale. Non stupisce quindi che Berlusconi, a proposito del caso Mills, ricorra ad un linguaggio biopolitico per individuare e colpire la magistratura incaricata di esaminare il caso. “La giustizia penale è una patologia nel nostro sistema” e come tale – semplice corollario – essa deve essere combattuta affinché l’intero sistema non conosca il degrado. A questo punto, sarebbe troppo semplice ricondurre queste parole al noto problema che concerne l’immunità delle alte cariche dello Stato: ben sappiamo che esse godono sempre più di un ottimo sistema immunitario nei confronti di qualsiasi evento perturbatore… Altrettanto semplice sarebbe però prendere l’accusa nei soli termini di una metafora. Ora, qualificare qualcosa come patologico, significa porre in atto una marcata divisione tra ciò che è sano, e dunque normale, degno di essere tale, e il patologico, costruito sulla basa di una degradazione rispetto al primo. A noi qui non interessa sapere di quale perverso crimine si sia macchiata la giustizia italiana per ricoprirsi di tale marchio di anormalità. Quel che ci preme davvero, è capire come questo marchio e questa demarcazione effettivamente funzionino. Identificare qualcosa come patologico significa ricondurre la sua alterità all’opposizione binaria tra ciò che è normale e ciò che è altro dalla norma, esterno al sistema stesso e, dunque, pericoloso per il solo fatto di esistere. Ben sappiamo infatti che ogni sistema, a differenza di ciò che potremmo chiamare “reale”, tollera malamente ogni contraddizione e si adopera il più rapidamente possibile nella ricerca di una cura, affinchè al reale possa sostituirsi senza resti il ben più rassicurante normale.

Marco

>Patologia giudiziaria 2

>Cosa significa normalizzare? La risposta pare scontata: normalizzare implica l’appiattimento di ogni cosa, di ogni evento, di ogni singolarità, all’univocità di una norma, univocità che sappia far fronte ad ogni emergenza tanto dell’ambiguo quanto del molteplice. In questo modo ogni cosa che è, per non destare sospetti immunitari, non dovrà fare altro che adagiarsi nella norma, mettere già avanti la propria possibilità di essere prima che qualcosa realmente accada. Normalizzare, in qualche modo, significa detenere il sapere e il potere per stabilire un dover essere prima ancora che si dia qualcosa in essere. Solo ciò che si adeguerà alla possibilità del dover essere avrà il diritto effettivo di essere al mondo. Basta un semplice evento per chiarire la situazione: nel linguaggio di Berlusconi, intriso di sapere normalizzante e di potere istituzionale, essere giudici dipende da un dover essere che implica l’esclusione di qualsiasi altro predicato. Ogni contraddizione alla regola, ogni molteplicità di predicati sarà a tal punto estranea alla norma da apparire pura anormalità, pura patologia. In questo modo sarà patologico essere giudice & essere di estrema sinistra (giudici anarchici infiltrati negli apparati di Stato?), essendo il secondo predicato escluso a priori dal sistema.
Naturalmente il sistema nella sua perfezione consente delle eccezioni, lasciando passare alcune delle molteplicità che si accalcano alla porta. E così ecco sfilare insieme essere premier & essere imprenditore, essere giudice & essere compiacente, essere razzista & essere sindaco, essere quello-che-di-notte-picchia-la-puttana & essere quello-che-di-giorno-rispetta-il-pudore-della-propria-mogliettina. Anche questo, dopotutto, significa normalizzare, purché ciò contribuisca al mantenimento del sistema.

Marco

Patologia giudiziaria 2

Cosa significa normalizzare? La risposta pare scontata: normalizzare implica l’appiattimento di ogni cosa, di ogni evento, di ogni singolarità, all’univocità di una norma, univocità che sappia far fronte ad ogni emergenza tanto dell’ambiguo quanto del molteplice. In questo modo ogni cosa che è, per non destare sospetti immunitari, non dovrà fare altro che adagiarsi nella norma, mettere già avanti la propria possibilità di essere prima che qualcosa realmente accada. Normalizzare, in qualche modo, significa detenere il sapere e il potere per stabilire un dover essere prima ancora che si dia qualcosa in essere. Solo ciò che si adeguerà alla possibilità del dover essere avrà il diritto effettivo di essere al mondo. Basta un semplice evento per chiarire la situazione: nel linguaggio di Berlusconi, intriso di sapere normalizzante e di potere istituzionale, essere giudici dipende da un dover essere che implica l’esclusione di qualsiasi altro predicato. Ogni contraddizione alla regola, ogni molteplicità di predicati sarà a tal punto estranea alla norma da apparire pura anormalità, pura patologia. In questo modo sarà patologico essere giudice & essere di estrema sinistra (giudici anarchici infiltrati negli apparati di Stato?), essendo il secondo predicato escluso a priori dal sistema.
Naturalmente il sistema nella sua perfezione consente delle eccezioni, lasciando passare alcune delle molteplicità che si accalcano alla porta. E così ecco sfilare insieme essere premier & essere imprenditore, essere giudice & essere compiacente, essere razzista & essere sindaco, essere quello-che-di-notte-picchia-la-puttana & essere quello-che-di-giorno-rispetta-il-pudore-della-propria-mogliettina. Anche questo, dopotutto, significa normalizzare, purché ciò contribuisca al mantenimento del sistema.

Marco

>La frivolezza dei giornalini-opuscolo

>Venerdì 15 Maggio su “Il menzogna” – chiamato anche Leggo, tenero giornalino-opuscolo di chi non ha tempo da spendere per la propria coscienza – Matteo Oxilia (giornalista in cariera) fa uno dei sui tentativi finalizzati al senso compiuto. “Giovani con tamburi fotografati e ripresi l’altra sera in piazza Dante: sanzioni spedite a casa. Residenti soddisfatti” e a capo “Divieto di bongo: multati i musicisti”; già un occhiello e un titolo che da soli rivelano un’artistica dimostrazione di quanto l’ignoranza si possa correlare alla menzogna.
“Pensavano di averla fatta franca” spiega il giornalista in carriera Matteo. “Mercoledì sera scorso, come spesso accade, piazza Dante è diventata il ritrovo di molti giovani. I locali, il primo caldo e la voglia di contestare il nuovo provvedimento dell’amministrazione”. È già in queste prime righe che l’articolo si giustifica, ponendo in principio motivazioni e modalità tutte diverse da quelle che spingono la gente a creare i mercoledì sera in piazza Dante da più di un anno.
In piazza Dante la gente vien calamitata per tutt’altre ragioni. Non per locali. Non per il solo banale primo caldo. Non PER contestare il provvedimento dell’amministrazione. Il provvedimento è arrivato il 7 Maggio 2009. Piazza Dante rivive ogni mercoledì da più di un’anno.
“Il menzogna” non si smentisce mai; la storia si fa nella leggerezza di ogni giornata e, come Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca giustamente ricordano, “anche le discussioni frivole e senza interesse apparente non sono sempre prive di importanza, in quanto contribuiscono al buon funzionamento di un indispensabile meccanismo sociale”.

ale,6