>Domani è un altro giorno, si ricomincia

>

Ieri è stato un giorno triste. Per l’università, per la ricerca, per tutta l’istruzione italiana. Siamo in tanti, anche qua a Verona, a recepire con sconforto e rabbia quest’ultimo indegno colpo inferto a tutti noi che abbiamo a cuore la cultura: una riforma grossolana e profondamente ingiusta, che diminuisce la trasparenza, che taglia fondi, che si preoccupa solo di dire quanti soldi saranno stanziati senza dire quanti in realtà ne sono stati tolti, che nonostante quanto dice la Ministra Gelmini, la quale sostiene che non sarebbero state toccate le borse di studio, le ha tagliate del 90% ledendo il diritto allo studio di noi studenti. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli problemi di questa riforma, e stare qui a ripeterli tutti uno per uno si finirebbe soltanto di essere prolissi e ripetitivi.
Siamo in tanti a Verona, a dispetto di quanto ritiene – o finge di ritenere – il rettore del nostro ateneo, intervistato su queste pagine qualche giorno fa. Verona è attiva e si muove a tutti i livelli: studenti, professori e ricercatori sono uniti in iniziative le cui modalità non concedono spazio a critiche. Mentre Mazzucco, facendo eco al ministro Gelmini, in riferimento alle altre università parla di “manifestanti di professione”, colpevolmente evita di ricordare che anche nel nostro ateneo i ricercatori hanno aderito allo sciopero della didattica, che anche qua sono state organizzate manifestazioni che hanno coinvolto tutte le facoltà, incursioni teatrali, assemblee, presidi. In questi giorni inoltre, sulla scia degli altri atenei d’Italia, sono state messe in atto tre occupazioni simboliche: dell’Arena, della torre dei Lamberti e del tetto della facoltà di Scienze.
Mobilitazioni che hanno visto insieme docenti e studenti, e che evidentemente è più comodo ignorare che riconoscere. A tal proposito, tra le varie iniziative portate avanti ci teniamo a ricordare una raccolta firme, arrivata in pochi giorni oltre le 1500 adesioni, avviata al fine di chiedere al rettore di indire con urgenza un’assemblea di ateneo: la richiesta, civile e sacrosanta, è partita dai ricercatori di Verona ed è stata sostenuta da tutte le componenti dell’università, per ottenere un momento in cui il nostro rettore venga chiamato a confrontarsi con i suoi docenti e i suoi studenti in merito alle sue posizioni, e a spiegare a quale titolo ritenga che in questa riforma vi siano – secondo quanto lui stesso dichiara nell’articolo succitato – “alcuni elementi di miglioramento rispetto alla situazione veramente caotica di oggi”. Un’assemblea che sia un’occasione di dialogo, in cui venga spiegato cosa accadrà ora al nostro ateneo con l’approvazione di questa riforma. Si auspica che Mazzucco, finora dimostratosi impermeabile ed elusivo di fronte a questa richiesta, sia a questo punto sensibile all’esigenza di trasparenza di più di 2000 tra studenti, ricercatori, personale tecnico e docenti.
Rimaniamo convinti, anche e tanto più a riforma approvata, che un dialogo aperto e chiaro sia un punto di partenza necessario per la costruzione di un’università informata e cosciente, critica e consapevole.
Verona, 1 dicembre – studenti e studentesse

Domani è un altro giorno, si ricomincia

Ieri è stato un giorno triste. Per l’università, per la ricerca, per tutta l’istruzione italiana. Siamo in tanti, anche qua a Verona, a recepire con sconforto e rabbia quest’ultimo indegno colpo inferto a tutti noi che abbiamo a cuore la cultura: una riforma grossolana e profondamente ingiusta, che diminuisce la trasparenza, che taglia fondi, che si preoccupa solo di dire quanti soldi saranno stanziati senza dire quanti in realtà ne sono stati tolti, che nonostante quanto dice la Ministra Gelmini, la quale sostiene che non sarebbero state toccate le borse di studio, le ha tagliate del 90% ledendo il diritto allo studio di noi studenti. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli problemi di questa riforma, e stare qui a ripeterli tutti uno per uno si finirebbe soltanto di essere prolissi e ripetitivi.
Siamo in tanti a Verona, a dispetto di quanto ritiene – o finge di ritenere – il rettore del nostro ateneo, intervistato su queste pagine qualche giorno fa. Verona è attiva e si muove a tutti i livelli: studenti, professori e ricercatori sono uniti in iniziative le cui modalità non concedono spazio a critiche. Mentre Mazzucco, facendo eco al ministro Gelmini, in riferimento alle altre università parla di “manifestanti di professione”, colpevolmente evita di ricordare che anche nel nostro ateneo i ricercatori hanno aderito allo sciopero della didattica, che anche qua sono state organizzate manifestazioni che hanno coinvolto tutte le facoltà, incursioni teatrali, assemblee, presidi. In questi giorni inoltre, sulla scia degli altri atenei d’Italia, sono state messe in atto tre occupazioni simboliche: dell’Arena, della torre dei Lamberti e del tetto della facoltà di Scienze.
Mobilitazioni che hanno visto insieme docenti e studenti, e che evidentemente è più comodo ignorare che riconoscere. A tal proposito, tra le varie iniziative portate avanti ci teniamo a ricordare una raccolta firme, arrivata in pochi giorni oltre le 1500 adesioni, avviata al fine di chiedere al rettore di indire con urgenza un’assemblea di ateneo: la richiesta, civile e sacrosanta, è partita dai ricercatori di Verona ed è stata sostenuta da tutte le componenti dell’università, per ottenere un momento in cui il nostro rettore venga chiamato a confrontarsi con i suoi docenti e i suoi studenti in merito alle sue posizioni, e a spiegare a quale titolo ritenga che in questa riforma vi siano – secondo quanto lui stesso dichiara nell’articolo succitato – “alcuni elementi di miglioramento rispetto alla situazione veramente caotica di oggi”. Un’assemblea che sia un’occasione di dialogo, in cui venga spiegato cosa accadrà ora al nostro ateneo con l’approvazione di questa riforma. Si auspica che Mazzucco, finora dimostratosi impermeabile ed elusivo di fronte a questa richiesta, sia a questo punto sensibile all’esigenza di trasparenza di più di 2000 tra studenti, ricercatori, personale tecnico e docenti.
Rimaniamo convinti, anche e tanto più a riforma approvata, che un dialogo aperto e chiaro sia un punto di partenza necessario per la costruzione di un’università informata e cosciente, critica e consapevole.
Verona, 1 dicembre – studenti e studentesse

>Fermarla si può, ora!

>

Da martedì prossimo alla Camera dei Deputati inizierà l’iter finale di approvazione del DDL “Gelmini” destinato a distruggere l’università e la ricerca pubblica di questo Paese. 
Esattamente 367 giorni fa a Torino occupammo il rettorato dell’Università per denunciare i rischi che questa proposta di legge si portava dietro. Essa racchiude in sé tutte le contraddizioni politiche e sociali che la nostra generazione si trova a dover combattere: un futuro fatto di precarietà; la cancellazione della democrazia dai processi decisionali; la finanziarizzazione della conoscenza; la ricerca insensata di profitto da ogni attività sociale e culturale. 
L’attacco, come ripetiamo senza sosta da almeno due anni, è sistematico: colpisce la struttura dell’università e al contempo ne azzera i fondi per ottenere un’obbligata privatizzazione. E sistematica è stata la risposta del mondo del sapere: siamo stati in grado di mettere in discussione le logiche del potere e la sua arroganza.
Siamo riusciti a minare un consenso trasversale che il DDL aveva riscontrato fin dalla sua presentazione; abbiamo smascherato una cantilenante retorica sul “merito”, dimostratasi un cavallo di troia per privatizzazioni, riduzione di diritti, torsioni autoritarie. Accanto allo strumentale discorso meritocratico proseguono i tagli al diritto allo studio, distruggendo così le prospettive di migliaia di studenti e studentesse che vedono loro negata la possibilità stessa di studiare. La presunta volontà di premiare i “migliori”, senza garantire le medesime opportunità a prescindere dalle condizione socio-economiche di partenza, appare ai nostri occhi una presa in giro ed evoca un’idea che credevamo
anacronistica: il classismo. 
Una prospettiva che intendiamo rifiutare perché richiama politiche di esclusione, innalza muri che ritenevamo abbattuti,
divide il paese tra chi può e chi non può. Oggi questo concetto lo troviamo scritto tra le righe di un DDL, rivendicato a male parole dai comunicati stampa del Ministero o dai “videomessaggi” su youtube.  
 Consapevoli della forza delle nostre ragioni abbiamo occupato il 17 novembre palazzo Campana, oggi sede di matematica e un tempo storico luogo delle mobilitazioni del sessantotto (fu una delle primissime ad essere occupata nel ’67, dando il “la” alla contestazione studentesca). E sempre per le medesime ragioni l’assemblea degli occupanti, riuniti in un’aula magna strapiena, ha deciso di praticare il blocco della didattica, modalità che a Torino non era più stata adottata da decenni.
Il livello di maturità espresso dagli studenti, dai ricercatori e  dai lavoratori apre profonde riflessioni sulle potenzialità di questo movimento: oggi più che mai in grado di invertire una rotta intrapresa da una politica pensata per avvantaggiare l’interesse dei pochi sull’interesse dei tanti. Superata l’onda, la mobilitazione del mondo della conoscenza è capace di esprimere posizioni articolate e radicali, necessarie risposte ai tanti problemi che attanagliano la nostra generazione, a partire dall’università. 
L’attuale opposizione frontale a questa legge, richiede pratiche che obbligano il mondo dell’università ad uno scatto di consapevolezza maggiore per rispondere, qui ed ora, a chi intende approvare la riforma. Oggi più che mai siamo (e dobbiamo essere) in grado di coniugare un’enorme potenzialità costruttiva, frutto anche delle sinergie con tutte le parti dell’università in mobilitazione, con una forte opposizione all’ennesimo (nel senso di ultimo, sia per il governo che per gli atenei) disegno legislativo calatoci dall’alto. 
 Martedì il DDL Gelmini sarà alla Camera per l’inizio della sua discussione e nel giro di pochi giorni potrebbe diventare Legge di Stato. In questi pochi giorni spetterà a noi impedire l’approvazione di una riforma che attenta al futuro di questo paese e della nostra generazione.
Pochi giorni in cui noi studenti, su tutti, abbiamo l’obbligo morale di riunire ed organizzare le forze per contrapporci radicalmente all’approvazione finale della legge Gelmini.
Da martedì 23 novembre dobbiamo occupare le università, bloccare la didattica, riempire le strade. 
Tutto il paese dovrà scegliere da che parte stare: con l’università pubblica o contro di essa!
Palazzo Campana Occupato
Torino, 20/11/2010

Fermarla si può, ora!

Da martedì prossimo alla Camera dei Deputati inizierà l’iter finale di approvazione del DDL “Gelmini” destinato a distruggere l’università e la ricerca pubblica di questo Paese. 
Esattamente 367 giorni fa a Torino occupammo il rettorato dell’Università per denunciare i rischi che questa proposta di legge si portava dietro. Essa racchiude in sé tutte le contraddizioni politiche e sociali che la nostra generazione si trova a dover combattere: un futuro fatto di precarietà; la cancellazione della democrazia dai processi decisionali; la finanziarizzazione della conoscenza; la ricerca insensata di profitto da ogni attività sociale e culturale. 
L’attacco, come ripetiamo senza sosta da almeno due anni, è sistematico: colpisce la struttura dell’università e al contempo ne azzera i fondi per ottenere un’obbligata privatizzazione. E sistematica è stata la risposta del mondo del sapere: siamo stati in grado di mettere in discussione le logiche del potere e la sua arroganza.
Siamo riusciti a minare un consenso trasversale che il DDL aveva riscontrato fin dalla sua presentazione; abbiamo smascherato una cantilenante retorica sul “merito”, dimostratasi un cavallo di troia per privatizzazioni, riduzione di diritti, torsioni autoritarie. Accanto allo strumentale discorso meritocratico proseguono i tagli al diritto allo studio, distruggendo così le prospettive di migliaia di studenti e studentesse che vedono loro negata la possibilità stessa di studiare. La presunta volontà di premiare i “migliori”, senza garantire le medesime opportunità a prescindere dalle condizione socio-economiche di partenza, appare ai nostri occhi una presa in giro ed evoca un’idea che credevamo
anacronistica: il classismo. 
Una prospettiva che intendiamo rifiutare perché richiama politiche di esclusione, innalza muri che ritenevamo abbattuti,
divide il paese tra chi può e chi non può. Oggi questo concetto lo troviamo scritto tra le righe di un DDL, rivendicato a male parole dai comunicati stampa del Ministero o dai “videomessaggi” su youtube.  
 Consapevoli della forza delle nostre ragioni abbiamo occupato il 17 novembre palazzo Campana, oggi sede di matematica e un tempo storico luogo delle mobilitazioni del sessantotto (fu una delle primissime ad essere occupata nel ’67, dando il “la” alla contestazione studentesca). E sempre per le medesime ragioni l’assemblea degli occupanti, riuniti in un’aula magna strapiena, ha deciso di praticare il blocco della didattica, modalità che a Torino non era più stata adottata da decenni.
Il livello di maturità espresso dagli studenti, dai ricercatori e  dai lavoratori apre profonde riflessioni sulle potenzialità di questo movimento: oggi più che mai in grado di invertire una rotta intrapresa da una politica pensata per avvantaggiare l’interesse dei pochi sull’interesse dei tanti. Superata l’onda, la mobilitazione del mondo della conoscenza è capace di esprimere posizioni articolate e radicali, necessarie risposte ai tanti problemi che attanagliano la nostra generazione, a partire dall’università. 
L’attuale opposizione frontale a questa legge, richiede pratiche che obbligano il mondo dell’università ad uno scatto di consapevolezza maggiore per rispondere, qui ed ora, a chi intende approvare la riforma. Oggi più che mai siamo (e dobbiamo essere) in grado di coniugare un’enorme potenzialità costruttiva, frutto anche delle sinergie con tutte le parti dell’università in mobilitazione, con una forte opposizione all’ennesimo (nel senso di ultimo, sia per il governo che per gli atenei) disegno legislativo calatoci dall’alto. 
 Martedì il DDL Gelmini sarà alla Camera per l’inizio della sua discussione e nel giro di pochi giorni potrebbe diventare Legge di Stato. In questi pochi giorni spetterà a noi impedire l’approvazione di una riforma che attenta al futuro di questo paese e della nostra generazione.
Pochi giorni in cui noi studenti, su tutti, abbiamo l’obbligo morale di riunire ed organizzare le forze per contrapporci radicalmente all’approvazione finale della legge Gelmini.
Da martedì 23 novembre dobbiamo occupare le università, bloccare la didattica, riempire le strade. 
Tutto il paese dovrà scegliere da che parte stare: con l’università pubblica o contro di essa!
Palazzo Campana Occupato
Torino, 20/11/2010

>Protesta dei ricercatori: quali i disagi?

>

Nessun timore. Non ci sono disagi. Il fallimento eclatante della protesta dei ricercatori ha dimostrato di essere l’unico orizzonte, già inscritto all’interno della stessa presa di posizione a favore della protesta. Tutto continua come se nessun ricercatore avesse mai alzato la voce o anche solo preso parola di fronte alle istituzioni. I ricercatori hanno fallito, la protesta si è rivelata già da sempre nella sua inconsistenza. Beninteso, tale fallimento non è certo imputabile ad alcuna mancanza attribuibile alla protesta stessa, ad errori strategici o tattici imputabili alla sua conduzione. La protesta è fallita poiché la macchina universitaria ha fin da subito decretato l’inessenzialità della figura del ricercatore, il suo ruolo perfettamente compatibile con quello di qualunque figurante dell’istruzione, ruolo per ciò stesso altrettanto perfettamente sostituibile.
E così si sono visti richiamare professori in dismissione, riesumarne altri che avevano già adottato i panni della pensione. Senza contare inoltre i numerosi posti vacanti assegnati a dottorandi, compromettendone il proprio incarico specifico in favore di un altro a cui certo non erano stati – se non preavvisati – per lo meno preparati. La protesta dei ricercatori è fallita perché l’università ha deciso in merito alla loro inessenzialità, o meglio: perché ne ha decretato la cancellazione a fronte del bisogno imperante e ineluttabile di continuare, di proseguire con l’offerta formativa. Costi quel che costi: costi la perdita di chi si è distinto per le proprie conoscenze e per le proprie abilità professionali, costi la compromissione stessa della qualità degli insegnamenti, costi l’offerta di discipline e cattedre (in termini qualitativi e non assoluti). La protesta è fallita, non ci stancheremo di affermarlo, perché nessun buon lavoro – lavoro arricchito di fatica, impegno costante e imprevisti – vale più di un qualunque lavoro, se quest’ultimo si permette la capacità di garantire risultati continui, seppur scadenti. L’Università ha scelto in favore della continuità, cancellando con un colpo di spugna, come si trattassero di tante macchie opache, le singolarità resesi conto – forse troppo tardi? – della situazione insostenibile a cui erano state destinate, a cui erano inchiodate. Ci si dovrebbe soffermare sulla questione che una tale inessenzialità, di cui tutti noi siamo marchiati, solleva in questi momenti. E tuttavia l’urgenza ci costringe anche a pensare ad altro, a quello che gli studenti, i dottorandi, i professori non hanno – o peggio, hanno – fatto per contribuire al fallimento della protesta, in qualità di altrettanti ingranaggi funzionali e gratifica(n)ti. Pensiamo soprattutto agli studenti, l’unico vero ingranaggio essenziale, la moneta vivente dell’Università: a fronte della perfetta sostituibilità dei ricercatori con qualsiasi figurante capace di garantire continuità alle lezioni, solo gli studenti restano insostituibili in quanto soggetti paganti – del resto, dove scovare altri disposti a spendere soldi così ciecamente, noncuranti dell’istruzione (purché, beninteso, essa in qualche modo si dia e venga riconosciuta)?
Le lezioni continuano, lo spettacolo pure. L’Università di Verona si prende cura dei propri soggetti paganti, garantendone il diritto di sedersi ai banchi ogni giorno, in tranquillità. Vorremmo ricordare le parole di un amico, per il quale la violenza più grande consisteva nella punizione del rimanere sui banchi di scuola oltre il tempo prestabilito. Forse, seguendo i ricercatori, si dovrebbe finalmente constatare che questo tempo necessiti di essere una buona volta sospeso e destituito. Ma a tal scopo gli studenti – l’ingranaggio pagante essenziale insostituibile – dovrebbero finalmente occupare ben altro che il loro misero banchetto.

Pagina/13

Protesta dei ricercatori: quali i disagi?

Nessun timore. Non ci sono disagi. Il fallimento eclatante della protesta dei ricercatori ha dimostrato di essere l’unico orizzonte, già inscritto all’interno della stessa presa di posizione a favore della protesta. Tutto continua come se nessun ricercatore avesse mai alzato la voce o anche solo preso parola di fronte alle istituzioni. I ricercatori hanno fallito, la protesta si è rivelata già da sempre nella sua inconsistenza. Beninteso, tale fallimento non è certo imputabile ad alcuna mancanza attribuibile alla protesta stessa, ad errori strategici o tattici imputabili alla sua conduzione. La protesta è fallita poiché la macchina universitaria ha fin da subito decretato l’inessenzialità della figura del ricercatore, il suo ruolo perfettamente compatibile con quello di qualunque figurante dell’istruzione, ruolo per ciò stesso altrettanto perfettamente sostituibile.
E così si sono visti richiamare professori in dismissione, riesumarne altri che avevano già adottato i panni della pensione. Senza contare inoltre i numerosi posti vacanti assegnati a dottorandi, compromettendone il proprio incarico specifico in favore di un altro a cui certo non erano stati – se non preavvisati – per lo meno preparati. La protesta dei ricercatori è fallita perché l’università ha deciso in merito alla loro inessenzialità, o meglio: perché ne ha decretato la cancellazione a fronte del bisogno imperante e ineluttabile di continuare, di proseguire con l’offerta formativa. Costi quel che costi: costi la perdita di chi si è distinto per le proprie conoscenze e per le proprie abilità professionali, costi la compromissione stessa della qualità degli insegnamenti, costi l’offerta di discipline e cattedre (in termini qualitativi e non assoluti). La protesta è fallita, non ci stancheremo di affermarlo, perché nessun buon lavoro – lavoro arricchito di fatica, impegno costante e imprevisti – vale più di un qualunque lavoro, se quest’ultimo si permette la capacità di garantire risultati continui, seppur scadenti. L’Università ha scelto in favore della continuità, cancellando con un colpo di spugna, come si trattassero di tante macchie opache, le singolarità resesi conto – forse troppo tardi? – della situazione insostenibile a cui erano state destinate, a cui erano inchiodate. Ci si dovrebbe soffermare sulla questione che una tale inessenzialità, di cui tutti noi siamo marchiati, solleva in questi momenti. E tuttavia l’urgenza ci costringe anche a pensare ad altro, a quello che gli studenti, i dottorandi, i professori non hanno – o peggio, hanno – fatto per contribuire al fallimento della protesta, in qualità di altrettanti ingranaggi funzionali e gratifica(n)ti. Pensiamo soprattutto agli studenti, l’unico vero ingranaggio essenziale, la moneta vivente dell’Università: a fronte della perfetta sostituibilità dei ricercatori con qualsiasi figurante capace di garantire continuità alle lezioni, solo gli studenti restano insostituibili in quanto soggetti paganti – del resto, dove scovare altri disposti a spendere soldi così ciecamente, noncuranti dell’istruzione (purché, beninteso, essa in qualche modo si dia e venga riconosciuta)?
Le lezioni continuano, lo spettacolo pure. L’Università di Verona si prende cura dei propri soggetti paganti, garantendone il diritto di sedersi ai banchi ogni giorno, in tranquillità. Vorremmo ricordare le parole di un amico, per il quale la violenza più grande consisteva nella punizione del rimanere sui banchi di scuola oltre il tempo prestabilito. Forse, seguendo i ricercatori, si dovrebbe finalmente constatare che questo tempo necessiti di essere una buona volta sospeso e destituito. Ma a tal scopo gli studenti – l’ingranaggio pagante essenziale insostituibile – dovrebbero finalmente occupare ben altro che il loro misero banchetto.

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>Comunicato dei ricercatori in mobilitazione agli studenti e alle loro famiglie

>La maggioranza dei Ricercatori delle Facoltà di Lettere e Filosofia, Scienze della Formazione, Lingue e Letterature Straniere e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, assieme ad altri 10.000 Ricercatori in Italia (tutti i dati in www.rete29aprile.it):

  • Si è dichiarata indisponibile a svolgere per l’a.a. 2010-2011 attività didattica non prevista per legge;
  • Ritiene doveroso informare gli Studenti, le loro Famiglie e l’intera opinione pubblica delle ragioni di una scelta dolorosa ma inevitabile di fronte a una situazione gravissima per l’intera Università italiana.


CHI È IL RICERCATORE

Nell’Università italiana lavorano molte persone, fra queste i professori di I fascia (Ordinari), i professori di II fascia (Associati), i Ricercatori. Ai Professori Ordinari e Associati compete la didattica; ai Ricercatori, fin dalla nascita di questa figura 30 anni fa, competono la ricerca e solo attività di didattica integrativa, come di recente ribadito dal Consiglio Universitario Nazionale. Nel corso degli anni, con l’aumento dei corsi e la diminuzione delle risorse, ai Ricercatori si è chiesto di fare di più: di tenere interi corsi a titolo gratuito. La crescente ristrettezza di risorse ha infatti costretto gli Atenei ad attivarli ‘a costo zero’. I Ricercatori, con pieno senso di responsabilità, hanno accettato di svolgere tale attività didattica – non dovuta ai termini di legge – senza ricevere una retribuzione aggiuntiva pur facendo un lavoro aggiuntivo (le lezioni).

LE RAGIONI DELLA PROTESTA DEI RICERCATORI CONTRO IL DDL GELMINI

Il DDL Gelmini sull’Università e la recente Manovra Finanziaria hanno fissato misure pesantissime che penalizzano tutto il settore Universitario:

  • Taglio progressivo delle risorse: per il FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario: i soldi che lo Stato dà alle Università) i tagli sono i seguenti: 2010-2012: –1 miliardo e 433 milioni di € (= un taglio del 20% circa sul FFO 2009, che era di 7485 milioni di euro). Tale stato di cose porterà a un inevitabile aumento delle tasse universitarie, con evidente danno per gli Studenti.
  • Allontanamento dell’Italia dagli standard europei nel rapporto numerico Studenti/Docenti (in virtù del drastico taglio al necessario ricambio generazionale – di fatto bloccato fino al 2014 – imposto dalla recente Manovra Finanziaria) e nell’investimento pubblico sulla ricerca, con grave danno per la varietà e la qualità della didattica offerta agli Studenti.
  • Inadeguatezza del DDL in discussione nel designare quel nuovo assetto dell’Università pubblica auspicato da tutte le componenti ‘di base’ dell’Università.
  • Creazione di una nuova categoria di precari della ricerca e della didattica con l’introduzione della figura del Ricercatore a tempo determinato, destinato per contratto a svolgere attività didattica ma senza alcuna garanzia di stabilizzazione, con l’apparente intento di immettere forze giovani nel sistema.
  • Messa ad esaurimento e progressiva marginalizzazione del Ricercatore a tempo indeterminato, componente essenziale non soltanto per lo svolgimento dell’attività di ricerca ma fino ad oggi elemento altrettanto essenziale per aver garantito un’offerta didattica di qualità. A ciò si aggiunga il grave danno economico derivato dal congelamento degli scatti stipendiali per il prossimo triennio determinante una decurtazione che nel tempo sarà ovviamente più alta per chi ora è più giovane e appartiene alla fascia economicamente più debole (i Ricercatori).
  • Rischio reale di esporre l’Università pubblica agli interessi di soggetti privati inserendoli come parte sempre più attiva nella governance, cioè nella gestione degli atenei pubblici, ed esclusione dei Ricercatori dagli organi decisionali di Ateneo. I Ricercatori indisponibili hanno recentemente raccolto l’appoggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale lo scorso 4 agosto in una lettera al Ministro Gelmini ha auspicato che si instauri una reale discussione con il mondo della ricerca sui punti sopra esposti.

PERCHÉ GLI STUDENTI DOVREBBERO PROTESTARE

  1. Perché vi troverete di fronte a un sistema universitario che non avrà più i fondi statali per il diritto allo studio.
  2. Perché chi in tre anni taglia più di un miliardo di euro al mondo dell’Università e della Ricerca (l’attuale Governo) deve essere chiamato a un atto di responsabilità nei confronti di Studenti e Famiglie.
  3. Perché la nuova legge introduce la figura del ‘Ricercatore a tempo determinato’, che potrà avere un massimo di otto anni di contratto (anche non consecutivi e prestati in sedi diverse) per svolgere attività didattica obbligatoria, senza alcuna garanzia di assunzione, indipendentemente dal merito: chi di voi si sentirebbe di intraprendere una ‘carriera’ universitaria con questa prospettiva di fronte a sé?

COSA CHIEDIAMO

  • Che si fermi l’iter parlamentare del DDL;
  • In caso contrario, che vengano apportate sostanziali modifiche al testo e che si instauri una reale discussione con le parti attive del mondo dell’Università e della Ricerca per risolvere le questioni richiamate sopra.

I Ricercatori rimarranno indisponibili, in coordinamento con la mobilitazione nazionale (in molti atenei l’inizio dell’anno accademico è stato rinviato), finché l’iter parlamentare del DDL 3687C non si sia concluso.

I Ricercatori indisponibili dell’Ateneo di Verona

Ulteriori informazioni sono reperibili ai siti
Facebook: CERVELLI IN FOGA – ricercatori UNIVR in mobilitazione contro il DDL Gelmini
www.rete29aprile.it