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Sine nomine
>
in principio era il logopedista
il logorroico l’afono
sotto mentite spoglie mortali
sotto falso nomen omen
sotto copertura di campo
innominabile ignoto semprein incognito inscatolato
sussunto in nero garantito
l’anonimato senza documenti
falsi incomprensibilmente fuoricampo incompreso dismemorato
solamente enumerato e
>Scelga me
>
Scelga me
>ISTANTANEA. disordinati ritagli di paesaggi
>Timida filtrava tra le foglie la luce,
che, al di là, potente, tutto baciava.
Rumorosa cadeva l’acqua tra roccia e albero,
coprendo il ritmo dei loro passi.
Due ombre in un lento cammino d’attesa
tra il pesante respiro di emozioni contrastanti.
Improvvisamente l’aria si fece densa, come fosse pioggia,
una calda tempesta estiva, sfogo
dei capricci di cieli d’agosto.
Parevano perdersi nell’aria le lacrime
che bagnavano i loro volti, quando
tutto, per un istante, divenne uno.
Inizio e fine abbracciati,
un’unica ombra ai loro piedi, mentre
sopra, la luce, disegnava nell’aria umida
un sorriso arcobaleno.
Ridevano anche le loro labbra, unite
in una felice malinconia.
Inizio e fine scomparvero, cadendo
dove cielo ed acque si confondono,
dove tutto, per un istante, diventa uno.
ISTANTANEA. disordinati ritagli di paesaggi
Timida filtrava tra le foglie la luce,
che, al di là, potente, tutto baciava.
Rumorosa cadeva l’acqua tra roccia e albero,
coprendo il ritmo dei loro passi.
Due ombre in un lento cammino d’attesa
tra il pesante respiro di emozioni contrastanti.
Improvvisamente l’aria si fece densa, come fosse pioggia,
una calda tempesta estiva, sfogo
dei capricci di cieli d’agosto.
Parevano perdersi nell’aria le lacrime
che bagnavano i loro volti, quando
tutto, per un istante, divenne uno.
Inizio e fine abbracciati,
un’unica ombra ai loro piedi, mentre
sopra, la luce, disegnava nell’aria umida
un sorriso arcobaleno.
Ridevano anche le loro labbra, unite
in una felice malinconia.
Inizio e fine scomparvero, cadendo
dove cielo ed acque si confondono,
dove tutto, per un istante, diventa uno.
>DELIRI DI UN PRIGIONIERO.
>Assordante guida alla pazzia
è il silenzio che mi circonda
mentre osservo, piatto e immobile,
l’oceano dormire al mio fianco
senza respiro;
mentre fisso, nitida,
l’ombra dell’inferriata riposare pigra
sul pavimento.
Maledico questa tranquillità,
irriverente boia
narcotico disequilibrio statico uniforme.
Compagna, discreta e mostruosa,
la bonaccia, di giorni notti settimane
timidamente disegnate dal volo d’albatro.
Sporadiche visite d’un corvo
rompono lo standardizzato inseguirsi
di giornate stampate da un unica matrice.
Solo il loro batter d’ali risuona a poetici versi
che mi allontanano dal folle retto cammino
del maligno silenzio.
Uragano e tempesta
migliori compagni sarebbero
in questo mio naufragar eterno.
Vedere quell’ombra saltare frenetica e irrequieta
tra i muri della cella
gradito sollievo a questa mia pazzia darebbe.
Attorno e dentro me
un anestetico stato permanente,
accecante di giorno, insonne la notte.
Chiudo gli occhi. Li riapro.
La realtà è un affamato
e stanco estraneo in casa.
Solo la follia conserva la freschezza
tipica della mia età.
Chiudo gli occhi. Li riapro.
L’oceano, orribile cella, stringe
sempre più le pareti attorno a me.
Lo sguardo fissa il suo volo,
bianco, l’albatro mi conduce oltre il ponte
sospiri ultimi, in quel labirinto di calli,
echeggiano a risata
nella città raggiunta.
L’ombra, ora, sembra ballare sul pavimento.
Quel tempo senza fine sembra muoversi
come quando, immersi in un oceano sconfinato,
vediamo apparire terra all’orizzonte.
Il corvo, nero, mi conduce sicuro
tra le buone arie fin alla bocca,
alla sua bocca colorata.
Dimenticando la realtà. Dimenticando la follia.
DELIRI DI UN PRIGIONIERO.
Assordante guida alla pazzia
è il silenzio che mi circonda
mentre osservo, piatto e immobile,
l’oceano dormire al mio fianco
senza respiro;
mentre fisso, nitida,
l’ombra dell’inferriata riposare pigra
sul pavimento.
Maledico questa tranquillità,
irriverente boia
narcotico disequilibrio statico uniforme.
Compagna, discreta e mostruosa,
la bonaccia, di giorni notti settimane
timidamente disegnate dal volo d’albatro.
Sporadiche visite d’un corvo
rompono lo standardizzato inseguirsi
di giornate stampate da un unica matrice.
Solo il loro batter d’ali risuona a poetici versi
che mi allontanano dal folle retto cammino
del maligno silenzio.
Uragano e tempesta
migliori compagni sarebbero
in questo mio naufragar eterno.
Vedere quell’ombra saltare frenetica e irrequieta
tra i muri della cella
gradito sollievo a questa mia pazzia darebbe.
Attorno e dentro me
un anestetico stato permanente,
accecante di giorno, insonne la notte.
Chiudo gli occhi. Li riapro.
La realtà è un affamato
e stanco estraneo in casa.
Solo la follia conserva la freschezza
tipica della mia età.
Chiudo gli occhi. Li riapro.
L’oceano, orribile cella, stringe
sempre più le pareti attorno a me.
Lo sguardo fissa il suo volo,
bianco, l’albatro mi conduce oltre il ponte
sospiri ultimi, in quel labirinto di calli,
echeggiano a risata
nella città raggiunta.
L’ombra, ora, sembra ballare sul pavimento.
Quel tempo senza fine sembra muoversi
come quando, immersi in un oceano sconfinato,
vediamo apparire terra all’orizzonte.
Il corvo, nero, mi conduce sicuro
tra le buone arie fin alla bocca,
alla sua bocca colorata.
Dimenticando la realtà. Dimenticando la follia.
>ISTANTANEA.disordinati ritagli di paesaggi
>Penetra lenta, la luce.
Attraverso le finestre illumina il lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.
Nei suoi specchi appaiono lenti i volti ed i corpi delle modelle.
Probabilmente già erano lì!
Probabilmente hanno passato la notte lì!
In coda.
Alla ricerca del posto migliore.
Alla ricerca di un angolo specchiato che rifletta al meglio la loro bellezza.
Ed ora che la luce permette a loro di osservarsi vanitose, non vedono che se stesse.
Narcisi che coprono la luna con il loro volto.
Con la loro arroganza.
Una notte intera a strattonarsi
spingersi
farsi largo a gomitate
per un posto in prima fila in quel lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.
Alcune, le più forti forse, o le più sicure di sè, riescono addirittura a tenere le altre distanti.
Vogliono evitare di vedere, con la coda dell’occhio, bellezze ritenute inferiori.
Le più quasi non possono respirare, tanto sono accalcate per potersi intravedere, almeno un poco, con la coda dell’occhio.
Tutte però vogliono appartenere a questa società dello spettacolo.
Tutte vogliono apparire in quel lungo e sinuoso corridoio vetrato che precede il palco.
E che riflette la loro vanità indifferente.
