Were there strikes in Tehran yesterday?

http://tehranbureau.com/iran-updates/

La gente sta andando a lavorare. Nessuno ha loro chiesto di stare a casa. Nessuno ha dichiarato uno sciopero. Mousavi non ha chiesto questo alla gente.

Infatti, io ero al Grand Bazaar di Tehran ieri. Ho parlato a molti mercanti. Ho detto loro che avevo inteso di uno sciopero per oggi. Ma tutti loro erano comparsi a lavoro. Come uno di loro disse, “Signora, ho votato per Mousavi. Se Mousavi ci chiede di scioperare, lo farò. Ma chi pagherà i miei conti?”

Ho inoltre parlato con un cameriere. Ha detto di avere votato Mousavi. Ha detto che “se non lavoro per una settimana, non ho niente con cui vivere la settimana dopo. Non ho modo di dare da mangiare a mia moglie ed ai bambini.”

Ma lo sciopero può accadere. Il clima è teso e le condizioni ci sono. Tutti stanno discutendo delle possibilità di scioperare. Tuttavia nessuno ha fin ora scioperato. La banche sono aperte. Tutti i negozi nel Bazaar erano aperti.

Sto scrutando Modares Avenue. Il traffico è lo stesso di sempre.

Mousavi ha chiesto una cosa alla gente. Salire nei tetti delle abitazioni alle 10 di sera ed urlare “Allah o Akbar” [God is Great]. E questo ha luogo. Ogni notte, tra le 10 e le 10:30 – 10:45, a piena forza. Non importa in quale quartiere sei, lo sentirai comunque.

La gente ha cominciato a scarabocchiare slogan sulle banconote. Ieri, in un biglietto, qualcuno aveva scritto “Dov’è il mio voto?”

Se le persone non scendono nelle strade per protestare, stanno comunque trovando altre vie di disobbedienza civile. Lunedì, per esempio, Mousavi ha chiesto di accendere i fanali anteriori nelle strade dalle 5 alle 6.

La manifestazione che si credeva dovesse avere corso in Baherestaan non è comunque stata invocata da Mousavi. Non so se c’era gente, non so quanti erano; non c’ero. Ma queste cose normalmente tendono ad avere vita propria. Quelle persone non stanno aspettando Mousavi.

Quelli di mezza età stanno prendendo tutto ciò meglio di come stiamo facendo noi. Sono passati per qualcosa di simile (1978-79) ed hanno molta pazienza. Sono speranzosi. La mia generazione è scontenta. Sono depressi. C’è troppo pianto.

Io vorrei ci fosse un modo perché il mondo possa fare di più. Anche le ambasciate come l’italiana, che hanno provato ad aprire le porte ai feriti, sono state bloccate dalla polizia.

Non posso parlare di più. Ciao, mio caro. Abbi cura di te.

Traduzione Pagina/13

>Lettera dall’Abruzzo

>

da officinavolturno.com

Cara Redazione,
sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.
Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa.
Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al
ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.
Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende.Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il responsabile del mio campo, quando gli hoparlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani! Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo intenzione, noi Aquilani, di essere triturati dalla societàcdello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.
Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!
Ciao a tutti

Lettera dall’Abruzzo

da officinavolturno.com

Cara Redazione,
sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.
Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa.
Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al
ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.
Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende.Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il responsabile del mio campo, quando gli hoparlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani! Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo intenzione, noi Aquilani, di essere triturati dalla societàcdello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.
Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!
Ciao a tutti

>Il Cavaliere Mascarato: mission to Ameringa

>…E riecco il nostro eroe! Il Cavaliere Mascarato ha sorvolato l’oceano per andare a far visita al re dell’Ameringa, il Cavalier Abbronzato. Era la prima volta che il nostro sovrano andava a far visita al re straniero e, con lo scopo di riuscire a conquistarlo, ha dovuto sfoggiare tutto il suo charme.
La missione era ardua ma, il nostro eroe, ome buon eroe che si rispetti, porta sempre a termine ciò che si prefigge, e anche in questo caso non ci ha deluso. L’Amringa e il suo regnante sono conquistati! D’altrocanto come si fa a resistere al fascino, il più delle volte anche burlesco, di colui che tutto può: il Cavalier Mascarato!
Il Cavalier Abbronzato, è rimasto così tanto colpito da così tante genuflessioni nei suoi confronti da parte del Cavalier dello Stivale, che ha voluto omaggiare il Mascarato di tre servi provenienti dalla miglior scuola di addestramento di schiavi, dove soltanto i più forti sopravvivono.
Salutato l’Abbronzato e nella terra natia ritornato, il Mascarato ha dovuto far fronte alle ennesime dicerie delle malelingue sui suoi festini all’interno dei suoi castelli. Al nostro eroe viene rimproverato di ave fatto feste con ospiti e meretrici. Colui che tutto può non ha neanche voluto commentare, limitandosi a ribadire che sono le ennesime diceie di chi gli vuol male, infondo che male c’è a far festa anche con donne di malaffare? Nonostante sia un eroe e il sovrano della Contea dello Stivale, rimane pur sempre umano e, in qunto tale, ha bisogno anche lui di svagarsi e deliziare il suo reale augello…

Matte

Il Cavaliere Mascarato: mission to Ameringa

…E riecco il nostro eroe! Il Cavaliere Mascarato ha sorvolato l’oceano per andare a far visita al re dell’Ameringa, il Cavalier Abbronzato. Era la prima volta che il nostro sovrano andava a far visita al re straniero e, con lo scopo di riuscire a conquistarlo, ha dovuto sfoggiare tutto il suo charme.
La missione era ardua ma, il nostro eroe, ome buon eroe che si rispetti, porta sempre a termine ciò che si prefigge, e anche in questo caso non ci ha deluso. L’Amringa e il suo regnante sono conquistati! D’altrocanto come si fa a resistere al fascino, il più delle volte anche burlesco, di colui che tutto può: il Cavalier Mascarato!
Il Cavalier Abbronzato, è rimasto così tanto colpito da così tante genuflessioni nei suoi confronti da parte del Cavalier dello Stivale, che ha voluto omaggiare il Mascarato di tre servi provenienti dalla miglior scuola di addestramento di schiavi, dove soltanto i più forti sopravvivono.
Salutato l’Abbronzato e nella terra natia ritornato, il Mascarato ha dovuto far fronte alle ennesime dicerie delle malelingue sui suoi festini all’interno dei suoi castelli. Al nostro eroe viene rimproverato di ave fatto feste con ospiti e meretrici. Colui che tutto può non ha neanche voluto commentare, limitandosi a ribadire che sono le ennesime diceie di chi gli vuol male, infondo che male c’è a far festa anche con donne di malaffare? Nonostante sia un eroe e il sovrano della Contea dello Stivale, rimane pur sempre umano e, in qunto tale, ha bisogno anche lui di svagarsi e deliziare il suo reale augello…

Matte

>Racconto a frammenti della notte di godimento 1

>

Si cammina con del tabacco nell’angolo delle labbra. La combustione della carta incollata seguiva la fuga del fumo scuro, nel pavimento della Rambla.
Già, il silenzio interrotto. Nella penombra degli incroci di strade, tra gli edifici consumati nel buio, emerge il ruvido gracchiare delle voci in divisa, sostenute da strumenti e posture fisiche dell’ordine. Il calore incandescente del bruciare del tabacco, esteso a intermittenza su alcuni lembi di carne del volto, è anestetizzato improvvisamente e completamente dal raggio abbagliante delle sirene bloccate sul blu dell’impossibile, ed il neon dei fanali abbaglianti. I motori delle vetture dell’ordine, ordinatamente esposte, espongono gli esecutori dell’ordine, all’ordinato e coerente avvelenamento dalla combustione.Le transenne stringono di qualche metro la Rambla. Il passo rallenta e così si dilata il tempo del percorrimento, tempo di osservanza al teatro del muscolo dello spettacolo.
Le sagome nere dei mossos d’esquadra sono disposte. Irrigate di un anestetico scenografico (controluce-fanali) che corrompe la percezione visiva (enfatizzata dall’annullamento, parziale o totale degli altri organi). Si cammina nel primo scenario di illusione, ed è impossibile perdersi, ogni strada è indicata, obbligata, desiderata, percorsa.
Per questo non c’è freno nell’impatto con la moltitudine movimentata per lo Obvio. E’ una trasfigurazione azulgrana che macchia terribilmente le carni vestite di strati di apparenza agonistica. Nella notte del Futbol Club Barcelona. Miscuglio di sudore, alcolico, grida ed occhi sbarrati dal godimento corporeo del trionfo della Marca.Alcune gocce calde scendono dalle braccia alzate ai lampioni, poi appiccicano, sporcano ed incollano corpi a corpi, sostituendo il caldo ed arido respiro dei tessuti, ad un viscoso iunumidimento collettivo. Se un corpo strofina nudo su uno accanto, il contagio di pelle è intenso. Si mescola l’agitarsi con altri esemplari costruiti di tessuti. Si mescola l’annebbiamento d’eccitazione che si muove sinuosa e prepotente tra gli stati di godimento che occupano la Rambla.
Occupare. E’ qui che pervade un senso di perversione mucoso, che nello riempimento di corpi nello spazio, svela il deserto della Rambla. Nel mucchio, forte sensazione di nausea. Non è un camminare nell’ordine di prima. Innanzitutto non è spostamento, affossato nelle agitazioni dei catalani. Staticità di sudori. Ma è anche sensibilizzazione diversa delle percezioni prima annullate. Il contatto (tatto) con la carne nuda della figura poco avanti, l’urto con la spalla in ballo a destra, il movimento sinuoso che scopre un nuovo gocciolare dal petto. Contagio e odori, intensità della vicinanza ed insieme esposizione vulnerabile dell’essere corpi macchiati dalle secrezioni di esistenza di corpi. La moltitudine si muove a ondate imposte. Un petardo lanciato tra le gambe allarga e spazia il cerchio il cerchio delle presenze. Poi nuovamente si richiude nel soffocamento dei fumogeni e nuovi incendi a pagamento. L’onda spinge in ogni direzione figure in estasi ciclica, ma lenta ad esaurire. La perversione è ora l’insinuarsi del vuoto di coscienza, attivismo, nel mezzo dello svolgimento organico dei metabolismi riuniti. La carne non smette di essere in-metabolismo nell’ovvio della mobilitazione ma, proprio perchè mobilitata in questo modo, è pervertita nel mostrarsi come accadere di secrezioni guidate dalla presenza in Eventi d’illusione.Teste legate a corde, movimenti imposti, euforia in spostamento, scenda di un macabro svolgimento di teatro di marionette. Sudori spesi al mercato della Marca.

Rughe

Racconto a frammenti della notte di godimento 1

Si cammina con del tabacco nell’angolo delle labbra. La combustione della carta incollata seguiva la fuga del fumo scuro, nel pavimento della Rambla.
Già, il silenzio interrotto. Nella penombra degli incroci di strade, tra gli edifici consumati nel buio, emerge il ruvido gracchiare delle voci in divisa, sostenute da strumenti e posture fisiche dell’ordine. Il calore incandescente del bruciare del tabacco, esteso a intermittenza su alcuni lembi di carne del volto, è anestetizzato improvvisamente e completamente dal raggio abbagliante delle sirene bloccate sul blu dell’impossibile, ed il neon dei fanali abbaglianti. I motori delle vetture dell’ordine, ordinatamente esposte, espongono gli esecutori dell’ordine, all’ordinato e coerente avvelenamento dalla combustione.Le transenne stringono di qualche metro la Rambla. Il passo rallenta e così si dilata il tempo del percorrimento, tempo di osservanza al teatro del muscolo dello spettacolo.
Le sagome nere dei mossos d’esquadra sono disposte. Irrigate di un anestetico scenografico (controluce-fanali) che corrompe la percezione visiva (enfatizzata dall’annullamento, parziale o totale degli altri organi). Si cammina nel primo scenario di illusione, ed è impossibile perdersi, ogni strada è indicata, obbligata, desiderata, percorsa.
Per questo non c’è freno nell’impatto con la moltitudine movimentata per lo Obvio. E’ una trasfigurazione azulgrana che macchia terribilmente le carni vestite di strati di apparenza agonistica. Nella notte del Futbol Club Barcelona. Miscuglio di sudore, alcolico, grida ed occhi sbarrati dal godimento corporeo del trionfo della Marca.Alcune gocce calde scendono dalle braccia alzate ai lampioni, poi appiccicano, sporcano ed incollano corpi a corpi, sostituendo il caldo ed arido respiro dei tessuti, ad un viscoso iunumidimento collettivo. Se un corpo strofina nudo su uno accanto, il contagio di pelle è intenso. Si mescola l’agitarsi con altri esemplari costruiti di tessuti. Si mescola l’annebbiamento d’eccitazione che si muove sinuosa e prepotente tra gli stati di godimento che occupano la Rambla.
Occupare. E’ qui che pervade un senso di perversione mucoso, che nello riempimento di corpi nello spazio, svela il deserto della Rambla. Nel mucchio, forte sensazione di nausea. Non è un camminare nell’ordine di prima. Innanzitutto non è spostamento, affossato nelle agitazioni dei catalani. Staticità di sudori. Ma è anche sensibilizzazione diversa delle percezioni prima annullate. Il contatto (tatto) con la carne nuda della figura poco avanti, l’urto con la spalla in ballo a destra, il movimento sinuoso che scopre un nuovo gocciolare dal petto. Contagio e odori, intensità della vicinanza ed insieme esposizione vulnerabile dell’essere corpi macchiati dalle secrezioni di esistenza di corpi. La moltitudine si muove a ondate imposte. Un petardo lanciato tra le gambe allarga e spazia il cerchio il cerchio delle presenze. Poi nuovamente si richiude nel soffocamento dei fumogeni e nuovi incendi a pagamento. L’onda spinge in ogni direzione figure in estasi ciclica, ma lenta ad esaurire. La perversione è ora l’insinuarsi del vuoto di coscienza, attivismo, nel mezzo dello svolgimento organico dei metabolismi riuniti. La carne non smette di essere in-metabolismo nell’ovvio della mobilitazione ma, proprio perchè mobilitata in questo modo, è pervertita nel mostrarsi come accadere di secrezioni guidate dalla presenza in Eventi d’illusione.Teste legate a corde, movimenti imposti, euforia in spostamento, scenda di un macabro svolgimento di teatro di marionette. Sudori spesi al mercato della Marca.

Rughe

Racconto a frammenti della notte di godimento 2

Rughe e capelli incollati biancamente al collo. Movimenti deboli a seguire le canzoni con le labbra. indecise; gli occhi annegati nelle orbite puntate sul paesaggio arido attorno. E’ sopspeso, immobile al movimento, non esterno; macchia nel bianco monocromo dello svolgimento ad immagini successive. Indossava pantaloni corti di colore bianco, sopra delle scarpe di cui dimentico le ombre. Le luci artificiali non arrivano ad offuscare i contrasti del volto, mentre il mento sporge verso l’alto in un miscuglio in scala di grigi sciolti e sporchi. E’ sotto la luce, al riparo di un lampione dove corpi arrampicati nascondono i loro sguardi al suo, oleoso, essere in quello strappo di Rambla, al di fuori del dondolio imposto.
Si cammina nelle spinte e sotto il bruciare delle componenti dei fumogeni, ora più bianchi. Alcune persone, avviluppate dal fumo, scappano di qualche metro al riparo dalle scintille, ma senza successo. Una volta terminata la gocciolata, il movimento si restringe ancora, fino allo scoppio del prossimo petardo. In un lato della strada, tra le sagome più scure, si intravede un fuoco. Le fiamme emergono nell’approssimarsi al gruppo, poi gli striscioni e le sciarpe tese tracciano i confini di un cerchio. Le luci spaccano gli sguardi attorno al fuoco, le mosse di quegli involucri di carne sono preoccupanti e lacerano camminamenti poco fuori del proprio rito alla Marca. Si scopre il fuoco, sono fogli di giornale. Nell’arco del fuoco inizia una danza tetra in cui riuniscono la spaccatura violenta degli Identitari e l’illusione inclusiva del commensali al Turismo. Tra le ombre, i volti cupi e tratteggiati dei colori delle fiamme, spicca in una corrida sinuosa un individuo straniero, ornato della bandiera della squadra campione. La mescolanza della gente in quelle fiamme allontana una donna a sputi e calci. Spettacolo finito. No telecamere.
Si cammina lontano, tentativo di fuga tra idoli del mercato, inconorazione di immagini plastificate, e sfilate di corpi femminili, così alienanti nella sensualità del nausearmi; conati di allergia.

Spalle al CCCB termina nel bruciare di tabacco il godimento perverso che arrossa lo sguardo. Voglia di strada isolata e lontanaza di urla, a lavare via particelle di un erotismo consumato, nelle secrezioni tossiche della Marca.

Rughe

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Rughe e capelli incollati biancamente al collo. Movimenti deboli a seguire le canzoni con le labbra. indecise; gli occhi annegati nelle orbite puntate sul paesaggio arido attorno. E’ sopspeso, immobile al movimento, non esterno; macchia nel bianco monocromo dello svolgimento ad immagini successive. Indossava pantaloni corti di colore bianco, sopra delle scarpe di cui dimentico le ombre. Le luci artificiali non arrivano ad offuscare i contrasti del volto, mentre il mento sporge verso l’alto in un miscuglio in scala di grigi sciolti e sporchi. E’ sotto la luce, al riparo di un lampione dove corpi arrampicati nascondono i loro sguardi al suo, oleoso, essere in quello strappo di Rambla, al di fuori del dondolio imposto.
Si cammina nelle spinte e sotto il bruciare delle componenti dei fumogeni, ora più bianchi. Alcune persone, avviluppate dal fumo, scappano di qualche metro al riparo dalle scintille, ma senza successo. Una volta terminata la gocciolata, il movimento si restringe ancora, fino allo scoppio del prossimo petardo. In un lato della strada, tra le sagome più scure, si intravede un fuoco. Le fiamme emergono nell’approssimarsi al gruppo, poi gli striscioni e le sciarpe tese tracciano i confini di un cerchio. Le luci spaccano gli sguardi attorno al fuoco, le mosse di quegli involucri di carne sono preoccupanti e lacerano camminamenti poco fuori del proprio rito alla Marca. Si scopre il fuoco, sono fogli di giornale. Nell’arco del fuoco inizia una danza tetra in cui riuniscono la spaccatura violenta degli Identitari e l’illusione inclusiva del commensali al Turismo. Tra le ombre, i volti cupi e tratteggiati dei colori delle fiamme, spicca in una corrida sinuosa un individuo straniero, ornato della bandiera della squadra campione. La mescolanza della gente in quelle fiamme allontana una donna a sputi e calci. Spettacolo finito. No telecamere.
Si cammina lontano, tentativo di fuga tra idoli del mercato, inconorazione di immagini plastificate, e sfilate di corpi femminili, così alienanti nella sensualità del nausearmi; conati di allergia.

Spalle al CCCB termina nel bruciare di tabacco il godimento perverso che arrossa lo sguardo. Voglia di strada isolata e lontanaza di urla, a lavare via particelle di un erotismo consumato, nelle secrezioni tossiche della Marca.

Rughe