>10 maggio 1994 – 12 novembre 2011

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Quest’uomo vogliamo ricordarlo così:
nato povero, si è costruito da solo, che si interessa di calcio, amante della vita e del divertimento (ah quante donne ha ammaliato, e quante ne ha fatte felici a suon di spicci), simpatico (come dimenticare le sue insuperabili battute e barzellette ed i suoi divertenti scherzi a figure politiche nostrane e straniere), con un po’ di grano (Gates, Zuckerberg, russi e sceicchi, magari son più ricchi di lui, ma si difende bene lo stesso, poi se non avesse così tante spese legali…) e le leggende narrano che ci sappia fare. Un torero impavido, niente e nessuno poteva anche solo impensierirlo. Per questo una sera, facendosi annusare la mano da Vespa, disse che quello che stava annusando il portiere di porta a porta era odore di santità. È stato modesto quella sera, d’altronde un invincibile, beh potrebbe essere benissimo una divinità, non un semplice santo. Invece si è rivelato un mortale. È stato sconfitto ed ha dovuto abdicare…Grazie, e ora anche tutti gli altri politici ti seguano e anche loro se ne tornino a casa. Tutti, ma proprio tutti. C’è bisogno di fare tabula rasa e di trovare qualche persona nuova, nella speranza che arrivino anche idee nuove, rivoluzionarie. C’è davvero la necessità di rinnovare in toto la classe dirigente. I personaggi dei Monti della Goldman Sachs non sono una soluzione accettabile, i ristoranti si svuoteranno e si riempiranno le bare dei disperati, dei senza lavoro, dei licenziati, degli studenti, degli ospedali…grazie alla loro politica di tagli ad occhi chiusi.
M.

10 maggio 1994 – 12 novembre 2011

Quest’uomo vogliamo ricordarlo così:
nato povero, si è costruito da solo, che si interessa di calcio, amante della vita e del divertimento (ah quante donne ha ammaliato, e quante ne ha fatte felici a suon di spicci), simpatico (come dimenticare le sue insuperabili battute e barzellette ed i suoi divertenti scherzi a figure politiche nostrane e straniere), con un po’ di grano (Gates, Zuckerberg, russi e sceicchi, magari son più ricchi di lui, ma si difende bene lo stesso, poi se non avesse così tante spese legali…) e le leggende narrano che ci sappia fare. Un torero impavido, niente e nessuno poteva anche solo impensierirlo. Per questo una sera, facendosi annusare la mano da Vespa, disse che quello che stava annusando il portiere di porta a porta era odore di santità. È stato modesto quella sera, d’altronde un invincibile, beh potrebbe essere benissimo una divinità, non un semplice santo. Invece si è rivelato un mortale. È stato sconfitto ed ha dovuto abdicare…Grazie, e ora anche tutti gli altri politici ti seguano e anche loro se ne tornino a casa. Tutti, ma proprio tutti. C’è bisogno di fare tabula rasa e di trovare qualche persona nuova, nella speranza che arrivino anche idee nuove, rivoluzionarie. C’è davvero la necessità di rinnovare in toto la classe dirigente. I personaggi dei Monti della Goldman Sachs non sono una soluzione accettabile, i ristoranti si svuoteranno e si riempiranno le bare dei disperati, dei senza lavoro, dei licenziati, degli studenti, degli ospedali…grazie alla loro politica di tagli ad occhi chiusi.
M.

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La prospettiva è parziale: ad ogni svolgimento di fatti, ai fatti s’incasellano gli uomini, le cose, i luoghi, i momenti. Sembra davvero difficile riuscire ad affiancarsi agli accadimenti senza la pretesa di inquadrarli in cornici più grandi. Rimanere parti parziali degli svolgimenti e non curatori, tutori di essi.
Se una folla si muove da una piazza ad un altra, bruciando i margini della strada, svellendo il cemento ed i sassi per farne un’arma; se degli uomini in un angolo pregano ed insieme coprono con la bandiera di un paese arabo; se le donne urlano a bocca scoperta oppure attendono in casa il ritorno del marito con il cibo pronto. Ci sono cortili di intonaco che divengono moschee, dove al mattino, alla sera si odono le invocazioni; nella piazza al calare del sole svaniscono le donne, le porte delle case rimangono socchiuse, il rumore finisce.
I movimenti delle mamme giunte in solidarietà ad una famiglia in sfratto sembrano quelli dei galleggianti nel mare: prima sotto, vicini ai muri e ai bambini, poi sopra riemergono, si allontanano timorose, di un codice civile e penale (poliziesco) e di un confine religioso e familiare che ha dei margini estremamente chiari.
Le città italiane che cominciano a sperimentare l’immigrazione devono aprirsi. Non esiste più alcuna categoria valida per rinchiudere in maniera anche solo approssimativa i generi del cittadino. Non può dirsi studente senza riguardare l’immigrato, non può chiamare rivolta se non con gente totalmente straniera ed ignota. E chi lavora, come lavora, che lavoro, come si intende l’impiego che dona sussistenza quando la sussistenza stessa non è intesa al pari dal cittadino.
Se al di sotto delle categorie urbane si crea un vuoto, perché il vuoto è già nelle città (nel momento in cui alla popolazione esistente non esiste una controparte esattamente contabilizzata), allora forse è in quel punto che c’è da farsi parte.
Senza pretese, archi tesi e frecce scagliate al centro, di dargli un volto (che sia disagio, che sia sicurezza, che sia rivolta, che sia periferie) ma mescolando il proprio volto in quell’ignoto, che è presupposto per l’avvicinamento, e forse, per la massa.
Rughe

>Smarrimento cap. 1

>

Tornai a casa dopo aver bevuto uno spritz nel baretto in Piazza Isolo, con vista sulla banca, avvolta nelle luci del tramonto.
In piedi in cucina, portai la mano alla tasca per estrarvi le chiavi e riporle sul tavolo, ripetei lo stessi gesto con la tasca posteriore dei jeans in cerca del portafoglio. Tastai sia la tasca destra che la sinistra ma del mio portafoglio non vi era traccia. Imprecai con cura e lentamente. Afferrai le chiavi con forza e volando per la scala ero di nuovo in strada. Corsi verso il bar preoccupandomi prima di mandare a cagare l’omino del semaforo rosso.
Percorsi Piazza Isolo e il suo pallore con calma sperando che il mio portafoglio si fosse adagiato da qualche parte in mia attesa ma naturalmente le mie speranze erano piuttosto vane.
Mi guardai intorno, credendo che tutti i passanti fossero lì per me, ad aspettare il proprietario di quel portafoglio trovato giusto 5 minuti fa, la piazza invece era incredibilmente vuota.
Mi avvicinai al bar, c’era il proprietario fuori, seduto sullo sgabello di legno, che fumava rilassato una sigaretta mentre i suoi clienti bevevano l’arancio dello spritz dai loro calici colmi.
Mi guardò sorpreso.
– scusi, ha per caso trovato un portafoglio?-
il tizio ridacchiò.
– un altro?- rispose.
– Come un altro?-
– Ehi, bello. Forse hai bevuto troppi spritz-
– Cosa?-
Notai che un signore del tavolo vicino mi osservava insistentemente, anche lui sorpreso.
– giovanotto, sta bene?- mi chiese.
– Cosa?- dissi di nuovo. – sto benissimo, ho perso il portafoglio e dato che giusto 5 minuti fa ho bevuto uno aperitivo qui, sono tornato a cercarlo, sperando che ci sia. –
Il signore mi guardò quasi confuso, poi scosse la testa e rivolgendosi al proprietario disse:
– quanto ha bevuto, scusi? –
il proprietario rise.
– Giovanotto – continuò il signore – lei è già venuto qui, non si ricorda? Il suo portafoglio le è stato restituito. –
– cosa?- urlai quasi – ma no! Si è trattato di qualcun’altro! Non ho il mio portafoglio! –
Cominciai a sospettare che il signorotto e il proprietario del bar fossero d’accordo. Immaginavo i miei documenti venduti ad un clandestino e i miei soldi nelle tasche del proprietario. Forse era il caso di chiedere almeno la restituzione dei documenti o forse era il caso di chiamare la polizia?
– ok, ok. Calma- dissi passandomi nervosamente un mano tra i capelli. – ehm, non farò storie…ridatemi almeno i miei documenti.- chiesi quasi sussurrando.
Il proprietario spalancò gli occhi e si alzò di scatto dallo sgabello. Il signorotto per poco non mi lanciava addosso il posacenere.
– Senti, mi hai stancato, Bello lo scherzetto, adesso muovi il culo e vattene.-
Il signorotto si limitò a guardarmi torvo.
– pezzi di merda.- dissi tra i denti. Incassando la testa tra le spalle, imboccai la strada di casa, nel mentre però telefonai ai carabinieri.
Ad un certo punto il proprietario mi piombò alle spalle.
– che cazzo fai? Eh? Chi chiami?-
– non sono affari che la riguardano. –
– ah, i carabinieri magari! Guarda che ti faccio internare! Sei venuto qui 10 minuti fa e ti ho restituito il portafoglio! cosa ti serve? Droga? Eh? –
Mi fermai e guardai il ragazzo di fronte a me, teso.
– stai scherzando, vero? Non sono venuto qui e non mi avete dato nessuno portafoglio! perché sarei dovuto tornare!? –
– ok, amico. Tu non stai bene. Va dal medico, se vuoi faccio chiamare l’ambulanza…veramente.-
Il suo tono era improvvisamente cambiato, sembrava seriamente preoccupato per la mia salute, pensava fossi vittima di un qualche incidente.
– ma io sto benissimo, non ho nessuna botta in testa.-
– ok, comunque ti giuro che sei già passato dal bar, hai trovato da solo il portafoglio che avevi lasciato sul tavolo. –
– si, si. Certo, come no.- dissi spingendolo via e andando dritto verso la strada di casa.
Tornato a casa, mi infilai in doccia cercando di far passare l’arrabbiatura.
Domani vado a far denuncia ai Carabinieri, mi dissi sotto l’acqua calda.

Kafka’s colpa

Smarrimento cap. 1

Tornai a casa dopo aver bevuto uno spritz nel baretto in Piazza Isolo, con vista sulla banca, avvolta nelle luci del tramonto.
In piedi in cucina, portai la mano alla tasca per estrarvi le chiavi e riporle sul tavolo, ripetei lo stessi gesto con la tasca posteriore dei jeans in cerca del portafoglio. Tastai sia la tasca destra che la sinistra ma del mio portafoglio non vi era traccia. Imprecai con cura e lentamente. Afferrai le chiavi con forza e volando per la scala ero di nuovo in strada. Corsi verso il bar preoccupandomi prima di mandare a cagare l’omino del semaforo rosso.
Percorsi Piazza Isolo e il suo pallore con calma sperando che il mio portafoglio si fosse adagiato da qualche parte in mia attesa ma naturalmente le mie speranze erano piuttosto vane.
Mi guardai intorno, credendo che tutti i passanti fossero lì per me, ad aspettare il proprietario di quel portafoglio trovato giusto 5 minuti fa, la piazza invece era incredibilmente vuota.
Mi avvicinai al bar, c’era il proprietario fuori, seduto sullo sgabello di legno, che fumava rilassato una sigaretta mentre i suoi clienti bevevano l’arancio dello spritz dai loro calici colmi.
Mi guardò sorpreso.
– scusi, ha per caso trovato un portafoglio?-
il tizio ridacchiò.
– un altro?- rispose.
– Come un altro?-
– Ehi, bello. Forse hai bevuto troppi spritz-
– Cosa?-
Notai che un signore del tavolo vicino mi osservava insistentemente, anche lui sorpreso.
– giovanotto, sta bene?- mi chiese.
– Cosa?- dissi di nuovo. – sto benissimo, ho perso il portafoglio e dato che giusto 5 minuti fa ho bevuto uno aperitivo qui, sono tornato a cercarlo, sperando che ci sia. –
Il signore mi guardò quasi confuso, poi scosse la testa e rivolgendosi al proprietario disse:
– quanto ha bevuto, scusi? –
il proprietario rise.
– Giovanotto – continuò il signore – lei è già venuto qui, non si ricorda? Il suo portafoglio le è stato restituito. –
– cosa?- urlai quasi – ma no! Si è trattato di qualcun’altro! Non ho il mio portafoglio! –
Cominciai a sospettare che il signorotto e il proprietario del bar fossero d’accordo. Immaginavo i miei documenti venduti ad un clandestino e i miei soldi nelle tasche del proprietario. Forse era il caso di chiedere almeno la restituzione dei documenti o forse era il caso di chiamare la polizia?
– ok, ok. Calma- dissi passandomi nervosamente un mano tra i capelli. – ehm, non farò storie…ridatemi almeno i miei documenti.- chiesi quasi sussurrando.
Il proprietario spalancò gli occhi e si alzò di scatto dallo sgabello. Il signorotto per poco non mi lanciava addosso il posacenere.
– Senti, mi hai stancato, Bello lo scherzetto, adesso muovi il culo e vattene.-
Il signorotto si limitò a guardarmi torvo.
– pezzi di merda.- dissi tra i denti. Incassando la testa tra le spalle, imboccai la strada di casa, nel mentre però telefonai ai carabinieri.
Ad un certo punto il proprietario mi piombò alle spalle.
– che cazzo fai? Eh? Chi chiami?-
– non sono affari che la riguardano. –
– ah, i carabinieri magari! Guarda che ti faccio internare! Sei venuto qui 10 minuti fa e ti ho restituito il portafoglio! cosa ti serve? Droga? Eh? –
Mi fermai e guardai il ragazzo di fronte a me, teso.
– stai scherzando, vero? Non sono venuto qui e non mi avete dato nessuno portafoglio! perché sarei dovuto tornare!? –
– ok, amico. Tu non stai bene. Va dal medico, se vuoi faccio chiamare l’ambulanza…veramente.-
Il suo tono era improvvisamente cambiato, sembrava seriamente preoccupato per la mia salute, pensava fossi vittima di un qualche incidente.
– ma io sto benissimo, non ho nessuna botta in testa.-
– ok, comunque ti giuro che sei già passato dal bar, hai trovato da solo il portafoglio che avevi lasciato sul tavolo. –
– si, si. Certo, come no.- dissi spingendolo via e andando dritto verso la strada di casa.
Tornato a casa, mi infilai in doccia cercando di far passare l’arrabbiatura.
Domani vado a far denuncia ai Carabinieri, mi dissi sotto l’acqua calda.

Kafka’s colpa

>Cantine ed armadi

>

Ben più di quella rivolta agli animali, la confidenza acquisita nei confronti delle case è un traguardo tanto difficile da raggiungere quanto da mantenere. Prova ne è l’indelebile sapore amaro che accompagna il ritorno a casa dopo un lungo viaggio: come se la casa avesse smesso di riconoscerci ed accoglierci, allo stesso modo con cui noi ci comportiamo con lei. Ancora oggi, dopo sette anni, provo un certo disagio nei confronti della casa di Silvia, tipica villetta costruita su più piani e delimitata in verticale dalla cantina e dalla soffitta. Tale malessere si acuisce nelle ore notturne, quando gli incalcolabili rumori della casa mi assalgono e dall’alto e dalle profondità dell’edificio: allora fatico, con una certa vergogna, a reprimere una paura tanto infantile quanto innocente, al limite del comunicabile. In questa casa dai confini insondabili, la cantina e la soffitta sono così l’omologo dell’armadio o del sotto-il-letto per il bambino: un luogo talmente prossimo e allo stesso momento talmente inquietante proprio in favore di questa prossimità insondabile. Da lì provengono le ombre e gli spettri notturni, è per mezzo di loro che l’ambiente familiare rivela il proprio lato perturbante. E’ come se tali luoghi costituissero il tramite privilegiato per affrontare le paure più proprie: quelle proveniente dal territorio del proprio, del familiare così come della proprietà. L’insistenza di questi terrori notturni è qui a ricordarci come la sicurezza non è qualcosa da conquistare nei confronti di un fuori, bensì un semplice miraggio minato fin dalle fondamenta, al cuore stesso di ciò che noi reputiamo familiare. Solo la sterminata proliferazione urbana di piccoli appartamenti, unità abitative estese su un solo piano, ha potuto diffondere tale certezza. Al riparo dalle proprie cantine così come dalle proprie soffitte, l’uomo nero è stato relegato all’esterno della casa, in agguato dietro le finestre, intento a bussare alla propria porta blindata. La riduzione dello spazio della casa, e la sua estensione puramente orizzontale, hanno così alimentato la convinzione di una sua trasparenza e di una sua perfetta visibilità: basterà a questo punto difenderne i confini per pacificare le paure. Ora, il terrore notturno non riguarda più ciò che da sempre si nasconde all’interno della nostra casa, bensì ciò che là fuori, nella terra dei leoni, minaccia di entrare compromettendo la nostra integrità. Disabituati ad avere paura di ciò che risiede in noi, ci siamo facilmente adattati a quella che comanda di diffidare di tutto ciò che non ci appartiene – a tal punto da costruire attorno ad essa un’intera politica… [continua]

Baubau

Cantine ed armadi

Ben più di quella rivolta agli animali, la confidenza acquisita nei confronti delle case è un traguardo tanto difficile da raggiungere quanto da mantenere. Prova ne è l’indelebile sapore amaro che accompagna il ritorno a casa dopo un lungo viaggio: come se la casa avesse smesso di riconoscerci ed accoglierci, allo stesso modo con cui noi ci comportiamo con lei. Ancora oggi, dopo sette anni, provo un certo disagio nei confronti della casa di Silvia, tipica villetta costruita su più piani e delimitata in verticale dalla cantina e dalla soffitta. Tale malessere si acuisce nelle ore notturne, quando gli incalcolabili rumori della casa mi assalgono e dall’alto e dalle profondità dell’edificio: allora fatico, con una certa vergogna, a reprimere una paura tanto infantile quanto innocente, al limite del comunicabile. In questa casa dai confini insondabili, la cantina e la soffitta sono così l’omologo dell’armadio o del sotto-il-letto per il bambino: un luogo talmente prossimo e allo stesso momento talmente inquietante proprio in favore di questa prossimità insondabile. Da lì provengono le ombre e gli spettri notturni, è per mezzo di loro che l’ambiente familiare rivela il proprio lato perturbante. E’ come se tali luoghi costituissero il tramite privilegiato per affrontare le paure più proprie: quelle proveniente dal territorio del proprio, del familiare così come della proprietà. L’insistenza di questi terrori notturni è qui a ricordarci come la sicurezza non è qualcosa da conquistare nei confronti di un fuori, bensì un semplice miraggio minato fin dalle fondamenta, al cuore stesso di ciò che noi reputiamo familiare. Solo la sterminata proliferazione urbana di piccoli appartamenti, unità abitative estese su un solo piano, ha potuto diffondere tale certezza. Al riparo dalle proprie cantine così come dalle proprie soffitte, l’uomo nero è stato relegato all’esterno della casa, in agguato dietro le finestre, intento a bussare alla propria porta blindata. La riduzione dello spazio della casa, e la sua estensione puramente orizzontale, hanno così alimentato la convinzione di una sua trasparenza e di una sua perfetta visibilità: basterà a questo punto difenderne i confini per pacificare le paure. Ora, il terrore notturno non riguarda più ciò che da sempre si nasconde all’interno della nostra casa, bensì ciò che là fuori, nella terra dei leoni, minaccia di entrare compromettendo la nostra integrità. Disabituati ad avere paura di ciò che risiede in noi, ci siamo facilmente adattati a quella che comanda di diffidare di tutto ciò che non ci appartiene – a tal punto da costruire attorno ad essa un’intera politica… [continua]

Baubau

>Quei quattro straccioni han gridato più forte..

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Valeva la pena essere a Roma il 15 ottobre 2011 per assistere al solito meraviglioso spettacolo della fiumana di gente presente: centinaia di migliaia di persone tra cui associazioni, movimenti, sindacati e “vere” sinistre partitiche. Tra queste la quantità impressionante di compagni del PRC, che da solo ha organizzato oltre 200 pullman da tutta Italia. Anche per questo sono orgoglioso di sventolare la mia falce e martello, non con l’intento di mettere “il cappello” alla manifestazione, ma di indignarmi anche verso chi dice che tutti i partiti sono uguali… Avanziamo rapidi verso la testa del corteo: troviamo macchine carbonizzate, vetrine di banche sfondate, bancomat devastati. In via Merulana siamo quasi in testa, e ce ne accorgiamo dalle auto appena messe a fuoco, e dalle violenze cui adesso assistiamo in diretta. Per il corteo ormai confuso e frammentato è un calvario: si arriva in piazza San Giovanni dove le scaramucce diventano guerriglia aperta. La gente che arriva in piazza è priva di vie d’uscita. Elicotteri sempre in cielo. Ogni tanto un’esplosione. Odore di lacrimogeni. Nessuno sa bene che succede… Intanto gli scontri si avvicinano sempre di più. Siamo vicini quando un blindato va a fuoco e tutta la piazza (diverse migliaia di persone) esulta per la piccola vittoria. Arrivano da un ingresso secondario dieci blindati con 200 poliziotti a regolare i conti. Gli sfiliamo di fianco cercando di fuggire dall’aria ormai nera e irrespirabile. Qualche lacrimogeno ci piove a pochi metri mentre lasciamo la piazza. Corriamo. E’ ormai notte. Ci penso: ha ragione chi dice che era meglio non ci fossero state violenze. Ma visto il Paese Italia del 2011 era inevitabile ci fossero. Poi ripenso al “libro-scudo” di una studentessa del corteo dedicato al romanzo “Q”. Un capolavoro in cui si trovano queste frasi: “Non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto. La sconfitta non rende ingiusta una causa. Ricordalo sempre.” Oggi forse abbiamo perso, ma la coscienza resta forte.

Alessandro Pascale

Quei quattro straccioni han gridato più forte..

Valeva la pena essere a Roma il 15 ottobre 2011 per assistere al solito meraviglioso spettacolo della fiumana di gente presente: centinaia di migliaia di persone tra cui associazioni, movimenti, sindacati e “vere” sinistre partitiche. Tra queste la quantità impressionante di compagni del PRC, che da solo ha organizzato oltre 200 pullman da tutta Italia. Anche per questo sono orgoglioso di sventolare la mia falce e martello, non con l’intento di mettere “il cappello” alla manifestazione, ma di indignarmi anche verso chi dice che tutti i partiti sono uguali… Avanziamo rapidi verso la testa del corteo: troviamo macchine carbonizzate, vetrine di banche sfondate, bancomat devastati. In via Merulana siamo quasi in testa, e ce ne accorgiamo dalle auto appena messe a fuoco, e dalle violenze cui adesso assistiamo in diretta. Per il corteo ormai confuso e frammentato è un calvario: si arriva in piazza San Giovanni dove le scaramucce diventano guerriglia aperta. La gente che arriva in piazza è priva di vie d’uscita. Elicotteri sempre in cielo. Ogni tanto un’esplosione. Odore di lacrimogeni. Nessuno sa bene che succede… Intanto gli scontri si avvicinano sempre di più. Siamo vicini quando un blindato va a fuoco e tutta la piazza (diverse migliaia di persone) esulta per la piccola vittoria. Arrivano da un ingresso secondario dieci blindati con 200 poliziotti a regolare i conti. Gli sfiliamo di fianco cercando di fuggire dall’aria ormai nera e irrespirabile. Qualche lacrimogeno ci piove a pochi metri mentre lasciamo la piazza. Corriamo. E’ ormai notte. Ci penso: ha ragione chi dice che era meglio non ci fossero state violenze. Ma visto il Paese Italia del 2011 era inevitabile ci fossero. Poi ripenso al “libro-scudo” di una studentessa del corteo dedicato al romanzo “Q”. Un capolavoro in cui si trovano queste frasi: “Non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto. La sconfitta non rende ingiusta una causa. Ricordalo sempre.” Oggi forse abbiamo perso, ma la coscienza resta forte.

Alessandro Pascale