Le Favole di Veronetta.

Personaggio 1

Lo zingaro Sagezza

Sabato sera di fine settembre, me ne stavo accucciato ai Preti sorseggiando lentamente del mirto mentre la città invasa da truppe di famiglie per il festival del Tocatì emana il suo orrendo odore di marketing.
Chiuso nel cerchio magico tra i soliti 4 amici ascoltavo indolente i loro discorsi.
– Sono vent’anni che è uscito Nevermind. Lo sapevi?
– No.
Cazzo. Vent’anni.
– si.- dice un tizio bassino che si avvicina a noi.
– Avete dei soldi?- domanda.
Ci guardiamo l’uno con l’altro. Fingendo di non capire.
– mmm, ma che cazzo sto dicendo? Scusate…e che cazzo ci faccio qui? Avete una sigaretta?-
– ehm, no. – rispondo mentre aspiro una boccata dalla paina che ho tra le dita mentre il tizio tira fuori una sigaretta dalla tasca, come se nulla fosse.
Guardo gli altri per tastarne le impressioni ma non ne ho il tempo. Il tizio riprende:
– a me piace la pornografia. Guarda qua. –
Lì in cerchio, seguiamo con gli occhi la sua mano che estrae dalla tasca dei jeans un accendino.
Accesa la sua sigaretta, si piega lento verso il marmo del marciapiede e noi con lui, come in un balletto, ci mostra il piccolo ologramma che viene fuori da una lucetta posta sull’accendino.
Strizzo gli occhi. È un tondo, come le icone dei Santi, con un’immagine porno.
Ridacchiamo tra noi, guardandoci. Sorrisi d’approvazione tra maschi.
– eh. Già. Ragazzi. Tu cosa studi?- domanda guardando A.
– filosofia.-
– aaah, guarda mi dispiace che perdi 5 anni all’università a studiare filosofia. Lasciali stare quelli, Aristotele o …Leopardi. Pippe. Solo pippe. La vera filosofia è qui-
sentenzia mostrandoci nuovamente l’immagine, indicando con l’indice la vagina della donna:
– è tutto qui, tutto chiuso qui dentro.-
Si. Il centro del mondo, la grande casa, il principio ultimo.
Alzo le braccia al cielo guardando i miei compagni e i loro sorrisi larghi.
– SI!- esclamo anch’io.
Il tizio sembra non ascoltarmi però. Si guarda intorno, allungando il collo quasi.
tutte queste facce da italiani- dice – mi fanno schifo. Mio padre è uno zingaro. –
ci guarda negli occhi, lo zingaro, poi va via, con la sua sigaretta e il suo accendino magico.

Kafka’s colpa

>Le Favole di Veronetta.

>Personaggio 1

Lo zingaro Sagezza

Sabato sera di fine settembre, me ne stavo accucciato ai Preti sorseggiando lentamente del mirto mentre la città invasa da truppe di famiglie per il festival del Tocatì emana il suo orrendo odore di marketing.
Chiuso nel cerchio magico tra i soliti 4 amici ascoltavo indolente i loro discorsi.
– Sono vent’anni che è uscito Nevermind. Lo sapevi?
– No.
Cazzo. Vent’anni.
– si.- dice un tizio bassino che si avvicina a noi.
– Avete dei soldi?- domanda.
Ci guardiamo l’uno con l’altro. Fingendo di non capire.
– mmm, ma che cazzo sto dicendo? Scusate…e che cazzo ci faccio qui? Avete una sigaretta?-
– ehm, no. – rispondo mentre aspiro una boccata dalla paina che ho tra le dita mentre il tizio tira fuori una sigaretta dalla tasca, come se nulla fosse.
Guardo gli altri per tastarne le impressioni ma non ne ho il tempo. Il tizio riprende:
– a me piace la pornografia. Guarda qua. –
Lì in cerchio, seguiamo con gli occhi la sua mano che estrae dalla tasca dei jeans un accendino.
Accesa la sua sigaretta, si piega lento verso il marmo del marciapiede e noi con lui, come in un balletto, ci mostra il piccolo ologramma che viene fuori da una lucetta posta sull’accendino.
Strizzo gli occhi. È un tondo, come le icone dei Santi, con un’immagine porno.
Ridacchiamo tra noi, guardandoci. Sorrisi d’approvazione tra maschi.
– eh. Già. Ragazzi. Tu cosa studi?- domanda guardando A.
– filosofia.-
– aaah, guarda mi dispiace che perdi 5 anni all’università a studiare filosofia. Lasciali stare quelli, Aristotele o …Leopardi. Pippe. Solo pippe. La vera filosofia è qui-
sentenzia mostrandoci nuovamente l’immagine, indicando con l’indice la vagina della donna:
– è tutto qui, tutto chiuso qui dentro.-
Si. Il centro del mondo, la grande casa, il principio ultimo.
Alzo le braccia al cielo guardando i miei compagni e i loro sorrisi larghi.
– SI!- esclamo anch’io.
Il tizio sembra non ascoltarmi però. Si guarda intorno, allungando il collo quasi.
tutte queste facce da italiani- dice – mi fanno schifo. Mio padre è uno zingaro. –
ci guarda negli occhi, lo zingaro, poi va via, con la sua sigaretta e il suo accendino magico.

Kafka’s colpa

>Carlo Giuliani

>

Genova è un’idea, un sospiro: uno di quei pensieri che ami fare e rifiuti, invece, quando li tieni stretti tra le dita. Genova, la dominante dei mari. Genova e il suo porto, la sua lanterna e la sua scuola di cantastorie. Genova, una città di mare, col culo schiacciato dai monti.
Quella mattina Carlo voleva proprio andarci, al mare. Bagnare ed asciugare al sole quella vita tutta da costruire. Poi la radio, notizie che rimbalzano di scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, nuove che arrivano dal corteo delle tute bianche. Chissà se poi Carlo l’ha detto a sua madre, che aveva cambiato idea. Chissà se Carlo l’ha salutata, mentre raggiungeva le migliaia di ragazze e ragazzi che assediavano la Zona Rossa, quel 20 luglio di dieci anni fa. Migliaia di cittadini assediati in una città, la loro, in stato di guerra. Migliaia di esseri umani strattonati, spinti, picchiati brutalmente solamente per pensare. Migliaia di manganelli, lacrimogeni, caschi: il braccio armato del potere a strenua difesa della zona rossa. I capi di stato dei principali paesi industrializzati del mondo, là dentro. Là fuori, ai piedi della chiesa di Nostra Signora del Rimedio c’è il corpo di un ragazzo. C’è una jeep delle forze dell’ordine che passa due volte su quel corpo esangue, e c’è chi si chiede se fosse ancora vivo, se fosse già morto. C’è una vita spezzata. Ci sono le grida della gente che corre, che scappa da tutte le parti. C’è il cielo, sopra piazza Alimonda, e migliaia di penne che scrivon parole e migliaia di voci che urlano dietro a microfoni e registratori e tutti raccontano di Carlo: punkabbestia, blackblock, antagonista, picchiatore, selvaggio e altre nefandezze rimbalzano la sera dagli schermi televisivi mentre milioni di uomini stanchi mangiano pane e verità. Là sotto, fra occhiali e zainetti e telefonini e orecchini e cappelli rimasti abbandonati, l’epicentro è quel buco che il proiettile sparato da una mano senza corpo protesa a difesa del nord del mondo ha creato sullo zigomo di Carlo Giuliani, 23 anni, solamente per aver pensato. Solamente un ragazzo.
Poli

Carlo Giuliani

Genova è un’idea, un sospiro: uno di quei pensieri che ami fare e rifiuti, invece, quando li tieni stretti tra le dita. Genova, la dominante dei mari. Genova e il suo porto, la sua lanterna e la sua scuola di cantastorie. Genova, una città di mare, col culo schiacciato dai monti.
Quella mattina Carlo voleva proprio andarci, al mare. Bagnare ed asciugare al sole quella vita tutta da costruire. Poi la radio, notizie che rimbalzano di scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, nuove che arrivano dal corteo delle tute bianche. Chissà se poi Carlo l’ha detto a sua madre, che aveva cambiato idea. Chissà se Carlo l’ha salutata, mentre raggiungeva le migliaia di ragazze e ragazzi che assediavano la Zona Rossa, quel 20 luglio di dieci anni fa. Migliaia di cittadini assediati in una città, la loro, in stato di guerra. Migliaia di esseri umani strattonati, spinti, picchiati brutalmente solamente per pensare. Migliaia di manganelli, lacrimogeni, caschi: il braccio armato del potere a strenua difesa della zona rossa. I capi di stato dei principali paesi industrializzati del mondo, là dentro. Là fuori, ai piedi della chiesa di Nostra Signora del Rimedio c’è il corpo di un ragazzo. C’è una jeep delle forze dell’ordine che passa due volte su quel corpo esangue, e c’è chi si chiede se fosse ancora vivo, se fosse già morto. C’è una vita spezzata. Ci sono le grida della gente che corre, che scappa da tutte le parti. C’è il cielo, sopra piazza Alimonda, e migliaia di penne che scrivon parole e migliaia di voci che urlano dietro a microfoni e registratori e tutti raccontano di Carlo: punkabbestia, blackblock, antagonista, picchiatore, selvaggio e altre nefandezze rimbalzano la sera dagli schermi televisivi mentre milioni di uomini stanchi mangiano pane e verità. Là sotto, fra occhiali e zainetti e telefonini e orecchini e cappelli rimasti abbandonati, l’epicentro è quel buco che il proiettile sparato da una mano senza corpo protesa a difesa del nord del mondo ha creato sullo zigomo di Carlo Giuliani, 23 anni, solamente per aver pensato. Solamente un ragazzo.
Poli

>Zerbini

>

Guardati dall’esterno noi italiani siamo sempre etichettati con lo stereotipo dei mafiosi. Uno stereotipo che facciamo fatica a toglierci di dosso perché per sua stessa definizione è un’immagine rigida e noi tra l’altro non facciamo nulla per migliorare la situazione, anzi. A volte l’unico modo per ottenere qualcosa, dalla più piccola alla più grossa ed in ogni contesto, nel nostro paese è appunto attuare una sorta di mafietta, il più comune e utilizzato è la raccomandazione. Ridursi alla spintarella, all’aiutino è l’unico modo per andare avanti, nel nostro paese la parola meritocrazia non esiste, come nel dizionario di Napoleone non esiste la parola “impossible”. A volte però possono capitare anche le eccezioni, ma esse esistono solo per confermare la regola della “spintarella”. La raccomandazione la vediamo tutti i giorni passarci davanti agli occhi però non diciamo mai nulla “perché tanto si sa che è un meccanismo ormai oliato e radicato e non ci si può far nulla per cambiarlo”. Dai avanti, cercate di pensare al vostro passato e cercate di ricordare quante volte avete visto applicato il “sistema” raccomandazione, magari l’avrete anche subito di persona e vi sarà capitato di approfittare dell’aiuto della spintarella, immagino che la risposta sia molteplici volte. Ormai è un processo assodato e forse l’unico per avere dei risultati, quindi non sta a me giudicare se ne avete beneficiato perché magari ciò che avete ottenuto ve lo siete meritato, anche se avete avuto bisogno di una mano per ottenerlo. Basta quindi con questi falsi moralismi fatti da persone che sono nel bel mezzo degli ingranaggi della “macchina” raccomandazione e contribuiscono a oliarla. Abbassarsi alle regole del gioco a volte si può fare, nessuno è perfetto, basta che non diventi la consuetudine e soprattutto, se sei dentro questo sistema stai zitto o quantomeno non ostentare la tua “finta” lotta contro queste mafiette perché se no diventi un ipocrita. Zitto appunto, perché anche nell’essere aiutati ci deve essere umiltà e omertà. Zerbini si diventa, non si nasce, ma è spaventoso a volte notare quanto sono in grado di abbassarsi e farsi calpestare persone che ritenevi un tempo al di fuori di questi giochetti e tutto solo per riuscire ad ottenere qualcosa. Onestamente però ormai non c’è più da stupirsi di nulla è strano notare come le persone che credi di conoscere sono in grado di cambiare da un giorno all’altro buttando nel cesso tutta l’immagine che ti eri fatto di loro. Non ci si può far nulla, nessuno rimane mai uguale a se stesso per tutto il percorso della sua vita. Invece l’unica cosa da fare è cercare di metter in luce queste mafiette, questi infimi giochetti, di denunciarli, in modo che siano condannati e cancellati dalla nostra quotidianità, cercando di premiare chi se lo merita, non l’amico dell’amico, magari le persone non cambierebbero, non diventerebbero degli zerbini.
Rupert

Zerbini

Guardati dall’esterno noi italiani siamo sempre etichettati con lo stereotipo dei mafiosi. Uno stereotipo che facciamo fatica a toglierci di dosso perché per sua stessa definizione è un’immagine rigida e noi tra l’altro non facciamo nulla per migliorare la situazione, anzi. A volte l’unico modo per ottenere qualcosa, dalla più piccola alla più grossa ed in ogni contesto, nel nostro paese è appunto attuare una sorta di mafietta, il più comune e utilizzato è la raccomandazione. Ridursi alla spintarella, all’aiutino è l’unico modo per andare avanti, nel nostro paese la parola meritocrazia non esiste, come nel dizionario di Napoleone non esiste la parola “impossible”. A volte però possono capitare anche le eccezioni, ma esse esistono solo per confermare la regola della “spintarella”. La raccomandazione la vediamo tutti i giorni passarci davanti agli occhi però non diciamo mai nulla “perché tanto si sa che è un meccanismo ormai oliato e radicato e non ci si può far nulla per cambiarlo”. Dai avanti, cercate di pensare al vostro passato e cercate di ricordare quante volte avete visto applicato il “sistema” raccomandazione, magari l’avrete anche subito di persona e vi sarà capitato di approfittare dell’aiuto della spintarella, immagino che la risposta sia molteplici volte. Ormai è un processo assodato e forse l’unico per avere dei risultati, quindi non sta a me giudicare se ne avete beneficiato perché magari ciò che avete ottenuto ve lo siete meritato, anche se avete avuto bisogno di una mano per ottenerlo. Basta quindi con questi falsi moralismi fatti da persone che sono nel bel mezzo degli ingranaggi della “macchina” raccomandazione e contribuiscono a oliarla. Abbassarsi alle regole del gioco a volte si può fare, nessuno è perfetto, basta che non diventi la consuetudine e soprattutto, se sei dentro questo sistema stai zitto o quantomeno non ostentare la tua “finta” lotta contro queste mafiette perché se no diventi un ipocrita. Zitto appunto, perché anche nell’essere aiutati ci deve essere umiltà e omertà. Zerbini si diventa, non si nasce, ma è spaventoso a volte notare quanto sono in grado di abbassarsi e farsi calpestare persone che ritenevi un tempo al di fuori di questi giochetti e tutto solo per riuscire ad ottenere qualcosa. Onestamente però ormai non c’è più da stupirsi di nulla è strano notare come le persone che credi di conoscere sono in grado di cambiare da un giorno all’altro buttando nel cesso tutta l’immagine che ti eri fatto di loro. Non ci si può far nulla, nessuno rimane mai uguale a se stesso per tutto il percorso della sua vita. Invece l’unica cosa da fare è cercare di metter in luce queste mafiette, questi infimi giochetti, di denunciarli, in modo che siano condannati e cancellati dalla nostra quotidianità, cercando di premiare chi se lo merita, non l’amico dell’amico, magari le persone non cambierebbero, non diventerebbero degli zerbini.
Rupert

>

La discesa nel bosco. La chiesa del paese di Ramats interrompe la salita tra i vigneti e gli orti, è una strada stretta che s’allarga nel cortile del paese, sotto il campanile, tra le fontane. Via Canale, le strettoie delle piccole case in pietra e malta, qualche scala in legno e ripostigli. Un grande sole sopra le teste.
S’ingrossa il filone di gente, ci s’accalca un minimo per preparare gli zaini, escono limoni, maschere, caschi, bottiglie. Si moltiplicano gli sguardi. Si scrutano i movimenti, i respiri le postazioni e poi si discende.
una lunga fila tra sassi e terra, le radici emergono ad interrompere il terreno battuto. Il bosco è piuttosto ripide e si nutre di folte ombre oltre le quali sempre qualcosa si muove. Non rimane più nulla di irrigidito al di sopra del tunnel della Maddalena. Sembra che ogni cosa partecipi del moto ormai inesorabile del cantiere, della sua difesa e di quello che è stato chiamato il suo “assedio”.
Le coperture che le persone indossano rimandano ad una irruzione di ogni ordine sociale stabilito. La differenza si fa a gironi, scendendo, dunque, coloro che s’affacciano sempre più in basso, dove l’odore aumenta ed anche le grida con le esplosioni.
Al termine di una rampa, tra qualche piccola caverna e gli alberi, un ridotto avvallamento brulica di individui convulsi e protesi verso il basso, le inferriate del cantiere. Arrivano grappoli di lacrimogeni ed in molti si riparano, troppo tardi.
il fumo, che s’ingiallisce nell’avvicinarsi, complice il vento, in un attimo ricopre una moltitudine di corpi. Bruciore irrefrenabile dalla gola allo stomaco, occhi sbarrati dalle lacrime, difficoltà respiratorie e saliva spruzzata sui fazzoletti che coprono le bocche. Corpi piegati in risalita, si stringe la pancia e si cammina sperando che tutto finisca presto. Pare di essere immersi in un liquame torrido da cui si desidera con ogni forza d’uscire. D’un tratto ogni cosa svanisce, il respiro ritorna e regolare e si ha l’impressione di aver superato un limite. Da lì in poi si scende più in fretta.
Rughe

>Les derives cap als barris

>

Le proteste spagnole che si sono articolate nell’ultimo mese e mezzo hanno come loro principale contesto la crisi economica internazionale e come referenti immediati le immagini di piazza Tahir in Egitto, le rivolte in Tunisia, la rivoluzione silenziosa in Islanda. Le proteste hanno trasformato il clima sociale e politico del paese: la classe politica ha vissuto momenti di percettibile discredito di fronte a piazze piene ogni giorno e ogni notte.
In un primo momento si riuniscono in assemblee generali, dove si cominciano a manifestare i disagi individuali e collettivi, testimonianze, lamenti. Le piazze si convertono in spazi per esprimere il senso di essere lì, condividere l’astio e la indignazione. L’assemblea generale è lo scenario di una catarsi sociale, che genera un sentimento di appartenenza alla comunità di colpiti dalla crisi col desiderio di cambiare le cose. Giorno dopo giorno si passa dallo spontaneismo alla costruzione di proposte e alla organizzazione di commissioni e gruppi di lavoro. Inizia così a formarsi un’organizzazione interna delle “acampadas” mediante commissioni che si dividono compiti e spazi; organizzano attività culturali, concerti, dibattiti, laboratori, etc.. Il ruolo più rilevante delle commissioni e dei vari gruppi di lavoro è quello di costituirsi come spazio di discussione ed elaborazione di domande e proposte, che poi ogni acampada mette ai voti mediante lo strumento dell’assemblea generale.
In mezzo alle proteste scaturite dopo la nascita del cosiddetto movimento 15-M, i risultati elettorali delle elezioni amministrative ed, in alcune comunità autonome, degli stessi parlamenti “regionali” (tenutesi dopo una settimana dall’inizio delle mobilitazioni), ci rivelano alcuni dati d’interesse. L’astensionismo, ad esempio, si colloca come prima forza con una percentuale pari al 33%, mentre aumentano anche i voti in bianco e quelli nulli, oltre ad un aumento dei voti ai partiti della sinistra minoritaria. Si apre così un piccola breccia nel sistema politico ed elettorale spagnolo, imbrigliato in un bipartitismo dove le due forze maggioritarie, il partito socialista di Zapatero e l’opposizione di destra del Partito Popolare, godono di una rappresentatività quasi asfissiante, anche e soprattutto per quel che riguarda la presenza sui media informativi.
Uno dei caratteri più significativi del movimento 15-M è lo stato d’animo sociale. Il fatto che una moltitudine irrompa mettendo in questione il sistema (o anche solo alcuni aspetti) e che soprattutto abbia la volontà di discutere e lanciare proposte, ha a che vedere con una dimensione emotiva che consiste nella possibilità di incontrarsi e ascoltarsi, convivere e organizzarsi con gente sconosciuta. Se poi si pensa alla situazione di crisi totale nella quale viene a innestarsi questa esperienza collettiva, si riesce a capire quanto l’emotività possa salire a fior di pelle: una piazza che giorno dopo giorno fatica sempre più a contenere la folla, che si fa luogo di fertile scambio, di crescita reciproca, di apertura. Ecco.. apertura con le necessarie tempistiche: il fatto che il movimento si sia definito apolitico – “ni de derechas ni de izquierdas” – plurale e aperto a tutti, s’è tradotto, in alcune assemblee, in una politica del consenso incapace di farsi carico di temi conflittuali, neutralizzando in alcuni casi l’ingresso di discorsi più critici in quanto generanti discordia e divisioni. La forte presenza cittadina – nel senso più spettacolare del termine – ha portato ad evitare di prendere posizione su argomenti come la monarchia o la repubblica, la tortura, il carcere, la memoria storica, la questione nazionale, la diversità linguistica o l’uso della violenza. A partire da qui le difficoltà di collettivi, gruppi e individualità, che già da sempre lavorano su discorsi e pratiche politiche, a rapportarsi con la piazza.
A Valencia questa difficoltà s’è fatta sentire sin da subito: dalla pura assenza di analisi di sistema (nella maggior parte dei casi si trattava di prime esperienze) alla costituzione di guardiani della democrazia, gente che in maniera volontaria – ossia inerziale rispetto alle derive securitarie della Dominazione – indossava giubbetini alta-visibilità e.. controllava. Qualcosa che dimostrò subito e ancora una volta il significato di una divisa: un esempio fu la mera impossibilità di distribuire volantini contro il voto, con minacce di segnalazione alla polizia – quelli veri, che hanno i database. Negli ambienti di ritrovo sociali, popolari, libertari, anarchici, ecc. – da sempre lontani dalla piazza – erano grosso modo due le linee tra le quali si producevano discussioni: chi voleva provare a mettersi in gioco e cercare di cominciare a far circolare anche solo discorsi, parole, piccole lacerazioni; chi invece disilluso e sconfortato non riusciva a vedere il minimo significato di uno sforzo in direzione della piazza. Il conflitto prese la via di fuga del quartiere – incredibile quanto in certi ambienti il conflitto risulti essere davvero qualcosa di produttivo e di crescita collettiva piuttosto che di sentenza, castrazione e giudizio. Di fronte anche ad alcuni stalli, si cominciò già dopo 10 giorni dal 15 maggio a sentire il bisogno di frammentare la piazza, crearne una per ogni quartiere e affondare lì, tra le piazzette e le strade, i discorsi democratici, le critiche al sistema e le pratiche politiche collettive e individuali. Grazie al livello morale della piazza, nel giro di pochi giorni quasi ogni quartiere aveva una assemblea settimanale, con una media del numero di partecipanti che si aggirava intorno al centinaio di persone. Il conflitto iniziale tra piazza e militanza già cambiò i suoi elementi di positività: mentre la piazza si ripulisce da qualsiasi soggettività che non si hippie – mentre scrivo, gli spazi in cui si creavano assemblee e commissioni sono occupati da tende e costruzioni in canna di bambù che a livello politico non hanno molto da dire, se non la cifra spettacolare che incarnano senza opporre la minima resistenza: sedotti dallo Spettacolo nella stessa misura in cui un cane è sedotto dal guinzaglio nel momento in cui questo diventa condizione per uscire di casa. Nel frattempo i quartieri creano nuove reti di vicinato e senza bisogno di interventi particolari, le singole assemblee cominciano a cambiare i diversi nuclei di discussione. Se nella piazza centrale ad essere motivo di discussione erano la legge elettorale, quella sul copyright e sulla cultura, il bipartitismo, la corruzione, i politici e altro ancora, tra le piazzette dei quartieri a farsi spazio sono temi come l’edilizia, i progetti beceri del comune, l’integrazione delle diverse comunità di migranti, le mancanze e i disagi del circondario ma anche le attività culturali, i corsi di lingua, ecc. Tutta un’altra maniera di essere indignati.

Mare Meua

Les derives cap als barris

Le proteste spagnole che si sono articolate nell’ultimo mese e mezzo hanno come loro principale contesto la crisi economica internazionale e come referenti immediati le immagini di piazza Tahir in Egitto, le rivolte in Tunisia, la rivoluzione silenziosa in Islanda. Le proteste hanno trasformato il clima sociale e politico del paese: la classe politica ha vissuto momenti di percettibile discredito di fronte a piazze piene ogni giorno e ogni notte.
In un primo momento si riuniscono in assemblee generali, dove si cominciano a manifestare i disagi individuali e collettivi, testimonianze, lamenti. Le piazze si convertono in spazi per esprimere il senso di essere lì, condividere l’astio e la indignazione. L’assemblea generale è lo scenario di una catarsi sociale, che genera un sentimento di appartenenza alla comunità di colpiti dalla crisi col desiderio di cambiare le cose. Giorno dopo giorno si passa dallo spontaneismo alla costruzione di proposte e alla organizzazione di commissioni e gruppi di lavoro. Inizia così a formarsi un’organizzazione interna delle “acampadas” mediante commissioni che si dividono compiti e spazi; organizzano attività culturali, concerti, dibattiti, laboratori, etc.. Il ruolo più rilevante delle commissioni e dei vari gruppi di lavoro è quello di costituirsi come spazio di discussione ed elaborazione di domande e proposte, che poi ogni acampada mette ai voti mediante lo strumento dell’assemblea generale.
In mezzo alle proteste scaturite dopo la nascita del cosiddetto movimento 15-M, i risultati elettorali delle elezioni amministrative ed, in alcune comunità autonome, degli stessi parlamenti “regionali” (tenutesi dopo una settimana dall’inizio delle mobilitazioni), ci rivelano alcuni dati d’interesse. L’astensionismo, ad esempio, si colloca come prima forza con una percentuale pari al 33%, mentre aumentano anche i voti in bianco e quelli nulli, oltre ad un aumento dei voti ai partiti della sinistra minoritaria. Si apre così un piccola breccia nel sistema politico ed elettorale spagnolo, imbrigliato in un bipartitismo dove le due forze maggioritarie, il partito socialista di Zapatero e l’opposizione di destra del Partito Popolare, godono di una rappresentatività quasi asfissiante, anche e soprattutto per quel che riguarda la presenza sui media informativi.
Uno dei caratteri più significativi del movimento 15-M è lo stato d’animo sociale. Il fatto che una moltitudine irrompa mettendo in questione il sistema (o anche solo alcuni aspetti) e che soprattutto abbia la volontà di discutere e lanciare proposte, ha a che vedere con una dimensione emotiva che consiste nella possibilità di incontrarsi e ascoltarsi, convivere e organizzarsi con gente sconosciuta. Se poi si pensa alla situazione di crisi totale nella quale viene a innestarsi questa esperienza collettiva, si riesce a capire quanto l’emotività possa salire a fior di pelle: una piazza che giorno dopo giorno fatica sempre più a contenere la folla, che si fa luogo di fertile scambio, di crescita reciproca, di apertura. Ecco.. apertura con le necessarie tempistiche: il fatto che il movimento si sia definito apolitico – “ni de derechas ni de izquierdas” – plurale e aperto a tutti, s’è tradotto, in alcune assemblee, in una politica del consenso incapace di farsi carico di temi conflittuali, neutralizzando in alcuni casi l’ingresso di discorsi più critici in quanto generanti discordia e divisioni. La forte presenza cittadina – nel senso più spettacolare del termine – ha portato ad evitare di prendere posizione su argomenti come la monarchia o la repubblica, la tortura, il carcere, la memoria storica, la questione nazionale, la diversità linguistica o l’uso della violenza. A partire da qui le difficoltà di collettivi, gruppi e individualità, che già da sempre lavorano su discorsi e pratiche politiche, a rapportarsi con la piazza.
A Valencia questa difficoltà s’è fatta sentire sin da subito: dalla pura assenza di analisi di sistema (nella maggior parte dei casi si trattava di prime esperienze) alla costituzione di guardiani della democrazia, gente che in maniera volontaria – ossia inerziale rispetto alle derive securitarie della Dominazione – indossava giubbetini alta-visibilità e.. controllava. Qualcosa che dimostrò subito e ancora una volta il significato di una divisa: un esempio fu la mera impossibilità di distribuire volantini contro il voto, con minacce di segnalazione alla polizia – quelli veri, che hanno i database. Negli ambienti di ritrovo sociali, popolari, libertari, anarchici, ecc. – da sempre lontani dalla piazza – erano grosso modo due le linee tra le quali si producevano discussioni: chi voleva provare a mettersi in gioco e cercare di cominciare a far circolare anche solo discorsi, parole, piccole lacerazioni; chi invece disilluso e sconfortato non riusciva a vedere il minimo significato di uno sforzo in direzione della piazza. Il conflitto prese la via di fuga del quartiere – incredibile quanto in certi ambienti il conflitto risulti essere davvero qualcosa di produttivo e di crescita collettiva piuttosto che di sentenza, castrazione e giudizio. Di fronte anche ad alcuni stalli, si cominciò già dopo 10 giorni dal 15 maggio a sentire il bisogno di frammentare la piazza, crearne una per ogni quartiere e affondare lì, tra le piazzette e le strade, i discorsi democratici, le critiche al sistema e le pratiche politiche collettive e individuali. Grazie al livello morale della piazza, nel giro di pochi giorni quasi ogni quartiere aveva una assemblea settimanale, con una media del numero di partecipanti che si aggirava intorno al centinaio di persone. Il conflitto iniziale tra piazza e militanza già cambiò i suoi elementi di positività: mentre la piazza si ripulisce da qualsiasi soggettività che non si hippie – mentre scrivo, gli spazi in cui si creavano assemblee e commissioni sono occupati da tende e costruzioni in canna di bambù che a livello politico non hanno molto da dire, se non la cifra spettacolare che incarnano senza opporre la minima resistenza: sedotti dallo Spettacolo nella stessa misura in cui un cane è sedotto dal guinzaglio nel momento in cui questo diventa condizione per uscire di casa. Nel frattempo i quartieri creano nuove reti di vicinato e senza bisogno di interventi particolari, le singole assemblee cominciano a cambiare i diversi nuclei di discussione. Se nella piazza centrale ad essere motivo di discussione erano la legge elettorale, quella sul copyright e sulla cultura, il bipartitismo, la corruzione, i politici e altro ancora, tra le piazzette dei quartieri a farsi spazio sono temi come l’edilizia, i progetti beceri del comune, l’integrazione delle diverse comunità di migranti, le mancanze e i disagi del circondario ma anche le attività culturali, i corsi di lingua, ecc. Tutta un’altra maniera di essere indignati.

Mare Meua