Passeggio a Patraix

Sono le tre e mezza. Forse neanche oggi, silenziosa domenica limpida, è la giornata giusta per cominciare a leggere Pirenne, ma per sicurezza lo ripongo nello zaino, insieme alla felpa, il termos e le pipas. Mentre mi sistemo la sciarpa ancora penso a quale direzione prendere, sentendo una forte attrazione verso sud-ovest e tutta quella zona equidistante da ogni spazio vissuto negli ultimi mesi.
Nonostante l’ultima ora spesa a guardare il vuoto seduto sul divano, a riposare la testa e a coccolarmi coi raggi di un sole invernale, le orecchie sono ancora imbottite di gommapiuma. Ma camminando mi passerà; l’unica cosa che ho veramente voglia di fare è perdermi tra vie mai percorse, silenziosamente. Evito dunque fin dall’inizio le strade conosciute e comincio penetrando il quartiere di fronte a casa, attraverso quelle che inizialmente sono scorciatoie e che passo dopo passo si fanno itinerario. Le scorciatoie sono strane: sono irrimediabilmente relazionate con il percorso principale, una sorta di condanna. È sempre una seconda strada, qualcosa di complementare, che abbrevia i tempi, accorcia distanze, sostituisce quotidianità ma al prezzo di una certa scomodità. Un’eccezione insomma. Sbuco così sulle sponde della Ciudad de las artes y de la ciencia: costruzione che sbandiera una tristezza moderna, con un design alla Flight of the Navigator (1986) ma che a quanto pare attira curiosi ed esalta architetti. E basta questo per diventare simbolo di una città. Probabilmente qualcuno pensò le stesse cose ai tempi del Colosseo o della Tour Eiffel. Essendo poi installata, la città delle arti e della scienza, nei giardini del Turia, vanta una certa vicinanza a prati popolati di gente che corre, gioca, salta, balla, cammina, parla. Attraversare il letto del vecchio fiume per poi girarsi indietro e vedere questo panorama (con la ciudad de las artes alle spalle, sia chiaro) è qualcosa che provoca una strana serenità. Se poi hai ancora il cervello intontito dalla musica alta del giorno prima, finisce che ti ritrovi fermo con lo sguardo perso nel nulla (esatto, come mezz’oretta prima sul divano) a stimare la leggiadria di alcuni.
Forzandomi un poco, torno sui miei passi e prendo una delle vie più a sud. Già la presenza umana è scesa a livelli rasenti la desolazione. Una lunga e recente colata d’asfalto mi accompagna per una passerella tra le ultime zone abitate, i primi campi sparuti, ormai incolti in attesa delle edificazioni. Alcune sono già state innalzate: a qualche centinaio di metri, delle gru segnano i lavori in corso, mentre più vicino si moltiplicano i cartelli “se vende” su balconi e finestre. D’un tratto ricompare la vita: in fondo a destra ci sono due campi da basket contigui, circondati da panchine completamente affollate di gente d’ogni fascia d’età. Mi dicono che non c’è alcuna festa o ricorrenza.. immagino dunque che sia una sorta di piazza, solo che a disegnarla non è stato un progetto urbanistico ma una spontaneità umana. Guardandomi un po’ attorno mi accorgo che è un quartiere abbastanza nuovo, con una viabilità quasi esagerata, campi da basket, calcio, tennis, aiuole e piccoli tappeti d’erba che ne definiscono i contorni. Mancano le piazze, certo. Ma ai giocatori di basket non sembra infastidire quello strano groviglio di incontri che il loro campo ospita. E alla la gente che chiacchiera e ride non sembrano infastidire quei pesanti rimbalzi e quegli ingombranti corpi scattanti che la loro piazza ospita.
Lo zio

>Passeggio a Patraix

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Sono le tre e mezza. Forse neanche oggi, silenziosa domenica limpida, è la giornata giusta per cominciare a leggere Pirenne, ma per sicurezza lo ripongo nello zaino, insieme alla felpa, il termos e le pipas. Mentre mi sistemo la sciarpa ancora penso a quale direzione prendere, sentendo una forte attrazione verso sud-ovest e tutta quella zona equidistante da ogni spazio vissuto negli ultimi mesi.
Nonostante l’ultima ora spesa a guardare il vuoto seduto sul divano, a riposare la testa e a coccolarmi coi raggi di un sole invernale, le orecchie sono ancora imbottite di gommapiuma. Ma camminando mi passerà; l’unica cosa che ho veramente voglia di fare è perdermi tra vie mai percorse, silenziosamente. Evito dunque fin dall’inizio le strade conosciute e comincio penetrando il quartiere di fronte a casa, attraverso quelle che inizialmente sono scorciatoie e che passo dopo passo si fanno itinerario. Le scorciatoie sono strane: sono irrimediabilmente relazionate con il percorso principale, una sorta di condanna. È sempre una seconda strada, qualcosa di complementare, che abbrevia i tempi, accorcia distanze, sostituisce quotidianità ma al prezzo di una certa scomodità. Un’eccezione insomma. Sbuco così sulle sponde della Ciudad de las artes y de la ciencia: costruzione che sbandiera una tristezza moderna, con un design alla Flight of the Navigator (1986) ma che a quanto pare attira curiosi ed esalta architetti. E basta questo per diventare simbolo di una città. Probabilmente qualcuno pensò le stesse cose ai tempi del Colosseo o della Tour Eiffel. Essendo poi installata, la città delle arti e della scienza, nei giardini del Turia, vanta una certa vicinanza a prati popolati di gente che corre, gioca, salta, balla, cammina, parla. Attraversare il letto del vecchio fiume per poi girarsi indietro e vedere questo panorama (con la ciudad de las artes alle spalle, sia chiaro) è qualcosa che provoca una strana serenità. Se poi hai ancora il cervello intontito dalla musica alta del giorno prima, finisce che ti ritrovi fermo con lo sguardo perso nel nulla (esatto, come mezz’oretta prima sul divano) a stimare la leggiadria di alcuni.
Forzandomi un poco, torno sui miei passi e prendo una delle vie più a sud. Già la presenza umana è scesa a livelli rasenti la desolazione. Una lunga e recente colata d’asfalto mi accompagna per una passerella tra le ultime zone abitate, i primi campi sparuti, ormai incolti in attesa delle edificazioni. Alcune sono già state innalzate: a qualche centinaio di metri, delle gru segnano i lavori in corso, mentre più vicino si moltiplicano i cartelli “se vende” su balconi e finestre. D’un tratto ricompare la vita: in fondo a destra ci sono due campi da basket contigui, circondati da panchine completamente affollate di gente d’ogni fascia d’età. Mi dicono che non c’è alcuna festa o ricorrenza.. immagino dunque che sia una sorta di piazza, solo che a disegnarla non è stato un progetto urbanistico ma una spontaneità umana. Guardandomi un po’ attorno mi accorgo che è un quartiere abbastanza nuovo, con una viabilità quasi esagerata, campi da basket, calcio, tennis, aiuole e piccoli tappeti d’erba che ne definiscono i contorni. Mancano le piazze, certo. Ma ai giocatori di basket non sembra infastidire quello strano groviglio di incontri che il loro campo ospita. E alla la gente che chiacchiera e ride non sembrano infastidire quei pesanti rimbalzi e quegli ingombranti corpi scattanti che la loro piazza ospita.
Lo zio

Piazza Dante, primo Giugno, ennesima insurrezione sventata.

Doverose congratulazioni alle Forze dell’ordine che la sera di mercoledì primo Giugno hanno sventato l’ennesima insurrezione che decine di giovani garibaldini, al grido di “Josè, mi amor!”, stavano tentando di mettere in atto armati di due chitarre e un bonghetto.
Una vera prova di coraggio di Polizia, Carabinieri e Finanza che, presenti sul luogo con cinque veicoli posteggiati, dapprima hanno impedito a due camicie rosse di issare uno striscione volgare ed eticamente ripudiabile sul pericoloso tema dell’acqua pubblica; subito dopo, circa un’ora e mezza dopo, hanno bloccato un ragazzo, riconosciuto come il nipote di Pisapia, che si stava accingendo ad orinare in un vaso di fiori rossi; infine, a nulla è valso il tentativo di un serial-bongo-man di sedersi scomposto su una sedia di un banchetto presente in piazza, dopo che otto poliziotti, spegnendo la musica dello stereo, lo hanno fatto rimanere senza sedia e lo hanno costretto, per punizione, a baciare una ragazza sulla bocca.
Alla fine della serata, le Forze dell’ordine, dopo essersi multate a vicenda per divieto di sosta, hanno abbandonato Piazza Dante, garantendo, una volta di più, la sicurezza che i cittadini veronesi, dai loro divani, ruttando, chiedono a gran voce.

Riccardo

>Piazza Dante, primo Giugno, ennesima insurrezione sventata.

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Doverose congratulazioni alle Forze dell’ordine che la sera di mercoledì primo Giugno hanno sventato l’ennesima insurrezione che decine di giovani garibaldini, al grido di “Josè, mi amor!”, stavano tentando di mettere in atto armati di due chitarre e un bonghetto.
Una vera prova di coraggio di Polizia, Carabinieri e Finanza che, presenti sul luogo con cinque veicoli posteggiati, dapprima hanno impedito a due camicie rosse di issare uno striscione volgare ed eticamente ripudiabile sul pericoloso tema dell’acqua pubblica; subito dopo, circa un’ora e mezza dopo, hanno bloccato un ragazzo, riconosciuto come il nipote di Pisapia, che si stava accingendo ad orinare in un vaso di fiori rossi; infine, a nulla è valso il tentativo di un serial-bongo-man di sedersi scomposto su una sedia di un banchetto presente in piazza, dopo che otto poliziotti, spegnendo la musica dello stereo, lo hanno fatto rimanere senza sedia e lo hanno costretto, per punizione, a baciare una ragazza sulla bocca.
Alla fine della serata, le Forze dell’ordine, dopo essersi multate a vicenda per divieto di sosta, hanno abbandonato Piazza Dante, garantendo, una volta di più, la sicurezza che i cittadini veronesi, dai loro divani, ruttando, chiedono a gran voce.

Riccardo

I baffi

Oggi mi sono svegliato coi baffi. Ridevo coi polmoni ancora stanchi dal sonno. Uscendo e passeggiando per il quartiere pensavo ai passanti. Ogni tanto sorridevo da solo. Pensavo di vedere facce divertite o quanto meno sorrisi. Invece niente. Credevano tutti che portassi i baffi sul serio.
Nel pomeriggio ho cominciato la riabilitazione della caviglia A e del polpaccio B. Sono andato ad inciampare con il legno a pochi isolati da casa. Con i baffi. Di sicuro, pensavo, la gente con cui mi trovo a inciampare non è così credulona. Mi si avvicineranno e sorridendo mi faranno qualche battuta in slang, battendo il cinque col pugnetto e via. Così mi appropinquo. Due li ho già visti, uno no. Mi danno il cinque col pugnetto. Sorriso e.. salutino. Niente risate, niente smorfie, niente che mi faccia capire che hanno capito. Ho trovato la cosa talmente strana che ho pure sospettato di non averli più. Ma nel portare le mani alla bocca per scaldarle, sentivo che i baffi c’erano ancora. E allora perché tutti si ostinano a fare finta di nulla? Ho cercato di riflettere fra un inciampo e l’altro, mostrandomi distratto e confuso. Poi una pausetta seduto sul marmo freddo deve avermi raffreddato il cerebro. Tutto s’è fatto più chiaro.
L’illuminazione: non sono l’unico a portare qualcosa per finta. La contro-prova mi è passata davanti nello stesso istante: una ragazza vestita da manichino portava dei capelli mossi, un po’ biondi e un po’ scuri. Senza dubbio era una finta: di solito porta di per certo capelli un po’ più lunghi e castani. Così mi sono girato verso Pedro. Di sicuro lui normalmente ha la barba. Quello in parte che è appena inciampato di solito di sicuro porta i baffi. Per non parlare del barbuto dall’altra parte della strada: chi vuole fregare? La sua quotidianità è il pizzetto.

Lo zio

>I baffi

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Oggi mi sono svegliato coi baffi. Ridevo coi polmoni ancora stanchi dal sonno. Uscendo e passeggiando per il quartiere pensavo ai passanti. Ogni tanto sorridevo da solo. Pensavo di vedere facce divertite o quanto meno sorrisi. Invece niente. Credevano tutti che portassi i baffi sul serio.
Nel pomeriggio ho cominciato la riabilitazione della caviglia A e del polpaccio B. Sono andato ad inciampare con il legno a pochi isolati da casa. Con i baffi. Di sicuro, pensavo, la gente con cui mi trovo a inciampare non è così credulona. Mi si avvicineranno e sorridendo mi faranno qualche battuta in slang, battendo il cinque col pugnetto e via. Così mi appropinquo. Due li ho già visti, uno no. Mi danno il cinque col pugnetto. Sorriso e.. salutino. Niente risate, niente smorfie, niente che mi faccia capire che hanno capito. Ho trovato la cosa talmente strana che ho pure sospettato di non averli più. Ma nel portare le mani alla bocca per scaldarle, sentivo che i baffi c’erano ancora. E allora perché tutti si ostinano a fare finta di nulla? Ho cercato di riflettere fra un inciampo e l’altro, mostrandomi distratto e confuso. Poi una pausetta seduto sul marmo freddo deve avermi raffreddato il cerebro. Tutto s’è fatto più chiaro.
L’illuminazione: non sono l’unico a portare qualcosa per finta. La contro-prova mi è passata davanti nello stesso istante: una ragazza vestita da manichino portava dei capelli mossi, un po’ biondi e un po’ scuri. Senza dubbio era una finta: di solito porta di per certo capelli un po’ più lunghi e castani. Così mi sono girato verso Pedro. Di sicuro lui normalmente ha la barba. Quello in parte che è appena inciampato di solito di sicuro porta i baffi. Per non parlare del barbuto dall’altra parte della strada: chi vuole fregare? La sua quotidianità è il pizzetto.

Lo zio

Un marinaio contro l’embargo di Misratah

Viaggio a Misratah, 1 aprile 2011
Tareq non è riuscito a rivedere la famiglia nemmeno questa volta. E continua a chiedersi che fine abbiano fatto la moglie e i cinque bambini piccoli. Abitano nella zona più pericolosa di Misratah. Impossibile raggiungerli, per via dei cecchini sui tetti e dei carri armati per strada. Avvicinarsi significherebbe farsi ammazzare. Non resta che sperare che siano ancora vivi. Che i carri armati non abbiano sparato sulla loro casa e che i cecchini non siano ancora entrati per prendersi l’appartamento come postazione di tiro. E c’è da sperare che abbiano abbastanza cibo e soprattutto che abbiano da bere, visto che da tre settimane Misratah è senza acqua corrente. Ormai non li sente nemmeno al telefono, da quando tre settimane fa le truppe di Gheddafi hanno staccato la linea. Dei satellitari neanche a parlarne, in città sono pochi e sono tutti in mano agli insorti per coordinare la difesa e comunicare con la stampa internazionale. A Tareq non resta che affidare la loro sorte a Allah. Li ricorda in ogni preghiera, quando stende il tappetino sul ponte del peschereccio e si inginocchia, con lo sguardo teso verso l’orizzonte dove ogni mattina il sole sorge sulle acque blu del Mediterraneo. Tareq è in viaggio da un mese. Fa la spola tra Malta e Misratah. Questo è il suo terzo viaggio. Guida un peschereccio d’altura di quaranta metri, ma non trasporta pesce. In stiva ha 150 tonnellate di latte, farina, zucchero, pomodoro in scatola, tonno, fagioli, pannolini e acqua potabile. Per rompere l’embargo nella città sotto assedio che da 40 giorni resiste coraggiosamente alle truppe di Gheddafi e ai loro bombardamenti a tappeto che hanno già ucciso almeno 200 civili. Il primo viaggio è stato il nove marzo. Questa è la sua terza traversata e per noi viaggiare con lui è l’unico modo per raggiungere la città di Misratah. 
Tareq lavorava già come ingegnere navale per l’armatore del peschereccio che oggi garantisce le scorte alimentari a Misratah. Ma in questa avventura ci si è buttato a suo rischio e pericolo, e in modo gratuito. Lo fa un po’ per l’amore che ha per la città. Un po’ per sfidare il senso di impotenza che prova per la situazione dei suoi familiari bloccati sulla linea del fronte. E un po’ perché lo deve a suo fratello Mustafa Ali. L’ultima volta che l’ha visto è stato vent’anni fa, nel 1988. Mustafa Ali a quel tempo studiava medicina all’università Gar Younis di Benghazi, era all’ultimo anno. Tareq all’epoca aveva soltanto 17 anni e ancora di politica non ne capiva niente. Quel giorno era andato a trovare il fratello per chiedergli consigli sull’università da scegliere. Ricorda che Mustafa Ali gli disse senza dubbi di andare a Tripoli. Tareq non si fece troppe domande. Capì soltanto un mese dopo, quando il fratello sparì insieme a un migliaio di studenti portati via dalle università di Tripoli e di Benghazi dalle milizie del regime. La famiglia non ebbe sue notizie per cinque lunghissimi anni. Non sapevano se era morto e se era in carcere. Fino al 1993, quando si sparse la voce che gli studenti del 1988 erano finiti nel blocco dei detenuti politici nel carcere di Abu Salim a Tripoli. La famiglia di Tareq andò a verificare, il nome del fratello era sulla lista. Non erano autorizzati a visitarlo, ma potevano portargli da mangiare una volta al mese, i primi tre giorni del mese. Anche se non potevano vederlo, quello era l’unico modo per prendersi cura di lui e fargli sentire il proprio affetto. Lo fecero ininterrottamente, con attesa e con cura, tutti i mesi, dal 1993 al 2003. Fino a quando scoprirono che Mustafa Ali era morto sette anni prima. Nel 1996, ammazzato nel massacro di Abu Salim, quando la notte del 29 giugno, in tre ore di raffiche di mitra, vennero uccisi i 1.200 detenuti politici del famoso carcere di Tripoli. Avevano continuato a portargli il cibo per sette anni, senza sapere che Mustafa era stato ammazzato in quella stessa galera. Tareq lo ripete due volte. E mentre lo dice, lo sguardo si perde nei ricordi, mentre dietro di lui dalla finestra della sala comandi, vedo il cielo tingersi dei colori del tramonto. 

Fuori sul ponte, due uomini fissano il mare con nostalgia. Sono gli unici passeggeri della nave, a parte l’equipaggio e noi giornalisti. Sono entrambi due esuli politici e hanno anticipato di qualche settimana il ritorno in patria, scommettendo sulla fine imminente di Gheddafi. Fawzi manca da Misratah da 23 anni. Scappò all’epoca delle proteste degli studenti, nel 1988, quando era ancora all’università di Tripoli. Aveva giurato a se stesso che non sarebbe tornato prima della caduta del regime. Bene, quel momento sembra essere ormai inesorabilmente vicino. A maggior ragione visto che ha perso i contatti con i familiari. I fratelli, sua sorella e la madre. L’ultima volta li ha sentiti tre settimane fa, prima che staccassero i telefoni. Abitano in una delle zone più pericolose del centro, vicino a via Tarabulus. Fawzi viene a Misratah per sapere cosa ne è stato di loro. Spera soltanto che si ricordino ancora del suo volto, perché ormai sono passati 23 anni dall’ultima volta che si sono visti e lui era ancora un ragazzo. O forse invece lo avranno riconosciuto nel filmato che Al Jazeera continua a mandare in onda sulla manifestazione dei libici davanti all’ambasciata di Londra, dove si vede lui con in mano il manifesto contro Gheddafi e i suoi complici, con su scritto in arabo: “sarete consegnati alla giustizia”. 
L’indomani mattina, quando il peschereccio attracca al porto bombardato di Misratah, Fawzi si fa un video con il cellulare, per immortalare la scena e mostrarla ai figli rimasti a Londra. Dietro le lenti degli occhiali trapela l’emozione. Poi prende le valigie e scende sul molo insieme al dottor Ramadan. L’altro passeggero, anche lui libico, anche lui di Londra. Un signore sulla cinquantina, capelli bianchi e barba ben curata. Ha uno zaino da viaggio sulle spalle. Ha intenzione di fermarsi per un po’ qui a Misratah. Come ha già fatto nelle settimane precedenti a Benghazi e a Ijdabiya. È un cardiologo, ed è tornato nel suo paese per lavorare sul fronte e curare i ragazzi che stanno dando la vita per la libertà. 
Ragazzi come Lotfi e Bashir, imbarcati sul peschereccio di Tareq da Misratah a Malta e ansioni di tornare a Misratah per andare alla guerra. L’Italia? L’Europa? Di scappare a Malta non ci hanno neanche pensato. Di chiedere asilo politico neppure. No, grazie. Non ancora, non ora. Questo è il tempo della lotta, non della fuga. La Libia, dicono, ha bisogno di loro. E io penso che non è soltanto la Libia, ma il Mediterraneo tutto, ad avere uno straordinario bisogno del loro coraggio.

>Un marinaio contro l’embargo di Misratah

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Viaggio a Misratah, 1 aprile 2011
Tareq non è riuscito a rivedere la famiglia nemmeno questa volta. E continua a chiedersi che fine abbiano fatto la moglie e i cinque bambini piccoli. Abitano nella zona più pericolosa di Misratah. Impossibile raggiungerli, per via dei cecchini sui tetti e dei carri armati per strada. Avvicinarsi significherebbe farsi ammazzare. Non resta che sperare che siano ancora vivi. Che i carri armati non abbiano sparato sulla loro casa e che i cecchini non siano ancora entrati per prendersi l’appartamento come postazione di tiro. E c’è da sperare che abbiano abbastanza cibo e soprattutto che abbiano da bere, visto che da tre settimane Misratah è senza acqua corrente. Ormai non li sente nemmeno al telefono, da quando tre settimane fa le truppe di Gheddafi hanno staccato la linea. Dei satellitari neanche a parlarne, in città sono pochi e sono tutti in mano agli insorti per coordinare la difesa e comunicare con la stampa internazionale. A Tareq non resta che affidare la loro sorte a Allah. Li ricorda in ogni preghiera, quando stende il tappetino sul ponte del peschereccio e si inginocchia, con lo sguardo teso verso l’orizzonte dove ogni mattina il sole sorge sulle acque blu del Mediterraneo. Tareq è in viaggio da un mese. Fa la spola tra Malta e Misratah. Questo è il suo terzo viaggio. Guida un peschereccio d’altura di quaranta metri, ma non trasporta pesce. In stiva ha 150 tonnellate di latte, farina, zucchero, pomodoro in scatola, tonno, fagioli, pannolini e acqua potabile. Per rompere l’embargo nella città sotto assedio che da 40 giorni resiste coraggiosamente alle truppe di Gheddafi e ai loro bombardamenti a tappeto che hanno già ucciso almeno 200 civili. Il primo viaggio è stato il nove marzo. Questa è la sua terza traversata e per noi viaggiare con lui è l’unico modo per raggiungere la città di Misratah. 
Tareq lavorava già come ingegnere navale per l’armatore del peschereccio che oggi garantisce le scorte alimentari a Misratah. Ma in questa avventura ci si è buttato a suo rischio e pericolo, e in modo gratuito. Lo fa un po’ per l’amore che ha per la città. Un po’ per sfidare il senso di impotenza che prova per la situazione dei suoi familiari bloccati sulla linea del fronte. E un po’ perché lo deve a suo fratello Mustafa Ali. L’ultima volta che l’ha visto è stato vent’anni fa, nel 1988. Mustafa Ali a quel tempo studiava medicina all’università Gar Younis di Benghazi, era all’ultimo anno. Tareq all’epoca aveva soltanto 17 anni e ancora di politica non ne capiva niente. Quel giorno era andato a trovare il fratello per chiedergli consigli sull’università da scegliere. Ricorda che Mustafa Ali gli disse senza dubbi di andare a Tripoli. Tareq non si fece troppe domande. Capì soltanto un mese dopo, quando il fratello sparì insieme a un migliaio di studenti portati via dalle università di Tripoli e di Benghazi dalle milizie del regime. La famiglia non ebbe sue notizie per cinque lunghissimi anni. Non sapevano se era morto e se era in carcere. Fino al 1993, quando si sparse la voce che gli studenti del 1988 erano finiti nel blocco dei detenuti politici nel carcere di Abu Salim a Tripoli. La famiglia di Tareq andò a verificare, il nome del fratello era sulla lista. Non erano autorizzati a visitarlo, ma potevano portargli da mangiare una volta al mese, i primi tre giorni del mese. Anche se non potevano vederlo, quello era l’unico modo per prendersi cura di lui e fargli sentire il proprio affetto. Lo fecero ininterrottamente, con attesa e con cura, tutti i mesi, dal 1993 al 2003. Fino a quando scoprirono che Mustafa Ali era morto sette anni prima. Nel 1996, ammazzato nel massacro di Abu Salim, quando la notte del 29 giugno, in tre ore di raffiche di mitra, vennero uccisi i 1.200 detenuti politici del famoso carcere di Tripoli. Avevano continuato a portargli il cibo per sette anni, senza sapere che Mustafa era stato ammazzato in quella stessa galera. Tareq lo ripete due volte. E mentre lo dice, lo sguardo si perde nei ricordi, mentre dietro di lui dalla finestra della sala comandi, vedo il cielo tingersi dei colori del tramonto. 

Fuori sul ponte, due uomini fissano il mare con nostalgia. Sono gli unici passeggeri della nave, a parte l’equipaggio e noi giornalisti. Sono entrambi due esuli politici e hanno anticipato di qualche settimana il ritorno in patria, scommettendo sulla fine imminente di Gheddafi. Fawzi manca da Misratah da 23 anni. Scappò all’epoca delle proteste degli studenti, nel 1988, quando era ancora all’università di Tripoli. Aveva giurato a se stesso che non sarebbe tornato prima della caduta del regime. Bene, quel momento sembra essere ormai inesorabilmente vicino. A maggior ragione visto che ha perso i contatti con i familiari. I fratelli, sua sorella e la madre. L’ultima volta li ha sentiti tre settimane fa, prima che staccassero i telefoni. Abitano in una delle zone più pericolose del centro, vicino a via Tarabulus. Fawzi viene a Misratah per sapere cosa ne è stato di loro. Spera soltanto che si ricordino ancora del suo volto, perché ormai sono passati 23 anni dall’ultima volta che si sono visti e lui era ancora un ragazzo. O forse invece lo avranno riconosciuto nel filmato che Al Jazeera continua a mandare in onda sulla manifestazione dei libici davanti all’ambasciata di Londra, dove si vede lui con in mano il manifesto contro Gheddafi e i suoi complici, con su scritto in arabo: “sarete consegnati alla giustizia”. 
L’indomani mattina, quando il peschereccio attracca al porto bombardato di Misratah, Fawzi si fa un video con il cellulare, per immortalare la scena e mostrarla ai figli rimasti a Londra. Dietro le lenti degli occhiali trapela l’emozione. Poi prende le valigie e scende sul molo insieme al dottor Ramadan. L’altro passeggero, anche lui libico, anche lui di Londra. Un signore sulla cinquantina, capelli bianchi e barba ben curata. Ha uno zaino da viaggio sulle spalle. Ha intenzione di fermarsi per un po’ qui a Misratah. Come ha già fatto nelle settimane precedenti a Benghazi e a Ijdabiya. È un cardiologo, ed è tornato nel suo paese per lavorare sul fronte e curare i ragazzi che stanno dando la vita per la libertà. 
Ragazzi come Lotfi e Bashir, imbarcati sul peschereccio di Tareq da Misratah a Malta e ansioni di tornare a Misratah per andare alla guerra. L’Italia? L’Europa? Di scappare a Malta non ci hanno neanche pensato. Di chiedere asilo politico neppure. No, grazie. Non ancora, non ora. Questo è il tempo della lotta, non della fuga. La Libia, dicono, ha bisogno di loro. E io penso che non è soltanto la Libia, ma il Mediterraneo tutto, ad avere uno straordinario bisogno del loro coraggio.

>Un ritardo del 1771

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In quelle settimane i polmoni della valle erano colmi di profumi, soprattutto dell’amarognolo del gelso, mangiucchiato dai bachi da seta. Ogni volta che scendevo da Ponte Zanano fino in città, più che delle miglia a piedi mi meravigliavo delle distanze olfattive. Già verso Mompiano si percepiva un’aria più calda e vissuta. Odori di carri e stracci circondavano il grande ospedale fino ad immergersi in via S.Faustino con nitidi profumi di carni dolcemente intrecciati con quelli del pane fresco. Entrare poi in piazza Grande tra la Loggia e i casotti di mercanti mi immergeva in un’atmosfera che in nessun altro posto ho più ritrovato. A volte – quando non ero in ritardo – mi fermavo ai banchi di bozzoli dove, lievemente speziato dalla vita cittadina,ritrovavo l’odore del gelso consumato. Quella mattina mi ero forse lasciato troppo alle mie derive
ed ero ancora sotto la Loggia quando i Matti delle ore battevano le otto. Il suono mi spalancò gli occhi, caricandomi le gambe di terrore. Fino a quel giorno avevo avuto la fortuna di limitarmi a vedere cosa succedeva ai ritardatari, senza mai provarlo di persona. Mentre correvo pensavo a cosa fosse stato meglio: tornare a casa e presentarmi con una scusa ben studiata il giorno dopo o arrivare in ritardo e accettare tutto ciò che questo comportava. Intanto le spallate alla gente provocavano zampilli di bestemmie; fortunatamente strada Nuova era vuota e in piazza del Duomo Nuovo c’erano solo i soliti sbirri. Alla fine decisi di presentarmi in ritardo. Giunto ormai di fronte alla porta bussai piano, cercando di non sconvolgere la concentrazione.«Avanti!». Entrai con la testa china. Il fiatone e la faccia gonfia dalla corsa mi impedivano di esprimere attraverso il viso la desolazione. «La stavamo aspettando. Forza, si sieda». Di tutte le giustifiche che avevo pensato non mi uscì neanche una sillaba. Riuscii ad intravedere persino un mezzo sorriso. Incredibile. Non capivo. Il professore proseguì subito da dove l’avevo interrotto e per tutta la lezione non fece ne occhiate ne frecciatine.A fine lezione il Marchetti mi chiese di rimanere qualche minuto.Improvvisamente mi tornarono dei brividi sulle gambe. «Senti,Gioacchino: il ritardo di oggi non può di certo passare inosservato.Domani entrerai nella Loggia, nella sala al primo piano dove tengono custodito il modello in legno del Turbini. Una volta lì prenderai qualche appunto e per venerdì voglio avere il progetto su carta. Siamo d’accordo?». Annuii abbattuto giusto per dare al castigo ciò che necessita, ma una volta fuori mi esplose un sorriso enorme e il ritorno a casa fu privo di odori.Il sole era ancora dietro la Maddalena quando mi accinsi ad entrare nella Loggia. Mi trattenni un’oretta prima di rimettere tutto in borsa ed avviarmi al meritato caffè dell’osteria ai Matti. «..ma som ‘re a dài nömer? Che sta l’è la me baraca: me da che ma sa möe gnà mort!». Beppe era incendiato; cercai di capire e intanto ordinai il mio caffè.«Figüret se me go de serà sö per lurle che i se liàt sö en cö con le talamore en del servel! “Decoro”? Ma decoro de chi?». «Beppe ma cosa è successo?» cinguetto timidamente. «Per decoro ed eleganza maggiore della piazza Grande – legge da un foglio – ornamento principalissimo di questa città, vien deciso di interrompere gli sconcerti e le indecenze. De chi po, me capese mìa.. Per questo vien fatto ordine di chiudere tutte le osterie riguardanti la piazza, atte soltanto al ricovero di gente rustica, vile e forse ancor più delle volte inonesta. Te dim se chesta l’è mìa na manega de ‘nseminich! ..che ulìet chi te? El cafè?» «Si, senza zucchero, grazie» «Ffff, e te come ala col Marchetti?» «Bene! Oggi devo copiare il progetto del Turbini!» «Chii? – tuona un omino seduto infondo – Cosa devi copiare scusa?» «Il modello in legno del Turbini,custodito nella sala della Loggia – annuisce – ecco, devo copiarlo per venerdì. Una specie di compito a casa». «Ah ah! Il Marchetti sta passando davvero ogni limite!». «Non capisco». «Con questa storia della Loggia stanno andando avanti da anni lui e il Turbini! Ormai è il tormentone del lombardo-veneto! Entrambi hanno presentato i progetti per il tetto del palazzo, ma l’amministrazione non si decide e a quanto pare preferisce far chiudere osterie per decoro! Il modello in legno l’hanno chiesto quelli dell’amministrazione per capire meglio quale accettare,ma sembra che il Turbini, con qualche giro strano, se lo sia fatto pagare con soldi pubblici, el fürbo. Così dicono che abbia fatto un modello di gran lunga migliore del progetto su carta, stracciando così quello del Marchetti. Probabilmente questi ti avrà fatto passare un’azione di spionaggio come un bel compitino a casa..». Rimasi in silenzio. I bicchieri che venivano risistemati erano l’unico suono all’interno dell’osteria. Pagai e tornai verso casa con qualche odore in più sotto il naso e un’idea diversa di ritardo.
ale