>Un ritardo del 1771

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In quelle settimane i polmoni della valle erano colmi di profumi, soprattutto dell’amarognolo del gelso, mangiucchiato dai bachi da seta. Ogni volta che scendevo da Ponte Zanano fino in città, più che delle miglia a piedi mi meravigliavo delle distanze olfattive. Già verso Mompiano si percepiva un’aria più calda e vissuta. Odori di carri e stracci circondavano il grande ospedale fino ad immergersi in via S.Faustino con nitidi profumi di carni dolcemente intrecciati con quelli del pane fresco. Entrare poi in piazza Grande tra la Loggia e i casotti di mercanti mi immergeva in un’atmosfera che in nessun altro posto ho più ritrovato. A volte – quando non ero in ritardo – mi fermavo ai banchi di bozzoli dove, lievemente speziato dalla vita cittadina,ritrovavo l’odore del gelso consumato. Quella mattina mi ero forse lasciato troppo alle mie derive
ed ero ancora sotto la Loggia quando i Matti delle ore battevano le otto. Il suono mi spalancò gli occhi, caricandomi le gambe di terrore. Fino a quel giorno avevo avuto la fortuna di limitarmi a vedere cosa succedeva ai ritardatari, senza mai provarlo di persona. Mentre correvo pensavo a cosa fosse stato meglio: tornare a casa e presentarmi con una scusa ben studiata il giorno dopo o arrivare in ritardo e accettare tutto ciò che questo comportava. Intanto le spallate alla gente provocavano zampilli di bestemmie; fortunatamente strada Nuova era vuota e in piazza del Duomo Nuovo c’erano solo i soliti sbirri. Alla fine decisi di presentarmi in ritardo. Giunto ormai di fronte alla porta bussai piano, cercando di non sconvolgere la concentrazione.«Avanti!». Entrai con la testa china. Il fiatone e la faccia gonfia dalla corsa mi impedivano di esprimere attraverso il viso la desolazione. «La stavamo aspettando. Forza, si sieda». Di tutte le giustifiche che avevo pensato non mi uscì neanche una sillaba. Riuscii ad intravedere persino un mezzo sorriso. Incredibile. Non capivo. Il professore proseguì subito da dove l’avevo interrotto e per tutta la lezione non fece ne occhiate ne frecciatine.A fine lezione il Marchetti mi chiese di rimanere qualche minuto.Improvvisamente mi tornarono dei brividi sulle gambe. «Senti,Gioacchino: il ritardo di oggi non può di certo passare inosservato.Domani entrerai nella Loggia, nella sala al primo piano dove tengono custodito il modello in legno del Turbini. Una volta lì prenderai qualche appunto e per venerdì voglio avere il progetto su carta. Siamo d’accordo?». Annuii abbattuto giusto per dare al castigo ciò che necessita, ma una volta fuori mi esplose un sorriso enorme e il ritorno a casa fu privo di odori.Il sole era ancora dietro la Maddalena quando mi accinsi ad entrare nella Loggia. Mi trattenni un’oretta prima di rimettere tutto in borsa ed avviarmi al meritato caffè dell’osteria ai Matti. «..ma som ‘re a dài nömer? Che sta l’è la me baraca: me da che ma sa möe gnà mort!». Beppe era incendiato; cercai di capire e intanto ordinai il mio caffè.«Figüret se me go de serà sö per lurle che i se liàt sö en cö con le talamore en del servel! “Decoro”? Ma decoro de chi?». «Beppe ma cosa è successo?» cinguetto timidamente. «Per decoro ed eleganza maggiore della piazza Grande – legge da un foglio – ornamento principalissimo di questa città, vien deciso di interrompere gli sconcerti e le indecenze. De chi po, me capese mìa.. Per questo vien fatto ordine di chiudere tutte le osterie riguardanti la piazza, atte soltanto al ricovero di gente rustica, vile e forse ancor più delle volte inonesta. Te dim se chesta l’è mìa na manega de ‘nseminich! ..che ulìet chi te? El cafè?» «Si, senza zucchero, grazie» «Ffff, e te come ala col Marchetti?» «Bene! Oggi devo copiare il progetto del Turbini!» «Chii? – tuona un omino seduto infondo – Cosa devi copiare scusa?» «Il modello in legno del Turbini,custodito nella sala della Loggia – annuisce – ecco, devo copiarlo per venerdì. Una specie di compito a casa». «Ah ah! Il Marchetti sta passando davvero ogni limite!». «Non capisco». «Con questa storia della Loggia stanno andando avanti da anni lui e il Turbini! Ormai è il tormentone del lombardo-veneto! Entrambi hanno presentato i progetti per il tetto del palazzo, ma l’amministrazione non si decide e a quanto pare preferisce far chiudere osterie per decoro! Il modello in legno l’hanno chiesto quelli dell’amministrazione per capire meglio quale accettare,ma sembra che il Turbini, con qualche giro strano, se lo sia fatto pagare con soldi pubblici, el fürbo. Così dicono che abbia fatto un modello di gran lunga migliore del progetto su carta, stracciando così quello del Marchetti. Probabilmente questi ti avrà fatto passare un’azione di spionaggio come un bel compitino a casa..». Rimasi in silenzio. I bicchieri che venivano risistemati erano l’unico suono all’interno dell’osteria. Pagai e tornai verso casa con qualche odore in più sotto il naso e un’idea diversa di ritardo.
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…Avevo bisogno di riorganizzare le idee, sedermi un attimo e fumare una sigaretta sarebbe forse servito, per lo meno mi sarei tranquillizzato. Non appena il fumo iniziò a danzare nel vento, immediatamente lo stormo di gufi che si era pocanzi volatilizzato ricomparve tutto intorno a me, come attirato dall’aroma del tabacco o dalla danza ipnotica del fumo che incanta come la danza di un incantatore di serpenti.

Quella moltitudine di volatili era ricomparsa ricoprendo interamente la candida neve che mi circondava. Come prima, quegli uccelli notturni eran di nuovo fermi immobili ad osservarmi, a scutare ogni mio piccolo movimento. La sigaretta intanto si consumava veloce e sapevo che terminata me ne sarei dovuto accendere un’altra a causa dell’angoscia che mi avevan trasmesso i gufi. Un’altra sigaretta, l’ennesimo chiodo di bara che mi avrebbe avvicinato sempre più precocemente verso un doloroso termine del tragitto di questa vita. Alla fine comunque tutti dobbiamo morire, nulla è per sempre ed il nostro destino è già tracciato. Una persona può fumare tranquillamente più di un pacchetto al giorno ed arrivare egregiamente fino ad ottant’anni. Un’altra invece può cercare di fare una vita la più sana possibile e morire della causa più stupida e banale che uno possa immaginare.
Anche Lily voglio dire, era o è una brava persona, tranquilla pacata, mai un eccesso, a parte quel suo fastidioso amore assoluto per la neve. Poi un bel giorno incontra me,le sprango le gambe e la lascio al suo destino agonizzante su quella candida neve da lei tanto amata. Cazzo, se fosse realmente morta dovrebbe solo che ringraziarmi, voglio dire alla fine grazie a me è morta circondata da cò che mava, chi può sognare morte migliore?
Intanto senza rendermene conto mi ero già acceso la seconda sigaretta di fila, mentre i gufi eran ancora intorno a me ed io ero sempre al centro della loro attenzione. Possibile suscitare così tanto interesse in dei volatili? La situazione si stava facendo pesante ed io ero arrivato al culmine della sopportazione, per non essere il tipo il più paziente di questo mondo avevo sopportato anche fin troppo le attenzioni di quei gufi. Con molta calma, in modo da non suscitare qualche strana reazione dei volatili, frugai nelle mie tasche alla ricerca di chissà che cosa. Magari trovare a sorpresa un repellente per gufi, ammesso che qualche folle si sia preso la briga di brevettarne uno. E invece no. Curiosamente ecco comparire tra le mie mani quel tubetto di daparox che ero convinto di aver scagliato giù dal sentiero. Strani giochi della mia mente oramai arrivata chiaramente al capolinea. Che fare? Tentare la fortuna e prendere un’altra pastiglia? In fin dei conti se prima i gufi erano comparsi dopo aver assunto il farmaco, magari un’altra pastiglietta gli avrebbe fatti svanire…come qualche gioco matematico dove 2 negativi diventano positivi. E così,seguendo il mio viaggio mentale, via con un’altra pastiglia, tanto oramai la soglia l’avevo già superata da un pezzo e il fondo l’avevo già raggiunto da tempo. E via, una pastiglia e un po’ di neve da far sciogliere in bocca per facilitare la deglutizione del farmaco. Nell’attesa del suo effetto? Un’altra sigaretta ovviamente, quel pacchetto sembrava la borsa di Mary poppins, più fumavo e più sigarette ricomparivano, coi tempi che corrono non c’è che da essere felici di tale fortuna…
Regina bianca dietro lo scialle

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Gretsf…Pensieri. Costruzioni. Discorso. Mentale. Tessuto nervoso. Canali linguistici. Pensieri. E ancora discorsi. Solo.
Si creava una impalcatura nervosa al di sopra di uno strano sentiero di montagna, innevato. Rete di pesci troppo paranoici per tornare a fluire al di fuori. E qui gufi. Quegli animali in volo poco più in alto, sopra gli isosceli neri, dal buoi della notte, fitti di aghi.

La vomitevole presenza della personalità bestiale nella valle. Masler, diviso nella propria carne di corvo e cinghiale, stava fisso nel buio. Il respiro odorava l’aria, come un riflusso di stagnazione carnevalesca. Poca luce, un rumore fitto di bronchi ostruiti dal pelo, che da dentro, sudicia il petto dell’animale.
Stava in presenza come una lacerazione, un insulto di pelle che non si inserisce in alcun luogo. Ed in effetti cominciava il suo movimento, come di una danza senza alcun ritorno di passo, ogni tremore inedito. Convulsioni fino al volo sbilenco, nel nero che copre il sentiero di montagna.
La corteccia macabra volante copriva una parte di cielo, occupando a tratti il filtro luminoso delle stelle. Questo era di per sè un disagio. Lo sentivo, mentre osservavo, tremante, tra gli alberi.
***
Le mie gambe si arrestarono contro la mia volontà. Eppure davanti a me non intravedevo nessuno ostacolo e l’arresto del mio moto era stato improvviso e senza nessuna causa apparente.
Se la mia marcia era cessata, non fece altrettanto la nevicata che oramai mi ricopriva fino al busto, nascondendomi le gambe. Qui fitti fiocchi di neve erano come una sorta di sabbie mobili. Più cercavo di divincolarmi e più i miei insuccessi contribuivano ad alimentare una sensazione di claustrofobia. Vampate di malessere alle quali non riuscivo a mettere un freno a causa della mia condizione di immobilità. Ero nella merda fino al collo, nonostante ciò che mi ricopriva non era guano nero, ma bianca e candida neve. I cliché sono brutti però a volte sono quanto di più preciso per rappresentare una situazione. All’improvviso tutto nero, l’oscurità si abbatté su di me, più nera di un batacchio nero di un mezzo nero in una notte senza luna nella prateria.
Ad un tratto di nuovo luce. Ero accasciato in terra, nudo, sul pavimento di una casa che avevo già visto. Avevo un freddo fottuto e non mi sentivo le gambe, vedendo una sedia a rotelle in parte a me capì il perché. Sulla porta d’ingresso c’era Lily in tutto il suo splendore ed in forma come non mai. Aveva le lacrime agli occhi e si stava apprestando a varcare la soglia e ad uscire per sempre dalla mia vita. Io paralizzato e nudo sul pavimento mi sentivo impotente, nulla che potessi fare o dire per fermare Lily e così la sua figura scomparve dietro la porta. Le lacrime che poco prima accarezzavano il viso di Lily iniziarono a sgorgare copiose dai miei occhi.
Senza un motivo apparente mi trascinai verso il guardaroba, mi misi la muta da sub, la maschera e le bombole. A fatica mi diressi verso l’acquario senza però raggiungerlo, tesi la mano verso quella prigione per pesci e mi domandai quando avremmo vissuto tutti sott’acqua dove il mio handicap non sarebbe stato un peso per Lily, come se fosse stata la mia situazione di paralisi a farla fuggire. Solo sott’acqua avrei potuto abbandonare la mia sedia con le ruote ed il mio infame soprannome, rotella. Solo negli abissi del mare sarei potuto essere finalmente felice con Lily.
Sedia a rotelle? Io e Lily insieme? Qualcosa non quadrava. Ma se fino ad un attimo prima ero in un sentiero di montagna sommerso dalla neve. Come facevo ora a ritrovarmi paraplegico e ad avere in testa tutta un’intera vita vissuta con Lily e a desiderare di avere altro tempo da spendere insieme a lei? Nel mentre che mi ponevo queste domande piangevo a dirotto ed in maniera incontrollata. Le lacrime mi offuscavano la vista ed oramai le figure da nitide erano diventate solo un unico ammasso deforme di luci. Chiusi gli occhi per un’istante in modo tale da passarci la mano ed asciugarmi le lacrime. Riaperti ero di nuovo tutto nitido. Ero però di nuovo sul sentiero innevato dove la mia marcia era stata arrestata. Non ero più bloccato, in qualche modo dovevo essere riuscito ad uscire da quella che pensavo sarebbe stata la mia bianca fossa mortale.
Avevo bisogno di riorganizzare le idee, sedermi un attimo e fumare una sigaretta sarebbe forse servito, per lo meno mi sarei tranquillizzato. Non appena il fumo iniziò a danzare nel vento, immediatamente lo stormo di gufi che si era pocanzi volatilizzato ricomparve tutto intorno a me, come attirato dall’aroma del tabacco o dalla danza ipnotica del fumo che incanta come la danza di un incantatore di serpenti.
Regina bianca dietro lo scialle

I bicchieri

Ieri sera, a mezzanotte, mi sono accorto che era oggi, e mi son messo a lavare i piatti. Ho rotto un altro bicchiere. Il quarto bicchiere blu su cinque che avevamo. Avevo fatto cadere anche una tazza irlandese appena venuto a vivere qua, ed era un regalo. Forse dovrei cambiare abitudini, ma a cucinare vicino a un lavello sporco mi sembra di far piangere le cipolle e i piatti stavano lì già da tre giorni.
Da piccolo, prima di andare a letto, aprivo il cassetto della cucina per controllare che nello spazio delle forchette ci fossero almeno due forchette, e in quello dei cucchiai almeno due cucchiai, e lo stesso per i coltelli.
Se qualche posata era rimasta da sola, ne prendevo una dallo scolapiatti e gliela mettevo vicino, perché mi dispiaceva che si addormentasse da sola. Poi sono cresciuto, e ho imparato che le posate non sognano mica. E ho iniziato a far cadere i bicchieri…
La settimana scorsa sono stato un paio di giorni dai miei. La domenica mattina mia madre mi ha svegliato per farmi conoscere Roberto, un amico che era passato a bere un caffè. Come i miei genitori, Roberto è un testimone di Geova, sulla sessantina d’anni, ed era venuto insieme a un altro ragazzo di cui non ricordo il nome. Quando
sono sceso in salotto stavano chiacchierando del più e del meno, di Dio e della Bibbia. Ero stanco e non avevo granché voglia di parlare, e stavo a disagio a causa del testimone più giovane. Aveva un bel volto, con un che di nordico, molto curato e
pulito. Però la sua sembrava una faccia senza ricordi, o della quale, perlomeno, non sarei riuscito a raccontare qualcosa. Una faccia che faceva bene quello che doveva fare, ovvero predicare che non bisogna peccare, perché il peccato, si sa, è un brutto ricordo.
Un calice di vino mezzo pieno che ti dicono di non bere che sa di aceto. È che a un certo punto capita, all’improvviso, di accorgersi che il proprio bicchiere è crepato e mezzo vuoto, e allora lo cambi con uno migliore, pieno di un succo fresco che puoi bere quando vuoi. La Bibbia, ad esempio, è una “teologia del bicchiere”, una coppa che ci puoi sorseggiare l’acqua della vita. E l’acqua della vita, fosse pure soltanto per educazione, non è qualcosa che si può bere a collo. Ci serve un bicchiere. E se sei fortunato, magari l’acqua si trasforma in vino.
Non ce l’ho coi bicchieri: anch’io ne ho qualcuno. Il problema, tuttalpiù, è che li
rompo. Quel che non capisco è la faccenda delle metà. Un vecchio all’osteria diceva che un boccale mezzo vuoto è da riempire e uno mezzo pieno da finire. E per la
miseria, un bicchiere è solo un bicchiere, e a volte è bello bere con le mani o tracannare da una bottiglia. Poi, forse, mi sbaglio. Un bicchiere non è solo un
bicchiere, o meglio, è quello che è in relazione a quello che ci si dovrà bere. Voglio dire, l’ampiezza della pancia di un calice, il bevante, varia a seconda
delle caratteristiche gustative del vino, e lo devi riempire fino al punto in cui è più largo, cosicché il vino abbia la più ampia superficie possibile a contatto con
l’aria; il calice va impugnato con il piede che sta tra il medio e l’indice, con quest’ultimo che tiene fermo lo stelo grazie all’aiuto del pollice: le dita non
devono mai toccare il bevante, onde evitare che gli odori cutanei interferiscano con quelli enologici, senza contare che la temperatura della bevanda ne verrebbe alterata. Questo, però, per i calici da vini, o anche da spumanti, come il flûte. Se si vuole del cognac o del brandy, ci serve il balloon, un calice dallo stelo corto che, invece, va tenuto col palmo della mano a contatto della pancia per riscaldare
leggermente il liquore, in modo tale da sprigionarne l’aroma. Ancora, per i cocktail c’è il tumbler, di forma cilindrica leggermente svasata, che può essere basso medio o alto, a seconda che si utilizzi o meno il ghiaccio o che si prepari qualcosa
a base di frutta. A me non piace molto lo stem cocktail glass, non tanto per il profilo conico rovesciato, quanto perché ho una certa antipatia per il Martini.
Preferisco senza dubbio lo shot, un bicchiere pensato così piccolo durante il proibizionismo, un’epoca in cui bisognava bere alla svelta. Per continuare si potrebbe parlare della birra e delle forme e misure e decorazioni dei boccali, e sarebbe un bel racconto.
Eppure, un bicchiere è solo un bicchiere. Noi a casa, prima che arrivassi io, ne avevamo quattro in più. Ora ce ne sono rimasti sei o sette, due boccali rubati al bar e qualche tazzina. Quando la sera arriva qualche amico, si beve dove capita. Infondo il vino non è male anche in una tazza per il tè, e per non comprometterne
l’aroma puoi sempre impugnarla con il pollice e l’indice per il manico. Sarà che non è trasparente, ma con una tazza non ti chiedi se è mezza piena o mezza vuota, perché è una tazza ed è abbastanza semplice. I bicchieri sono più complicati, cadono per terra così facilmente e non te ne accorgi. Ho rifatto quel sogno stanotte, credevo di
essermene dimenticato. Ma è difficile, perché Dio è un bicchiere sfuggito di mano che
mi han tirato in testa e mi è rimasto il bernoccolo qua. Per fortuna Dio è un bicchiere mezzo vuoto e la botta non i vede troppo.
Adesso è quasi ora di cena, fra poche ore è mezzanotte e anche oggi non ti ho visto. Penso andrò a cucinare qualcosa, sperando per l’ultimo bicchiere blu che qualcun
altro laverà i piatti.
Paolo

>I bicchieri

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Ieri sera, a mezzanotte, mi sono accorto che era oggi, e mi son messo a lavare i piatti. Ho rotto un altro bicchiere. Il quarto bicchiere blu su cinque che avevamo. Avevo fatto cadere anche una tazza irlandese appena venuto a vivere qua, ed era un regalo. Forse dovrei cambiare abitudini, ma a cucinare vicino a un lavello sporco mi sembra di far piangere le cipolle e i piatti stavano lì già da tre giorni.
Da piccolo, prima di andare a letto, aprivo il cassetto della cucina per controllare che nello spazio delle forchette ci fossero almeno due forchette, e in quello dei cucchiai almeno due cucchiai, e lo stesso per i coltelli.
Se qualche posata era rimasta da sola, ne prendevo una dallo scolapiatti e gliela mettevo vicino, perché mi dispiaceva che si addormentasse da sola. Poi sono cresciuto, e ho imparato che le posate non sognano mica. E ho iniziato a far cadere i bicchieri…
La settimana scorsa sono stato un paio di giorni dai miei. La domenica mattina mia madre mi ha svegliato per farmi conoscere Roberto, un amico che era passato a bere un caffè. Come i miei genitori, Roberto è un testimone di Geova, sulla sessantina d’anni, ed era venuto insieme a un altro ragazzo di cui non ricordo il nome. Quando
sono sceso in salotto stavano chiacchierando del più e del meno, di Dio e della Bibbia. Ero stanco e non avevo granché voglia di parlare, e stavo a disagio a causa del testimone più giovane. Aveva un bel volto, con un che di nordico, molto curato e
pulito. Però la sua sembrava una faccia senza ricordi, o della quale, perlomeno, non sarei riuscito a raccontare qualcosa. Una faccia che faceva bene quello che doveva fare, ovvero predicare che non bisogna peccare, perché il peccato, si sa, è un brutto ricordo.
Un calice di vino mezzo pieno che ti dicono di non bere che sa di aceto. È che a un certo punto capita, all’improvviso, di accorgersi che il proprio bicchiere è crepato e mezzo vuoto, e allora lo cambi con uno migliore, pieno di un succo fresco che puoi bere quando vuoi. La Bibbia, ad esempio, è una “teologia del bicchiere”, una coppa che ci puoi sorseggiare l’acqua della vita. E l’acqua della vita, fosse pure soltanto per educazione, non è qualcosa che si può bere a collo. Ci serve un bicchiere. E se sei fortunato, magari l’acqua si trasforma in vino.
Non ce l’ho coi bicchieri: anch’io ne ho qualcuno. Il problema, tuttalpiù, è che li
rompo. Quel che non capisco è la faccenda delle metà. Un vecchio all’osteria diceva che un boccale mezzo vuoto è da riempire e uno mezzo pieno da finire. E per la
miseria, un bicchiere è solo un bicchiere, e a volte è bello bere con le mani o tracannare da una bottiglia. Poi, forse, mi sbaglio. Un bicchiere non è solo un
bicchiere, o meglio, è quello che è in relazione a quello che ci si dovrà bere. Voglio dire, l’ampiezza della pancia di un calice, il bevante, varia a seconda
delle caratteristiche gustative del vino, e lo devi riempire fino al punto in cui è più largo, cosicché il vino abbia la più ampia superficie possibile a contatto con
l’aria; il calice va impugnato con il piede che sta tra il medio e l’indice, con quest’ultimo che tiene fermo lo stelo grazie all’aiuto del pollice: le dita non
devono mai toccare il bevante, onde evitare che gli odori cutanei interferiscano con quelli enologici, senza contare che la temperatura della bevanda ne verrebbe alterata. Questo, però, per i calici da vini, o anche da spumanti, come il flûte. Se si vuole del cognac o del brandy, ci serve il balloon, un calice dallo stelo corto che, invece, va tenuto col palmo della mano a contatto della pancia per riscaldare
leggermente il liquore, in modo tale da sprigionarne l’aroma. Ancora, per i cocktail c’è il tumbler, di forma cilindrica leggermente svasata, che può essere basso medio o alto, a seconda che si utilizzi o meno il ghiaccio o che si prepari qualcosa
a base di frutta. A me non piace molto lo stem cocktail glass, non tanto per il profilo conico rovesciato, quanto perché ho una certa antipatia per il Martini.
Preferisco senza dubbio lo shot, un bicchiere pensato così piccolo durante il proibizionismo, un’epoca in cui bisognava bere alla svelta. Per continuare si potrebbe parlare della birra e delle forme e misure e decorazioni dei boccali, e sarebbe un bel racconto.
Eppure, un bicchiere è solo un bicchiere. Noi a casa, prima che arrivassi io, ne avevamo quattro in più. Ora ce ne sono rimasti sei o sette, due boccali rubati al bar e qualche tazzina. Quando la sera arriva qualche amico, si beve dove capita. Infondo il vino non è male anche in una tazza per il tè, e per non comprometterne
l’aroma puoi sempre impugnarla con il pollice e l’indice per il manico. Sarà che non è trasparente, ma con una tazza non ti chiedi se è mezza piena o mezza vuota, perché è una tazza ed è abbastanza semplice. I bicchieri sono più complicati, cadono per terra così facilmente e non te ne accorgi. Ho rifatto quel sogno stanotte, credevo di
essermene dimenticato. Ma è difficile, perché Dio è un bicchiere sfuggito di mano che
mi han tirato in testa e mi è rimasto il bernoccolo qua. Per fortuna Dio è un bicchiere mezzo vuoto e la botta non i vede troppo.
Adesso è quasi ora di cena, fra poche ore è mezzanotte e anche oggi non ti ho visto. Penso andrò a cucinare qualcosa, sperando per l’ultimo bicchiere blu che qualcun
altro laverà i piatti.
Paolo

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Frugai nuovamente e lo trovai in quella tasca che prima era sicuramente vuota. Scagliai quel tubetto nel burrone che costeggiava il sentiero, ma non riuscii a seguirne la traiettoria, la neve cadeva oramai troppo copiosa e la mia vista era limitata a pochi metri.
Non potevo continuare a perdere tempo facendomi troppe domande, aver troppo tempo per pensare non è mai un bene e senz’altro non mi avrebbe portato a nulla. Sarebbe servito solo a crearmi enigmi ai quali non sarei stato in grado di dare una soluzione. E poi per prima cosa dovevo risolvere il problema che mi aveva portato a ritrovarmi lì: la ricerca di Lily.
Mi affrettai allora a rimettermi in marcia, anche se avevo perso la cognizione del tempo, sapevo che si stava facendo tardi, stava iniziando a diventare buio e quella nevicata improvvisa, più simile ad una bufera, non avrebbe agevolato il mio cammino. Giunto a questo punto però non potevo più tornare indietro, ero troppo vicino alla meta. Non c’è nulla di più ostico all’uomo come percorrere la strada che conduce a se stessi e forse, la ricerca di Lily era proprio questo, la ricerca di me stesso.
Le orme che lasciavo alle spalle venivano immediatamente ricoperte e cancellate da quei fiocchi che cadevano sempre più velocemente, come se, una volta arrivato a destinazione, non sarei più tornato indietro, come se quel sentiero che stavo percorrendo fosse una sorta di confine diretto verso un altro io, una sorta di cammino verso una nuova vita. Stavo svarionando nuovamente e stavo cercando delle risposte nella natura che mi avvolgeva. Non sono mai stato un abbraccialberi figlio dei fiori, anzi quel genere di persone le ho sempre viste con occhio schivo, ma in quel momento, isolato nella mia solitudine sembrava che la natura mi stesse dando realmente dei segni tangibili che non potevo e volevo ignorare. O forse ero più semplicemente ancora sotto l’effetto del daparox. Maledetti psicofarmaci, annientano la personalità degli individui, cambiandoli radicalmente. Basta, basta, dovevo assolutamente svegliarmi fuori, il sentiero si faceva sempre più stretto ed un passo falso mi avrebbe precipitato giù dal dirupo vanificando tutti i miei sforzi.
Con molta cautela affrettai il passo, il luogo dove avevo visto Lily l’ultima volta non era lontano. Ricominciò quella strana sensazione che avevo provato prima che il mio cammino fosse bruscamente interrotto. Quell’impulso prima non mi portò fortuna, anzi. Cominciò a farsi largo la paura di un altro rallentamento. Non potevo arrestare nuovamente la mia marcia a causa di incubi o presunti tali. E poi accadde.

Regina bianca dietro lo scialle

Storiaccie

Allora dovevo partire sabato ma no! Quindi domenica pomeriggio, dopo aver deciso che il treno sarebbe stato l’unico mezzo disponibile, parto per Torino con la Ste, la mia ragazza, che era a Bondanello con me. Arriviamo a Torino, cenetta e altri cazzeggi. Lunedì mattina di buon ora ci svegliamo così che io possa andare a controllare in biglietteria se ci sono treni, quanti ce ne sono e soprattutto quando partono. Perché giustamente erano tutti prenotati per una settimana, insomma chiedo alla bigliettaia e mi risponde scazzata ” Eh non ci sono posti su nessun treno! Almeno fino a lunedì prossimo. Però puoi provare a chiedere al controllore del treno se ti fa salire lo stesso.” ..Boh… Il treno che sarebbe andato bene per me, l’unico, è l’eurostar da Torino a Parigi che parte alle 8.11 e arriva a Parigi alle 14. Bon, allora si aspetta il giorno dopo.
Insomma martedì mattina mi sveglio alle 6 perché con Trenitalia bisogna andare sul sicuro e non scherzarci troppo e alle 7 freschissimo arrivo in stazione. Il binario è affollatissimo, arriva il treno alle 8, a me scappava anche da cacare però ho resistito. Scende il controllore gli chiedo se posso salire anche se non ho il biglietto e lui dice “certamente. Aspettami dentro che poi mi paghi” , figata penso: almeno stavolta mi muovo. Saluti e baci alla consorte, pagato il biglietto 95 euri, prezzo standard per la II classe e finalmente cago! Esperienza abbastanza lussuosa la cagata su un euorostar! Mi siedo nel frammezzo di 2 carrozze, non c’erano posti liberi neanche in prima classe. Ripasso il programma del viaggio: arrivo a Parigi ore 14, cambio stazione a piedi e metro partenza da Parigi St.Lazare alle 14.50 per Rouan arrivo a Ruan alle 16.10 cambio per Dieppe con arrivo previsto per le 17 a Dieppe da il cui porto sarebbe partito il traghetto per Newhaven alle 18. Mi sembrava fattibile senza troppi sforzi. AH! Poi figurati se le cose vanno come dovrebbero!
Arrivo a Parigi in orario, mi accorgo che arrivare a l’altra stazione è più difficile di quanto immaginavo, la valigia pesa un casino e le ruote non girano tanto bene, così mi metto a “correre” prendo la metro, cambio linea, faccio il biglietto in una macchinetta automatica, arrivo ai binari ma non capisco qual è il mio… Chiedo a qualcuno con un francese degno di Robespierre, corro al binario che ovviamente era dall’altro lato della stazione chiedo al controllore se quello fosse quello giusto, sì. Via dentro e poi si chiudono le porte! Per poco non rimanevo bloccato a Parigi! Nell’oretta di viaggio, sudatissimo, mi mangio una pasta fredda preparata la sera prima e mi faccio compatire da quelli che mi stanno intorno. Arrivo a Rouan in tempo, un quarto d’ora dopo avrei avuto l’altro treno ma, SORPRESA i ferrovieri figli di…francesi stanno scioperando per i loro salari da stronzi! Il treno che dovevo prendere viene spostato di una mezz’ora e io ricomincio a bestemmiare. Sarei arrivato a Dieppe dieci minuti prima che il traghetto partisse. Merda! Il treno arriva e parte, arrivo a Dieppe convinto che il porto fosse vicino alla stazione. Su Google maps era così ma dopo 10 minuti di corsa disperata mi accorgo che è ad almeno 2 km. Merda! Per fortuna un signore francese mi chiede se devo prendere il traghetto mi carica in macchina e mi porta alla biglietteria! Altra botta di culo, il traghetto deve ancora partire (se non l’avessi preso avrei dovuto aspettare le 5 di mattina del giorno dopo). Entro in biglietteria e mi dicono che il traghetto è pieno e che se non ho la prenotazione non posso salire, io non avevo prenotato perché pensavo “che cazzo! ce ne vuole a riempire un traghetto e preso dallo sgomento mi siedo e aspetto non so cosa…Dopo 15 minuti la bigliettaia mi chiama e mi dice che c’è ancora posto (MA VAAA!!!) solo che per salire non posso pagare la tariffa base (30 euro) ma quella “speciale” (85 euro) vaffanculo! Pago con la carta, e salgo sul traghetto che all’interno era tutt’altro che pieno e sembrava più una nave da crociera che una barca…La birra, almeno quella, costava pochissimo (2.5 la pinta) me ne sparo 3 mi sbronzo e aspetto le 4 ore di viaggio leggendo stronzate ecc ecc…
Attracchiamo a Newhaven e scendendo dal traghetto mi si rompe una ruota dalla valigia!(EH BENVENUTO IN INGHILTERRA!) Mi va bene che la stazione è a 2 minuti a piedi dal porto, ci arrivo sudatissimo. I treni inglesi sono una cosa che arriverà in Italia forse tra 50 anni, salgo e dopo mezz’oretta arrivo a Brighton. Sfinito e con i calli alle mani guardo se ci sono degli autobus per casa di Sharon, la ragazza che mi avrebbe ospitato per il primo periodo. Sono devastato e chiamo un taxi gli dico l’indirizzo e mi faccio portare davanti alla porta. Entro saluto Sharon, 45 enne abbastanza in forma, che mi fa vedere la casa e tutto il resto. Mi faccio una doccia e poi vado a letto.

Elio

>Storiaccie

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Allora dovevo partire sabato ma no! Quindi domenica pomeriggio, dopo aver deciso che il treno sarebbe stato l’unico mezzo disponibile, parto per Torino con la Ste, la mia ragazza, che era a Bondanello con me. Arriviamo a Torino, cenetta e altri cazzeggi. Lunedì mattina di buon ora ci svegliamo così che io possa andare a controllare in biglietteria se ci sono treni, quanti ce ne sono e soprattutto quando partono. Perché giustamente erano tutti prenotati per una settimana, insomma chiedo alla bigliettaia e mi risponde scazzata ” Eh non ci sono posti su nessun treno! Almeno fino a lunedì prossimo. Però puoi provare a chiedere al controllore del treno se ti fa salire lo stesso.” ..Boh… Il treno che sarebbe andato bene per me, l’unico, è l’eurostar da Torino a Parigi che parte alle 8.11 e arriva a Parigi alle 14. Bon, allora si aspetta il giorno dopo.
Insomma martedì mattina mi sveglio alle 6 perché con Trenitalia bisogna andare sul sicuro e non scherzarci troppo e alle 7 freschissimo arrivo in stazione. Il binario è affollatissimo, arriva il treno alle 8, a me scappava anche da cacare però ho resistito. Scende il controllore gli chiedo se posso salire anche se non ho il biglietto e lui dice “certamente. Aspettami dentro che poi mi paghi” , figata penso: almeno stavolta mi muovo. Saluti e baci alla consorte, pagato il biglietto 95 euri, prezzo standard per la II classe e finalmente cago! Esperienza abbastanza lussuosa la cagata su un euorostar! Mi siedo nel frammezzo di 2 carrozze, non c’erano posti liberi neanche in prima classe. Ripasso il programma del viaggio: arrivo a Parigi ore 14, cambio stazione a piedi e metro partenza da Parigi St.Lazare alle 14.50 per Rouan arrivo a Ruan alle 16.10 cambio per Dieppe con arrivo previsto per le 17 a Dieppe da il cui porto sarebbe partito il traghetto per Newhaven alle 18. Mi sembrava fattibile senza troppi sforzi. AH! Poi figurati se le cose vanno come dovrebbero!
Arrivo a Parigi in orario, mi accorgo che arrivare a l’altra stazione è più difficile di quanto immaginavo, la valigia pesa un casino e le ruote non girano tanto bene, così mi metto a “correre” prendo la metro, cambio linea, faccio il biglietto in una macchinetta automatica, arrivo ai binari ma non capisco qual è il mio… Chiedo a qualcuno con un francese degno di Robespierre, corro al binario che ovviamente era dall’altro lato della stazione chiedo al controllore se quello fosse quello giusto, sì. Via dentro e poi si chiudono le porte! Per poco non rimanevo bloccato a Parigi! Nell’oretta di viaggio, sudatissimo, mi mangio una pasta fredda preparata la sera prima e mi faccio compatire da quelli che mi stanno intorno. Arrivo a Rouan in tempo, un quarto d’ora dopo avrei avuto l’altro treno ma, SORPRESA i ferrovieri figli di…francesi stanno scioperando per i loro salari da stronzi! Il treno che dovevo prendere viene spostato di una mezz’ora e io ricomincio a bestemmiare. Sarei arrivato a Dieppe dieci minuti prima che il traghetto partisse. Merda! Il treno arriva e parte, arrivo a Dieppe convinto che il porto fosse vicino alla stazione. Su Google maps era così ma dopo 10 minuti di corsa disperata mi accorgo che è ad almeno 2 km. Merda! Per fortuna un signore francese mi chiede se devo prendere il traghetto mi carica in macchina e mi porta alla biglietteria! Altra botta di culo, il traghetto deve ancora partire (se non l’avessi preso avrei dovuto aspettare le 5 di mattina del giorno dopo). Entro in biglietteria e mi dicono che il traghetto è pieno e che se non ho la prenotazione non posso salire, io non avevo prenotato perché pensavo “che cazzo! ce ne vuole a riempire un traghetto e preso dallo sgomento mi siedo e aspetto non so cosa…Dopo 15 minuti la bigliettaia mi chiama e mi dice che c’è ancora posto (MA VAAA!!!) solo che per salire non posso pagare la tariffa base (30 euro) ma quella “speciale” (85 euro) vaffanculo! Pago con la carta, e salgo sul traghetto che all’interno era tutt’altro che pieno e sembrava più una nave da crociera che una barca…La birra, almeno quella, costava pochissimo (2.5 la pinta) me ne sparo 3 mi sbronzo e aspetto le 4 ore di viaggio leggendo stronzate ecc ecc…
Attracchiamo a Newhaven e scendendo dal traghetto mi si rompe una ruota dalla valigia!(EH BENVENUTO IN INGHILTERRA!) Mi va bene che la stazione è a 2 minuti a piedi dal porto, ci arrivo sudatissimo. I treni inglesi sono una cosa che arriverà in Italia forse tra 50 anni, salgo e dopo mezz’oretta arrivo a Brighton. Sfinito e con i calli alle mani guardo se ci sono degli autobus per casa di Sharon, la ragazza che mi avrebbe ospitato per il primo periodo. Sono devastato e chiamo un taxi gli dico l’indirizzo e mi faccio portare davanti alla porta. Entro saluto Sharon, 45 enne abbastanza in forma, che mi fa vedere la casa e tutto il resto. Mi faccio una doccia e poi vado a letto.

Elio

Il coraggio di arrangiarsi

Ore 17:00 arrivo a Novara in treno, e come sempre è già in ritardo. A Milano mi attende il treno per Verona e so già che una volta arrivato alla stazione milanese dovrò fare una corsa per non perdere il mio treno.
Ore 17:01 un annuncio comunica che ” un uomo nella stazione di Magenta è stato investito e i suoi resti sono sparsi su entrembi i binari e prima di poterli rimuovere, e consentire la marcia dei treni, bisogna aspettare l’arrivo del magistrato. Il ritardo non è così quantificabile”. Per fortuna ho con me il mio pc e continuo la visione di un film a bordo del treno, nella speranza che, prima o poi, si riparta.
Senza rendermene conto passa un’ora ed un altro annuncio invita i passeri a scendere perchè il treno non ripartirà. Scendere, bene, e poi? L’annuncio diceva solo di scendere e basta. Mi dirigo allora di corsa alla biglietteria per avere informazioni su come proseguire il mio viaggio e, soprattutto, farmi rimborsare il biglietto da Milano a Verona visto che per quella tratta ho già speso 17 euro e 50.
Coda interminabile, le solite teste calde iniziano ad insultare i bigliettei che, per tutta risposta ignorano le ingiurie. Finalmente è il mio turno e al pelo riesco a farmi imborsare il biglietto, giàperchè qualche minuto dopo ed il mio treno sarebbe partito da Milano e quindi addio rimborso. Strano meccanismo, se il mio treno parte senza di me, anche se per motivi indipendeni da me, non posso farmi rimborsare il biglietto e dovrei comprarne uno nuovo. Per fortuna non è andata così questa volta!
Il bigliettaio è gentile, mi cambia la prenotazione senza farmi spendere altri soldi. Decido allora di chiedergli se ci fossero altri modi per raggiungere Milano Centrale, non ho voglia ho voglia di apsttere una quantità di tempo indeterminata i comodi del magistrato di Magenta che, in un’ora, non era ancora giunto sul luogo dov’era stato investito l’uomo. Per mia fortuna il bigliettaio mi comunica che esiste una gabola, prendere un treno da Novara Nord verso Milano Certosa e da lì la metro fino a Milano Centrale. Sono salvo! Il treno consigliatomi da quell’uomo gentile sta partendo, ma riesco comunque a prenderlo, niente inutili attese.
‘E dalle difficoltà che bisogna farsi forza e sapersi arrangiare. Non bisogna mai aspettare che il tempo, con il suo trascorrere, risolva la situazione. Per prima cosa bisogna sempre cercare di agire e tentare di cavarsela da soli, se si fallisce si potrà poi comunque chiedere aiuto a qualcuno o al tempo, però almeno si sarà tentato di riuscire con le proprie forze, perché non si può sempre aspettare di essere “salvati” da qualcun’altro.

Matte