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>Il treno dei desideri
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Prendiamo ad esempio le grandi opere per la costruzione di ferrovie per l’alta velocità, enormi cantieri che costruiscono, enormi binari per enormi treni che fanno enormi ritardi. Alla stazione di Bologna c’è sempre almeno un treno ad alta velocità in ritardo almeno di mezz’ora, perché? Perché l’Italia vorrebbe il paese della bella vita, il paese dei treni colorati e velocissimi, con un vagone ristorante che possa offrire una cernia fresca per tutti, il paese dove per fare Bologna Milano ci si impiega un’ora e mezza. Ma l’Italia è soprattutto il paese dei regionali colmi di gente, dei ritardi e delle coincidenze perse. Tutto questo per non parlare dei treni al sud: in Basilicata ci sono 2 stazioni.
Il treno dei desideri
Prendiamo ad esempio le grandi opere per la costruzione di ferrovie per l’alta velocità, enormi cantieri che costruiscono, enormi binari per enormi treni che fanno enormi ritardi. Alla stazione di Bologna c’è sempre almeno un treno ad alta velocità in ritardo almeno di mezz’ora, perché? Perché l’Italia vorrebbe il paese della bella vita, il paese dei treni colorati e velocissimi, con un vagone ristorante che possa offrire una cernia fresca per tutti, il paese dove per fare Bologna Milano ci si impiega un’ora e mezza. Ma l’Italia è soprattutto il paese dei regionali colmi di gente, dei ritardi e delle coincidenze perse. Tutto questo per non parlare dei treni al sud: in Basilicata ci sono 2 stazioni.
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Il problema che qui si pone è quello di capire che cosa effettivamente accade a coloro che attendono ogni giorno il proprio treno in un ambiente saturato dagli schermi e dai loro continui discorsi. Non è certo difficile immaginare l’ostinazione con cui la pubblicità ci insegue su ogni binario, quasi a voler concorrere con i tabelloni degli orari (lotta certo impari, essendo le informazioni sui ritardi decisamente meno seducenti anche della più sciocca pubblicità: preferiamo essere coinvolti dalla trivialità del fatto che 7 sia più grande di 2, piuttosto che pensare alle conseguenze di un ritardo che pare non fermarsi ai 30 minuti). Ci stiamo abituando sempre più ad essere interpellati dai (talvolta) muti discorsi degli oggetti e degli schermi, e forse anche ad attendere l’imminente, prossimo discorso, la prossima proposta di chi è infaticabilmente pronto a offrirci chissà quale possibilità. Noncurante del nostro desiderio di stare assieme ai nostri compagni di viaggio: essendo lì per noi, vuole essere il più vero, l’esclusivo dei nostri compagni. Noncurante anche della nostra disposizione ad accoglierlo o meno: sa già di essere nel giusto, coperto dall’autorità di chi concede lui gli spazi necessari; sa anche che noi, in ogni caso, non alzeremo mai la voce contro di lui, e se anche ne avessimo il coraggio, lui certo non accoglierà la nostra voce come noi abbiamo accolto la sua; sa, infine, che anche se non accoglieremo obbedientemente la sua voce e il suo comando, essi saranno già
penetrati in noi, avranno già aggirato ogni nostra difesa, per il semplice fatto che noi siamo lì, circondati da quegli schermi, nella nostra inerme esposizione.
>NO condizionamento sul binario
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NO condizionamento sul binario
>Coincidenze
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Nelle ore trascorse nelle diverse stazioni ad attendere treni, per lo più regionali, per lo più di solo seconda classe, ho imparato che alcune volte le cose non sono né come devono essere né come dovrebbero essere né come vorremmo che fossero. Semplicemente, alcune volte le cose sono in ritardo, che è un modo di essere e di non essere allo stesso tempo. Di essere nel posto giusto all’ora sbagliata, o di essere nel posto sbagliato all’ora giusta.
Considerato poi che, in molte stazioni, oltre a non esserci i treni che ancora devono esserci, neppure ci sono bar in cui andare a ridere o a ubriacarsi con qualche compagno di viaggio, e anche che piangere per un regionale è inopportuno, la gente fa quel che può fare: accendersi sigarette e tirare madonne. Nell’attesa di una voce anonima e sgradevole che annunci che possiamo smettere di bestemmiare e di fumare perché il treno sta arrivando.
Ma c’è la pioggia, la neve, la nebbia, il ghiaccio, un guasto al motore, una linea interrotta, un passaggio a livello non funzionante, dei lavori in corso, una deviazione di percorso, uno sciopero del personale, uno sciopero dei sindacati, uno sciopero dei trasporti, uno sciopero che sia uno sciopero, una coincidenza a cui dare la precedenza, un binario dissestato, un binario bloccato, un blackout o un cortocircuito. E ogni volta le contingenze di un ritardo sono superiore a un orario da rispettare.
Ma una volta, ricordo, eravamo partiti in orario. Succede. E alla prima fermata eravamo arrivati in orario. Poi, tra la prima e la seconda, su un vagone di quel regionale di sola seconda classe, un signore iniziò a urlare, e non perché spaventato dal fatto di essere in orario, ma perché voleva uccidersi. Solitamente, chi si uccide col treno lo fa buttandosi sotto le rotaie. Lui voleva buttarsi dal finestrino, attraverso il quale probabilmente non sarebbe passato. E urlava di voler parlare con qualcuno e che chiamassero il controllore e che chiamassero i carabinieri. Mentre qualcuno si prodigava di chiamare e il primo e i secondi, qualcun altro gli ricordava che la vita è sacra, che la vita non è da buttare, che tutti si può essere felici e che il Signore di sicuro gli sarebbe stato vicino. L’uomo, che ogni tanto si sedeva quasi si fosse calmato, riprendeva ad agitarsi e diceva di non volere vivere, di essere stanco di stare da solo, di essere stanco di tirare a campare. Come un pappagallo che ha scoperto di poter dire qualcosa con rabbia, continuava a ripeterlo. Un mio amico – che non ha l’abitudine di parlare troppo e che gli era seduto vicino, mentre lui lo fissava – ha capito che non c’era bisogno di dire altro, e a voce bassa gli ha ripetuto che su quel vagone tutti erano stanchi di tirare a campare. E l’uomo si è messo a sedere, aspettando di arrivare alla stazione dove una volante dei carabinieri lo aspettava. E per salirci non gli hanno chiesto il biglietto. Solo i documenti.
Quando siamo arrivati alla stazione di fine corsa, la voce sul treno si scusava e comunicava che a causa di un tentato suicidio avevamo maturato 47 minuti di ritardo. Come quando a Bologna un intercity diretto a Trento era in ritardo di 106 minuti. Molte volte sono stato in ritardo su un treno, ma mai di venti, trenta, quaranta o sessanta, ma di 19 o 33 o 48 o 57 o 74 minuti. La precisione è importante soprattutto quando si è in ritardo, che è essere e non essere allo stesso tempo. Ma non sempre. Ricordo di un ritardo di un regionale diretto a Verona annunciato dalla voce sgradevole come indefinito…
Coincidenze
Nelle ore trascorse nelle diverse stazioni ad attendere treni, per lo più regionali, per lo più di solo seconda classe, ho imparato che alcune volte le cose non sono né come devono essere né come dovrebbero essere né come vorremmo che fossero. Semplicemente, alcune volte le cose sono in ritardo, che è un modo di essere e di non essere allo stesso tempo. Di essere nel posto giusto all’ora sbagliata, o di essere nel posto sbagliato all’ora giusta.
Considerato poi che, in molte stazioni, oltre a non esserci i treni che ancora devono esserci, neppure ci sono bar in cui andare a ridere o a ubriacarsi con qualche compagno di viaggio, e anche che piangere per un regionale è inopportuno, la gente fa quel che può fare: accendersi sigarette e tirare madonne. Nell’attesa di una voce anonima e sgradevole che annunci che possiamo smettere di bestemmiare e di fumare perché il treno sta arrivando.
Ma c’è la pioggia, la neve, la nebbia, il ghiaccio, un guasto al motore, una linea interrotta, un passaggio a livello non funzionante, dei lavori in corso, una deviazione di percorso, uno sciopero del personale, uno sciopero dei sindacati, uno sciopero dei trasporti, uno sciopero che sia uno sciopero, una coincidenza a cui dare la precedenza, un binario dissestato, un binario bloccato, un blackout o un cortocircuito. E ogni volta le contingenze di un ritardo sono superiore a un orario da rispettare.
Ma una volta, ricordo, eravamo partiti in orario. Succede. E alla prima fermata eravamo arrivati in orario. Poi, tra la prima e la seconda, su un vagone di quel regionale di sola seconda classe, un signore iniziò a urlare, e non perché spaventato dal fatto di essere in orario, ma perché voleva uccidersi. Solitamente, chi si uccide col treno lo fa buttandosi sotto le rotaie. Lui voleva buttarsi dal finestrino, attraverso il quale probabilmente non sarebbe passato. E urlava di voler parlare con qualcuno e che chiamassero il controllore e che chiamassero i carabinieri. Mentre qualcuno si prodigava di chiamare e il primo e i secondi, qualcun altro gli ricordava che la vita è sacra, che la vita non è da buttare, che tutti si può essere felici e che il Signore di sicuro gli sarebbe stato vicino. L’uomo, che ogni tanto si sedeva quasi si fosse calmato, riprendeva ad agitarsi e diceva di non volere vivere, di essere stanco di stare da solo, di essere stanco di tirare a campare. Come un pappagallo che ha scoperto di poter dire qualcosa con rabbia, continuava a ripeterlo. Un mio amico – che non ha l’abitudine di parlare troppo e che gli era seduto vicino, mentre lui lo fissava – ha capito che non c’era bisogno di dire altro, e a voce bassa gli ha ripetuto che su quel vagone tutti erano stanchi di tirare a campare. E l’uomo si è messo a sedere, aspettando di arrivare alla stazione dove una volante dei carabinieri lo aspettava. E per salirci non gli hanno chiesto il biglietto. Solo i documenti.
Quando siamo arrivati alla stazione di fine corsa, la voce sul treno si scusava e comunicava che a causa di un tentato suicidio avevamo maturato 47 minuti di ritardo. Come quando a Bologna un intercity diretto a Trento era in ritardo di 106 minuti. Molte volte sono stato in ritardo su un treno, ma mai di venti, trenta, quaranta o sessanta, ma di 19 o 33 o 48 o 57 o 74 minuti. La precisione è importante soprattutto quando si è in ritardo, che è essere e non essere allo stesso tempo. Ma non sempre. Ricordo di un ritardo di un regionale diretto a Verona annunciato dalla voce sgradevole come indefinito…
