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Il problema che qui si pone è quello di capire che cosa effettivamente accade a coloro che attendono ogni giorno il proprio treno in un ambiente saturato dagli schermi e dai loro continui discorsi. Non è certo difficile immaginare l’ostinazione con cui la pubblicità ci insegue su ogni binario, quasi a voler concorrere con i tabelloni degli orari (lotta certo impari, essendo le informazioni sui ritardi decisamente meno seducenti anche della più sciocca pubblicità: preferiamo essere coinvolti dalla trivialità del fatto che 7 sia più grande di 2, piuttosto che pensare alle conseguenze di un ritardo che pare non fermarsi ai 30 minuti). Ci stiamo abituando sempre più ad essere interpellati dai (talvolta) muti discorsi degli oggetti e degli schermi, e forse anche ad attendere l’imminente, prossimo discorso, la prossima proposta di chi è infaticabilmente pronto a offrirci chissà quale possibilità. Noncurante del nostro desiderio di stare assieme ai nostri compagni di viaggio: essendo lì per noi, vuole essere il più vero, l’esclusivo dei nostri compagni. Noncurante anche della nostra disposizione ad accoglierlo o meno: sa già di essere nel giusto, coperto dall’autorità di chi concede lui gli spazi necessari; sa anche che noi, in ogni caso, non alzeremo mai la voce contro di lui, e se anche ne avessimo il coraggio, lui certo non accoglierà la nostra voce come noi abbiamo accolto la sua; sa, infine, che anche se non accoglieremo obbedientemente la sua voce e il suo comando, essi saranno già
penetrati in noi, avranno già aggirato ogni nostra difesa, per il semplice fatto che noi siamo lì, circondati da quegli schermi, nella nostra inerme esposizione.
