Sono andato a non votare. Del perché mi sono sentito di non partecipare e non mi sento di essere rappresentato.

PREMESSA
Ho deciso di non votare questa volta, non di fregarmene, ma bensì di andare e di non votare. Non voglio tediare nessuno con le motivazioni che mi hanno spinto ad arrivare a questa scelta ma preciso che di scelta ragionata si è trattato, non di mancanza di criticità e attenzione nei confronti del mondo che mi circonda, né tantomeno di una forma adolescenziale di senso di ribellione.
Ho sempre vissuto le mie scelte politiche come un elemento individuale e personale, non mi sono mai sentito di andare a solleticare con le mie idee le coscienze altrui né tantomeno di farmi portavoce di schieramenti o valori universali. Non sono mai riuscito a trovare colui che avrebbe potuto essere il rappresentante di me stesso, figuriamoci farmi io portavoce di altri verso altri.
Sovente sono le piccole cose a rivelare il funzionamento dei grandi meccanismi. E ancora più sovente quando succede così ti accorgi che i grandi meccanismi non tengono conto delle piccole cose e che sono ancora loro, le piccole cose che contano, a far si che i massimi sistemi non funzionino proprio come dovrebbero.
***
Il giorno prima della fatidica tornata elettorale incontro sul treno per andare al lavoro un conoscente che non vedevo dai tempi delle superiori. Compagni di classe, una brava persona, pochissime le affinità di visione del mondo tra noi, ma sempre e comunque un grande rispetto e stima reciproci. In giacca e cravatta, futuro avvocato e grandi certezze lui, jeans e maglietta, un gran sonno e tonnellate di pensieri su come cambiare le cose di un presente che non è proprio come sognavo da bambino io. Non ho assolutamente voglia di parlare, non ne ho mai per la prima ora in cui sono sveglio, è così da sempre, ma decido di non sottrarmi al rituale. Ci salutiamo sulla banchina, affrontiamo i luoghi comuni a ritmo serrato, uno dopo l’altro: il lavoro, i treni in ritardo, il tempo. Decidiamo comunque di fare anche il tragitto insieme. In realtà decide lui ma a me va bene uguale. Chiacchieriamo in tranquillità, parliamo dei vecchi tempi, della fine che hanno fatto gli altri e di quando e come è collassato il vecchio mondo che avevamo condiviso, forse solo sfiorandoci, per cinque anni all’interno delle mura di una classe delle superiori. La conversazione si trasforma, avrei detto per entrambi, in un qualcosa di piacevole: esce qualche battuta, il tono è più amichevole e io ho come l’impressione che tutti e due abbiamo lasciato da parte la maschera che ci eravamo mostrati a vicenda fino a qualche minuto prima.
Penso di dovermi ricredere, di essere vittima dei miei stessi pregiudizi. Dovrei parlare più sovente con la gente, è il mio stesso atteggiamento di indifferenza che talvolta fa si che tra persone che si conoscono vengano erette mura di uno spessore indistruttibile. Mi sento stupido mentre lo ascolto dire cose che mi ricordano la spensieratezza di un periodo andato e che manca a me quanto a lui, a sentire da quel che dice e dal tono con cui lo dice.
Il treno arriva a destinazione, scendiamo dal vagone e ci incamminiamo facendo ancora un pezzo di strada insieme. Arriviamo al bivio ed è ora che io prenda la mia strada. Fisso a qualche metro di distanza il punto in cui ci saluteremo cercando di trovare una frase che possa far capire che è stato bello ritrovarsi, qualcosa che vada oltre la formalità. Credo che anche lui lo stia facendo, perché cala qualche secondo di silenzio, e la cosa mi fa piacere. Sto per mettermi a parlare ma lui mi anticipa.
Si ferma al bivio, fruga nelle tasche e prima di salutarmi mi posa nella mano due cartoncini con su scritto il nome di un personaggio, un simbolo e una bella croce, messa, come pensa sicuramente lui perché glielo leggo negli occhi mentre sorride e mi porge il “santino”, al posto giusto.
“Te li lascio senza impegno…nel caso tu domani ancora non sappia che fare”.
Dico che va bene e sorrido. Li prendo nella mia mano e li guardo. Il personaggio sul cartoncino è fotogenico, mi guarda e sorride. Guardo il mio vecchio compagno di scuola. Mi guarda e sorride anche lui, con un sorriso che assomiglia molto a quello stampato sulla carta, o almeno cosi mi viene da pensare in quel secondo sfuggente. Poi scatta il verde del semaforo, posso attraversare.
Lo saluto e vado a lavoro.
Lui fa altrettanto.
***
E sera ma c’è ancora luce quando entro nel seggio elettorale messo in piedi nelle mie vecchie scuole medie, il cielo è nuvoloso e nel cortile c’è lo stesso venticello che sento da quando son nato nelle prime sere d’estate; sono un po’ agitato senza motivo. Consegno il documento e la tessera elettorale alla ragazza del seggio. Lei legge forte il mio nome e cognome alle altre due ragazze che trascrivono sul quaderno un po’ annoiate dal giorno prima. Una è la sorella di una delle mie ex migliori amiche con cui ci siamo persi di vista così, per magia. Lei mi riconosce ma mi saluta solamente, il contesto formale non sembra essere dei migliori per fare due parole. Abito in un paesino piccolo, dove si conoscono tutti o quasi, così mentre vengo registrato ho il tempo di perdermi a pensare che la ragazza che ha letto il mio nome è carina, è un po’ più grande e sicuramente devo averla già vista e conosciuta da qualche parte. Credo che anche lei pensi la stessa cosa di me. Provo a schiarirmi le idee ma nel frattempo mi consegna la scheda elettorale e la matita. La cabina è già vuota. Lei la guarda, io la guardo e ci guardiamo entrambi di rimando. Ci stiamo dicendo in silenzio e contro la nostra volontà che restare li con la tessera in mano a chiacchierare pare brutto. Così capisco e con sguardo d’intesa lascio perdere e entro. Lei sorride. Tiro la tenda di plastica, appoggio la scheda sulla mensola di metallo e prendo in mano la matita. Guardo tutti i simboli colorati che mi si piazzano davanti agli occhi: alcuni li riconosco, altri non li ho mai visti.
Di colpo mi sembra tutto finto: la matita gialla che diversamente da tutte le altre matite non si può cancellare, la cabina di plastica e alluminio, la scheda che sembra di carta riciclata già predisposta con tutte le pieghe per essere sistemata affinché gli altri quando la imbuco non possano vedere, il pavimento della mia vecchia classe di scuola, la ragazza carina, la sorella della mia ex migliore amica, il mio compagno in giacca e cravatta sul treno, i sorrisi, gli slogan e i nomi dei partiti, le tonnellate di parole riversate a televisioni, radio e giornali in discorsi privi di anima e di sostanza, la luce al neon che brilla sopra la mia testa, persino la scuola, il cielo grigio sopra al parcheggio e le foglie verdi dell’albero davanti all’entrata mi sembrano di cartone.
Che senso può avere il mio gesto?Dove sono finiti tutti e tutto?Dove le Persone?Tra cosa mi stanno chiedendo di scegliere?Parole?Idee?Questioni pratiche?Che cosa mi propongono?Un mondo diverso?Magari migliore?E che significa migliore?
Non ho nessuna di queste risposte.
Ascolto il gran brusio fuori dal perimetro della cabina, protetto dalla tenda.
Prendo tra le dita la matita, guardo un’ultima volta la scheda e tiro una riga, in diagonale dall’angolo in basso a sinistra verso quello in alto a destra, lentamente. Non una rigaccia, un insulto, una frase o quant’altro, solamente una riga di matita. Ripiego con cura la scheda e esco.
Sorridono tutti.
La ragazza carina è già occupata a registrare il prossimo elettore. Vorrebbe fare forse di più, ma ha solo il tempo per regalarmi un’occhiata rapida mentre le passo davanti.
Imbuco, le sorrido anch’io e saluto…prima di ritirare le mie cose e andarmene.
Credo di non aver votato per una disapprovazione umana più che politica, perché penso che si stia perdendo il senso della vita abbagliati dal miraggio di poter creare il migliore dei mondi possibili. Perché appartengo a quelli che non contano. Perché so che c’è ancora un’umanità fragile e disperata dietro le facciate dei palazzi color grigio che con le loro sagome geometriche modellate nel cemento aspirano a trafiggere il cielo, un’umanità rannicchiata nei propri accoglienti spazi vitali, rifugiata tra la familiarità delle piccole cose per sfuggire alle quotidiane paure di un mondo ostile e distaccato, che nel corso delle giornate cattura e ingloba nel suo inesorabile meccanismo. Ed è così che io mi immagino questi superstiti, questi sopravvissuti ad un qualcosa che in qualche modo, loro malgrado, hanno contribuito a creare. Giovani ragazzi cresciuti coi piedi nell’asfalto, attaccati ai loro stereo ad adorare in silenzio il brivido di un suono sintetico nella fioca luce di una stanza. Volti profondi, segnati dal bisogno di cambiare e allo stesso tempo dalla necessità di crearsi un qualcosa che non possa essere patrimonio di tutti, qualcosa che resti unico, un rifugio dove correre quando fuori la sera piove.
Un’umanità livida, marginale, semplice e vera. L’umanità che non conta, ma Vive.
E, nella mente, cieli azzurri come il mare, nuvole bianche che si possono toccare, con il sole sulla pelle e il gusto del vento nei polmoni.
Teo.Théo

>Sono andato a non votare. Del perché mi sono sentito di non partecipare e non mi sento di essere rappresentato.

>

PREMESSA
Ho deciso di non votare questa volta, non di fregarmene, ma bensì di andare e di non votare. Non voglio tediare nessuno con le motivazioni che mi hanno spinto ad arrivare a questa scelta ma preciso che di scelta ragionata si è trattato, non di mancanza di criticità e attenzione nei confronti del mondo che mi circonda, né tantomeno di una forma adolescenziale di senso di ribellione.
Ho sempre vissuto le mie scelte politiche come un elemento individuale e personale, non mi sono mai sentito di andare a solleticare con le mie idee le coscienze altrui né tantomeno di farmi portavoce di schieramenti o valori universali. Non sono mai riuscito a trovare colui che avrebbe potuto essere il rappresentante di me stesso, figuriamoci farmi io portavoce di altri verso altri.
Sovente sono le piccole cose a rivelare il funzionamento dei grandi meccanismi. E ancora più sovente quando succede così ti accorgi che i grandi meccanismi non tengono conto delle piccole cose e che sono ancora loro, le piccole cose che contano, a far si che i massimi sistemi non funzionino proprio come dovrebbero.
***
Il giorno prima della fatidica tornata elettorale incontro sul treno per andare al lavoro un conoscente che non vedevo dai tempi delle superiori. Compagni di classe, una brava persona, pochissime le affinità di visione del mondo tra noi, ma sempre e comunque un grande rispetto e stima reciproci. In giacca e cravatta, futuro avvocato e grandi certezze lui, jeans e maglietta, un gran sonno e tonnellate di pensieri su come cambiare le cose di un presente che non è proprio come sognavo da bambino io. Non ho assolutamente voglia di parlare, non ne ho mai per la prima ora in cui sono sveglio, è così da sempre, ma decido di non sottrarmi al rituale. Ci salutiamo sulla banchina, affrontiamo i luoghi comuni a ritmo serrato, uno dopo l’altro: il lavoro, i treni in ritardo, il tempo. Decidiamo comunque di fare anche il tragitto insieme. In realtà decide lui ma a me va bene uguale. Chiacchieriamo in tranquillità, parliamo dei vecchi tempi, della fine che hanno fatto gli altri e di quando e come è collassato il vecchio mondo che avevamo condiviso, forse solo sfiorandoci, per cinque anni all’interno delle mura di una classe delle superiori. La conversazione si trasforma, avrei detto per entrambi, in un qualcosa di piacevole: esce qualche battuta, il tono è più amichevole e io ho come l’impressione che tutti e due abbiamo lasciato da parte la maschera che ci eravamo mostrati a vicenda fino a qualche minuto prima.
Penso di dovermi ricredere, di essere vittima dei miei stessi pregiudizi. Dovrei parlare più sovente con la gente, è il mio stesso atteggiamento di indifferenza che talvolta fa si che tra persone che si conoscono vengano erette mura di uno spessore indistruttibile. Mi sento stupido mentre lo ascolto dire cose che mi ricordano la spensieratezza di un periodo andato e che manca a me quanto a lui, a sentire da quel che dice e dal tono con cui lo dice.
Il treno arriva a destinazione, scendiamo dal vagone e ci incamminiamo facendo ancora un pezzo di strada insieme. Arriviamo al bivio ed è ora che io prenda la mia strada. Fisso a qualche metro di distanza il punto in cui ci saluteremo cercando di trovare una frase che possa far capire che è stato bello ritrovarsi, qualcosa che vada oltre la formalità. Credo che anche lui lo stia facendo, perché cala qualche secondo di silenzio, e la cosa mi fa piacere. Sto per mettermi a parlare ma lui mi anticipa.
Si ferma al bivio, fruga nelle tasche e prima di salutarmi mi posa nella mano due cartoncini con su scritto il nome di un personaggio, un simbolo e una bella croce, messa, come pensa sicuramente lui perché glielo leggo negli occhi mentre sorride e mi porge il “santino”, al posto giusto.
“Te li lascio senza impegno…nel caso tu domani ancora non sappia che fare”.
Dico che va bene e sorrido. Li prendo nella mia mano e li guardo. Il personaggio sul cartoncino è fotogenico, mi guarda e sorride. Guardo il mio vecchio compagno di scuola. Mi guarda e sorride anche lui, con un sorriso che assomiglia molto a quello stampato sulla carta, o almeno cosi mi viene da pensare in quel secondo sfuggente. Poi scatta il verde del semaforo, posso attraversare.
Lo saluto e vado a lavoro.
Lui fa altrettanto.
***
E sera ma c’è ancora luce quando entro nel seggio elettorale messo in piedi nelle mie vecchie scuole medie, il cielo è nuvoloso e nel cortile c’è lo stesso venticello che sento da quando son nato nelle prime sere d’estate; sono un po’ agitato senza motivo. Consegno il documento e la tessera elettorale alla ragazza del seggio. Lei legge forte il mio nome e cognome alle altre due ragazze che trascrivono sul quaderno un po’ annoiate dal giorno prima. Una è la sorella di una delle mie ex migliori amiche con cui ci siamo persi di vista così, per magia. Lei mi riconosce ma mi saluta solamente, il contesto formale non sembra essere dei migliori per fare due parole. Abito in un paesino piccolo, dove si conoscono tutti o quasi, così mentre vengo registrato ho il tempo di perdermi a pensare che la ragazza che ha letto il mio nome è carina, è un po’ più grande e sicuramente devo averla già vista e conosciuta da qualche parte. Credo che anche lei pensi la stessa cosa di me. Provo a schiarirmi le idee ma nel frattempo mi consegna la scheda elettorale e la matita. La cabina è già vuota. Lei la guarda, io la guardo e ci guardiamo entrambi di rimando. Ci stiamo dicendo in silenzio e contro la nostra volontà che restare li con la tessera in mano a chiacchierare pare brutto. Così capisco e con sguardo d’intesa lascio perdere e entro. Lei sorride. Tiro la tenda di plastica, appoggio la scheda sulla mensola di metallo e prendo in mano la matita. Guardo tutti i simboli colorati che mi si piazzano davanti agli occhi: alcuni li riconosco, altri non li ho mai visti.
Di colpo mi sembra tutto finto: la matita gialla che diversamente da tutte le altre matite non si può cancellare, la cabina di plastica e alluminio, la scheda che sembra di carta riciclata già predisposta con tutte le pieghe per essere sistemata affinché gli altri quando la imbuco non possano vedere, il pavimento della mia vecchia classe di scuola, la ragazza carina, la sorella della mia ex migliore amica, il mio compagno in giacca e cravatta sul treno, i sorrisi, gli slogan e i nomi dei partiti, le tonnellate di parole riversate a televisioni, radio e giornali in discorsi privi di anima e di sostanza, la luce al neon che brilla sopra la mia testa, persino la scuola, il cielo grigio sopra al parcheggio e le foglie verdi dell’albero davanti all’entrata mi sembrano di cartone.
Che senso può avere il mio gesto?Dove sono finiti tutti e tutto?Dove le Persone?Tra cosa mi stanno chiedendo di scegliere?Parole?Idee?Questioni pratiche?Che cosa mi propongono?Un mondo diverso?Magari migliore?E che significa migliore?
Non ho nessuna di queste risposte.
Ascolto il gran brusio fuori dal perimetro della cabina, protetto dalla tenda.
Prendo tra le dita la matita, guardo un’ultima volta la scheda e tiro una riga, in diagonale dall’angolo in basso a sinistra verso quello in alto a destra, lentamente. Non una rigaccia, un insulto, una frase o quant’altro, solamente una riga di matita. Ripiego con cura la scheda e esco.
Sorridono tutti.
La ragazza carina è già occupata a registrare il prossimo elettore. Vorrebbe fare forse di più, ma ha solo il tempo per regalarmi un’occhiata rapida mentre le passo davanti.
Imbuco, le sorrido anch’io e saluto…prima di ritirare le mie cose e andarmene.
Credo di non aver votato per una disapprovazione umana più che politica, perché penso che si stia perdendo il senso della vita abbagliati dal miraggio di poter creare il migliore dei mondi possibili. Perché appartengo a quelli che non contano. Perché so che c’è ancora un’umanità fragile e disperata dietro le facciate dei palazzi color grigio che con le loro sagome geometriche modellate nel cemento aspirano a trafiggere il cielo, un’umanità rannicchiata nei propri accoglienti spazi vitali, rifugiata tra la familiarità delle piccole cose per sfuggire alle quotidiane paure di un mondo ostile e distaccato, che nel corso delle giornate cattura e ingloba nel suo inesorabile meccanismo. Ed è così che io mi immagino questi superstiti, questi sopravvissuti ad un qualcosa che in qualche modo, loro malgrado, hanno contribuito a creare. Giovani ragazzi cresciuti coi piedi nell’asfalto, attaccati ai loro stereo ad adorare in silenzio il brivido di un suono sintetico nella fioca luce di una stanza. Volti profondi, segnati dal bisogno di cambiare e allo stesso tempo dalla necessità di crearsi un qualcosa che non possa essere patrimonio di tutti, qualcosa che resti unico, un rifugio dove correre quando fuori la sera piove.
Un’umanità livida, marginale, semplice e vera. L’umanità che non conta, ma Vive.
E, nella mente, cieli azzurri come il mare, nuvole bianche che si possono toccare, con il sole sulla pelle e il gusto del vento nei polmoni.
Teo.Théo

>”I nemici da combattere…

>


(Pagina de l’Unità di martedì 9 giugno)
…sono le multinazionali, gli ebrei, i rom ed i comunisti.”
(Gabor Uona, partito paramilitare JOBBIK – Ungheria).
Aggressività multipla. Il JOBBIK è eletto dalle europee come terzo partito d’Ungheria. Quindici percento delle preferenze dalla massa votante. Tre seggi per Strasburgo, parlamento europeo. Il discorso elettorale di questa forma di destra nazionale è evidentemente approvato. E’ già rappresentanza. Centro d’accumulazione di segmenti di potere.
“L’Ungheria è stata venduta”. Un agglomerato di enti, soggetti, classi è partecipe (responsabile) di tale vendita. E quindi di nuovo, “sono le multinazionali, gli ebrei, i rom ed i comunisti”. La proposta: il combattimento.
Sembra ora trattarsi di una certezza accusatoria rivolta contro ombre fantasmagoriche individua(-lizza)te.
Ombre fantasmagoriche. Sono le presenze volatili di multinazionali (non-nazionalmente economiche) ebrei (non-nazionalmente credenti) rom (non-nazionalmente cittadini) comunisti (non-nazionalmente politici). Queste quattro qualità identitarie sono sparse, diffuse, debolmente perentorie nel definire individui ed imprese (qui curiosamente messi insieme nello stesso discorso). Multinazionale-nazionale; ebreo-nazionalista; rom-imprenditore; comunisti-dell’-utile; ecc…
Come identificare il “nemico da combattere”? Come è possibile trascinare il consenso nell’ostilità di un bersaglio scarsamente definito? E’ qui che l’individua(-lizza)zione accade sul fantasmagorico, lo scorretto in quanto nascosto, non convenzionalmente definito. E’ nella criticità dell’individuare che si fonda il surplus di violenza , nazionalismo perverso nella xenofobia (di razza, di credo, di ideologia, di profitto) che alimenta questo discorso ungherese. Armi puntate nell’ombra, tremante di paura, l’avanzare verso Strasburgo. Grazie al traffico aereo il viaggio sarà più rapido e sicuro.
Alcuni dati elettorali.
Olanda. Pvv (Partito per la libertà): secondo partito nazionale con il 16.4% delle preferenze. Quattro seggi.
Finlandia. Perussuomalaiset (Partito dei Veri Finlandesi): opposizione all’immigrazione e all’Unione europea; il leader Timo Soini è il candidato più votato delle elezioni finlandesi (130mila voti).
Regno Unito. British National Party, dichiaratamente razzista, ottiene deu seggi.
Austria. FPAL: nel ricordo del defunto Heider, raddoppia i voti del 2004; 13% per due seggi.
Romania. Partito della Grande Romania, 8.47% per due seggi.
Bulgaria. Nazionalisti Anti-rom, 11.72%.
Slovacchia. Partito SNS, ottiene un eurodeputato.
Italia. La Lega dei fatti arriva al 10% dei consensi (terzo partito nazionale).

“I nemici da combattere…


(Pagina de l’Unità di martedì 9 giugno)
…sono le multinazionali, gli ebrei, i rom ed i comunisti.”
(Gabor Uona, partito paramilitare JOBBIK – Ungheria).
Aggressività multipla. Il JOBBIK è eletto dalle europee come terzo partito d’Ungheria. Quindici percento delle preferenze dalla massa votante. Tre seggi per Strasburgo, parlamento europeo. Il discorso elettorale di questa forma di destra nazionale è evidentemente approvato. E’ già rappresentanza. Centro d’accumulazione di segmenti di potere.
“L’Ungheria è stata venduta”. Un agglomerato di enti, soggetti, classi è partecipe (responsabile) di tale vendita. E quindi di nuovo, “sono le multinazionali, gli ebrei, i rom ed i comunisti”. La proposta: il combattimento.
Sembra ora trattarsi di una certezza accusatoria rivolta contro ombre fantasmagoriche individua(-lizza)te.
Ombre fantasmagoriche. Sono le presenze volatili di multinazionali (non-nazionalmente economiche) ebrei (non-nazionalmente credenti) rom (non-nazionalmente cittadini) comunisti (non-nazionalmente politici). Queste quattro qualità identitarie sono sparse, diffuse, debolmente perentorie nel definire individui ed imprese (qui curiosamente messi insieme nello stesso discorso). Multinazionale-nazionale; ebreo-nazionalista; rom-imprenditore; comunisti-dell’-utile; ecc…
Come identificare il “nemico da combattere”? Come è possibile trascinare il consenso nell’ostilità di un bersaglio scarsamente definito? E’ qui che l’individua(-lizza)zione accade sul fantasmagorico, lo scorretto in quanto nascosto, non convenzionalmente definito. E’ nella criticità dell’individuare che si fonda il surplus di violenza , nazionalismo perverso nella xenofobia (di razza, di credo, di ideologia, di profitto) che alimenta questo discorso ungherese. Armi puntate nell’ombra, tremante di paura, l’avanzare verso Strasburgo. Grazie al traffico aereo il viaggio sarà più rapido e sicuro.
Alcuni dati elettorali.
Olanda. Pvv (Partito per la libertà): secondo partito nazionale con il 16.4% delle preferenze. Quattro seggi.
Finlandia. Perussuomalaiset (Partito dei Veri Finlandesi): opposizione all’immigrazione e all’Unione europea; il leader Timo Soini è il candidato più votato delle elezioni finlandesi (130mila voti).
Regno Unito. British National Party, dichiaratamente razzista, ottiene deu seggi.
Austria. FPAL: nel ricordo del defunto Heider, raddoppia i voti del 2004; 13% per due seggi.
Romania. Partito della Grande Romania, 8.47% per due seggi.
Bulgaria. Nazionalisti Anti-rom, 11.72%.
Slovacchia. Partito SNS, ottiene un eurodeputato.
Italia. La Lega dei fatti arriva al 10% dei consensi (terzo partito nazionale).

>L’ermeneutica elettorale e il fuorionda galeotto

>

Cara maestra, mi capita di pensarla dopo ogni consultazione elettorale e la immagino sgomenta, nella penombra del suo umile soggiorno, mentre assiste alla demolizione mediatica dei suoi appassionati insegnamenti. Non dev’essere affatto facile per lei porsi dinnanzi a quel valzer di numeri e parole. Lei che per prima ha spiegato a centinaia di giovani menti che la matematica non è un’opinione e che per decenni ha sostenuto la sua solidità epistemica fatta di regole piuttosto che di eccezioni, ora vacilla, vedendo incrinarsi il suo status di scienza e assistendo impotente al suo declassamento subito dopo l’astrologia e prima l’aruspicina. Quando politici e notiziari non possono più mentire sui numeri poichè definitivi e dunque universali ha inizio l’impetuoso vortice di analisi, confronti e interpretazioni: «Ma come è possibile -si chiede- che i medesimi dati, percentuali identiche, diano luogo a conclusioni tanto numerose quanto tra loro contraddittorie? La mia matematica funzionava così bene, perchè applicata alla politica non riesce a dare alcuna certezza?». Forse cara maestra, una misura di ciò che accade quando i suoi amati numeri incontrano il potere politico, può fornircela uno sfortunato fuorionda del tg5 di domenica sera; un incauto Gioacchino Bonsignore, rivolgendosi a un misterioso interlocutore non inquadrato azzarda: «Quali sono stati i risultati del Pdl alle politiche del 2008 ?» Ma giunto a canoscenza del confronto penalizzante (2,1% in meno in queste europee), corre subito hai ripari e puntualizza: «Chiedo solo per curiosità, per capire chi ha perso, tanto mica lo diciamo!».
Si goda pure la pensione cara maestra, i suoi insegnamenti, almeno quelli, sono intatti e preziosi.

Giorgio

L’ermeneutica elettorale e il fuorionda galeotto

Cara maestra, mi capita di pensarla dopo ogni consultazione elettorale e la immagino sgomenta, nella penombra del suo umile soggiorno, mentre assiste alla demolizione mediatica dei suoi appassionati insegnamenti. Non dev’essere affatto facile per lei porsi dinnanzi a quel valzer di numeri e parole. Lei che per prima ha spiegato a centinaia di giovani menti che la matematica non è un’opinione e che per decenni ha sostenuto la sua solidità epistemica fatta di regole piuttosto che di eccezioni, ora vacilla, vedendo incrinarsi il suo status di scienza e assistendo impotente al suo declassamento subito dopo l’astrologia e prima l’aruspicina. Quando politici e notiziari non possono più mentire sui numeri poichè definitivi e dunque universali ha inizio l’impetuoso vortice di analisi, confronti e interpretazioni: «Ma come è possibile -si chiede- che i medesimi dati, percentuali identiche, diano luogo a conclusioni tanto numerose quanto tra loro contraddittorie? La mia matematica funzionava così bene, perchè applicata alla politica non riesce a dare alcuna certezza?». Forse cara maestra, una misura di ciò che accade quando i suoi amati numeri incontrano il potere politico, può fornircela uno sfortunato fuorionda del tg5 di domenica sera; un incauto Gioacchino Bonsignore, rivolgendosi a un misterioso interlocutore non inquadrato azzarda: «Quali sono stati i risultati del Pdl alle politiche del 2008 ?» Ma giunto a canoscenza del confronto penalizzante (2,1% in meno in queste europee), corre subito hai ripari e puntualizza: «Chiedo solo per curiosità, per capire chi ha perso, tanto mica lo diciamo!».
Si goda pure la pensione cara maestra, i suoi insegnamenti, almeno quelli, sono intatti e preziosi.

Giorgio

Accise sul fotovoltaico

Il 3 Giugno sul sito dell’ansa si legge che dopo un rapido sviluppo negli ultimi due anni, il fotovoltaico in italia nel 2009 potrebbe subire un rallentamento. «Ritengo che nel 2009 non avremo lo stesso trend di crescita degli ultimi 2 anni – ha dichiarato Gert Gremes. Il settore e’ stato colpito negli ultimi sei mesi, dai ritardi delle banche nell’erogare i fondi necessari per le nuove istallazioni. Inoltre a questo si e’ aggiunto un inverno particolarmente rigido che ha impedito l’istallazione di impianti ”green field” e moduli roof-top, tanto che solo 10MW sono stati connessi nei primi 4 mesi dell’anno».
Ma qui si parla di incentivi per la costruzione. E una volta costruito? Quale sarà la vita del privato? Maurizio ha installato un impianto fotovoltaico dal 2005 e «fino al 31 Dicembre 2008 lo “scambio sul posto” avveniva tra l’utente e il gestore – afferma – e a carico dell’utente rimanevano: il fisso (per un contratto da 4,5 KW, 9 euro al mese) e 30 euro all’anno + IVA, il costo della gestione». Tutto regolare, quindi: si produce energia, la si da all’Enel e quando serve la si preleva. Se la produzione supera o pareggia il consumo, le bollette riportano la scritta: non c’è niente da pagare. Ma le cose sono cambiate: «Dal 1 Gennaio 2009 – dice Maurizio – la gestione passa al GSE (Gestore Servizi Elettrici) unico gestore per tutta Italia. In questo modo le bollette Enel sono da pagare per intero mentre il GSE si preoccupa di rimborsarle. Sembra che a carico dell’utente rimangano: il fisso, i 30 euro della gestione e le accise». Nel sistema si inseriscono così delle imposte che gravano sul privato.
Di certo il rallentamento del fotovoltaico in Italia non è immune da questi nuovi contratti, dove chi viene incentivato alla realizzazione di un impianto come quello fotovoltaico viene poi costretto a pagare un’imposta su ciò che produce.

ale,6

>Accise sul fotovoltaico

>

Il 3 Giugno sul sito dell’ansa si legge che dopo un rapido sviluppo negli ultimi due anni, il fotovoltaico in italia nel 2009 potrebbe subire un rallentamento. «Ritengo che nel 2009 non avremo lo stesso trend di crescita degli ultimi 2 anni – ha dichiarato Gert Gremes. Il settore e’ stato colpito negli ultimi sei mesi, dai ritardi delle banche nell’erogare i fondi necessari per le nuove istallazioni. Inoltre a questo si e’ aggiunto un inverno particolarmente rigido che ha impedito l’istallazione di impianti ”green field” e moduli roof-top, tanto che solo 10MW sono stati connessi nei primi 4 mesi dell’anno».
Ma qui si parla di incentivi per la costruzione. E una volta costruito? Quale sarà la vita del privato? Maurizio ha installato un impianto fotovoltaico dal 2005 e «fino al 31 Dicembre 2008 lo “scambio sul posto” avveniva tra l’utente e il gestore – afferma – e a carico dell’utente rimanevano: il fisso (per un contratto da 4,5 KW, 9 euro al mese) e 30 euro all’anno + IVA, il costo della gestione». Tutto regolare, quindi: si produce energia, la si da all’Enel e quando serve la si preleva. Se la produzione supera o pareggia il consumo, le bollette riportano la scritta: non c’è niente da pagare. Ma le cose sono cambiate: «Dal 1 Gennaio 2009 – dice Maurizio – la gestione passa al GSE (Gestore Servizi Elettrici) unico gestore per tutta Italia. In questo modo le bollette Enel sono da pagare per intero mentre il GSE si preoccupa di rimborsarle. Sembra che a carico dell’utente rimangano: il fisso, i 30 euro della gestione e le accise». Nel sistema si inseriscono così delle imposte che gravano sul privato.
Di certo il rallentamento del fotovoltaico in Italia non è immune da questi nuovi contratti, dove chi viene incentivato alla realizzazione di un impianto come quello fotovoltaico viene poi costretto a pagare un’imposta su ciò che produce.

ale,6

Obama: “fermate gli insediamenti!”

da Avaaz

Il Presidente Obama ha appena tenuto un discorso straordinario in Egitto, nel quale si è impegnato personalmente a costruire la pace nel Medio Oriente. La sua prima mossa è stata sorprendentemente di sfidare il nuovo governo di destra di Israele, alleato americano — mettendolo sotto pressione per far cessare la politica autolesionistica degli insediamenti (colonie illegali sul territorio riconosciuto dagli Usa e dal mondo come palestinese).
Questo è un raro momento di crisi e di opportunità. L’ardita strategia di Obama deve fare i conti con forti resistenze, e avrà bisogno di aiuto da tutto il mondo nei prossimi giorni e settimane per rafforzare le sue intenzioni. Iniziamo subito — con un coro globaledi voci a supporto dell’affermazione di Obama che gli insediamenti nei territori occupati devono finire.
Faremo pubblicare il numero delle firme su importanti giornali in Israele e a Washington (dove ci sono tentativi di alienare a Obama il supporto del Congresso Usa). Leggi le parole di Obama e aggiungi la tua firma andando al link qui:

http://www.avaaz.org/it/obama_stop_settlements

C’è ampio consenso sul fatto che gli insediamenti siano un impedimento importante al raggiungimento della pace, un punto di vista condiviso anche da una maggioranza silenziosa di Israeliani. In combinazione con una rete di barriere e posti di blocco queste colonie ormai tappezzano la Cisgiordania, occupando il territorio e obbligando i Palestinesi a vivere come prigionieri in enclavi sempre più piccole (guarda la mappa a destra).
Fino a che questo tema non sarà affrontato sembra impossibile costruire sia un vero stato paestinese che un pace durevole, di qualsiasi sorta Per gli stati arabi che cercano di impegnarsi ad aiutare la pace il fermare gli insediamenti è un test fondamentale per la credibilità di Israele.
Dobbiamo chiedere anche alle altre parti in causa di fare passi audaci. Se riusciamo ad aiutare Obama a mantenere questa linea sugli insediamenti, a far cambiare strada alla politica israeliana e a incoraggiare i Palestinesi e altri stati arabi a offrire una mano tesa, un nuovo inizio per il Medio Oriente diventa possibile.

Con speranza e determinazione,

Paul, Raluca, Ricken, Brett, Paula, Graziela, Rajeev, Iain, Taren, Milena, Luis, Alice e tutto il team Avaaz

Il testo completo del discorso del Presidente Obama (in inglese):

http://www.nytimes.com/2009/06/04/us/politics/04obama.text.html?_r=2

http://www.corriere.it/Speciali/Esteri/2009/Discorso_Obama/

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/?id=3.0.3395031504

ps: Avaaz.org è un’organizzazione non-profit e indipendente, che lavora con campagne di sensibilizzazione in modo che le opinioni e i valori dei popoli del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali. (Avaaz significa “voce” in molte lingue.) Avaaz non riceve fondi da governi o aziende ed è composta da un team internazionale di persone sparse tra Londra, Rio de Janeiro, New York, Parigi, Washington e Ginevra. +1 888 922 8229