L’OCSE, L’ITALIA E LA SCUOLA DI CLASSE

Negli ultimi giorni l’OCSE, una delle più importanti organizzazioni sovranazionali del capitalismo, si è divertita a sfottere l’Italia. Prima ha constatato che le stime di “crescita”– o di “decrescita”, sarebbe meglio dire, visto che siamo a -5,3% del PIL – erano da rivedere al ribasso, poi ha sostenuto che la ripresa arriverà più tardi del previsto, e sarà comunque debolissima (parliamo del +0,4% nel 2010), poi che la disoccupazione quest’anno continuerà a salire fino al 10%, con un debito pubblico fino al 120%… Il tutto corredato da calo dei consumi, degli investimenti e del commercio estero. Poi, per farsi due risate, l’OCSE ha aggiunto: “tutte le previsioni sono soggette a una forte incertezza”. Insomma, può andar peggio. L’incertezza però non gli impedisce di consigliare la ricetta su misura per noi: ricapitalizzare le banche, fare riforme strutturali per aumentare la competitività, un bel giro di vite sulla pubblica amministrazione…

Cos’è che di sta storia fa ridere, se non facesse piangere? La smania con la quale il centrosinistra ed il centrodestra rivendicano la loro adesione ai dettami neoliberisti. Mentre l’opposizione accusa il Governo di non aver fatto le famose liberalizzazioni, il Governo usa il rapporto per dire: l’emergenza c’è, quindi bisogna riformare, intervenire, spezzettare. Il caso della Scuola è eclatante. L’OCSE ha messo gli istituti superiori italiani in coda alla sua personale classifica. La Gelmini se la ride: abbiamo ragione! Dobbiamo tagliare il personale. Ridurre le ore di lezione. Misurare le performance di presidi e docenti. Spingere sull’autonomia degli istituti scolastici. Chiuderli, persino! E dare un bel bonus alle famiglie per mandare i figli alle scuole private…

Cosa c’entrino queste scelte con il rapporto è tutto da capire. Persino l’OCSE – il cui obbiettivo, sia chiaro, è educare i ragazzi alla competizione e al nozionismo, secondo dispositivi standardizzati che potranno renderli lavoratori obbedienti e produttivi – dice che le differenze di “performance” fra gli studenti sono attribuibili a condizioni materiali (come la regione d’appartenenza ed il reddito familiare). Persino l’OCSE si propone compassionevolmente di “contenere il gap educativo fra Nord e Sud […] per ridurre le differenze economiche e sociali complessive” e di “recuperare le scuole e gli studenti più deboli, specialmente quelli a rischio abbandono”.

Ma non è finita qui. Proprio oggi il Ministero decide, secondo una pratica inusuale, di anticipare i numeri dei bocciati (oltre 370.000) e dei non ammessi alla maturità (oltre 25.000). Con il chiaro intento di orientare gli insegnanti ancora alle prese con gli scrutini, la Gelmini minaccia il pugno di ferro e manda a dire che la Scuola deve essere rigorosa. Peccato che tutti i pedagogisti prendano come paradigma dell’insuccesso dell’intero sistema proprio la cosiddetta dispersione scolastica: bocciature, evasioni e abbandoni.

Su una cosa però la Gelmini ha ragione: “questa scuola prepara i ragazzi alla vita”. È vero: è una scuola che rispecchia perfettamente la società italiana. Una scuola di classe, dove l’ingresso è deciso dal quartiere di appartenenza, le amicizie dalla marca dei vestiti, i risultati garantiti dall’aiutino delle lezioni private. Una scuola che penalizza il Sud, gli istituti tecnici. Dove il bullismo si svela come l’arroganza del più ricco e del più forte, oppure lo sfogo disperato di ragazzi che sentono di non aver nulla da perdere, nulla da fare, nulla da imparare, perché comunque quella parentesi subita 5 ore al giorno non ti porterà da nessuna parte. Una scuola in cui la “cattiva condotta” (sulla cui definizione ci sarebbe molto da dire) non viene compresa nelle sue origini sociali, ma cattolicamente attribuita, come fosse colpa morale, all’indole del ragazzo.

Da parte sua il centrosinista si limita a constatare che tanti ragazzi che restano negli istituti costano allo Stato tre miliardi in più. Perché non promuoverli allora, infischiandosene di cosa vadano mai a fare con un titolo sempre più squalificato, senza alcuno strumento critico-culturale, in tempi come questi? Strano che Alfano abbia dichiarato proprio oggi che si stanno costruendo nuove prigioni…

Ora, le considerazioni sarebbero tante. La prima intorno al ruolo dell’OCSE e degli organismi sovranazionali che dettano le politiche mondiali. E questo ci porterebbe direttamente alla contestazione del G8 dell’Aquila, come il luogo di gestione e sintesi (per quanto precaria) delle diverse azioni ultra/neo/iperliberiste. La seconda considerazione verterebbe invece intorno alla mancanza di rappresentanza politica dei lavoratori, degli studenti e delle classi sociali più deboli: quale partito o sindacato decide di opporsi a queste direttive? Quale le contesta frontalmente? Ecco un invito a sviluppare i sentieri di autorganizzazione, di contestazione radicale che abbiamo cominciato a percorrere quest’autunno in modo trasversale, fra studenti-lavoratori-genitori-insegnanti…

La terza considerazione, e le altre, preferiamo non farle. Perché lasciamo la parola a chi a Milano, qualche giorno fa, ha saputo esprimere un sentire diffuso, contestando e mandando via Gelmini. Sono stati subito chiamati “talebani” e “fascisti rossi”. Noi speriamo ce ne siamo molti, di questi “rossi”, per opporsi ai veri fascisti e ai veri buffoni in ogni scuola e facoltà… In ogni caso, saremo fra quelli!

RED-NET
rete delle realtà studentesche autorganizzate

>L’OCSE, L’ITALIA E LA SCUOLA DI CLASSE

>

Negli ultimi giorni l’OCSE, una delle più importanti organizzazioni sovranazionali del capitalismo, si è divertita a sfottere l’Italia. Prima ha constatato che le stime di “crescita”– o di “decrescita”, sarebbe meglio dire, visto che siamo a -5,3% del PIL – erano da rivedere al ribasso, poi ha sostenuto che la ripresa arriverà più tardi del previsto, e sarà comunque debolissima (parliamo del +0,4% nel 2010), poi che la disoccupazione quest’anno continuerà a salire fino al 10%, con un debito pubblico fino al 120%… Il tutto corredato da calo dei consumi, degli investimenti e del commercio estero. Poi, per farsi due risate, l’OCSE ha aggiunto: “tutte le previsioni sono soggette a una forte incertezza”. Insomma, può andar peggio. L’incertezza però non gli impedisce di consigliare la ricetta su misura per noi: ricapitalizzare le banche, fare riforme strutturali per aumentare la competitività, un bel giro di vite sulla pubblica amministrazione…

Cos’è che di sta storia fa ridere, se non facesse piangere? La smania con la quale il centrosinistra ed il centrodestra rivendicano la loro adesione ai dettami neoliberisti. Mentre l’opposizione accusa il Governo di non aver fatto le famose liberalizzazioni, il Governo usa il rapporto per dire: l’emergenza c’è, quindi bisogna riformare, intervenire, spezzettare. Il caso della Scuola è eclatante. L’OCSE ha messo gli istituti superiori italiani in coda alla sua personale classifica. La Gelmini se la ride: abbiamo ragione! Dobbiamo tagliare il personale. Ridurre le ore di lezione. Misurare le performance di presidi e docenti. Spingere sull’autonomia degli istituti scolastici. Chiuderli, persino! E dare un bel bonus alle famiglie per mandare i figli alle scuole private…

Cosa c’entrino queste scelte con il rapporto è tutto da capire. Persino l’OCSE – il cui obbiettivo, sia chiaro, è educare i ragazzi alla competizione e al nozionismo, secondo dispositivi standardizzati che potranno renderli lavoratori obbedienti e produttivi – dice che le differenze di “performance” fra gli studenti sono attribuibili a condizioni materiali (come la regione d’appartenenza ed il reddito familiare). Persino l’OCSE si propone compassionevolmente di “contenere il gap educativo fra Nord e Sud […] per ridurre le differenze economiche e sociali complessive” e di “recuperare le scuole e gli studenti più deboli, specialmente quelli a rischio abbandono”.

Ma non è finita qui. Proprio oggi il Ministero decide, secondo una pratica inusuale, di anticipare i numeri dei bocciati (oltre 370.000) e dei non ammessi alla maturità (oltre 25.000). Con il chiaro intento di orientare gli insegnanti ancora alle prese con gli scrutini, la Gelmini minaccia il pugno di ferro e manda a dire che la Scuola deve essere rigorosa. Peccato che tutti i pedagogisti prendano come paradigma dell’insuccesso dell’intero sistema proprio la cosiddetta dispersione scolastica: bocciature, evasioni e abbandoni.

Su una cosa però la Gelmini ha ragione: “questa scuola prepara i ragazzi alla vita”. È vero: è una scuola che rispecchia perfettamente la società italiana. Una scuola di classe, dove l’ingresso è deciso dal quartiere di appartenenza, le amicizie dalla marca dei vestiti, i risultati garantiti dall’aiutino delle lezioni private. Una scuola che penalizza il Sud, gli istituti tecnici. Dove il bullismo si svela come l’arroganza del più ricco e del più forte, oppure lo sfogo disperato di ragazzi che sentono di non aver nulla da perdere, nulla da fare, nulla da imparare, perché comunque quella parentesi subita 5 ore al giorno non ti porterà da nessuna parte. Una scuola in cui la “cattiva condotta” (sulla cui definizione ci sarebbe molto da dire) non viene compresa nelle sue origini sociali, ma cattolicamente attribuita, come fosse colpa morale, all’indole del ragazzo.

Da parte sua il centrosinista si limita a constatare che tanti ragazzi che restano negli istituti costano allo Stato tre miliardi in più. Perché non promuoverli allora, infischiandosene di cosa vadano mai a fare con un titolo sempre più squalificato, senza alcuno strumento critico-culturale, in tempi come questi? Strano che Alfano abbia dichiarato proprio oggi che si stanno costruendo nuove prigioni…

Ora, le considerazioni sarebbero tante. La prima intorno al ruolo dell’OCSE e degli organismi sovranazionali che dettano le politiche mondiali. E questo ci porterebbe direttamente alla contestazione del G8 dell’Aquila, come il luogo di gestione e sintesi (per quanto precaria) delle diverse azioni ultra/neo/iperliberiste. La seconda considerazione verterebbe invece intorno alla mancanza di rappresentanza politica dei lavoratori, degli studenti e delle classi sociali più deboli: quale partito o sindacato decide di opporsi a queste direttive? Quale le contesta frontalmente? Ecco un invito a sviluppare i sentieri di autorganizzazione, di contestazione radicale che abbiamo cominciato a percorrere quest’autunno in modo trasversale, fra studenti-lavoratori-genitori-insegnanti…

La terza considerazione, e le altre, preferiamo non farle. Perché lasciamo la parola a chi a Milano, qualche giorno fa, ha saputo esprimere un sentire diffuso, contestando e mandando via Gelmini. Sono stati subito chiamati “talebani” e “fascisti rossi”. Noi speriamo ce ne siamo molti, di questi “rossi”, per opporsi ai veri fascisti e ai veri buffoni in ogni scuola e facoltà… In ogni caso, saremo fra quelli!

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G8 Capitolo primo: TORINO

Martedì scorso, a Torino, il G8 delle Università. Si è trattato di un incontro dei rettori di 19 paesi del mondo. Al termine dell’incontro vengono dichiarati 4 principi guida per il lavoro delle università. 1) nuovo modello di sviluppo socio-economico (uso efficiente risorse – sostenibilità). 2) proposta nuovi approcci allo sviluppo sostenibile (riconoscimento ruolo etica). 3) modello politica energetica (utilizzo fonti rinnovabili – tecniche risparmio energetico). 4) rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza attività umane – ecosistema naturale.

«Non ci siamo barricati», commentano Francesco Profumo (rettore Politecnico Torino), Enrico Decleva (presidente CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università italiane) e Giovanni Puglisi (rappresentante UNESCO-Italia), «siamo sempre stati e rimaniamo aperti al dialogo con gli studenti.» E di seguito «In quello che è successo ieri e oggi c’è stato un difetto di comunicazione.»

Problemi di mezzo e non di contenuto. Non si tratta di diversità di intenti (rettori-studenti), ma di ricezione reciproca (comunicazione appunto). In questa parafrasi di disponibilità dell’amministrazione universitaria si è affetti tuttavia dell’eco dell’agire-Mazzucco (rettore dell’Università di Verona e membro CRUI). Problemi di mezzi. «Rettorato: rotta la serratura dell’aula 1.6», per evitare l’incremento di tensione tra gli studenti (9 gennaio 2009). Di cosa si tratta? «aperti al dialogo con gli studenti?» «difetto di comunicazione?»

C’è il muoversi dell’Onda a Torino. C’è il muoversi di una lama sulla ferrovia Napoli-Torino. C’è la scala appiccicosa delle identificazioni ordinate.

Primo gradino: ministro interni Maroni. «Un gruppo di violenti ha attaccato le forze di Polizia con premeditazione: non sono studenti o giovani in cerca di giustizia, sono violenti.»

Secondo gradino, capogruppo PDL alla camera, Cicchitto. «Segno che nella società italiana esiste ancora il brodo della cultura terroristica costituito da diverse realtà della sinistra radicale.»

Pianerottolo, ministro istruzione Gelmini. «Non erano studenti

Terzo gradino, segretario PD Franceschini. «Mi pare chiaro che a Torino c’erano gruppi di persone venute apposta per provocare

In questa scalata dell’attribuire identità all’Onda nelle strade torinesi di martedì scorso, manca tuttavia una accenno alle forze dell’ordine. Piccolo appunto. Spartaco Mortola, vicario del questore di Torino. Ex dirigente della digos di Genova, comparirà il 30 giugno davanti al gip Silvia Carpani con l’accusa (rito abbreviato) per avere «istigato l’ex questore di Genova Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza durante il processo per l’irruzione nella scuola Diaz durante il G8 del 2001.» (sottoosservazione.wordpress.com – 13 maggio 2009).

All’ultimo passo dell’analisi su Torino, Sinistra e Libertà. Mercoledì infatti è apparso tra i post del sito sinistraliberta.it il commento di Gianni Favaro. «Il ritorno ad una nuova stagione di diritti e libertà per tutte e tutti può partire solo dall’affermazione in Italia di Sinistra e Libertà alle europee di giugno, e al successo nelle elezioni locali di tutte le liste “Sinistra” che si richiamano all’Associazione per la Sinistra e al nuovo soggetto politico che prenderà corpo nei prossimi mesi.» Mentre nell’abbondante coltre di fumogeni sulle strade, alcuni abitanti rispondono con acqua e limone per i manifestanti; qui si ritorna al discorso elettorale. Difetti di comunicazione?

Rughe

>G8 Capitolo primo: TORINO

>

Martedì scorso, a Torino, il G8 delle Università. Si è trattato di un incontro dei rettori di 19 paesi del mondo. Al termine dell’incontro vengono dichiarati 4 principi guida per il lavoro delle università. 1) nuovo modello di sviluppo socio-economico (uso efficiente risorse – sostenibilità). 2) proposta nuovi approcci allo sviluppo sostenibile (riconoscimento ruolo etica). 3) modello politica energetica (utilizzo fonti rinnovabili – tecniche risparmio energetico). 4) rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza attività umane – ecosistema naturale.

«Non ci siamo barricati», commentano Francesco Profumo (rettore Politecnico Torino), Enrico Decleva (presidente CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università italiane) e Giovanni Puglisi (rappresentante UNESCO-Italia), «siamo sempre stati e rimaniamo aperti al dialogo con gli studenti.» E di seguito «In quello che è successo ieri e oggi c’è stato un difetto di comunicazione.»

Problemi di mezzo e non di contenuto. Non si tratta di diversità di intenti (rettori-studenti), ma di ricezione reciproca (comunicazione appunto). In questa parafrasi di disponibilità dell’amministrazione universitaria si è affetti tuttavia dell’eco dell’agire-Mazzucco (rettore dell’Università di Verona e membro CRUI). Problemi di mezzi. «Rettorato: rotta la serratura dell’aula 1.6», per evitare l’incremento di tensione tra gli studenti (9 gennaio 2009). Di cosa si tratta? «aperti al dialogo con gli studenti?» «difetto di comunicazione?»

C’è il muoversi dell’Onda a Torino. C’è il muoversi di una lama sulla ferrovia Napoli-Torino. C’è la scala appiccicosa delle identificazioni ordinate.

Primo gradino: ministro interni Maroni. «Un gruppo di violenti ha attaccato le forze di Polizia con premeditazione: non sono studenti o giovani in cerca di giustizia, sono violenti.»

Secondo gradino, capogruppo PDL alla camera, Cicchitto. «Segno che nella società italiana esiste ancora il brodo della cultura terroristica costituito da diverse realtà della sinistra radicale.»

Pianerottolo, ministro istruzione Gelmini. «Non erano studenti

Terzo gradino, segretario PD Franceschini. «Mi pare chiaro che a Torino c’erano gruppi di persone venute apposta per provocare

In questa scalata dell’attribuire identità all’Onda nelle strade torinesi di martedì scorso, manca tuttavia una accenno alle forze dell’ordine. Piccolo appunto. Spartaco Mortola, vicario del questore di Torino. Ex dirigente della digos di Genova, comparirà il 30 giugno davanti al gip Silvia Carpani con l’accusa (rito abbreviato) per avere «istigato l’ex questore di Genova Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza durante il processo per l’irruzione nella scuola Diaz durante il G8 del 2001.» (sottoosservazione.wordpress.com – 13 maggio 2009).

All’ultimo passo dell’analisi su Torino, Sinistra e Libertà. Mercoledì infatti è apparso tra i post del sito sinistraliberta.it il commento di Gianni Favaro. «Il ritorno ad una nuova stagione di diritti e libertà per tutte e tutti può partire solo dall’affermazione in Italia di Sinistra e Libertà alle europee di giugno, e al successo nelle elezioni locali di tutte le liste “Sinistra” che si richiamano all’Associazione per la Sinistra e al nuovo soggetto politico che prenderà corpo nei prossimi mesi.» Mentre nell’abbondante coltre di fumogeni sulle strade, alcuni abitanti rispondono con acqua e limone per i manifestanti; qui si ritorna al discorso elettorale. Difetti di comunicazione?

Rughe

>“NO SOMOS MERCANCÍA, LA EDUCACIÓN NO ES UN MERCADO”

>È questo lo slogan degli studenti universitari spagnoli che in questi mesi sono impegnati in manifestazioni, riunioni e occupazioni per protestare contro la riforma universitaria che prevede l’applicazione, a partire dal prossimo anno accademico 2009/10, del “Plan de Bolonia”, già in vigore in molti paesi europei tra cui l’Italia. Il piano di Bologna è un processo di armonizzazione dei sistemi di istruzione superiore, nato nel 1999 quando 29 ministri dell’istruzione europei si incontrarono a Bologna per sottoscrivere un accordo, noto come la Dichiarazione di Bologna. Gli obiettivi sono in breve:

  • la creazione di un’Area Europea dell’Istruzione Superiore

  • l’armonizzazione dei sistemi universitari europei per facilitare l’intercambio tra le università europee

  • adattare il contenuto degli studi universitari alla domanda sociale e al mercato del lavoro

L’Italia è stato uno dei primi paesi ad applicare la riforma.

La riforma in Spagna prevede la divisione della carriera universitaria in tre cicli: Grado, Master e Doctorado, più o meno corrispondenti ai nostri Laurea triennale, Laurea specialistica (che adesso si chiama magistrale) e Dottorato.

Altri cambi che implica l’applicazione di questo sistema sono l’inizio delle lezioni la prima settimana di settembre per adattarsi all’Europa (ma, anche l’Italia si presume si sia adattata all’Europa…eppure la maggior parte delle università iniziano le lezioni ad ottobre…), la tesi obbligatoria alla fine dei primi due cicli (fino ad ora in Spagna la tesi è facoltativa) e l’adozione del sistema dei crediti ECTS. 1 credito corrisponde a 25 ore di lavoro e in un anno uno studente dovrebbe accumulare 60 crediti, il che, facendo qualche calcolo, significa dedicare circa 40 ore settimanali allo studio. E gli studenti lavoratori? Come fa una persona a lavorare e contemporaneamente studiare?Beh…se uno non può permettersi di pagare le tasse non si preoccupi, può sempre chiedere un prestito alla banca (come succede negli Stati Uniti…peccato però che questo meccanismo dei prestiti alle banche abbia portato moltissimi studenti ad indebitarsi tanto da dover lavorare quasi esclusivamente per pagarsi i debiti. Io non capisco, perchè bisogna imitare gli USA in ogni cosa che fanno?! )

Per quanto riguarda la valutazione si vuole adottare un sistema di valutazione continua (cosa che in Italia non esiste) che, oltre agli esami di fine quadrimestre a dicembre, con recupero a gennaio di eventuali esami andati male, e a maggio, con recupero a giugno (in Italia gli esami sono a gennaio, febbraio, giugno, luglio e settembre…), consiste nella partecipazione obbligatoria alle lezioni, stesura di saggi e ricerche, esposizioni orali in classe e partecipazione a seminari (giusto per agevolare gli studenti – lavoratori).

Su molti punti i sistemi universitari italia e spagnolo rimarranno molto differenti, ma una cosa in comune ce l’hanno: il punto focale della Dichiarazione di Bologna del 1999, non è, come ci vogliono fare credere, il miglioramento della qualità dell’insegnamento e agevolare gli scambi con università straniere (progetto erasmus, trasferimenti, ecc…), ma la trasformazione dell’università in un organismo funzionale a produrre individui validi per essere introdotti nel mercato lavorativo. Il compito principale dell’università non è più di trasmettere conoscenze, ma quello di formare dei lavoratori e questo non può far altro che avvicinare università ed imprese, in una progressiva privatizzazione delle università. Anche se il piano di Bologna non parla esplicitamente di privatizzazione, questa sarà la conseguenza della sua applicazione: ogni università, oltre a dover adeguare i contenuti dei suoi insegnamenti alle esigenze del mercato lavorativo, dovrà cercare meccanismi per finanziarsi, e questi due punti porteranno alla privatizzazione e all’aumento delle tasse universitarie (come noi in Italia sappiamo bene!).
Marti

“NO SOMOS MERCANCÍA, LA EDUCACIÓN NO ES UN MERCADO”

È questo lo slogan degli studenti universitari spagnoli che in questi mesi sono impegnati in manifestazioni, riunioni e occupazioni per protestare contro la riforma universitaria che prevede l’applicazione, a partire dal prossimo anno accademico 2009/10, del “Plan de Bolonia”, già in vigore in molti paesi europei tra cui l’Italia. Il piano di Bologna è un processo di armonizzazione dei sistemi di istruzione superiore, nato nel 1999 quando 29 ministri dell’istruzione europei si incontrarono a Bologna per sottoscrivere un accordo, noto come la Dichiarazione di Bologna. Gli obiettivi sono in breve:

  • la creazione di un’Area Europea dell’Istruzione Superiore

  • l’armonizzazione dei sistemi universitari europei per facilitare l’intercambio tra le università europee

  • adattare il contenuto degli studi universitari alla domanda sociale e al mercato del lavoro

L’Italia è stato uno dei primi paesi ad applicare la riforma.

La riforma in Spagna prevede la divisione della carriera universitaria in tre cicli: Grado, Master e Doctorado, più o meno corrispondenti ai nostri Laurea triennale, Laurea specialistica (che adesso si chiama magistrale) e Dottorato.

Altri cambi che implica l’applicazione di questo sistema sono l’inizio delle lezioni la prima settimana di settembre per adattarsi all’Europa (ma, anche l’Italia si presume si sia adattata all’Europa…eppure la maggior parte delle università iniziano le lezioni ad ottobre…), la tesi obbligatoria alla fine dei primi due cicli (fino ad ora in Spagna la tesi è facoltativa) e l’adozione del sistema dei crediti ECTS. 1 credito corrisponde a 25 ore di lavoro e in un anno uno studente dovrebbe accumulare 60 crediti, il che, facendo qualche calcolo, significa dedicare circa 40 ore settimanali allo studio. E gli studenti lavoratori? Come fa una persona a lavorare e contemporaneamente studiare?Beh…se uno non può permettersi di pagare le tasse non si preoccupi, può sempre chiedere un prestito alla banca (come succede negli Stati Uniti…peccato però che questo meccanismo dei prestiti alle banche abbia portato moltissimi studenti ad indebitarsi tanto da dover lavorare quasi esclusivamente per pagarsi i debiti. Io non capisco, perchè bisogna imitare gli USA in ogni cosa che fanno?! )

Per quanto riguarda la valutazione si vuole adottare un sistema di valutazione continua (cosa che in Italia non esiste) che, oltre agli esami di fine quadrimestre a dicembre, con recupero a gennaio di eventuali esami andati male, e a maggio, con recupero a giugno (in Italia gli esami sono a gennaio, febbraio, giugno, luglio e settembre…), consiste nella partecipazione obbligatoria alle lezioni, stesura di saggi e ricerche, esposizioni orali in classe e partecipazione a seminari (giusto per agevolare gli studenti – lavoratori).

Su molti punti i sistemi universitari italia e spagnolo rimarranno molto differenti, ma una cosa in comune ce l’hanno: il punto focale della Dichiarazione di Bologna del 1999, non è, come ci vogliono fare credere, il miglioramento della qualità dell’insegnamento e agevolare gli scambi con università straniere (progetto erasmus, trasferimenti, ecc…), ma la trasformazione dell’università in un organismo funzionale a produrre individui validi per essere introdotti nel mercato lavorativo. Il compito principale dell’università non è più di trasmettere conoscenze, ma quello di formare dei lavoratori e questo non può far altro che avvicinare università ed imprese, in una progressiva privatizzazione delle università. Anche se il piano di Bologna non parla esplicitamente di privatizzazione, questa sarà la conseguenza della sua applicazione: ogni università, oltre a dover adeguare i contenuti dei suoi insegnamenti alle esigenze del mercato lavorativo, dovrà cercare meccanismi per finanziarsi, e questi due punti porteranno alla privatizzazione e all’aumento delle tasse universitarie (come noi in Italia sappiamo bene!).
Marti

>Madrid: riunioni feconde

>

L’Onda degli studenti italiani a Madrid prosegue la riflessione e il 23 Gennaio si ritrova per discutere su come il Processo di Bologna (alias: 3+2) è stato applicato in Italia a partire dal 1999.
In relazione ad aspetti teorico-politici, il Processo di Bologna, plasmando la didattica in cicli (il primo “d’infarinatura generale” e il secondo “specializzante”), risulta – e per la Spagna ci si riferisce in maniera specifica al secondo ciclo – essere un “avamposto del privato per entrare nei meccanismi di gestione, finanziazione, speculazione degli atenei”.
Sviluppando il discorso con un approccio splendidamente dinamico – quello che manca agli studenti rimasti nello stivale – la riunione mette a fuoco la situazione dell’università italiana che, intessuta di una trama politico-gestionale tutta sua, ha reso i risultati dell’applicazione del Processo di Bologna ben differenti da quelli riscontrati (e che ancora si riscontrano) in altri stati europei.
Ma per quale motivo la creazione del secondo ciclo non ha significato l’entrata del privato all’interno della gestione universitaria? Qui cito direttamente dal rapporto della riunione: “Dagli interventi della riunione è risultato chiaro che in Italia l’università, in quanto strumento del potere pubblico funzionale alla spartizione della clientela e dei denari, conveniva lasciarla alla gestione totale di soggetti pubblici, legati praticamente sempre al magna magna locale; da questo punto di vista il plan bolonia, ben al contrario dei fini che si leggono sotto le sue righe, in Italia è stato strumento di sviluppo del potere pubblico. Il nostro è un paese dove le pubbliche amministrazioni sono macchine di potere enorme, ed il privato ha sempre grossa difficoltà a rapportarsi con esse; loro non cercano la qualità e la competitività tanto biasimate dal libero mercato, cercano di mangiare il più possibile sui denari pubblici, e pertanto qualunque accordo tenti il privato con queste, spesso gli resulta sconveniente: i comuni, le regioni, le province, si accordano con qualcuno solo se ne traggono clientelismo. […] Ovviamente questo non significa che i grandi gruppi privati non controllino il nostro paese, le nostre università, ecc… solo che lo fanno un pò di traverso”.
Quello che s’è venuto a creare in Italia – grazie appunto al clientelismo come uno dei valori dominanti della politica universitaria – è una “proliferazione di nuove cattedre con professori ed assistenti”.
Quella che ora si pongono gli studenti madrileni è una riflessione sulla 133 in rapporto al complicato – e in quanto tale molteplice – contesto italiano. La discussione è aperta anche su internet all’url: http://ondanomalamadrid.wordpress.com.
E’ ancora un invito.

Ale,6

Madrid: riunioni feconde

L’Onda degli studenti italiani a Madrid prosegue la riflessione e il 23 Gennaio si ritrova per discutere su come il Processo di Bologna (alias: 3+2) è stato applicato in Italia a partire dal 1999.
In relazione ad aspetti teorico-politici, il Processo di Bologna, plasmando la didattica in cicli (il primo “d’infarinatura generale” e il secondo “specializzante”), risulta – e per la Spagna ci si riferisce in maniera specifica al secondo ciclo – essere un “avamposto del privato per entrare nei meccanismi di gestione, finanziazione, speculazione degli atenei”.
Sviluppando il discorso con un approccio splendidamente dinamico – quello che manca agli studenti rimasti nello stivale – la riunione mette a fuoco la situazione dell’università italiana che, intessuta di una trama politico-gestionale tutta sua, ha reso i risultati dell’applicazione del Processo di Bologna ben differenti da quelli riscontrati (e che ancora si riscontrano) in altri stati europei.
Ma per quale motivo la creazione del secondo ciclo non ha significato l’entrata del privato all’interno della gestione universitaria? Qui cito direttamente dal rapporto della riunione: “Dagli interventi della riunione è risultato chiaro che in Italia l’università, in quanto strumento del potere pubblico funzionale alla spartizione della clientela e dei denari, conveniva lasciarla alla gestione totale di soggetti pubblici, legati praticamente sempre al magna magna locale; da questo punto di vista il plan bolonia, ben al contrario dei fini che si leggono sotto le sue righe, in Italia è stato strumento di sviluppo del potere pubblico. Il nostro è un paese dove le pubbliche amministrazioni sono macchine di potere enorme, ed il privato ha sempre grossa difficoltà a rapportarsi con esse; loro non cercano la qualità e la competitività tanto biasimate dal libero mercato, cercano di mangiare il più possibile sui denari pubblici, e pertanto qualunque accordo tenti il privato con queste, spesso gli resulta sconveniente: i comuni, le regioni, le province, si accordano con qualcuno solo se ne traggono clientelismo. […] Ovviamente questo non significa che i grandi gruppi privati non controllino il nostro paese, le nostre università, ecc… solo che lo fanno un pò di traverso”.
Quello che s’è venuto a creare in Italia – grazie appunto al clientelismo come uno dei valori dominanti della politica universitaria – è una “proliferazione di nuove cattedre con professori ed assistenti”.
Quella che ora si pongono gli studenti madrileni è una riflessione sulla 133 in rapporto al complicato – e in quanto tale molteplice – contesto italiano. La discussione è aperta anche su internet all’url: http://ondanomalamadrid.wordpress.com.
E’ ancora un invito.

Ale,6

Onda madrilena: una proposta forte

Gli italiani a Madrid riprendono le attività e si reinventano

L’Anomalous wave sembra resistere alla normalizzazione. Tra studenti di Urbino che organizzano assemblee in chat per coinvolgere paesi dall’altro capo del globo e studenti sardi che contestano il premier a teatro – mentre lui non si sognerebbe mai di interrompere una manifestazione di “presunti di sinistra” – qualcosa di propositivo ed ambizioso comincia a muoversi da Madrid, dove le contestazioni dell’ultimo periodo erano focalizzate per lo più sulla questione del Piano di Bologna. L’assemblea degli studenti italiani – e non solo – a Madrid, dopo aver riscontrato alcuni punti di contatto tra la protesta spagnola – e non solo – e quella italiana, “specie quando si parla di privati all’interno dell’università”, ha lanciato una proposta di rivendicazione di una regolamentazione a livello europeo di alcuni principi base da difendere all’interno del mondo universitario. L’assemblea si riferisce “all’esigenza di che la ricerca sia libera e svincolata dalle logiche di mercato, a che le università non vengano gestite da imprese, a che le borse di studio dei master non vengano garantite dalle banche, a che i professori vengano scelti per concorso pubblico aperto, ecc.”. In buona sostanza: utilizzando gli strumenti che mette a disposizione la stessa Comunità Europea – la petizione parlamentare e l’attivazione di iniziativa legislativa dal Parlamento europeo – creare una rete di studenti il più ampia possibile in Europa che abbia dei valori comuni da rivendicare.
La proposta è tutt’altro che utopica: il 20 – 21 marzo a Burgos si celebrerà una giornata d’incontro di tutti i movimenti in Spagna durante il quale già si presenterà un lavoro ben definito e pronto a fare il suo iter tecnico nelle istituzioni.
Http://ondanomalamadrid.wordpress.com

Ale,6