La fattucchiera italiana: un binario morto

In linea con la feroce critica sferrata da Grillo a banche e a compagnie di telefonia mobile e fissa, anche Trenitalia con i servizi (o più propriamente disservizi) da essa offerti quotidianamente all’utenza avrebbe tutte le carte in regola per essere definita dall’istrione genovese come un’ “associazione a delinquere legalizzata” . Così come la suddetta eventuale designazione di un servizio pubblico quale Trenitalia ci fa sorridere e simultaneamente tremare i polsi, anche un Berlusconi immortalato sul convoglio Freccia Rossa da Panorama nel Marzo 2009, con indosso un berretto da capotreno nel giorno dell’inaugurazione della Linea Alta Velocità Milano – Roma, ha del grottesco.

In realtà, se l’avvento del Freccia Rossa ha focalizzato l’attenzione mediatica su di sé, facendosi gettare inesorabilmente nell’ “occhio del ciclone ferroviario” insieme agli stupefatti occhi dell’italiano medio, che finalmente potrà affrettarsi con il pargoletto di 10 anni verso il passaggio a livello più vicino per impressionarsi vedendo sfrecciare agli oltre 300 km/h un convoglio che raramente e forse mai potrà e vorrà utilizzare in ragione a palesi impedimenti economici, è tuttavia altrove il vero quartiere dell’orrore, in ben altri peggiori anfratti di questa S.p.a. prende forma il reale disagio dei trasporti su rotaia, che pian piano si insinua prima nelle tasche e poi nel cervello / fegato dei milioni di italiani che utilizzano i mezzi Trenitalia per spostarsi ogni giorno.

Le tratte regionali, infatti, hanno recentemente subìto l’ennesimo incremento dei prezzi: è vero, è una corbelleria, si tratta in fondo di pochi centesimi di euro, e la nostra parrebbe essere più una speculazione intellettualistica e qualunquista piuttosto che la descrizione di un impiccio reale, non fosse che questi pochi centesimi vanno ad ingrassare una macchina poco oliata e che resterà tale a prescindere dall’ingresso di una quantità sempre maggiore di moneta sonante nelle sue capienti casse. Ad acuire il fastidio di aggiungere pochi centesimi al prezzo che gli utenti – soprattutto studenti universitari e in quanto tali con un proprio reddito spesso vicino allo zero – devono pagare per l’acquisto dei biglietti regionali, si annette una pressoché totale assenza di giustificazione a questo stesso aumento delle tariffe, aspetto facilmente notabile se ci si connette al sito web delle Ferrovie dello Stato e si scorrono le notizie: pubblicità di concorsi letterari, stravaganti alleanze tra Trenitalia e Vodafone o Telecom Italia per disporre i Treni Alta Velocità di connessione wi – fi, ma nulla che ricordi pur vagamente una giustificazione dettagliata o meno dell’aumento tariffario di molti biglietti di tratte regionali ed interregionali, a meno che non si ricorra alle usuali ed inflazionate (per quanto parzialmente vere) motivazioni che vedono protagoniste la manutenzione e pulizia dei mezzi, la sicurezza dei convogli ferroviari e quant’altro serva a corroborare l’insaziabile curiosità del cliente e a rinfrancarlo dalla rabbiosa necessità di esporre fastidiosi reclami e lamentele.

Ciò che pare inserirsi come l’ultimo anello di un circolo vizioso, inteso nella sua accezione più letterale, all’interno di questo sistema profondamente dissestato di muoversi su rotaia nel Belpaese, è la manifestata vetustà della differenziazione tra vetture di prima e di seconda classe: esperire come quotidianamente moltissimi convogli viaggino con persone stipate nei modi più impensabili nei vagoni di seconda classe, mentre le carrozze di prima classe viaggino leggere portandosi appresso il triste vuoto di un metodo che non funziona più e che forse non ha mai funzionato appare come la più eclatante presa in giro nei confronti della già di per sè spossante “giornata tipo” del pendolare o anche solo del semplice passeggero saltuario. Condivisibile ed auspicabile l’abolizione della distinzione in classi e la creazione di una sola categoria di viaggiatori, nella quale chi ha a disposizione il solito infimo budget e chi può permettersi di spendere di più abbiano eguale diritto di viaggiare dignitosamente e il dovere di non arrecare alcun danno ai mezzi: una soluzione sicuramente troppo ideale, forse utopista quanto banale ma che si presenta oggi come il primo indispensabile passo verso una più acuta democratizzazione del modo di vivere ed utilizzare la rotaia in Italia.

Fabio Vergine

>Perdere l’amicizia

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Perdere un amico dopo quattordici anni vissuti assieme, non vuol dire solo perdere una persona, inteso anche nel senso corporeo del termine. Dopo così tanti anni vissuti assieme e dopo aver condiviso la maggior parte del percorso chiamato vita, quello che ti viene a mancare è una parte di te. Una certezza su cui sapevi di poter contare ed invece ora, voltandoti ed osservando i luoghi che il tuo amico era solito occupare, alla ricerca di una sua parola o di un suo semplice sguardo, trovi solo il vuoto. Forse è per questo che siamo tristi tutte le volte che ci viene a mancare qualcuno. Perché si viene a creare un vuoto creato dalla scomparsa della persona cara, ed è un vuoto difficile da colmare e comunque nulla sarà in grado di riempire quello spazio fino ad un attimo prima occupato da qualcun altro. Dovrei esser felice per la cessazione delle sofferenze del mio amico, che negli ultimi istanti, con lo sguardo mi chiedeva il coraggio di lasciarlo andare, perché era giunto il suo momento e, senza nessun rimpianto era pronto ad andare. Eppure in queste occasioni quello che si prova è solo sconforto, alimentato anche dalle illusioni che il nostro cervello crea. La peggior nemica di noi stessi infatti è la nostra mente. Essa è crudele e a volte ingannandoci, ci fa credere di avere ancora il nostro caro al nostro fianco. In questi momenti per un istante riusciamo ad essere felici, ma è solo un’illusione, basta destarsi per rendersi conto che era solo un’illusione, ed allo sconforto vien a fargli compagnia anche la delusione per una felicità illusoria e solo sfiorata.
Sembra banale e stupido, ma quando succedono certe cose anziché cadere nello sconforto più assoluto bisogna cercare di rialzarsi perché certe cose accadono e non si può farle tornare indietro. Tutto il tempo che cerchiamo di riprenderci ciò che ci hanno portato via è solo tempo sprecato, bisogna fare in modo che la ferita non sanguini più. Ma come si fa? Da dove partire per cercare una cura? Un modo potrebbe essere il ricordare come si è conosciuta la persona che ci è venuta a mancare e ridere ricordando i bei momenti vissuti insieme. Forse si, la cura per la tristezza potrebbe proprio essere una bella risata, ogni occasione è buona per ridere anche se magari, nei momenti di maggiore sconforto, fa sempre piacere trovare una spalla su cui piangere.
Matte

Perdere l’amicizia

Perdere un amico dopo quattordici anni vissuti assieme, non vuol dire solo perdere una persona, inteso anche nel senso corporeo del termine. Dopo così tanti anni vissuti assieme e dopo aver condiviso la maggior parte del percorso chiamato vita, quello che ti viene a mancare è una parte di te. Una certezza su cui sapevi di poter contare ed invece ora, voltandoti ed osservando i luoghi che il tuo amico era solito occupare, alla ricerca di una sua parola o di un suo semplice sguardo, trovi solo il vuoto. Forse è per questo che siamo tristi tutte le volte che ci viene a mancare qualcuno. Perché si viene a creare un vuoto creato dalla scomparsa della persona cara, ed è un vuoto difficile da colmare e comunque nulla sarà in grado di riempire quello spazio fino ad un attimo prima occupato da qualcun altro. Dovrei esser felice per la cessazione delle sofferenze del mio amico, che negli ultimi istanti, con lo sguardo mi chiedeva il coraggio di lasciarlo andare, perché era giunto il suo momento e, senza nessun rimpianto era pronto ad andare. Eppure in queste occasioni quello che si prova è solo sconforto, alimentato anche dalle illusioni che il nostro cervello crea. La peggior nemica di noi stessi infatti è la nostra mente. Essa è crudele e a volte ingannandoci, ci fa credere di avere ancora il nostro caro al nostro fianco. In questi momenti per un istante riusciamo ad essere felici, ma è solo un’illusione, basta destarsi per rendersi conto che era solo un’illusione, ed allo sconforto vien a fargli compagnia anche la delusione per una felicità illusoria e solo sfiorata.
Sembra banale e stupido, ma quando succedono certe cose anziché cadere nello sconforto più assoluto bisogna cercare di rialzarsi perché certe cose accadono e non si può farle tornare indietro. Tutto il tempo che cerchiamo di riprenderci ciò che ci hanno portato via è solo tempo sprecato, bisogna fare in modo che la ferita non sanguini più. Ma come si fa? Da dove partire per cercare una cura? Un modo potrebbe essere il ricordare come si è conosciuta la persona che ci è venuta a mancare e ridere ricordando i bei momenti vissuti insieme. Forse si, la cura per la tristezza potrebbe proprio essere una bella risata, ogni occasione è buona per ridere anche se magari, nei momenti di maggiore sconforto, fa sempre piacere trovare una spalla su cui piangere.
Matte

>Jack Salbego è uscito dal gruppo

>

Perché Jack Salbego, rappresentante degli studenti in senato accademico allargato dell’università di Verona, poeta plurirecensito, protagonista di svariate cronache cittadine riguardanti piazza Dante e non, esponente di spicco della Repubblica degli Storti in Veronetta, vincitore del premio bestemmia 2009, acclamato bibliotecario della Civica nonché trombeur de femmes e noto superdotato, ha deciso improvvisamente di Lasciare Verona, la natia sua città?
Perché questo soggetto, all’apice della sua folgorante carriera da cittadino modello, ha deciso da un giorno all’altro di trasferirsi a Firenze, lasciando nella più totale disperazione la Digos veronese, noi amici e tutti i suoi ammiratori?
Se Jack Salbego fosse anche un noto chitarrista, potremmo dare tutta la colpa all’abuso di sostanze stupefacenti, o ad una crisi interiore (a volte sono la stessa cosa), ma non è così: suona la chitarra da schifo.
Qualche maligno potrebbe pensare che Jack, in un improvviso colpo di testa, si sia stufato di prendere testate a tradimento da giovani disobbedienti che disobbediscono e fanno di testa loro.
Qualcun altro avanza l’ipotesi che l’esercito di Bimbo-Minchia (meglio conosciuti come “emo”) da tempo stanziale in civica, un giorno si sia ribellato ai continui richiami del nostro bibliotecario intransigente.
Si narra infatti che tempo fa, all’ennesimo invito del Jack ad abbassare le suonerie dei loro cellulari, si sia scatenata l’ira collettiva del popolo B-M, normalmente diviso su quale dei due occhi coprire con la frangia, e che il povero Jack abbia dovuto scappare in fretta e furia, dopo essere stato preso a frustate per due giorni di seguito con gli auricolari degli emo-iPod.
Altre voci sostengono invece che il Jack abbia cambiato città a causa di un grosso debito, contratto con la malavita che spadroneggia in Veronetta, per questioni legate allo sfruttamento della prostituzione. Tutte balle; io ho sentito che era lui ad essere pagato per prestazioni sessuali.
I poeti del calmiere si sono accorti che Wild Jack rubava loro le rime? Probabile ma non sufficiente.
Tony, uno dei kebabbari di via Venti, mi ha confidato che negli ultimi tempi il Jack se la faceva con quelli del corano, si quelli li… integralisti li chiama lui. Ora sarebbe in Yemen in un imprecisato campo d’addestramento. Tony continua a sostenere che sentiremo parlare di lui sul prossimo volo Amsterdam – New York.
Non credo assolutamente a chi sostiene la tesi della conversione mistica e della conseguente clausura in un convento di Carmelitani Scalzi. La madonna non appare più da tempo, e se gli si fosse presentata senza avviso posso solo immaginare cosa avrebbe esclamato lui. Impossibile.
Più assurda di tutte poi è la tesi secondo la quale sia stato il Tosi in persona a chiedere il suo allontanamento. Secondo la versione di alcuni residui giacobini infatti, Jack avrebbe osato mandare alcune e-mail in orario lavorativo tramite l’indirizzo che il comune gli avrebbe assegnato per lavoro. L’amministrazione, non potendo tollerare questo sgarro (come invece fa se a commetterlo è il presidente dell’AMT) pare abbia chiesto il suo licenziamento o al minimo l’allontanamento dalla biblioteca civica. I più maligni sospettano che in comune il Jack non sia visto di buon occhio (per la questione piazza Dante), come nemmeno in università (per la questione Feltri-Tosi), e che per non perdere il lavoro sia stato costretto a cambiare città e lavorare in un’altra biblioteca.
Quale banalità!!! Uno come il Jack costretto a migrare a Firenze o perdere il lavoro perché non la pensa come il sindaco, o come il rettore. Queste cose non succedono più dopo il compromesso storico, non venite a raccontarcele per favore!
Perché allora Jack Salbego non abita più a Verona? Per quale arcano motivo ora bazzica sotto la cupola del Brunelleschi e mangia interiora di bovino invece di lesso e pearà?
Mah… io spero solo che se un giorno dovesse tornare, non si metta a fare il moderato come il chitarrista dei Red Hot, il John Frusciante, che se ne andò dopo Blood Sugar Sex Magik e tornò per fare Californication.
Come dire… n’altra roba.
Enrico Brizzolato

Jack Salbego è uscito dal gruppo

Perché Jack Salbego, rappresentante degli studenti in senato accademico allargato dell’università di Verona, poeta plurirecensito, protagonista di svariate cronache cittadine riguardanti piazza Dante e non, esponente di spicco della Repubblica degli Storti in Veronetta, vincitore del premio bestemmia 2009, acclamato bibliotecario della Civica nonché trombeur de femmes e noto superdotato, ha deciso improvvisamente di Lasciare Verona, la natia sua città?
Perché questo soggetto, all’apice della sua folgorante carriera da cittadino modello, ha deciso da un giorno all’altro di trasferirsi a Firenze, lasciando nella più totale disperazione la Digos veronese, noi amici e tutti i suoi ammiratori?
Se Jack Salbego fosse anche un noto chitarrista, potremmo dare tutta la colpa all’abuso di sostanze stupefacenti, o ad una crisi interiore (a volte sono la stessa cosa), ma non è così: suona la chitarra da schifo.
Qualche maligno potrebbe pensare che Jack, in un improvviso colpo di testa, si sia stufato di prendere testate a tradimento da giovani disobbedienti che disobbediscono e fanno di testa loro.
Qualcun altro avanza l’ipotesi che l’esercito di Bimbo-Minchia (meglio conosciuti come “emo”) da tempo stanziale in civica, un giorno si sia ribellato ai continui richiami del nostro bibliotecario intransigente.
Si narra infatti che tempo fa, all’ennesimo invito del Jack ad abbassare le suonerie dei loro cellulari, si sia scatenata l’ira collettiva del popolo B-M, normalmente diviso su quale dei due occhi coprire con la frangia, e che il povero Jack abbia dovuto scappare in fretta e furia, dopo essere stato preso a frustate per due giorni di seguito con gli auricolari degli emo-iPod.
Altre voci sostengono invece che il Jack abbia cambiato città a causa di un grosso debito, contratto con la malavita che spadroneggia in Veronetta, per questioni legate allo sfruttamento della prostituzione. Tutte balle; io ho sentito che era lui ad essere pagato per prestazioni sessuali.
I poeti del calmiere si sono accorti che Wild Jack rubava loro le rime? Probabile ma non sufficiente.
Tony, uno dei kebabbari di via Venti, mi ha confidato che negli ultimi tempi il Jack se la faceva con quelli del corano, si quelli li… integralisti li chiama lui. Ora sarebbe in Yemen in un imprecisato campo d’addestramento. Tony continua a sostenere che sentiremo parlare di lui sul prossimo volo Amsterdam – New York.
Non credo assolutamente a chi sostiene la tesi della conversione mistica e della conseguente clausura in un convento di Carmelitani Scalzi. La madonna non appare più da tempo, e se gli si fosse presentata senza avviso posso solo immaginare cosa avrebbe esclamato lui. Impossibile.
Più assurda di tutte poi è la tesi secondo la quale sia stato il Tosi in persona a chiedere il suo allontanamento. Secondo la versione di alcuni residui giacobini infatti, Jack avrebbe osato mandare alcune e-mail in orario lavorativo tramite l’indirizzo che il comune gli avrebbe assegnato per lavoro. L’amministrazione, non potendo tollerare questo sgarro (come invece fa se a commetterlo è il presidente dell’AMT) pare abbia chiesto il suo licenziamento o al minimo l’allontanamento dalla biblioteca civica. I più maligni sospettano che in comune il Jack non sia visto di buon occhio (per la questione piazza Dante), come nemmeno in università (per la questione Feltri-Tosi), e che per non perdere il lavoro sia stato costretto a cambiare città e lavorare in un’altra biblioteca.
Quale banalità!!! Uno come il Jack costretto a migrare a Firenze o perdere il lavoro perché non la pensa come il sindaco, o come il rettore. Queste cose non succedono più dopo il compromesso storico, non venite a raccontarcele per favore!
Perché allora Jack Salbego non abita più a Verona? Per quale arcano motivo ora bazzica sotto la cupola del Brunelleschi e mangia interiora di bovino invece di lesso e pearà?
Mah… io spero solo che se un giorno dovesse tornare, non si metta a fare il moderato come il chitarrista dei Red Hot, il John Frusciante, che se ne andò dopo Blood Sugar Sex Magik e tornò per fare Californication.
Come dire… n’altra roba.
Enrico Brizzolato

>Circolando Verona

>Nel momento in cui si preme una riflessione verso le strade di Verona, si avvicina un abisso che le tiene sospese nel “lontano”.

Parlo di quella parte dell’Adige che si colora di ogni gradazione dal giallo all’arancione, la notte, nei lampioni.
In questo frammento si inscrive lo stesso abisso. In altre parole, è quella percezione della memoria, il deposito celebrale di quel percorso, che costruisce la lontananza. Non si tratta, o non solo, di chilometri, di paesi o campagne che tracciano la distanza tra Est ed Ovest. La morsa dell’abisso si stringe piuttosto nell’incontro. Ciò che accade ora, il volto che sfugge dell’incontro, nelle strade più marcate. E’ l’irruzione dello sconosciuto, del politico, e poi compreso, che depone nell’abisso quell’angolo di Verona. Da quel luogo tuttavia, instancabilmente pulsa. La si sente fino a qui, un pò più a Ovest.

Rughe

Circolando Verona

Nel momento in cui si preme una riflessione verso le strade di Verona, si avvicina un abisso che le tiene sospese nel “lontano”.

Parlo di quella parte dell’Adige che si colora di ogni gradazione dal giallo all’arancione, la notte, nei lampioni.
In questo frammento si inscrive lo stesso abisso. In altre parole, è quella percezione della memoria, il deposito celebrale di quel percorso, che costruisce la lontananza. Non si tratta, o non solo, di chilometri, di paesi o campagne che tracciano la distanza tra Est ed Ovest. La morsa dell’abisso si stringe piuttosto nell’incontro. Ciò che accade ora, il volto che sfugge dell’incontro, nelle strade più marcate. E’ l’irruzione dello sconosciuto, del politico, e poi compreso, che depone nell’abisso quell’angolo di Verona. Da quel luogo tuttavia, instancabilmente pulsa. La si sente fino a qui, un pò più a Ovest.

Rughe

Auschwitz

Son morto con altri cento, son morto ch’ ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….
Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…
Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…
Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…
Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà…

Francesco Guccini

>Auschwitz

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Son morto con altri cento, son morto ch’ ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….
Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…
Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…
Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…
Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà…

Francesco Guccini