>“Ogni autorità è maschera; l’umanità si divide in persone, cioè in maschere e in semplici uomini che non significano niente”. Fare l’esperienza dell’abisso che separa la maschera dall’uomo semplice, trattenersi in questo abisso: non a tutti è data questa opportunità, perché non tutti colgono facilmente la maschera che indossano – quella che qualcuno ha posto sul loro viso o che loro hanno deciso di essere, occultando surrettiziamente il quasi-nulla che essi sono. In quanto uomini.
***
Fiera di Brescia: il tour de force carnevalesco del precariato mi obbliga ad indossare la maschera di un noto personaggio di un parco di divertimenti. Una mascotte rinomata, una vedette dello spettacolo in pelliccia sintetica verde, che non obbliga nemmeno il suo portatore a dover sorridere al proprio pubblico. L’unica regola a cui devo attenermi, in quanto supporto alla maschera, mi viene esplicitamente dettata da una dirigente: mai togliere la maschera di fronte ai bambini. [Anche lei sta recitando il suo ruolo. Ma si tratta di un altro carnevale, quello del business, del management: non è tanto questione di maschera, ma di marca, una marca che intacca il volto stesso che se ne rende supporto]. Mai levare la maschera in pubblico, mostrando così che un volto, un quasi-nulla troppo umano, respira là sotto. Il primo e unico comandamento, categorico (ne va del mio carnevale), dalla sua altezza imperiosa trascende ogni contingenza del momento, sia essa un principio di soffocamento, una forte carica dei bambini, qualche scherzo adolescenziale. Naturalmente posso sempre appartarmi nei camerini, riprendere fiato nel segreto, ma senza mai minare la pubblica e indiscussa autorità della maschera che mi è stata affidata. Dopotutto, che ne è della maschera stessa quando si è intravisto l’uomo comune, il quasi-nulla, che in quel momento si nasconde per portarla? Nulla. in questa sottrazione della maschera è tutto il potere dell’autorità, assieme a tutta l’efficacia della finzione, ad essere spazzati con un solo gesto.
***
Ma la curiosità dei bimbi, si sa, non ha rispetto per alcuna autorità: il loro gioco è la profanazione resa gesto effettivo. Capita così che un bambino, spinto dall’irrefrenabile desiderio di toccare, scosti il sipario che mi nasconde, cogliendomi inaspettatamente nel momento di deposizione della maschera. Stupore reciproco, poi, uno scambio di sorrisi. “Allora sei tu …?” “No, io sono Marco” “Ciao Marco, io sono …, non esci da lì?”. Deporre la maschera, accedere al quasi-nulla che si è già, nel momento in cui questo aspetto comune ci apre ad una solidarietà al di là di ogni rapporto. Senza alcuna autorità a deciderne i movimenti.
L’AUTORITA’ E LA MASCHERA
“Ogni autorità è maschera; l’umanità si divide in persone, cioè in maschere e in semplici uomini che non significano niente”. Fare l’esperienza dell’abisso che separa la maschera dall’uomo semplice, trattenersi in questo abisso: non a tutti è data questa opportunità, perché non tutti colgono facilmente la maschera che indossano – quella che qualcuno ha posto sul loro viso o che loro hanno deciso di essere, occultando surrettiziamente il quasi-nulla che essi sono. In quanto uomini.
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Fiera di Brescia: il tour de force carnevalesco del precariato mi obbliga ad indossare la maschera di un noto personaggio di un parco di divertimenti. Una mascotte rinomata, una vedette dello spettacolo in pelliccia sintetica verde, che non obbliga nemmeno il suo portatore a dover sorridere al proprio pubblico. L’unica regola a cui devo attenermi, in quanto supporto alla maschera, mi viene esplicitamente dettata da una dirigente: mai togliere la maschera di fronte ai bambini. [Anche lei sta recitando il suo ruolo. Ma si tratta di un altro carnevale, quello del business, del management: non è tanto questione di maschera, ma di marca, una marca che intacca il volto stesso che se ne rende supporto]. Mai levare la maschera in pubblico, mostrando così che un volto, un quasi-nulla troppo umano, respira là sotto. Il primo e unico comandamento, categorico (ne va del mio carnevale), dalla sua altezza imperiosa trascende ogni contingenza del momento, sia essa un principio di soffocamento, una forte carica dei bambini, qualche scherzo adolescenziale. Naturalmente posso sempre appartarmi nei camerini, riprendere fiato nel segreto, ma senza mai minare la pubblica e indiscussa autorità della maschera che mi è stata affidata. Dopotutto, che ne è della maschera stessa quando si è intravisto l’uomo comune, il quasi-nulla, che in quel momento si nasconde per portarla? Nulla. in questa sottrazione della maschera è tutto il potere dell’autorità, assieme a tutta l’efficacia della finzione, ad essere spazzati con un solo gesto.
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Ma la curiosità dei bimbi, si sa, non ha rispetto per alcuna autorità: il loro gioco è la profanazione resa gesto effettivo. Capita così che un bambino, spinto dall’irrefrenabile desiderio di toccare, scosti il sipario che mi nasconde, cogliendomi inaspettatamente nel momento di deposizione della maschera. Stupore reciproco, poi, uno scambio di sorrisi. “Allora sei tu …?” “No, io sono Marco” “Ciao Marco, io sono …, non esci da lì?”. Deporre la maschera, accedere al quasi-nulla che si è già, nel momento in cui questo aspetto comune ci apre ad una solidarietà al di là di ogni rapporto. Senza alcuna autorità a deciderne i movimenti.
POMPIERI & PIROMANI
“partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri”.. a guardarli bene, dal basso verso l’alto, dalla platea ad un palco, sembrano davvero fieri e incendiati; ardenti, vivi e animati da un fuoco incontenibile con una propulsione che contrasta con la staticità, la mancanza di Azione e la sonnolenza di chi, con sguardo ebete, guarda. E così non è difficile incendiare il cuore e gli animi di una folla. Ovviamente la scintilla non è duratura, l’incendio è solo inizio, non è fuoco..la folla applaude, ride, ghigna, si risveglia con frasi-coridastadio-parolacce-offese che il Sig. Buon Costume non gradirebbe, ma evidentemente ora vacanza. Il popolo-sovrano-spettatore ormai totalmente assopito tende l’orecchio e sente, senza però ascoltare veramente, poche battute-slogan e così facilmente si incendia, tanto è uno sforzo breve e momentaneo e che lo fa sentire partecipe della vita politica di questo paese. Chiude di nuovo occhi, orecchie, annulla i sensi e mentre dorme si dimentica di tutto, perde la memoria e non è desto mentre tutto accade lì fuori dalla sua finestra; pochi gli insonni, negli angoli, nelle piazze, e insieme fanno la Politica. Il popolino si risveglia smemorato, rincoglionito ed è pronto di nuovo ad applaudire senza né memoria né cognizione. Rimane solo la scia, una sensazione appena appena percettibile, un sentimento che non riesce a motivare ma che ormai senti suo,una convinzione ostinata di essere nel giusto (e se tu hai ragione tutti gli altri hanno torto, logico) senza tesi, un pensiero di cui vorrebbe rivendicare la paternità intellettuale, ma non si ricorda di aver assorbito passivamente..dormiva. Quelli sul palco, loro che stanno in alto, lo sanno e così alzano la voce, fanno promesse insostenibili, esagerano, puntano in alto..s’incendiano e poi quando tu vai a dormire cullato dalla televisione loro tornano pompieri, metto giù il fiammifero e prendono un estintore. Tanto domani è un altro giorno, e così nessuno si ricorderà di Bossi mentre diceva: “Berlusconi è l’uomo della mafia” (http://www.berluscastop.it/_und/silvio_it4.htm), forse meglio così troppa incoerenza manifesta alla lunga crea disagio..Auguro a tutti una buona notte, dimenticate tutto quello che leggete, domani al risveglio vi sentirete meglio..
>POMPIERI & PIROMANI
>“partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri”.. a guardarli bene, dal basso verso l’alto, dalla platea ad un palco, sembrano davvero fieri e incendiati; ardenti, vivi e animati da un fuoco incontenibile con una propulsione che contrasta con la staticità, la mancanza di Azione e la sonnolenza di chi, con sguardo ebete, guarda. E così non è difficile incendiare il cuore e gli animi di una folla. Ovviamente la scintilla non è duratura, l’incendio è solo inizio, non è fuoco..la folla applaude, ride, ghigna, si risveglia con frasi-coridastadio-parolacce-offese che il Sig. Buon Costume non gradirebbe, ma evidentemente ora vacanza. Il popolo-sovrano-spettatore ormai totalmente assopito tende l’orecchio e sente, senza però ascoltare veramente, poche battute-slogan e così facilmente si incendia, tanto è uno sforzo breve e momentaneo e che lo fa sentire partecipe della vita politica di questo paese. Chiude di nuovo occhi, orecchie, annulla i sensi e mentre dorme si dimentica di tutto, perde la memoria e non è desto mentre tutto accade lì fuori dalla sua finestra; pochi gli insonni, negli angoli, nelle piazze, e insieme fanno la Politica. Il popolino si risveglia smemorato, rincoglionito ed è pronto di nuovo ad applaudire senza né memoria né cognizione. Rimane solo la scia, una sensazione appena appena percettibile, un sentimento che non riesce a motivare ma che ormai senti suo,una convinzione ostinata di essere nel giusto (e se tu hai ragione tutti gli altri hanno torto, logico) senza tesi, un pensiero di cui vorrebbe rivendicare la paternità intellettuale, ma non si ricorda di aver assorbito passivamente..dormiva. Quelli sul palco, loro che stanno in alto, lo sanno e così alzano la voce, fanno promesse insostenibili, esagerano, puntano in alto..s’incendiano e poi quando tu vai a dormire cullato dalla televisione loro tornano pompieri, metto giù il fiammifero e prendono un estintore. Tanto domani è un altro giorno, e così nessuno si ricorderà di Bossi mentre diceva: “Berlusconi è l’uomo della mafia” (http://www.berluscastop.it/_und/silvio_it4.htm), forse meglio così troppa incoerenza manifesta alla lunga crea disagio..Auguro a tutti una buona notte, dimenticate tutto quello che leggete, domani al risveglio vi sentirete meglio..
VISIONI
>VISIONI
>
>RuBaRe, RUbaRE, ruBAre, rUbArE, RUBare, rubAre, RUbaRE, ruBAre, RUBARE..
>
RUBARE..prendere di nascosto o con violenza ciò che appartiene ad altri. Due donne hanno rubato. Due casalinghe di 53 e 55 anni hanno rubato. Due signore hanno rubato 165 euro di spesa al supermercato Alì. Le due ladre sono state portate nel carcere femminile della Giudecca martedì mattina perché hanno rubato. Le due ladre sono state scarcerate ieri mattina in attesa del processo con rito direttissimo, vista la flagranza, per rispondere del reato di furto aggravato. Le due ladre hanno compiuto il loro furto a Dolo (Venezia) ma sono di Marghera. Marghera..Porto Marghera è una di quelle zone d’Italia, come ce ne sono altre, in cui la vita delle famiglie dipende interamente e gira attorno dall’industria pesante, ed è a rischio proprio perché vive gomito a gomito con il Petrolchimico e con l’inquinamento prodotto da tutto il Polo Chimico. A Marghera la crisi non è qualcosa che si sente in televisione o si legge sui giornali, non è lo spauracchio annuale di cui tutta l’Italia si riempie la bocca, non è una fase passeggera in cui tirare la cinghia; ma è una situazione reale e concreta che da anni schiaccia le famiglie-dipendenti da questo tipo di industria che sempre più spesso ha fatto l’occhiolino all’estero. RUBARE..non necessariamente si riferisce a qualcosa di fisico, ma è rubare anche la sicurezza di arrivare alla fine del mese con uno stipendio, è rubare togliere la certezza di un lavoro e sostituirlo con la cassa integrazione. Ma non si può arrestare e processare nessuno in direttissima per questo furto. E così la notizia uscita su La Nuova di Venezia e Mestre, ripresa da La Repubblica, sottolinea la sorpresa per questo gesto e le due donne perdono il loro ruolo di donne e si trovano etichettate come ladre e quindi normalmente detenute per quattro giorni in carcere. Nessun tentativo di avvicinarsi.. “Non c’è volontà di comprendere e questo corrompe la società, cui riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là”. Neanche l’ombra del misfatto sul Il Giornale, coerentemente con quanto pensa il suo direttore, il quale ritiene che «i media disegnano una realtà tragica: disoccupati, gente che muore per strada. Adesso, io non ho mai visto cadaveri per strada. Anche i giornali, non segnalano cadaveri. Ma allora se non riesci ad arrivare alla fine del mese, perché non muori?».
E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali tranne qual’è il crimine giusto per non passare da criminali. C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame.
RuBaRe, RUbaRE, ruBAre, rUbArE, RUBare, rubAre, RUbaRE, ruBAre, RUBARE..
RUBARE..prendere di nascosto o con violenza ciò che appartiene ad altri. Due donne hanno rubato. Due casalinghe di 53 e 55 anni hanno rubato. Due signore hanno rubato 165 euro di spesa al supermercato Alì. Le due ladre sono state portate nel carcere femminile della Giudecca martedì mattina perché hanno rubato. Le due ladre sono state scarcerate ieri mattina in attesa del processo con rito direttissimo, vista la flagranza, per rispondere del reato di furto aggravato. Le due ladre hanno compiuto il loro furto a Dolo (Venezia) ma sono di Marghera. Marghera..Porto Marghera è una di quelle zone d’Italia, come ce ne sono altre, in cui la vita delle famiglie dipende interamente e gira attorno dall’industria pesante, ed è a rischio proprio perché vive gomito a gomito con il Petrolchimico e con l’inquinamento prodotto da tutto il Polo Chimico. A Marghera la crisi non è qualcosa che si sente in televisione o si legge sui giornali, non è lo spauracchio annuale di cui tutta l’Italia si riempie la bocca, non è una fase passeggera in cui tirare la cinghia; ma è una situazione reale e concreta che da anni schiaccia le famiglie-dipendenti da questo tipo di industria che sempre più spesso ha fatto l’occhiolino all’estero. RUBARE..non necessariamente si riferisce a qualcosa di fisico, ma è rubare anche la sicurezza di arrivare alla fine del mese con uno stipendio, è rubare togliere la certezza di un lavoro e sostituirlo con la cassa integrazione. Ma non si può arrestare e processare nessuno in direttissima per questo furto. E così la notizia uscita su La Nuova di Venezia e Mestre, ripresa da La Repubblica, sottolinea la sorpresa per questo gesto e le due donne perdono il loro ruolo di donne e si trovano etichettate come ladre e quindi normalmente detenute per quattro giorni in carcere. Nessun tentativo di avvicinarsi.. “Non c’è volontà di comprendere e questo corrompe la società, cui riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là”. Neanche l’ombra del misfatto sul Il Giornale, coerentemente con quanto pensa il suo direttore, il quale ritiene che «i media disegnano una realtà tragica: disoccupati, gente che muore per strada. Adesso, io non ho mai visto cadaveri per strada. Anche i giornali, non segnalano cadaveri. Ma allora se non riesci ad arrivare alla fine del mese, perché non muori?».
E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali tranne qual’è il crimine giusto per non passare da criminali. C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame.
>Assopiti
>
Matte
