Matte
>Un silenzio dei Coen
>
Ma quando lo schermo piuttosto che come gioco viene preso sul serio, come realtà, la cognizione del reale si capovolge. Tu sei ancora su quella montagna russa, ma dai tuoi occhi l’inesorabile caduta è maledettamente vera – basterebbe forse questo per una riflessione sui telegiornali.
In una società nella quale l’occhio è diventato il senso cruciale dell’esperienza, il reale viene reinventato in forma metaforica, a scapito della costruzione metonimica che implica un vissuto. L’intera vita vien fatta scorrere, tesa verso la tranquillità, verso la ricerca di una pace che ci faccia “sistemare”: una casa, un lavoro, come il vecchio benzinaio. Una vita guidata dall’immagine di una vita, cercando di farla combaciare senza troppi vissuti collaterali. Senza che le sensazioni possano aver troppo gioco in un progetto molto più grande di loro: la creazione di abitudini. Così si preferisce farsi emozionare da immagini, che è molto meno rischioso di un coinvolgimento in prima persona – in prima carne. Anton scardina tutto questo con una domanda: testa o croce? Imbarazzo, disorientamento, paura: le prime sensazioni di un corpo crudelmente spogliato della tranquilla abitudine e forzatamente portato ad una scelta che ponga come posta in gioco tutto: la vita, il corpo, la carne. Forse invecchiare con lo schermo significa saldarsi una corazza d’abitudine sulla schiena. Forse è per questo che non è un paese per vecchi. E forse i fratelli Coen hanno scelto di non mettere alcuna colonna sonora per lasciare che le immagini – coi dialoghi-didascalia – palesino il fatto che l’occhio non riuscirà mai ad essere il senso cruciale dell’esperienza. Almeno finché a deviare lo sguardo non sarà solo l’eccesso di luce, ma anche il gelo della notte.
ale
Un silenzio dei Coen
Ma quando lo schermo piuttosto che come gioco viene preso sul serio, come realtà, la cognizione del reale si capovolge. Tu sei ancora su quella montagna russa, ma dai tuoi occhi l’inesorabile caduta è maledettamente vera – basterebbe forse questo per una riflessione sui telegiornali.
In una società nella quale l’occhio è diventato il senso cruciale dell’esperienza, il reale viene reinventato in forma metaforica, a scapito della costruzione metonimica che implica un vissuto. L’intera vita vien fatta scorrere, tesa verso la tranquillità, verso la ricerca di una pace che ci faccia “sistemare”: una casa, un lavoro, come il vecchio benzinaio. Una vita guidata dall’immagine di una vita, cercando di farla combaciare senza troppi vissuti collaterali. Senza che le sensazioni possano aver troppo gioco in un progetto molto più grande di loro: la creazione di abitudini. Così si preferisce farsi emozionare da immagini, che è molto meno rischioso di un coinvolgimento in prima persona – in prima carne. Anton scardina tutto questo con una domanda: testa o croce? Imbarazzo, disorientamento, paura: le prime sensazioni di un corpo crudelmente spogliato della tranquilla abitudine e forzatamente portato ad una scelta che ponga come posta in gioco tutto: la vita, il corpo, la carne. Forse invecchiare con lo schermo significa saldarsi una corazza d’abitudine sulla schiena. Forse è per questo che non è un paese per vecchi. E forse i fratelli Coen hanno scelto di non mettere alcuna colonna sonora per lasciare che le immagini – coi dialoghi-didascalia – palesino il fatto che l’occhio non riuscirà mai ad essere il senso cruciale dell’esperienza. Almeno finché a deviare lo sguardo non sarà solo l’eccesso di luce, ma anche il gelo della notte.
ale
WuMING (-Building-)
WU MING Building. Si tratta della costruzione di un discorso che collega due scritti: Spettri di Müntzer – New Italian Epic, e l’intervento a Torino per la discussione-Altai (romanzo-novembre2009). “Ciò che Müntzer significa per noi. Il suo fantasma non smise mai di apparire nelle strade che percorravamo.” Resta qui insipiegata la fisionomia di Thomas Müntzer, su questa Pagina/13. Il tenue bagliore che si proietta (qui) sul suo nome è (come sopra) proiettato da coloro che ne narrarono in Q (Luther Blisset). “Siamo l’esercito di contadini e minatori che seguirono Thomas Müntzer”. E’ il 1525. Gli spettri di Müntzer, arrivano a Genova, ed arrancando le violenze del decembre 2001, sollevano polvere dal Mito. “Il problema dei miti […] è che si sclerotizzano facilmente se li diamo per dati. Il flusso di storie deve mantenersi fresco e vivo, dobbiamo raccontarle cambiando anche mezzi, angoli e punti di vista.” Questa spinta per nuovi racconti-prospettive impedisce che i miti “induriscano, oscurino ed ostruiscano i nostri cervelli”. Sguardo obliquo. E’ forse nell’attraversamento – che è presente nello sguardo obliquo – dove ha luogo il movimento. E quindi l’impedimento attivo dell’indurimento del Mito, di cui sopra. Questo è anche il punto di contatto con New Italian Epic (saggio di Wu Ming 1). Lo sguardo obliquo è infatti un carattere della “nebulosa NIE” [con NIE si fa riferimento all’insieme di scritti italiani accumunati da tratti condivisi], una esplorazione di punti di vista. Nelle narrazioni considerate, l’eroe è sghembo, in quanto non è centro d’azione, ma la influenza parzialmente. Quando l’eroe manca all’azione, questa è svolta dalla moltitudine, da cose e luoghi, dal contesto e dal tempo. In questo momento si entra a Genova (anche sulla scorta delle parole dette alla presentazione di Altai a Torino). L’errore nelle giornate del G8, è stato quello di “contribuire” alle violenze di quei giorni. Il motivo: la rigità (sopra raccontata) del Mito. “Il castello assediato” (la sede del G8) è un’apparenza. In quel momento gli assediati sono le persone in protesta. C’è violenza. Molti feriti ed un ragazzo morto. Spettri di Müntzer, che si incontrano ancora lungo le diverse strade percorse. Forse ora: Building, l’idea di partenza, prima della discesa obliqua, è piuttosto la distruzione di un assedio.
Rughe
>WuMING (-Building-)
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WU MING Building. Si tratta della costruzione di un discorso che collega due scritti: Spettri di Müntzer – New Italian Epic, e l’intervento a Torino per la discussione-Altai (romanzo-novembre2009). “Ciò che Müntzer significa per noi. Il suo fantasma non smise mai di apparire nelle strade che percorravamo.” Resta qui insipiegata la fisionomia di Thomas Müntzer, su questa Pagina/13. Il tenue bagliore che si proietta (qui) sul suo nome è (come sopra) proiettato da coloro che ne narrarono in Q (Luther Blisset). “Siamo l’esercito di contadini e minatori che seguirono Thomas Müntzer”. E’ il 1525. Gli spettri di Müntzer, arrivano a Genova, ed arrancando le violenze del decembre 2001, sollevano polvere dal Mito. “Il problema dei miti […] è che si sclerotizzano facilmente se li diamo per dati. Il flusso di storie deve mantenersi fresco e vivo, dobbiamo raccontarle cambiando anche mezzi, angoli e punti di vista.” Questa spinta per nuovi racconti-prospettive impedisce che i miti “induriscano, oscurino ed ostruiscano i nostri cervelli”. Sguardo obliquo. E’ forse nell’attraversamento – che è presente nello sguardo obliquo – dove ha luogo il movimento. E quindi l’impedimento attivo dell’indurimento del Mito, di cui sopra. Questo è anche il punto di contatto con New Italian Epic (saggio di Wu Ming 1). Lo sguardo obliquo è infatti un carattere della “nebulosa NIE” [con NIE si fa riferimento all’insieme di scritti italiani accumunati da tratti condivisi], una esplorazione di punti di vista. Nelle narrazioni considerate, l’eroe è sghembo, in quanto non è centro d’azione, ma la influenza parzialmente. Quando l’eroe manca all’azione, questa è svolta dalla moltitudine, da cose e luoghi, dal contesto e dal tempo. In questo momento si entra a Genova (anche sulla scorta delle parole dette alla presentazione di Altai a Torino). L’errore nelle giornate del G8, è stato quello di “contribuire” alle violenze di quei giorni. Il motivo: la rigità (sopra raccontata) del Mito. “Il castello assediato” (la sede del G8) è un’apparenza. In quel momento gli assediati sono le persone in protesta. C’è violenza. Molti feriti ed un ragazzo morto. Spettri di Müntzer, che si incontrano ancora lungo le diverse strade percorse. Forse ora: Building, l’idea di partenza, prima della discesa obliqua, è piuttosto la distruzione di un assedio.
Rughe
WuMING (-Blanc-)
Non si tratta qui di camminare verso un tentativo (poco costruttivo) di definizione e racconto di cos’è WuMING. In altre parole, il collocamento di questo nome in una sfera di sapere e di politica. Un luogo delimitato, confinato. Ma piuttosto è ora pensabile una erranza (passeggiata senza contorni obbligati), un’eruzione dalla vibrazione che WuMING produce, la stessa parola, nell’ascoltatore. E’ forse nella “Sovversione nascosta di linguaggio e stile” (New Italian Epic 2.0), e nel collegamento con i passamontagna zapatisti, che si percepisce il riverbero del decentramento della parola in quanto tale. Nel linguaggio, nel romanzo NIE, la narrazione è alimentata dalla catena lessicale che si muove tra i personaggi del racconto. Questi vengono attraversati dalle parole, le parole vi si depositano per poi scomparire (completamente). Alla svolta successiva e dietro il passamontagna. Si apre qui, cammuffato – il “nascosta” della sovversione in linguaggio e stile – uno spazio di anonimato. Corridoio stretto che è insieme cornice-raccordo-limite-parte della “finestra” di Marcos. Qui, in questo limitare-compreso, riverbera la presenza di WuMING. Nonsi tratta di una posizione statica. Accade già un “a-zonzo: in cui si coglie qualcosa di intollerabile, di insopportabile.” Altai.
Rughe
>WuMING (-Blanc-)
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Non si tratta qui di camminare verso un tentativo (poco costruttivo) di definizione e racconto di cos’è WuMING. In altre parole, il collocamento di questo nome in una sfera di sapere e di politica. Un luogo delimitato, confinato. Ma piuttosto è ora pensabile una erranza (passeggiata senza contorni obbligati), un’eruzione dalla vibrazione che WuMING produce, la stessa parola, nell’ascoltatore. E’ forse nella “Sovversione nascosta di linguaggio e stile” (New Italian Epic 2.0), e nel collegamento con i passamontagna zapatisti, che si percepisce il riverbero del decentramento della parola in quanto tale. Nel linguaggio, nel romanzo NIE, la narrazione è alimentata dalla catena lessicale che si muove tra i personaggi del racconto. Questi vengono attraversati dalle parole, le parole vi si depositano per poi scomparire (completamente). Alla svolta successiva e dietro il passamontagna. Si apre qui, cammuffato – il “nascosta” della sovversione in linguaggio e stile – uno spazio di anonimato. Corridoio stretto che è insieme cornice-raccordo-limite-parte della “finestra” di Marcos. Qui, in questo limitare-compreso, riverbera la presenza di WuMING. Nonsi tratta di una posizione statica. Accade già un “a-zonzo: in cui si coglie qualcosa di intollerabile, di insopportabile.” Altai.
Rughe
Delirio Notturno
Vivere è un lavoro. La società di oggi, se vuoi “vivere” al suo interno, ti fa pesare così tanto il semplice fatto di “vivere” da fartelo affrontare come un lavoro. Un lavoro a tempo pieno, senza pause pranzo e ferie. L’unica via d’uscita è il licenziamento o il TFR, senza però nessun assegno di disoccupazione o pensione.
Vivere è un lavoro e a non tutti piace perchè il più delle volte è un lavoro alienante, non da grandi gratifiche e ha molteplici “direttori” a cui far riferimento.
Cos’è allora ciò che ti fa andare avanti con la tua situazione lavorativa? Le piccole cose. Sono le piccole cose che ti fanno sentire meno pesante il lavoro. Il sorriso d’intesa con uno sconosciuto, l’abbraccio di un amico, la condivisione del silenzio con la persona amata… Piccole cose appunto ma, sono quelle le cose realmente importanti. Il semplice sentirsi apprezzati da qualcuno anche un singolo istante della giornata, un singolo secondo del tuo lavoro, un frammento della tua vita.
Matte
>Delirio Notturno
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Vivere è un lavoro. La società di oggi, se vuoi “vivere” al suo interno, ti fa pesare così tanto il semplice fatto di “vivere” da fartelo affrontare come un lavoro. Un lavoro a tempo pieno, senza pause pranzo e ferie. L’unica via d’uscita è il licenziamento o il TFR, senza però nessun assegno di disoccupazione o pensione.
Vivere è un lavoro e a non tutti piace perchè il più delle volte è un lavoro alienante, non da grandi gratifiche e ha molteplici “direttori” a cui far riferimento.
Cos’è allora ciò che ti fa andare avanti con la tua situazione lavorativa? Le piccole cose. Sono le piccole cose che ti fanno sentire meno pesante il lavoro. Il sorriso d’intesa con uno sconosciuto, l’abbraccio di un amico, la condivisione del silenzio con la persona amata… Piccole cose appunto ma, sono quelle le cose realmente importanti. Il semplice sentirsi apprezzati da qualcuno anche un singolo istante della giornata, un singolo secondo del tuo lavoro, un frammento della tua vita.
Matte
