>”Circolate”

>“A Cordoba veniva un camion”

Parlando di Argentina. Sono due donne, ad un tavolo, in fondo alla stanza. Era martedì pomeriggio a Torino, palazzina Einaudi. Il riferimento è la Reorganización Nacional (dal 24 marzo 1976 il governo argentino è dittatoriale. La giunta militare è formata dal tenente generale Jorge Rafael Videla, l’almirante Emilio Eduardo Massera ed il brigadiere generale Orlando Ramón Agosti). “Circolate”, i soldati di plaza de Mayo si irritano alla presenza delle donne con il fazzoletto bianco in testa.

A quel punto Vera Vigevani Jarach dice di aver iniziato a circolare, con le altre madri, le compagne nella piazza. Cercando una informazione, sapere dove erano quelle persone scomparse, figli.
Da questo punto muovono i discorsi di Vigevani e Norma Berti (detenuta negli anni settanta). Le mosse da plaza de Mayo si allungano sul “destino di testimone”, il peso della memoria, “ciò che ci manca”.

Vigevani parla di un fatto viscerale, nello scendere in piazza, il muoversi in piazza contatto con le altre donne, circolando. Ha a che fare con le viscere, interiorità biologica, organica; il metabolismo dei passi attorno il piccolo obelisco. Ciò che lega ora la protesta fattuale della piazza alla memoria sembra proprio essere lo spazio biologico in cui entrambe si adagiano agitandosi, scuotendosi nello scuotere stesso del corpo.
Norma Berti preme a fondo questo nodo (piazza-biologico-memoria) nel parlare del “destino faticoso” del testimone, l'”ossessione alla memoria” nella clandestinità del genocidio argentino. “A Cordoba veniva un camion“, Berti tocca alcuni frammenti di sè, come sopravvissuto, colui che sà, “conosce le facce di carnefici e vittime”, i luoghi, campi di concentramento, il camion di Cordoba. Lei getta ora sulle persone che ascoltano oltre il tavolo le docce gelate, le torture, le pressioni psicologiche, la lotta nel campo, e nella prigione. Nel mezzo di “corpi cancellati fisicamente” e “corpi cancellati dalla memoria” si pone il sopravvissuto. L’INFRA macellato.

Prima di ogni tentativo di racconto, eccede il tentativo linguistico, il dolore.

Ne filtrano spazi nella voce un poco più rotta, il tono di voce che si abbassa, e si chiude il suono della parola politica.

(Rughe)

Una sana contestazione

Polo Zanotto dell’Università di Verona, lunedì 16.11, ore 17.30: Feltri e Tosi intervistati da Stefano Lorenzetto, del quale l’invito tace e ruolo e collocazione (è un giornalista, lavora nello stesso Giornale di cui Feltri è direttore!). Da lui, da questo giornalista ex di Arena, a cui dobbiamo il Nuovo veronese e Telenuovo, si ascolta l’illuminante analisi proemiale: i due intervistati, famosissimi fra tutti, per i modi ruvidi e diretti, hanno da tutti riconosciuto il carisma della normalità. Questo, che ai miei tempi si diceva ossimoro, e che ha dell’inquietante, per come è veridico, è tutto quanto sentiamo dire sul clima di rissa italica, a cui allude il titolo dell’incontro.
Ma insomma, vietato andare per sofismi! siamo come in famiglia: alla faccia del luogo ospitante, che, fino a prova contraria, è luogo di ricerca e di confronto, oltretutto pagato con i soldi degli studenti. Ma di studenti se ne vedono pochissimi. In compenso, l’aula si riempie dei popoli leghista e berlusconiano (persino un infante al collo della mamma, rampolla della famiglia di bottegari del centro storico), popoli convenuti per assistere, fra spassi e applausi, allo spottone elettorale in lode di un moribondo Berlusconi, a detta di Feltri, capo unico di un partito e di un paese privo di uomini alternativi e di pratiche di democrazia.
Eppure, l’organizzatore dell’Assimp (imprend. e professionisti associati) ci aveva assicurato che l’incontro era proteso alla ricerca del dialogo, essendo loro animati da zelo per un’Italia normale.
Risponde il Rettore, di cui la per la si erano dimenticati (ah, l’inconscio com’è furbo!), magnificando la riforma universitaria, con due argomenti ferrei: frutto di un accordo con la conferenza dei rettori (un organismo privato, ve lo ricordo!); riporta l’Italia al moderno, al così fan tutte (le università del mondo).
E‚ è da chiedersi quale università del mondo avrebbe ospitato un incontro elettorale di così basso profilo, monotono e monocorde: anzi, repellente e basta.
Di solito, i rettori di tutto il mondo, ai convegni scientifici organizzati dai docenti, un saluto e via. Invece il Magnifico Mazzucco rimane fino alle 19.07.
Evidentemente, c’era da imparare. Imparare da Feltri, che si dice puttane e non escort, via!. Che la magistratura è un partito (spassosa, nella sua indecenza, l’imitazione del magistrato meridionale e fannullone), che Berlusconi non può farsi processare, e tanto più perché prima, quando non era un politico esposto, la magistratura l’ha sempre lasciato in pace, e tanto più perché sta governando bene. I nemici? Fini e la sinistra, un tormentone che libera gli astanti dall’angoscia del pericolo incombente sul leader. Risate, applausi a ogni evocazione; ride in continuazione anche il Sindaco (lui, invece, si sta liberando dall’emozione: si, ripetutamente si dice emozionato dalla vicinanza di cotanto Feltri, e gli trema pure la voce). Il rettore era ben presente quando il Feltri ha detto che a lui e al suo giornale non risultano morti. Che morti? Quelli che si dice che non arrivano alla fine del mese. Se uno non arriva alla fine del mese, muore. O no?
E Cosentino? A parte che Cosentino dovrebbe finire sotto il tiro della magistratura, solo perché si propone come presidente di una regione come la Campania… Capisce al volo il popolo presente, e si lancia in una ovazione.
E Veronica? Veronica parla con Repubblica, invece che con il marito. Pertanto, Berlusconi (per la proprietà transitiva o transattiva?) è andato a letto con l’opposizione.
Evidentemente c’era da imparare. Anche Tosi ha dato a suo modo lezioni.
Tosi, eh lui invece sa tutto di tempi modi vita morte e nonmiracoli del penale e del civile. La sua condanna? ma per una raccolta di firme, via. E poi il popolo, la gente, lo ha premiato col voto, respingendo la condanna. Testualmente dice: “non è stata compresa” (la condanna). Lui, diversamente dai tribunali, fissa un appuntamento in due settimane, ai cittadini. E poi il Berlusconi, ponga la fiducia su certe cose, e vada avanti. E poi caldeggia la riforma della magistratura, che risponda a un soggetto terzo (di grazia a chi, visto che non vuoi né parlamento, né altri organismi politici?).
Vi risparmio tutto il resto. Ma sottolineo che a metà incontro, alla vista di studentesse e studenti sedutisi nel frattempo sugli scalini, il popolo a me intorno comincia con insulti e provocazioni, ben udibili da parte della Digos che li stazionava. Cerchiamo di resistere a molte provocazioni.
Quando gli studenti vanno, previo invito, a prendere parte al dibattito, e cominciano con le domande e aprono uno striscione, scoppia il finimondo. Sento un ragazzino, col giubbettino giusto e genitori al fianco, gridare “avanzo di galera”‚ all’indirizzo del Manu che non riesce a prendere la parola; lo redarguisco forte, sperando che la Digos, a quel punto presente in massa, mi senta. Lui rincara. Boati fischi minacce. I ragazzi le ragazze non riescono a parlare. E’ pieno di Digos, un carabiniere sparuto, lo staff di Tosi. Finisce che io ho paura per la nostra incolumità fisica, e prego tutti di restare uniti. Non vedo un collega (mi pareva che almeno uno ce ne fosse), un volto amico. Niente, solo urla, e la Digos che vuole i documenti, e non sa spiegare perché. Resistiamo, ci portino in questura, la polizia che viene in università e che impedisce agli studenti di fare domande! Prima il dileggio di un incontro che suona offesa al buon gusto e all’intelligenza, e poi la repressione, a noi che eravamo stati in silenzio e buoni. Alla fine, non poteva che esserci quella contestazione li, giusto quella che le ragazze e i ragazzi hanno fatto, con modi più che civili, ma incisivi.
Finisce alla grande. Tosi, a cui volevano fare le domande, si ferma e gioca al piacione, placa la Digos come fossero suoi cagnolini. Manu, e qui lo cito perché è stato coraggioso e lucido e generoso, gli ripropone, con una studentessa, le domande sulla mafia e Berlusconi. Risponde. Puntiglioso, documentato, spietato, ironico e autoironico, il Manu chiede dell’omicidio Tommasoli: è o no maturato quel delitto entro una humus propizia, la destrorsa violenta città di Verona, con cui il sindaco si è sentito in obbligo di sfilare? Tosi ripropone il suo ritornello sugli idioti solitari, e gli scappa di andare via. Fugge. Forse ha sentito che serpeggiava tra noi anche un’altra parola fatidica: Traforo.
Nessuno pretende più di riconoscerci o di portarci in questura. Ma Bolis, l’uomo dal profilo scolpito nella cirrosi (per caso beve, o lavora troppo? E Tosi, che cera ha, di nocciolato toblerone andato a male), ma Bolis torna indietro e ci stuzzica, in solitaria. Si sente dire il vero: che il sindaco non ha risposto alla domanda, se Nicola Tommasoli sia morto per mano di una città destra e violenta che lo ha per sindaco.
Bisogna ripartire da qui, da questo che hanno fatto le ragazze e i ragazzi di una università che un tempo segnalava per tempo i guasti del mondo intorno, e ora li ospita al suo interno, senza che nessuno fiati.
Lasciatemi dire che hanno fatto di meglio e di più, con un coraggio una rabbia una determinazione una lucidità che mi fanno pensare che non tutto sia perduto.
Per questo, con le lacrime agli occhi, gli dico un’altra volta grazie.
Un grazie anche al bidello, che si è sentito dentro fremere la nostra stessa indignazione.

Cristina Stevanoni

>Una sana contestazione

>

Polo Zanotto dell’Università di Verona, lunedì 16.11, ore 17.30: Feltri e Tosi intervistati da Stefano Lorenzetto, del quale l’invito tace e ruolo e collocazione (è un giornalista, lavora nello stesso Giornale di cui Feltri è direttore!). Da lui, da questo giornalista ex di Arena, a cui dobbiamo il Nuovo veronese e Telenuovo, si ascolta l’illuminante analisi proemiale: i due intervistati, famosissimi fra tutti, per i modi ruvidi e diretti, hanno da tutti riconosciuto il carisma della normalità. Questo, che ai miei tempi si diceva ossimoro, e che ha dell’inquietante, per come è veridico, è tutto quanto sentiamo dire sul clima di rissa italica, a cui allude il titolo dell’incontro.
Ma insomma, vietato andare per sofismi! siamo come in famiglia: alla faccia del luogo ospitante, che, fino a prova contraria, è luogo di ricerca e di confronto, oltretutto pagato con i soldi degli studenti. Ma di studenti se ne vedono pochissimi. In compenso, l’aula si riempie dei popoli leghista e berlusconiano (persino un infante al collo della mamma, rampolla della famiglia di bottegari del centro storico), popoli convenuti per assistere, fra spassi e applausi, allo spottone elettorale in lode di un moribondo Berlusconi, a detta di Feltri, capo unico di un partito e di un paese privo di uomini alternativi e di pratiche di democrazia.
Eppure, l’organizzatore dell’Assimp (imprend. e professionisti associati) ci aveva assicurato che l’incontro era proteso alla ricerca del dialogo, essendo loro animati da zelo per un’Italia normale.
Risponde il Rettore, di cui la per la si erano dimenticati (ah, l’inconscio com’è furbo!), magnificando la riforma universitaria, con due argomenti ferrei: frutto di un accordo con la conferenza dei rettori (un organismo privato, ve lo ricordo!); riporta l’Italia al moderno, al così fan tutte (le università del mondo).
E‚ è da chiedersi quale università del mondo avrebbe ospitato un incontro elettorale di così basso profilo, monotono e monocorde: anzi, repellente e basta.
Di solito, i rettori di tutto il mondo, ai convegni scientifici organizzati dai docenti, un saluto e via. Invece il Magnifico Mazzucco rimane fino alle 19.07.
Evidentemente, c’era da imparare. Imparare da Feltri, che si dice puttane e non escort, via!. Che la magistratura è un partito (spassosa, nella sua indecenza, l’imitazione del magistrato meridionale e fannullone), che Berlusconi non può farsi processare, e tanto più perché prima, quando non era un politico esposto, la magistratura l’ha sempre lasciato in pace, e tanto più perché sta governando bene. I nemici? Fini e la sinistra, un tormentone che libera gli astanti dall’angoscia del pericolo incombente sul leader. Risate, applausi a ogni evocazione; ride in continuazione anche il Sindaco (lui, invece, si sta liberando dall’emozione: si, ripetutamente si dice emozionato dalla vicinanza di cotanto Feltri, e gli trema pure la voce). Il rettore era ben presente quando il Feltri ha detto che a lui e al suo giornale non risultano morti. Che morti? Quelli che si dice che non arrivano alla fine del mese. Se uno non arriva alla fine del mese, muore. O no?
E Cosentino? A parte che Cosentino dovrebbe finire sotto il tiro della magistratura, solo perché si propone come presidente di una regione come la Campania… Capisce al volo il popolo presente, e si lancia in una ovazione.
E Veronica? Veronica parla con Repubblica, invece che con il marito. Pertanto, Berlusconi (per la proprietà transitiva o transattiva?) è andato a letto con l’opposizione.
Evidentemente c’era da imparare. Anche Tosi ha dato a suo modo lezioni.
Tosi, eh lui invece sa tutto di tempi modi vita morte e nonmiracoli del penale e del civile. La sua condanna? ma per una raccolta di firme, via. E poi il popolo, la gente, lo ha premiato col voto, respingendo la condanna. Testualmente dice: “non è stata compresa” (la condanna). Lui, diversamente dai tribunali, fissa un appuntamento in due settimane, ai cittadini. E poi il Berlusconi, ponga la fiducia su certe cose, e vada avanti. E poi caldeggia la riforma della magistratura, che risponda a un soggetto terzo (di grazia a chi, visto che non vuoi né parlamento, né altri organismi politici?).
Vi risparmio tutto il resto. Ma sottolineo che a metà incontro, alla vista di studentesse e studenti sedutisi nel frattempo sugli scalini, il popolo a me intorno comincia con insulti e provocazioni, ben udibili da parte della Digos che li stazionava. Cerchiamo di resistere a molte provocazioni.
Quando gli studenti vanno, previo invito, a prendere parte al dibattito, e cominciano con le domande e aprono uno striscione, scoppia il finimondo. Sento un ragazzino, col giubbettino giusto e genitori al fianco, gridare “avanzo di galera”‚ all’indirizzo del Manu che non riesce a prendere la parola; lo redarguisco forte, sperando che la Digos, a quel punto presente in massa, mi senta. Lui rincara. Boati fischi minacce. I ragazzi le ragazze non riescono a parlare. E’ pieno di Digos, un carabiniere sparuto, lo staff di Tosi. Finisce che io ho paura per la nostra incolumità fisica, e prego tutti di restare uniti. Non vedo un collega (mi pareva che almeno uno ce ne fosse), un volto amico. Niente, solo urla, e la Digos che vuole i documenti, e non sa spiegare perché. Resistiamo, ci portino in questura, la polizia che viene in università e che impedisce agli studenti di fare domande! Prima il dileggio di un incontro che suona offesa al buon gusto e all’intelligenza, e poi la repressione, a noi che eravamo stati in silenzio e buoni. Alla fine, non poteva che esserci quella contestazione li, giusto quella che le ragazze e i ragazzi hanno fatto, con modi più che civili, ma incisivi.
Finisce alla grande. Tosi, a cui volevano fare le domande, si ferma e gioca al piacione, placa la Digos come fossero suoi cagnolini. Manu, e qui lo cito perché è stato coraggioso e lucido e generoso, gli ripropone, con una studentessa, le domande sulla mafia e Berlusconi. Risponde. Puntiglioso, documentato, spietato, ironico e autoironico, il Manu chiede dell’omicidio Tommasoli: è o no maturato quel delitto entro una humus propizia, la destrorsa violenta città di Verona, con cui il sindaco si è sentito in obbligo di sfilare? Tosi ripropone il suo ritornello sugli idioti solitari, e gli scappa di andare via. Fugge. Forse ha sentito che serpeggiava tra noi anche un’altra parola fatidica: Traforo.
Nessuno pretende più di riconoscerci o di portarci in questura. Ma Bolis, l’uomo dal profilo scolpito nella cirrosi (per caso beve, o lavora troppo? E Tosi, che cera ha, di nocciolato toblerone andato a male), ma Bolis torna indietro e ci stuzzica, in solitaria. Si sente dire il vero: che il sindaco non ha risposto alla domanda, se Nicola Tommasoli sia morto per mano di una città destra e violenta che lo ha per sindaco.
Bisogna ripartire da qui, da questo che hanno fatto le ragazze e i ragazzi di una università che un tempo segnalava per tempo i guasti del mondo intorno, e ora li ospita al suo interno, senza che nessuno fiati.
Lasciatemi dire che hanno fatto di meglio e di più, con un coraggio una rabbia una determinazione una lucidità che mi fanno pensare che non tutto sia perduto.
Per questo, con le lacrime agli occhi, gli dico un’altra volta grazie.
Un grazie anche al bidello, che si è sentito dentro fremere la nostra stessa indignazione.

Cristina Stevanoni

Barcellona. Non-luogo e marca

Nonostante le comodità evidenti della scelta, la pratica dell’autostop non è una delle modalità di viaggio più facili. Se poi il tragitto comporta alcune centinaia di km, nonché il passaggio di una frontiera, si comprende come la riuscita sia cosa piuttosto aleatoria. Salvo rare occasioni fortuite, ogni passaggio non è altro che l’aggiunta di una tappa intermedia e spesso imprevista rispetto all’itinerario pianificato. E così Arles, Nîmes, Perpignan o Girona non restano più semplici nomi marcati su una cartina stradale, ma finiscono per concretizzarsi in altrettanti svincoli autostradali: l’impressione che si ha ad ogni passaggio conclusosi è paradossalmente quella di essersi avvicinati alla meta, ma avendo allungato tuttavia il percorso. E’ una forma di concretizzazione dei luoghi. Beninteso, l’impressione è solo apparente: innanzi tutto perché ad ogni arresto si è di nuovo consegnati al caso; secondariamente, perché l’autostrada, nonostante quanto il senso comune dia a credere, non passa per le città: essa semplicemente le include estromettendole dal proprio percorso, dalla propria linearità ideale. Il dispositivo-autostrada esclude per principio ogni luogo propriamente detto, restituendoci alla solitudine delle corsie, degli svincoli o dei caselli, solitudine comune ai non-luoghi in cui tutto si riduce al passaggio di soglie innumerevoli. La stessa automobile non è altro che un non-luogo, nel contesto autostradale. O almeno dovrebbe essere tale, se il gesto dell’autostop non intervenisse a minare la condizione di impermeabilità in cui abitualmente si trovano i passeggeri del veicolo. Proprio dove quest’ultimo – con le sue portiere ben chiuse, con i suoi vetri alzati e, sempre più spesso, opachi – è chiamato a garantire l’assoluta assenza di qualsiasi relazione inaspettata (che non sia dunque già compresa nelle regole del dispositivo autostradale – il pedaggio – o nella scelta del dispositivo automobilistico – i compagni di viaggio), proprio là, ecco che l’autostop intoduce niente meno che un incontro inaspettato. Di questo incontro, niente si può prevedere, non si può sapere se esso sarà fortuito o indesiderato, se avvicinerà alla meta o se creerà soltanto altri ostacoli. Non si tratta propriamente di fiducia. Nell’istante del suo darsi, l’incontro non lascia alcuna apertura alla sicurezza: non vi è alcuna segnatura, alcuna marca che possa delimitare e inquandrare l’evento. Nessuna fiducia all’interno del non sapere di questo incontro, ma una sorta di comune abbandono, e un incrocio di bisogni, il loro incontrarsi sul limitare di un dispositivo. Ed è solo con l’utilizzo della marca, di una qualsiasi marca che possa introdurre una individuazione, che tutto si risolve nella normalità, nella relazione. Ecco allora che al solo pronunciare il vero nome della destinazione, Barcellona, l’effetto della marca ha già cambiato la natura effettiva dell’incontro, come se già solo questa parola potesse disvelare l’identità precisa degli individui coinvolti. Se prima l’incontro si giocava semplicemente sulla sovrapposizione di due percorsi, ora la marca produce la necessità di un intrecciarsi di narrazioni, uno scambio di storie. Sì è compagni di viaggio. Strana alchimia, quella della marca: essa non si comporta come un semplice attributo inessenziale verso il suo sostantivo, o come un accidente verso l’essenza a cui si aggrappa; la marca, al contrario, si innerva in profondità in ogni singolarità, in ogni evento o in ogni essere toccati da essa, modificandone le traiettorie, operando una trasmutazione tanto del loro darsi quanto del modo in cui esse sono percepite. [continua]

Marco

>Barcellona. Non-luogo e marca

>

Nonostante le comodità evidenti della scelta, la pratica dell’autostop non è una delle modalità di viaggio più facili. Se poi il tragitto comporta alcune centinaia di km, nonché il passaggio di una frontiera, si comprende come la riuscita sia cosa piuttosto aleatoria. Salvo rare occasioni fortuite, ogni passaggio non è altro che l’aggiunta di una tappa intermedia e spesso imprevista rispetto all’itinerario pianificato. E così Arles, Nîmes, Perpignan o Girona non restano più semplici nomi marcati su una cartina stradale, ma finiscono per concretizzarsi in altrettanti svincoli autostradali: l’impressione che si ha ad ogni passaggio conclusosi è paradossalmente quella di essersi avvicinati alla meta, ma avendo allungato tuttavia il percorso. E’ una forma di concretizzazione dei luoghi. Beninteso, l’impressione è solo apparente: innanzi tutto perché ad ogni arresto si è di nuovo consegnati al caso; secondariamente, perché l’autostrada, nonostante quanto il senso comune dia a credere, non passa per le città: essa semplicemente le include estromettendole dal proprio percorso, dalla propria linearità ideale. Il dispositivo-autostrada esclude per principio ogni luogo propriamente detto, restituendoci alla solitudine delle corsie, degli svincoli o dei caselli, solitudine comune ai non-luoghi in cui tutto si riduce al passaggio di soglie innumerevoli. La stessa automobile non è altro che un non-luogo, nel contesto autostradale. O almeno dovrebbe essere tale, se il gesto dell’autostop non intervenisse a minare la condizione di impermeabilità in cui abitualmente si trovano i passeggeri del veicolo. Proprio dove quest’ultimo – con le sue portiere ben chiuse, con i suoi vetri alzati e, sempre più spesso, opachi – è chiamato a garantire l’assoluta assenza di qualsiasi relazione inaspettata (che non sia dunque già compresa nelle regole del dispositivo autostradale – il pedaggio – o nella scelta del dispositivo automobilistico – i compagni di viaggio), proprio là, ecco che l’autostop intoduce niente meno che un incontro inaspettato. Di questo incontro, niente si può prevedere, non si può sapere se esso sarà fortuito o indesiderato, se avvicinerà alla meta o se creerà soltanto altri ostacoli. Non si tratta propriamente di fiducia. Nell’istante del suo darsi, l’incontro non lascia alcuna apertura alla sicurezza: non vi è alcuna segnatura, alcuna marca che possa delimitare e inquandrare l’evento. Nessuna fiducia all’interno del non sapere di questo incontro, ma una sorta di comune abbandono, e un incrocio di bisogni, il loro incontrarsi sul limitare di un dispositivo. Ed è solo con l’utilizzo della marca, di una qualsiasi marca che possa introdurre una individuazione, che tutto si risolve nella normalità, nella relazione. Ecco allora che al solo pronunciare il vero nome della destinazione, Barcellona, l’effetto della marca ha già cambiato la natura effettiva dell’incontro, come se già solo questa parola potesse disvelare l’identità precisa degli individui coinvolti. Se prima l’incontro si giocava semplicemente sulla sovrapposizione di due percorsi, ora la marca produce la necessità di un intrecciarsi di narrazioni, uno scambio di storie. Sì è compagni di viaggio. Strana alchimia, quella della marca: essa non si comporta come un semplice attributo inessenziale verso il suo sostantivo, o come un accidente verso l’essenza a cui si aggrappa; la marca, al contrario, si innerva in profondità in ogni singolarità, in ogni evento o in ogni essere toccati da essa, modificandone le traiettorie, operando una trasmutazione tanto del loro darsi quanto del modo in cui esse sono percepite. [continua]

Marco

Nessuno più vuole finire in prigione

No, non si tratta di un incitamento al crimine, ne tantomeno della triste confidenza di un secondino in cassa integrazione. Il titolo di questa riflessione è infatti parte del testo di uno dei primi, forse proprio il primo, successo dei Clash: White Riot.
Strummer, nella canzone, si lamenta del fatto che agli uomini bianchi non importa più niente di agire fuori dagli schemi, senza tenere conto delle conseguenze dei propri atti, anche quando queste concernono addirittura il carcere.
Come possiamo risignificare oggi questa frase? Joe non voleva dire, credo, che dobbiamo metterci a fare la prima cosa che ci passa in testa, perché se non abbiamo mai fatto una notte in gattabuia non siamo degni partecipanti della nostra personale rivoluzione.
Il suo messaggio potrebbe anche suonare a questa maniera: “hey amico, ti gira per la testa qualcosa di buono? Fallo! E poi sia quel che sia… la galera, il fallimento, l’oblio… che importa?”
In breve: smuovere una situazione statica e intollerabile, anche a rischio di fallire.
Capisco che un messaggio del genere porta con se un’eco assai affievolita degli anni in cui fu scritto in versi dai Clash. Come ci può essere utile in chiave odierna?
Ripartiamo dalla staticità di una situazione.
Sappiamo che, ogni tentativo di uscirne produce alla lunga effetti che, dopo un primo tempo dinamico, tendono a stabilizzarsi e a ripristinare un equilibrio, forse differente da quello di partenza, ma comunque nuovamente statico.
L’infrazione alla norma che riscuote successo diviene la nuova norma, e la coerenza con la scelta fatta in principio non fa altro che legittimare il nuovo regime immobilistico.
La nuova norma, come quella vecchia, crea poi i propri soggetti, e questi, una volta riconosciuti, non possono non portarne il marchio.
Ne consegue che le nuove norme non liberano i soggetti da quel marchio, ma ne creano semplicemente di nuovi.
Le implicazioni di ciò sono molteplici, ma quella più immediata concerne “l’autonomia”. Non è infatti possibile, una volta riconosciutosi come tale, per il soggetto poter fare scelte autonome.
L’unica autonomia che ci è permessa non è la possibilità di fare scelte autonome, ma quella di poter essere autonomi rispetto alle scelte fatte.
Si, sembrerebbe un cane che si morde la coda, ma non è proprio così: le scelte fatte non sono mai autonome, perciò nemmeno la scelta di rendermi autonomo da una precedente scelta lo é.
In realtà, ciò che differenzia questi due tipi di scelta è l’orizzonte di libertà in cui si muovono: mentre le scelte di primo impatto si muovono in buona parte nell’emisfero della necessità, quelle di “misconoscimento”, “abbandono” o del semplice”lasciar che sia” restano a mio avviso più legate all’emisfero concettuale della possibilità. Ora; non sto dicendo che una scelta sia necessaria e una possibile, tutt’al più che alcune scelte sono molto necessarie e altre sufficientemente possibili.
Ci sono momenti in cui è necessario fare certi discorsi, e altri momenti, proprio sulla soglia della loro cementificazione semantica, in cui c’é la possibilità di discostarsene.
Introdurre un discorso politico in un certo contesto, e restare coerenti con esso, anche quando non produce più movimento e si è fatto norma, generando soggetti identitari, significa accettare il gioco dei ruoli, ed è ciò che più si allontana da una qualsiasi idea di autonomia.
Certo è che misconoscere certe scelte a noi care costa, proprio in termini di identità, e non è facile abbandonarle, proprio perché in esse c’è qualcosa che parla ancora di noi, ma che al tempo stesso ci tiene legati, sedimentati, unitari, soggetti.
Ecco perché abbandonare un percorso politico che ti ha dato molto, ma oramai ti da solo quello, può sembrare un fallimento, ed in qualche modo non apparire più come il soggetto-ruolo in cui ti sei riconosciuto, in cui la gente ti riconosce, è un po’ come sparire, non essere più visibile.
Sparito come sparisce chi viene rinchiuso in galera.
Sarebbe bello sentire cosa ne penserebbe il vecchio Joe, forse me la potrei cavare con un caldo invito ad andare a tirare un mattone ad una banca e pensare di meno, oppure potrebbe ammonire dicendo: visto che non puoi in alcuna maniera essere autonomo, rendi autonome le tue scelte: falle, e al momento giusto abbi il coraggio di andartene in galera. Compile, e quando è ora fallisci nel tentativo di slegarti da esse.

“Fallire, provare di nuovo, fallire meglio” (S. Beckett)

Ale B.

>Nessuno più vuole finire in prigione

>

No, non si tratta di un incitamento al crimine, ne tantomeno della triste confidenza di un secondino in cassa integrazione. Il titolo di questa riflessione è infatti parte del testo di uno dei primi, forse proprio il primo, successo dei Clash: White Riot.
Strummer, nella canzone, si lamenta del fatto che agli uomini bianchi non importa più niente di agire fuori dagli schemi, senza tenere conto delle conseguenze dei propri atti, anche quando queste concernono addirittura il carcere.
Come possiamo risignificare oggi questa frase? Joe non voleva dire, credo, che dobbiamo metterci a fare la prima cosa che ci passa in testa, perché se non abbiamo mai fatto una notte in gattabuia non siamo degni partecipanti della nostra personale rivoluzione.
Il suo messaggio potrebbe anche suonare a questa maniera: “hey amico, ti gira per la testa qualcosa di buono? Fallo! E poi sia quel che sia… la galera, il fallimento, l’oblio… che importa?”
In breve: smuovere una situazione statica e intollerabile, anche a rischio di fallire.
Capisco che un messaggio del genere porta con se un’eco assai affievolita degli anni in cui fu scritto in versi dai Clash. Come ci può essere utile in chiave odierna?
Ripartiamo dalla staticità di una situazione.
Sappiamo che, ogni tentativo di uscirne produce alla lunga effetti che, dopo un primo tempo dinamico, tendono a stabilizzarsi e a ripristinare un equilibrio, forse differente da quello di partenza, ma comunque nuovamente statico.
L’infrazione alla norma che riscuote successo diviene la nuova norma, e la coerenza con la scelta fatta in principio non fa altro che legittimare il nuovo regime immobilistico.
La nuova norma, come quella vecchia, crea poi i propri soggetti, e questi, una volta riconosciuti, non possono non portarne il marchio.
Ne consegue che le nuove norme non liberano i soggetti da quel marchio, ma ne creano semplicemente di nuovi.
Le implicazioni di ciò sono molteplici, ma quella più immediata concerne “l’autonomia”. Non è infatti possibile, una volta riconosciutosi come tale, per il soggetto poter fare scelte autonome.
L’unica autonomia che ci è permessa non è la possibilità di fare scelte autonome, ma quella di poter essere autonomi rispetto alle scelte fatte.
Si, sembrerebbe un cane che si morde la coda, ma non è proprio così: le scelte fatte non sono mai autonome, perciò nemmeno la scelta di rendermi autonomo da una precedente scelta lo é.
In realtà, ciò che differenzia questi due tipi di scelta è l’orizzonte di libertà in cui si muovono: mentre le scelte di primo impatto si muovono in buona parte nell’emisfero della necessità, quelle di “misconoscimento”, “abbandono” o del semplice”lasciar che sia” restano a mio avviso più legate all’emisfero concettuale della possibilità. Ora; non sto dicendo che una scelta sia necessaria e una possibile, tutt’al più che alcune scelte sono molto necessarie e altre sufficientemente possibili.
Ci sono momenti in cui è necessario fare certi discorsi, e altri momenti, proprio sulla soglia della loro cementificazione semantica, in cui c’é la possibilità di discostarsene.
Introdurre un discorso politico in un certo contesto, e restare coerenti con esso, anche quando non produce più movimento e si è fatto norma, generando soggetti identitari, significa accettare il gioco dei ruoli, ed è ciò che più si allontana da una qualsiasi idea di autonomia.
Certo è che misconoscere certe scelte a noi care costa, proprio in termini di identità, e non è facile abbandonarle, proprio perché in esse c’è qualcosa che parla ancora di noi, ma che al tempo stesso ci tiene legati, sedimentati, unitari, soggetti.
Ecco perché abbandonare un percorso politico che ti ha dato molto, ma oramai ti da solo quello, può sembrare un fallimento, ed in qualche modo non apparire più come il soggetto-ruolo in cui ti sei riconosciuto, in cui la gente ti riconosce, è un po’ come sparire, non essere più visibile.
Sparito come sparisce chi viene rinchiuso in galera.
Sarebbe bello sentire cosa ne penserebbe il vecchio Joe, forse me la potrei cavare con un caldo invito ad andare a tirare un mattone ad una banca e pensare di meno, oppure potrebbe ammonire dicendo: visto che non puoi in alcuna maniera essere autonomo, rendi autonome le tue scelte: falle, e al momento giusto abbi il coraggio di andartene in galera. Compile, e quando è ora fallisci nel tentativo di slegarti da esse.

“Fallire, provare di nuovo, fallire meglio” (S. Beckett)

Ale B.

>Non importa…

>

“L’omofobia e’ una malattia dalla quale si può guarire” è una delle frasi ad effetto della nuova campagna contro l’omofobia promossa dal Ministero delle Pari Opportunità. E’ proprio di questi giorni l’uscita del nuovo spot televisivo dal titolo “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”.
L’intento generale pare essere quello di promuovere una cultura non omofobica e tollerante. Ma in realtà lo spot ci sembra l’ennesima riprova della politica di questo governo fatta di immagini e frasi ad effetto ma con poca sostanza e prive di un’effetiva messa in pratica. Inoltre se andiamo ad analizzare i contenuti proposti in questo video notiamo un uso del concetto di “diverso” che solleva alcune problematiche. Lo spot ci suggerisce che “nella vita certe differenze non devono contare” come dire da una parte tu omosessuale nascondi la tua sessualità, d’altra a te eterosessuale non ti deve interessare l’orientamento sessuale della persona che hai davanti. Pare che il concetto di uguaglianza debba implicare un annullamento delle differenze viste sempre come negative. D’altra parte lo spot è ambientato in una situazione di emergenza nella quale le persone coinvolte vittime di un incidente hanno bisogno di assistenza medica. In questa situazione di certo non ti interessano le tendenze sessuale di chi eventualmente ti salva la vita proprio perchè devi usufruire di un servizio o competenza. Ma inserite/i nella reale relazione con un’altra persona quella crocetta sul “non importa”ha delle ripercussioni. Perchè non arricchirci attraverso i racconti di una persona che ha esperienze diverse dalle mie?Perchè nascondere le differenze?
Anche nell’ultimo slogan “non essere tu quello diverso”(non interessarti alla diversità) emerge una concezione della differenza come un qualcosa di esclusivamente negativo da cui fuggire.
Come a suggerire allo spettatore che se vuole essere (o rimanere) normale non solo non deve esprimere la sua omofobia ma nemmeno interessarsi all’orientamento sessuale di chi gli sta intorno.
Insomma, se la normalità prima era l’essere eterosessuali ora è l’essere totalmente indifferenti.
Resta il fatto che in questo paese gli omosessuali e transessuali vengono discriminati sia nella vita quotidiana che a livello legislativo ed istituzionale.
E’ evidente che in Italia c’è una grande differenza tra il portare il 42/43 di scarpe e l’essere etero o omosessuali,no?

http://www.youtube.com/watch?v=tJuY9UTcluY&feature=popular

Marti e Lu

Non importa…

“L’omofobia e’ una malattia dalla quale si può guarire” è una delle frasi ad effetto della nuova campagna contro l’omofobia promossa dal Ministero delle Pari Opportunità. E’ proprio di questi giorni l’uscita del nuovo spot televisivo dal titolo “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”.
L’intento generale pare essere quello di promuovere una cultura non omofobica e tollerante. Ma in realtà lo spot ci sembra l’ennesima riprova della politica di questo governo fatta di immagini e frasi ad effetto ma con poca sostanza e prive di un’effetiva messa in pratica. Inoltre se andiamo ad analizzare i contenuti proposti in questo video notiamo un uso del concetto di “diverso” che solleva alcune problematiche. Lo spot ci suggerisce che “nella vita certe differenze non devono contare” come dire da una parte tu omosessuale nascondi la tua sessualità, d’altra a te eterosessuale non ti deve interessare l’orientamento sessuale della persona che hai davanti. Pare che il concetto di uguaglianza debba implicare un annullamento delle differenze viste sempre come negative. D’altra parte lo spot è ambientato in una situazione di emergenza nella quale le persone coinvolte vittime di un incidente hanno bisogno di assistenza medica. In questa situazione di certo non ti interessano le tendenze sessuale di chi eventualmente ti salva la vita proprio perchè devi usufruire di un servizio o competenza. Ma inserite/i nella reale relazione con un’altra persona quella crocetta sul “non importa”ha delle ripercussioni. Perchè non arricchirci attraverso i racconti di una persona che ha esperienze diverse dalle mie?Perchè nascondere le differenze?
Anche nell’ultimo slogan “non essere tu quello diverso”(non interessarti alla diversità) emerge una concezione della differenza come un qualcosa di esclusivamente negativo da cui fuggire.
Come a suggerire allo spettatore che se vuole essere (o rimanere) normale non solo non deve esprimere la sua omofobia ma nemmeno interessarsi all’orientamento sessuale di chi gli sta intorno.
Insomma, se la normalità prima era l’essere eterosessuali ora è l’essere totalmente indifferenti.
Resta il fatto che in questo paese gli omosessuali e transessuali vengono discriminati sia nella vita quotidiana che a livello legislativo ed istituzionale.
E’ evidente che in Italia c’è una grande differenza tra il portare il 42/43 di scarpe e l’essere etero o omosessuali,no?

http://www.youtube.com/watch?v=tJuY9UTcluY&feature=popular

Marti e Lu